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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

M  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRIj  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA  ,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI  ,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII  ,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI  ,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NOIf 
CHE    ALLA    CORTE  E  CURIA  ROMANA    ED   ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC. 

COMPILAZIONE 

DI     GAETANO    MORONI     ROMANO 

PRIMO  AIUTANTE  DI  CAMERA  DI  SUA  SANTITÀ 

GREGORIO      XVI. 


VOL.  XI. 


IN    VENEZIA 

DALLA     TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDGCCXLI. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


C 


CAV 

VJAVALCHINI  Caklo  Alberto  Gui- 
jyottoTiO,  Cardinale.  Carlo  AlbertoGui- 
dobono  Cavalcliini  nacque  a  Tortona, 
nel  i683,  da  nobile  lignaggio.  Dopo 
aver  ottenuto  la  laurea,  si  recò  a 
Milano,  ove  si  rese  celebre  nel  di- 
ritto, e  fu  aggregato  al  nobile  col- 
legio dei  giudici  e  dottori  di  quella 
città.  Passò  poscia  a  Roma,  e  qui , 
nel  I  7  1 6,  da  Clemente  XI  venne  a- 
scritto  tra  gli  avvocati  concistoriali; 
e  da  Benedetto  XIII,  nei  1725,  fu 
fatto  votante  di  segnatura.  In  se- 
guito ebbe  le  dignità  di  promotore 
della  fede,  vescovo,  segretario  della 
congregazione  del  concilio,  canonista 
e  correttore  della  penitenzieria,  ed  ai 

9  settembre    1743,  Benedetto  XIV 

10  creò  Cardinal  prete  di  s.  Maria 
della  Pace,  poi  prefetto  della  con- 
gregazione dei  vescovi  e  regolari , 
colla  protettoiia  de'  monaci  celestini 
e  cappuccini  ;  e,  morto  il  Pontefice, 
gli  sarebbe  succeduto  nel  pontificato, 
se  non  avesse  avuto  1'  esclusiva  dal- 
la corte  di  Francia.  Clemente  XIII, 
eletto  invece  di  lui  nell'anno  1758, 


CAV 


subito  lo  destinò  suo  prodatario,  e 
gli  conferì  il  vescovato  d' Ostia  e 
Velletri,  cui  governò  assai  lodevol- 
mente. 11  ponte  d'  Ostia,  eh'  era  di 
legno,  fu  da  lui  fatto  costruire  di 
pietra  ;  il  perchè  quel  pubblico  a 
segno  di  riconoscenza  gli  eresse  un 
monumento  nel  palazzo  della  co- 
mune. Mori  a  Roma,  decano  del  sa- 
gro Collegio,  nel  1774»  ^'  novanta 
anni  e  trentuno  di  Cardinalato,  com- 
pianto per  le  sue  virth  ed  egregie 
doti.  Il  suo  corpo,  com'egli  avea 
ordinato,  fu  esposto  e  sepolto  nella 
basilica  de'ss.  XII    apostoli. 

CAVALCHINI  Francesco  Gumo- 
BONO,  Cardinale.  Francesco  Guido- 
bono  Cavalchini  nacque  in  Torto- 
na ai  4  dicembre  dell'anno  1755. 
Recatosi  in  Roma  neh'  età  di  anni 
tredici,  sotto  la  direzione  del  pre- 
cedente Cardinale  di  lui  zio,  terminò 
i  suoi  studi  nel  collegio  dementino, 
quindi  nell'  accademia  ecclesiastica. 
Nel  1779,  Pio  VI  lo  nominò  came- 
riere segreto  soprannumerario,  e  nel- 
r  anno   appresso  prelato   domestico. 


6  CAV 

Nel    1784  lo    promosse  a    ponente 
di  consulta,  e  ad  assessore  del    go- 
verno, e  nel  1787  a  primo  assesso- 
re criminale  del  medesimo   tribuna- 
le. Rimase  in  questa  carica  sino  al 
1791,  in  cui  fu  fatto  chierico  di  ca- 
mera. Di  poi,  nel  1801,  Pio  VII  lo 
nominò  governatore  di  Roma,  e  nel 
concistoro   de'  i4  agosto    1807,    lo 
creò  Cardinal  diacono,  riserbandolo 
però  in  petto.  Ma  nell'  anno  seguen- 
te fu  ari'estato  dai  francesi,  che  al- 
lora occupavano  Roma,  fu  rinchiu- 
so per  tre    mesi    in   Fenestrelie,    e 
quindi  rilegato  nei  dipartimenti  me- 
ridionali   della    Francia.    Ristabilito 
nel   i8i4  il  governo  pontificio,  egli 
riassunse  la    carica    di    governatore 
di  Roma,  e    la  esercitò    sino    ai    6 
aprile  del  i8i8,  epoca  in  cui  venne 
•  pubblicata  dallo  stesso    Pio  VII    la 
sua  promozione  alla  sagra  porpora, 
col  titolo  diaconale   di  s.  Maria    in 
Aquiro.   Venne    annoverato  a  nove 
congregazioni    cardinalizie,    oltre    la 
prefettura  di  quella  del  buon  governo, 
alla  quale  il  nominò  nell'anno  182.5 
Leone    XII,    alla    cui    elezione  era 
intervenuto.    Ma  essendo   stato  non 
molto    dopo    sorpreso    da    incomo- 
di,   che   non  gli    permettevano  più 
di  uscire  di  casa,  nell'anno  1827,  ri- 
nunziò a  sì  laborioso  uffizio.    Eser- 
citò tutte   le    cariche  con    energica 
fermezza,  massime  quella  di  gover- 
natore di  Roma,  e  con  tale  inalte- 
rabile giustizia,  che  ancora  viene  ce- 
lebrata. Ornò  la  sua  chiesa   diacona- 
le di  ricchi    arredi    sagi-i,   ed    ebbe 
verso  i    poveri   una    carità    quanto 
generosa    altrettanto    più    lodevole , 
dappoiché  fu  così  segreta,   che  non 
si  conobbe  che  dopo  la  sua  morte, 
la    quale   avvenne    ai     5    dicembre 
1828,   dopo   lunghissima    malattia, 
e  dopo  aver  ricevuto  con  tenera  di- 
vozione i  sagrumcnli  di  santa  Chic- 


CAV 

sa,  spirando  colla  tranquillità  del- 
l' uomo  giusto.  Questo  insigne  por- 
porato fu  esposto,  e  sepolto  nella 
predetta  chiesa  di  s.  Maria  in  A- 
quiro. 

CAVALIERE.    Eques.    Grado    e 
nome,  che  significa  carica  di  milizia 
o  di  dignità,   derivante    dalla    voce 
cavallo.    Venendo    la    milizia    divi- 
sa    in    uomini     a  piedi     ed    a   ca- 
vallo ,  questa    seconda    fu     riputala 
più  nobile,  ed  i    cavalieri    acquista- 
rono    lustro    e    celebrità  per    aver 
militato  pei  principi,  osservato    de- 
terminate leggi,  con  governo   e    di- 
rezione degli  altri,  come  definisce  il 
Sansovino,  Origine  de  cavalieri  pag. 
I.  Perlochè  la   dignità   di    cavaliere 
è  il  primo  grado  d' onore  dell'anti- 
ca milizia,  che  da  vasi  con  certa  tal  ce- 
rimonia a  coloro,  i  quali  si  erano  resi 
illustri,  distinguendoli  in  siffatta  guisa 
dall'altra  gente  di  guerra.  Così,  sot- 
to il  nome  di  Ordini  militari  ed  e- 
questri,  si  debbono  intendere    alcu- 
ni corpi  di  cavalieri,  fregiati  di  de- 
corazioni, e  di  privilegi,  che  furono 
istituiti  da  varii  Pontefici,    impera- 
tori, re,  e  principi  sovrani,  per   ri- 
munerare i  servigi  di  quelli  a'qua- 
li  li  conferirono,  e  per  dare  una  so- 
lenne e  luminosa  prova  di  benevo- 
lenza e  stima  all'ingegno,    alla    fe- 
deltà, al   valore,    e    alla    virtù.    In 
questo  Dizionario,  ai   rispettivi    arti- 
coli, si  ragiona    dei    diversi    Ordini 
cavallereschi    sì  esistenti,    che    sop- 
pressi. 

I  Dizionarii  della  crusca,  della 
lingua  italiana,  e  delle  origini  fanno 
varie  distinzioni  sulla  voce  cavaliere 
o  cavaliero,  il  perchè  noi  sol  qui  ri- 
porteremo quelle,  che  ci  seinbi'ano 
in  proposito.  E  detto  cavaliere  co- 
lui, che  è  ornato  di  dignità  caval- 
leresca, la  quale  è  di  jiiìi  maniere. 
Infatti  in  quattro  mudi  sun  fatti,  o  so- 


CAV 

levansi  fare  i  cavalieri  ;  cioè  cavalie- 
ri bagnali,  cavalieri  di  corredo,  cava- 
lieri di  scudo,  e  cavalieri  di  arme.   I 
cavalieri  bagnati  si  facevano  con  gran- 
dissime cerimonie,  e  conveniva  che 
fossero  bagnati,  figurando  con  ciò  la 
lavanda  da  ogni  vizio.  I  cavalieri  di 
corredo  erano  quelli,  che  con  la  veste 
verde  bruna,  e  con  la  dorata  ghir- 
landa pigliavano  la  cavalleria.  I  ca- 
valieri di    scudo    erano  coloro,  che 
venivano  fatti  cavaheri,  o  dai  popoli, 
o  dai  signori,  e  andavano  a  pigliare 
la  cavalleria  armati,  e  colla  bai'bu- 
ta,  o  elmetto  in  testa,   I  cavalieri  di 
arme  erano  quelli,  che    nel    princi- 
pio delle  battaglie,  o  nelle  battaglie, 
non  che  dopo  di  esse,  nelle  pubbli- 
cazioni di   pace,o  delle  tregue,  nelle 
grandi  solennità  della  Chiesa,  e  spe- 
cialmente nella  pentecoste,  nella  con- 
sagrazione,  od  iucoixtnazione  dei  re, 
nella  nascita  dei  principi   delle  case 
regnanti  ec,    si    facevano    cavalieri. 
Eranvi  eziandio  cavalieri  di  terra,  e 
di  mare,  e  ve  ne  furono  poi  anche 
di   toga,  come  pure  cavalieri  eccle- 
siastici.   I  grandi    cavalieri  si  chia- 
mavano   vessilliferi ,  i    minori    bac- 
cellieri :    tutti    poi    erano    obbligati 
alla  osservanza  di  molte    cose,    che 
trovansi  notate  negli  scrittori  di  ca- 
valleria.  Porta  il  titolo  di  cavaliere 
anche   chi    vive    cavallerescamente, 
alla  grande,  con  lustro,  e  da  gentil- 
uomo, e  talora  si  estende  infino  ai 
re ,  l'/r  nohilìs,  patrìcius.  Cavaliere 
di  corte  vale  uomo  di  corte,  e  nella 
romana  diconsi  cavalieri  di  spada  e 
cappa,  i  camerieri  secolari  del  Pa- 
pa, dalla  spada  che  cingono  al  fian- 
co, e  dalla  forma  dell'  abito.  Cava- 
liere fu  anche    usato    in   significato 
di   nobile,  e  di  condizione  cavallere- 
sca, equestris.    Cavalieri  erranti  di- 
consi   da'  romanzieri    quelli    di    uu 
certo    Ordine    di    cavalleria  ,    che 


CAV  '7 

per  Istituto  doveano  difendere  gli 
oppressi,  e  proteggere  specialmen- 
te le  donne.  1  cavalieri  presso  gli 
antichi  romani  erano,  come  diremo,  il 
secondo  grado  di  nobiltìi  dopo  quello 
de' senatori. 

Dice  poi  il  Bonanni,  nel  suo  Ca- 
talogo degli  Ordini  equestri  e  mili- 
tari, che  alcuni  cavalieri  di  milizia 
ecclesiastica,  sebbene    applicati    alle 
armi,  sono  cavalieri  di  religione,  e 
di  chiesa,  come  i    gerosolimitani,    i 
teutonici  ec,  ed  altri  sono  cavalieri 
di  ordine,  di  croce,    e    di    collana , 
fatti  dai   principi,  come  quelli    della 
giarrettiera,  del  tosone,  dello  Spiri- 
to Santo  ec.  Non  sono  di  vita  mo- 
nastica, né  fanno  professione  di  rego- 
la, ma  solo  sono  sottoposti  alla  legge 
di  cavalleria,  fondata  in  termini  di 
onoi'e.   Altri  finalmente    sono    cava- 
lieri  dello  sperone  d'oro,  che    il  ci- 
tato Sansovino  chiama  comuni,  dap- 
poiché in  ogni  città,  da  ogni  prin- 
cipe erano  creati  di  qualunque  qua- 
lità   e   condizione ,    e    talvolta    non 
degni  del  cospicuo  grado .     Il    Can- 
cellieri, nelle   sue    Dissertazioni  bi- 
bliografiche, pag.    8,    facendo  il  pa- 
ragone se  sia  meglio  applicarsi  alle 
lettere,  o  alle  armi,  e  se  più  nobi- 
li  sieno   queste    o    quelle,  dice   che 
certamente  i  dotti  sono  stati    consi- 
derati per  eguali  ai  militi,  o  cava- 
lieri, essendovi  i  milites  litteratij    i 
milìtes    clerici,    senza    parlare    del- 
l' antico  detto,  cedunt  arnia    togae. 
Vi  ha  una  decisione  di  Bartolo,  da 
cui  rilevasi,  che  dopo  un    decennio 
d' insegnamento,  un  dottore  di  gius 
era  ipso  facto  cavaliere.  V.  Bettinelli, 
Risorgimento  ec,  l.    122. 

Origine  de^  Cavalieri    e  loro    diffe- 
renti specie. 

Si  crede  che    l' origine    de'  cava- 
lieri rimonti  alla  più   remota  anti- 


^  CAV 

chità,  e  sia    un    ritrovato    di    quei 
primi,  che  erano  mossi  o  da  ingim'ia 
ricevuta,  o   da  onesta  volontà  di  ri- 
cuperare il  perduto,  o  da  voglia  di 
conquistare,  o  di  procacciarsi  gloria. 
Ne  riporta  alcuni  esempi  il  menzio- 
nato Sansovino,  aggiungendo  che  fra 
i    romani    l'origine    de' cavalieri    si 
deve  a  Romolo,   dappoiché   avendo 
stabilito  il  suo  stato,  gli  diede    per 
grandezza,  e  maggior   sicurezza    tre 
centurie  di  cavalieri,  la  prima  chia- 
mata Ramnense  dal  nome    di    Ro- 
molo, r  altra   Tiziense  da  Tito  Ta- 
zio re  sabino,  la  terza  Luceria.  Non 
fa  Tito  Livio  altra  menzione  di  ca- 
valieri: molto  ne    pai'la    Plinio    nel 
libro  XXXIII  capo  li,  dicendo  fra 
le  altre  cose,  che  dopo  molte    mu- 
tazioni fatte  dell'  Ordine  de'  cavalie- 
ri.   Cicerone  fu    finalmente    quello, 
che  stabili  l'Ordine  equestre  nel  suo 
consolato,  e  lo  pacificò  col    senato, 
gloriandosi  anch'  egli  di  essere  usci- 
to da  loro.  Il    perchè    appunto    da 
quell'epoca    l'Ordine    equestre    co- 
minciò ad  essere  il  terzo  corpo  nel- 
la repubblica,  e  s'incominciò    nelle 
iscrizioni  ad  aggiungersi  al    senato , 
ed    al    popolo  romano,    mettendosi 
dopo  di  questo  siccome  aggiunto  di 
nuovo.    Tuttavolta    il    Giustiniani  , 
Historie   cronologiche  degli   Ordini 
equestri j  pag.  4,  chiama  quelli  isti- 
tuiti da  Romolo,  dei   Cornicularii , 
e  fa   menzione  dei  Rndiani,  Ranicn- 
si,  e  Taziensi,  tutti  Ordini  equestri 
de'  romani.  L' intenzione  pertanto  di 
quello,  che  pel  primo  ordinò   cava- 
lieri, fu   per  servirsi    dell'  altrui  va- 
lore militare,  o  per  custodire  la  pro- 
pria persona,  o  per  guardia  del  pub- 
blico.   11    valore    militare    fu  adun- 
que eletto  dal  principe  come  prima- 
rio oggetto  di  essere  esaltalo  ed  o- 
norato  a  questo  grado  di  cavalleria, 
senza  punto  riguardo  alla    nobiltà, 


CAV 

ricchezza,  ed  altro  della  persona  am- 
messa all'  Ordine  equestre,  che  per 
altro  dovea  essere  fornita  di  valore, 
l'cligione,  e  belle  doti,  e  più  degli 
altri  era  obbligata  a  servire  il  prin- 
cipe con  fedeltà. 

Volendo  poi  dire  de'  cavalieri  ro- 
mani antichi  suaccennati,  essi  divide- 
vansi  in  tre  ordini,  o  classi,  cioè  in 
senatori,  in  cavalieri,  ed  in  plebei. 
I  cavalieri,  come  dicemmo,  sino  dal- 
la fondazione  di  Roma  ,  erano  quelli, 
che  nelle  guerre  esercitavano  la  mi- 
lizia a  cavallo,  somministrato  loro  e 
fornito    dal   pubblico    erario.    Dopo 
r  istituzione  di  Romolo  primo  re  di 
Roma,  vennero  ampliati  nel  numero 
prima  da  Tarquinio  Prisco  quinto  re, 
e  poscia    da    Servio    Tullio   di    lui 
successore,  il  quale  li  decorò  di  piìi 
splendido  ed  onorevole  grado  di  di- 
gnità.  In  progresso,  essendo  salito  il 
popolo  romano  al  sommo  di  grandez- 
za e  possanza  per  le  vaste  sue  conqui- 
ste, principiò  a  ricevere  ne'  suoi  e- 
serciti  la  cavalleria   delle  vinte    na- 
zioni, per  lo  che  l'Ordine    de' cava- 
lieri soffrì  vm  notabile  cambiamento  : 
laonde  all'epoca  dei  Gracchi,  e  nel 
cominciar  del  consolato  di  Cicei'one, 
i  cavalieri   altro  non  erano  che  una 
classe  di  cit,txdini  doviziosi  non   ap- 
partenenti alla  milizia  inferiore,   né 
al  ceto  dei   patrizi,  superiore  però  a 
quello    della    plebe ,    disfinguendosi 
principalmente  da   questa  per  un  a- 
nelio  d'  oro,  che  portavano  lìel  dito, 
secondo    il     costume    degli     antichi 
cavalieri     appartenenti     all'esercito  , 
come  meglio   si    dirà.    Godevano    i 
cavalieri   romani   molli    privilegi,    e 
molte  preeminenze,  una  delle    quali 
era  di  poter  passaré^-n^novero  d'.'sc- 
natori  quando  il  merito  ne  li  rendeva 
degni.  A  tal  effetto  ogni  cinque  an- 
ni  venivano  passati  in  rassegna  dai 
censori,  che  rigorosamente   ne    csa- 


CAV 

minavano  le  azioni,  e  trovatele  de- 
gne    (li  castigo,     o    vedendoli     an- 
dati in    miseria  a    cagione  dei  vizii, 
li  privavano  della     cavalleria,     e  li 
riducevano  all'ordine  de'plebei.  Ri- 
guardo    poi     alle     vestiinenta     dei 
cavalieri,     siccome     è     nolo     che     i 
romani  usavano    la  tonaca    cui    so- 
vrapponevano   la    toga,    cos\    veni- 
vano distinti  in  diversi  ordini    dal- 
l'essere   essa  pili   o    meno    ornata, 
ovvero  affatto  semplice.  Ed  è    per- 
ciò, che  i  plebei  vestivano  toga    li- 
scia, i   senatori    ornata    con    grandi 
fregi  di  porpora,  e  i    cavalieri    con 
altrettanti  ornamenti,  ina   di    minor 
grandezza.   Questa  toga  poi  dicevasi 
clava ta^  perchè  gli  ornati  erano    a 
foggia  delle  teste  de'  chiodi,  sebbene 
da  molti  si    ritenga,  che    tali    fregi 
altro  non  fossero  che  fiori,  o  liste  di 
porpora  di  maggior  o  minor   gran- 
dezza, a    seconda  dell'  ordine    della 
persona.  Certo    è  che    la    toga    pei 
romani    era  come  il   manto  ai  gre- 
ci, che  assumevano  sulla  tonaca,  la 
quale    solo    cuopriva    le    ginocchia, 
mentre    quella   essendo    amplissima, 
giungeva  sino  a  terra.   Alcuni  asse- 
riscono, che  la  toga  fosse  chiusa  di- 
nanzi, e  serrala  ai  fianchi  con  una 
cintura;  ma  i  più  vogliono,  che  fosse 
interamente  aperta,   e  fermata    solo 
su  di  una  spalla,     per    lasciar  libe- 
ro r  uso  del  destro  braccio,  il    che 
vediamo  ne' monumenti,  che  tuttora 
ci  restano.    Tuttavolta    il    principal 
distintivo    de'  cavalieri    romani    era 
l'anello    d'oro,    cui    portavano    nel 
dito  anulare  della    mano    destra,  il 
quale  vuoisi  che    fosse    semplice,    a 
distinzione  dei  senatori,  1'  anello  dei 
quali   aveva  in    mezzo    una    pietra. 
Però  alcuni  sono  di    opinione,    che 
s^i  r  uno  che  l' altro  fossero    intera- 
mente simili,  il  che  sembra  più  pro- 
babile, serveudosi  gli  antichi  di  ta- 


CAV  9 

li  anelli  per  sigilli,  come  dicesi  al- 
l'articolo Anello  {Vedi),  e  portandolo 
i  plebei  di  ferro.  K.  il  citato  Bo- 
nanni  pag.  XCIX,  del  cavaliere  ro- 
mano antico. 

Succeduti    alla  romana  repubbli- 
ca gì'  imperatori,  non    solo    conser- 
varono gli  Ordini  equestri,  ma  ezian- 
dio ne  istituirono    di    nuovi,    come 
abbiamo  dal  citato  Giustiniani  pag. 
4,  notando  per  uno  dei  più    cospi- 
cui quello  de'  cavalieri  augustali    i- 
stituiti  da  Tiberio,  Di  quest'Ordine 
fregiò  queir  imperatore  sì  Druso  suo 
figliuolo,  e    sì  Tito,  Claudio,  e  Ger- 
manico di  lui  nipoti,  senza    mento- 
vare altri  personaggi.    Seguì    poscia 
1'  erezione   dell'  Ordine   equestre  del 
cinto  e  speroni  d'oro,  poi  cambia- 
to   nel    cinto    della    spada    colf  uso 
degli  speroni,  che  nell' armare  ogni 
cavaliere     di     onore    si     accostuma 
dai  principi.  Vuole    inoltre  il    San- 
sovino,  trattando    della   dignità    dei 
cavalieri,  che  gl'imperatori,  ad  imi- 
tazione   degli    antichi    romani,  pre- 
miassero q'uelli,  che  si  erano  distin- 
ti   per    valore     guerriero    con    co- 
rone   a    proporzione    de'  fneriti;    il 
perchè  sono  note  le  corone  di  quei*- 
cia,  di  gramigna,  d'olivo,  di  mirto, 
d'  oro  ec,  non  che  con  donativi  di 
cavalli,  armi,  ed  abbigliamenti  mi- 
litari, mentre  chi  li  riceveva,  diligen- 
temente   conservava    tali     onorevoli 
testimonianze  a    perenne    memoria. 
GÌ'  imperatori,  a  chi  avevano  distin- 
to col  nome  di  cavaliero,  diedero  il 
titolo  di  commilitone,  od    altri   no- 
mi   rispettabili ,    per    eccitare   viep- 
più la  virtù  e  il  coraggio  in    loro, 
e  destare  1'  emulazione  negli  altri. 

In  Firenze  vi  aveva  una  compa- 
gnia di  volontarii,  che  erano  de'più 
celebri  giovanetti  della  città  ,  e 
chiamavansi  cavalieri  della  bandai 
per  un'  insegna   eh'  essi    portavano , 


IO  CAV 

di  colore  rosso  in  campo  verde.    Il 
Villani  fa  menzione  tie'  cavalieri  ban- 
'    deresi,  e  di  corredo,  de'  cavalieri  di 
scudo,  d'  un  cavaliere  fatto  dal  sin- 
daco del    popolo  romano    all'  altare 
di  s.    Pietro,    bagnato    nella    conca 
del  paragone,  ove  si  bagnò  Costan- 
tino.  Tale  fu  anco  Cola  di   Rienzo, 
famoso  tiùbuno  di  Roma  nell'  assen- 
za de'  Papi  in    Avignone,    il    quale 
prese  i  pomposi  titoli  di  candidato 
dello  Spirito    Santo,     cavalier   Ni- 
cola Severo,  clemente  liberatore   di 
Roma,  zelatore  dell'Italia,  amatore 
del  mondo,    e    tribuno   augusto,    e 
con  essi  sottoscriveva  le  sue  lettere; 
ed  allorquando  riportò  una  vittoria 
sui  Colonnesi,  prese  di  ciò  argomen- 
to per  armare  il  suo    figliuolo   ca- 
valiere  della    vittoria.    In    Francia 
prima  di  tal' epoca,  già    nel    secolo 
decimo,  l'Ordine  cavalleresco  consi- 
steva   in    im' associazione    di    nobili 
uniti  per  la  protezione  dei    deboli, 
e  per  comune  difesa  contro    gli    a- 
busi,  che  derivavano  dalla  confusio- 
ne dei  poteri    feudali ,  anzi  nel  de- 
clinare del  secolo  XI  questa  riunio- 
ne di  guerrieri  prese  una  forma  le- 
gale insensibilmente,  pei-chè  illustrata 
dall'  ei'oismo,  e  prese  un   posto  fra 
le  istituzioni.  Ed  è  perciò,  che  sem- 
pre più  il  titolo  di  cavaliere  fu  con- 
.siderato    una    dignità,  che    dava    il 
primo  rango  nell'Ordine  militax-e,  e 
non  conferi  vasi  se    non    per    mezzo 
d'una  specie  d'investitura,  con    ce- 
rimonie e  giuramenti.  Sino  dall'età 
di  sette  anni  al  giovane  destinato  a 
divenir  cavaliere ,    davasi  una    edu- 
cazione   guerriera     e    leligiosa .     Il 
primo  grado  era  quello  di  paggio , 
quindi  di  scudiero,  e  nel    terzo  lu- 
stro dell'età  i  suoi  genitori    lo  pre- 
sentavano con  una  candela  all'altare 
])er  farne  oblazione.  Il  sacerdote  cele- 
brante toglieva  dalla  mensa  dell' al- 


CAV 

tare,  una  spada,  e  una  cintura ,  e 
dopo  averle  benedette  ,  ne  cin- 
geva il  fianco  del  giovanetto,  che 
allora  principiava  a  portarle.  Questi 
scudieri  si  dividevano  in  più  classi: 
eranvi  gli  scudieri  di  onore,  o  del 
corpo,  cioè  della  persona  del  princi- 
pe o  della  dama;  eravi  lo  scudiere 
di  camera,  o  ciambellano,  lo  scudiere 
scalzo,  il  coppiere,  lo  scudiei'e  della 
scuderia ,  della  panettei'ia  ec.  Nei 
combattimenti  lo  scudiere  era  atten- 
to ai  movimenti  del  suo  signore 
per  somministi'argli,  quando  occorres- 
se, nuove  armi,  riparargli  i  colpi,  rial- 
zarlo se  caduto,  e  dargli  un  altro  ca- 
vallo, tenendosi  solo  nei  limiti  della 
difesa.  Quindi  all'età  di  ventuu  an- 
no gli  scudieri  potevano  essere  pro- 
mossi al  cavalierato.  Ciò  per  altro  non 
si  osservava  per  tutto.  Dalle  storie  di 
Spagna  abbiamo,  Surita  lib.  2.  capo 
5,  che  i  re  d'  Aragona  giunti  alla 
età  di  venti  anni,  oppure  contraendo 
matrimonio,  erano  armali  cavalieri,  e 
senza  ricevei'e  la  C(«'ona  erano  chia- 
mati re,  il  perchè  Innocenzo  III  nel 
1206,  diede  loro  il  privilegio  di  esse- 
re coronati;  e  quando  Pietro  III  ve 
d'Aragona  meritò  nel  1283  le  cen- 
sure ecclesiastiche  di  Martino  IV , 
volle  intitolarsi  Pietro  d' Aragona 
cavaliere  padre  di  due  re,  e  signore 
del  mare. 

In  progresso  si  crearono  dai  piin- 
cipi  sovrani  cavalieri  anche  in  tempo 
di  pace,  non  perchè  essi  sieno  milita- 
ri, ma  perchè  come  i  militi  fossero 
ornati  di  egual  dignità,  e  relativi  pri- 
vilegi, e  quanto  più  il  principe  è  pos- 
sente, tanto  è  più  cospicuo  il  cavaliere 
fatto  da  lui.  Fra  le  cerimonie,  che 
praticavansi  nella  creazione  d'un  ca- 
valiere in  tempo  di  pace,  si  faceva 
precedere  la  fimzione  dai  digiuni , 
e  dalle  preghiere,  ed  eranvi  dei 
padrini  per  armarlo.  Gli  si  poneva- 


CAV 

no  gli  speroni  cominciando  dai  sini- 
stro, la  corazza,  i  bracciali,  le  mano- 
pole, poscia  gli  si  cingeva  la  spada, 
dandoglisi  da  quello,  che  conferiva  il 
grado,  tre  colpi  di  spada  sulla  spalla 
o  sul  collo,  per  significare  tutti  i  tra- 
vagli, ai  quali  doveva  essere  prepara- 
to. Indi  gli  si  diceva:  zrt  nome  diDio, 
ovvero  di  un  santo,  io  tifo  cavaliero, 
sii  pio  e  coraggioso.  Allora  gli  si  pre- 
sentavano il  cimiero,  lo  scudo,  la  lan- 
cia, ed  un  cavallo,  eh'  egli  montava 
air  istante,  e  caracollava  con  leggia- 
dria coir  asta,  o  colla  spada. 

Quando  gì'  imperatori  romani  si 
portarono  a  Roma  per  essere  corona- 
ti dal  Papa  nella  basilica  vaticana,  par- 
tendo quindi  con  solenne  cavalcata  per 
la  basilica  latei'anense,  e  venendo  ac- 
compagnati sino  a  Castel  s.  Angelo 
dai  medesimi  Pontefici,  giunti  sul  con- 
tiguo ponte  Elio,  solevano  creare  al- 
cxmì  cavalieri.  Di  fatti  abbiamo  fra 
gli  altri,  che  l'imperatore  Sigismon- 
do,  dopo   essei'e  stato  coronato  nel 
1433  da  Eugenio  IV,  fermandosi  sui 
ponte  s.  Angelo,  creò  molti  cavalieri 
aureati  tanto  italiani  che  tedeschi,  del- 
la quale  cosa  parla  l' annalista  Rinal- 
di, presso  un  codice  mss.  di  Paolo  Re- 
nedetto  maestro  di  cerimonie.  Così 
Federico  III  imperatore,  nel   14^2, 
dopo  essere  slato  coronato  in  s.  Pie- 
tro, e  accompagnato  sino  a  Castello 
da  JNicolò  V,  nel  traversare  il  ponte  s. 
Angelo,  fece  molti  cavalieri  dello  spe- 
rone d' oro,  parlando  dei  quali  il  Bo- 
nanni  dice,  che  furono  duecento  set- 
tantacinque, e  il  Novaes  ne  enumera 
duecento  ottantuno  nella  vita  di  Nico- 
lò V.  Percuoteva  l'imperatore  ciascun 
cavaliere  per  tre  volte  colla  sua  spa- 
da. Il  Nauclero,  presso  il  mentovato 
Rinaldi  ad  annum  i^5i,  n.°  2,  ecco 
come  descrive  tal  funzione:  «  Caesar 
»  in  pontem  Hadx'iani  profectus  est, 
"  ubi  Albertum  fiatrem,  pKuesque 


CAV  II 

»  duces,el  comites  in  militiae  proveiit 
"  honorem ,  ter  quemque  perculiens. 
>'  Trecenti  co  die  percussi  milites  ". 
Racconta  poi  il  Platina,  nella  vita  di 
Paolo  li,  che,  ritornato  in  Roma  Fe- 
derico III,  fu  ricevuto  «lai  Papa  con 
grandissimo  onore,  e  eh'  egli  trovan- 
dosi in  castello,  li  vide  ambedue  sotto 
un  pallio  o  baldacchino,  mentre  tor- 
navano dal  Laterano  al  Vaticano,   e 
clie  il  Pontefice  si  fermò,  ed  aspettò 
sul  ponte,  finché  l'imperatore  creò  in 
quel  luogo  alcuni  cavalieri.  Dopo  che 
Carlo  V  fu  coronato  in  Bologna  nel 
1 53o  dal  Pontefice  Clemente  VII,  con 
esso  andò  per  la  città  in  solennissima 
cavalcata,  dopo  la  quale  si  recò  alla 
chiesa  di  s.  Domenico,  ove  i  canonici 
lateranensi  lo  fecero  canonico,  quindi 
lerminatd  tal  funzione,  l'imperatore 
creò  molti  cavalieri.  In  una  relazione, 
che  possedè  mss.  il  eh.  bolognese  Gae- 
tano Giordani,  ecco  quanto   si  legge 
avendola  riportata  nella  nota  67  nel- 
l' illustrazione  di  Lettera  inedita  ec. , 
Bologna  i84i-  sull'incoronazione  di 
Carlo  V  :  »»  l' imperatore  colla  spada 
»  nuda  toccava  la  testa  di  chi  voleva 
«  essere  cavaliere  dicendogli  esto  nii- 
»  les:  ma  allora  tanti  furono  i  chie- 
«  ditori  affollati  intorno  alni,  i  quali 
"  dicevano  :  Sire,  Sire,  ad  me,  ad  me, 
»»  eh'  egli  costretto  e  stanco,  sudando 
«  persino  nella  faccia,  per  togliersi  da 
»  quella  calca,  inchinò  sopra  tutti  la 
w  sua  spada,  ed  esprimendosi  verso  i 
»  cortigiani  colle  parole /io«/?oc?o  max, 
»  perfinire  soggiunse;  estote  milites: 
»  estote  milites  todos,  todos:  e  cosi  re- 
plicando, gli  astanti  si  partirono  cava- 
»  beri  e  contentissimi".  Ritornato  poi 
Carlo  V  alla  sua  residenza,  fece  cava- 
lieri quelli,  che  nella  cavalcata  avevano 
portato  le  insegne  o  stendardi  di  Bo- 
logna, cioè  i  gonfalonieri  del  popolo, 
delti   tribuni  della  plebe  del    primo 
quadrimestre.  1  sovrani  creano  oggi- 


12  CAV 

di  cavalieri  per  mezzo   de'  loro  di- 
plomi, e  talvolta  lo  fecero  anco  col- 
la viva  voce,  o  di  Ordini  equestri  da 
loro  istituiti,  o  di  altri  preesistenti. 
Secondo  il  Sansovino,  fu  Paolo  III, 
che  pel  primo  creò  cavalieri  in  Ro- 
ma, nomitiando  a  tal  onore  Nicolò  da 
Ponte  senatore  veneto.  Ma  prima  di 
lui  non  mancano  testimonianze,  come 
si  potrà  vedere  ai  rispettivi  articoli 
degli  Ordini  equestri,  anzi  si  legge 
nella  sua  vita,  che  eresse  un  Ordine 
di  quattrocento  cavalieri,  i  quali  com- 
peravano il  loro  posto,  e  ne  avevano 
dalla  dogana  la  rendita  annuale  di 
cento  scudi  :  certo  è  però  che  con  bol- 
la emanata  nel  i54o  Paolo  III  con- 
fermò i  privilegi  dei  cavalieri  dello 
sperone  d'oro.  Di  siffatti  cavaliew,  che 
appartennero  alla  classe  de'  vacabili, 
ne  furono  di  varie  denominazioni,  co- 
me di  cavalieri  di  s.  Pietro,  cavalieri 
di  s.  Paolo,  cavalieri  del  giglio,  j'ulii, 
pii,  laurelani,  e  simili.  Fra'  diversi  di- 
stinti ceti  della  corte  e  curia  roma- 
na, come  i  famigliari  nobili  ed  intimi 
dei  Papi,  neir  essere  dichiarati  conti 
palatini,  erano  pur  creati  cavalieri , 
anzi  concessero  i  Papi  ai  Cardinali  le- 
gati, ai  vescovi  assistenti  al  pontificio 
soglio,  e  ad  altri  personaggi,  il  privi- 
legio di  crearne  un  determinato  nu- 
mero. Ed  uno  dei  privilegi,  che  gode- 
va la  romana  principesca  casa  Sforza 
Cesarini,  non  comune  a  verun'  altra 
famiglia,  neppure  pontifìcia,  come  os- 
serva il  Ratti  della  famiglia  Sforza, 
Roma  1794  parte  I,  pag.  264,  265, 
e  ^.^Q,  era  quello  di  creare  cavalieri 
dello  sperone  d'oro,  o  milizia  aurata, 
non  che  conti  del  sagro  palazzo  ed 
aula  lateranensc.  Questa  rara  prero- 
gativa la  concedette  a   sì    celebre  e 
nobilissima  famiglia  il  sovrano  Pon- 
tefice Paolo  III,  Farnese,  in  conside- 
razione dei  grandi  meriti  e  lustro  di 
essa,  già  sovrana  del  ducato  di  Mila- 


CAV 

no,  e  di  altri  stati,  per  le  speciali  be- 
nemerenze che  aveva  colla  s.  Sede,  e 
per  la  stretta  parentela ,  cui  le  era 
congiunto.  Confermarono  tal  privile- 
gio Giulio  III,  Gregorio  XIII,  e  Sisto 
V,  per  cui  il  capo  della  famiglia  Sfor- 
za Cesarini  accordava  tal  distintivo,  a 
quelle  persone  che,  ne  reputava  degne 
per  ingegno,  e  virtù,  con  diploma  che 
spediva  in  Genzano  o  altro  suo  feudo. 
1^.  Litlercp.  aposlolicce  quihus  nonnulla 
de  equestri  auratae  militiae  decernun- 
iur,  che  il  regnante  Papa  Gregorio 
XVI  emanò  a'  3i  ottobre  i84i-  Con 
tali  lettere  ,•  nel  ritornare  all'antico 
splendore  l' ordine  dello  sperone  d' o- 
ro ,  ha  il  Pontefice  stabilito  anco  i  com- 
mendatori fissando  per  Io  stato  ponti- 
fìcio il  numero  di  essi  a  centocinquan- 
ta, e  quello  dei  cavalieri  a  trecento  ;  ha 
aggiunto  al  nastro  rosso  di  seta  il  colo- 
re nero,  e  sullo  smalto  bianco  della  cro- 
ce, l'immagine  di  Papa  s.  Silvestro  I  ; 
ed  ha  derogato  al  pi'ivilegio  che  i  pre- 
decessori aveano  accordato  ad  alcune 
distinte  famiglie,  di  concedere  cioè  il 
medesimo  ordine,  acciocché  in  appres- 
so non  abbia  alcuna  forza,  e  vigoi'e. 
Di  quest'Ordine  poi  equestre,  ed  au- 
rato, comechè  se  ne  parli  all'  articolo 
Sperone  d'oro,  diremo  che  vuoisi  isti- 
tuito da  Costantino  il  Grande,  e  con- 
ferito a  quelli,  che  in  privato  e  in 
pubblico  facevano  continuamente  la 
guardia  alla  sua    persona ,    come  le 
guardie  nobili,  e  gli  svizzeri  la  fanno 
oggidì  al  Papa.  In  oltre  legavano  ai 
piedi  dell'imperatore  gli  sproni,  don- 
de presero  il   nome  e  l'impresa  i  ca- 
valieri, portando  nel  petto  la  croce 
a  otto  punte  collo  sprone  pendente. 
S.  Pio  V  volle  ripristinarh  sotto  il  no- 
me di  pii ,  ed  ampliarli ,    prescrisse 
che  essere  dovesse  nobile  la  posterità 
di  un  cavalierato  cui    assegnò   ren- 
dile,   in    seguito    però    continuò    a 
chiamarsi  dello  sperone  d'oro.  Vuol- 


CAV 

si  ancora,  che  l'Ordine  dello  spe- 
rone d' oro  fosse  approvalo  da  s. 
Silvestro  I ,  e  che  ne  decorasse  lo 
slesso  Costantino  istitutore.  J\on  ha 
guari  in  Roma  si  sono  ristampale 
le  Memorie  storiche  siiW  anticliilà , 
ed  eccellenza  dell'  Ordine  aurealo, 
ossia  dello  spron  d' oro. 

Finché  durò  la  repubblica  veneta, 
questa  teneva  un  ambascialore  a  Ro- 
ma presso  il  Papa,  e  prima  di  par- 
tire dalla  sua  ambasceria  veniva 
creato  cavaliere  della  milizia  aurata 
con  quelle  formalità ,  e  cerimonie, 
che  andiamo  a  descrivere,  mentre 
è  degno  di  osservazione,  che  a  nin- 
no de'  suoi  ambasciatori  la  repubbli- 
ca permetteva  ricevere  decorazio- 
ni equestri ,  meno  che  dalle  ma- 
ni del  Sommo  Pontefice.  La  fun- 
zione si  faceva  nel  palazzo  apostoli- 
co abitato  dal  Papa  nella  camera 
dell'udienza  privala  ,  se  l'ambascia- 
tore era  incognito,  e  nella  stanza 
avanti  la  cappella  segreta  del  Qui- 
rinale, ed  in  quella  del  s.  Offizio  al 
Vaticano ,  o  nella  camera  de'  para- 
menti, se  r  ambasciatore  aveva  lat- 
to il  pubblico  ingiesso  in  Roma , 
nel  qual  caso  adoperavasi  la  sedia 
gestatoria,  perchè  la  funzione  si  lé- 
ceva in  pubblico,  mentre  nella  pri- 
vata ,  il  Papa  adoperava  una  sedia 
camerale.  V'intervenivano,  mediante 
pontifìcio  invilo,  i  Cardinali  veneziani, 
oltre  il  Cardinal  segretario  di  slato, 
vestitii  di  sottana,  rocchetto,  mezzetta 
e  manlelletta,  sedendo  nei  banchi,  ed 
Alessandro  \  111  vi  fece  assistere  an- 
che i  Cardinali  aggregati  alla  nobil- 
tà veneziana,  alla  cui  nazione  egli 
apparteneva.  11  Diario  di  Rovi  a  ^ 
num.  3i3  dell'anno  17 19,  riporta 
la  funzione  fatta  da  Clemente  XI , 
coll'ambascialore  veneto  nobile  Duo- 
do,  il  quale  fu  coi»dollo  in  carroz- 
za al  palazzo  apostolico,  dal  conci  t- 


CAV  i3 

ladino  Cardinal  Priuli ,    che    è    del 
seguente  tenore. 

Clemente  XI  assiso  sotto  baldac- 
chino sulla  sedia  gestatoria  nella 
camera  de'  paramenti,  e  vestito  di 
sottana,  (àscia,  rocchetto,  mezzetta 
e  stola ,  ricevette  l' ambasciatore  in 
abito  senatorio  a'  suoi  piedi,  accom- 
pagnalo dai  maestri  delle  cerimonie, 
dopo  aver  fatto  le  tre  consuete  ge- 
nuflessioni ,  mentre  due  cappellani 
segreti  ginocchioni  ai  lati  del  Pa- 
pa, sostenevano  l'uno  il  secchio  del- 
l'acqua santa  coll'aspersorio,  e  l'altro 
la  spada  nuda  d'oro  ornala  di  dia- 
manti. Clemente  XI ,  deposto  il  ca- 
mauro,  si  alzò  in  piedi,  e  servito 
di  libro  e  candela  da  dvie  arcive- 
scovi assistenti  al  soglio,  benedi  la 
spada  colle  preci  del  pontificale  ro- 
mano, e  ricevuto  dal  Cardinal  de- 
cano l'aspersorio,  la  bened'i,  ricevendo 
pure  dal  medesimo  la  spada,  la  quale 
pose  nelle  mani  dell'ambasciatore  di- 
cendo: »  Accipe  gladium  istum,  in 
«  nomine  Patris,  et  Filii,  et  Spiri- 
»  lus  Sancii ,  ut  eo  utaris  ad  de- 
»  fensionem  tuam,  ac  sanclae  Dei 
«  Ecclesiae,  et  ad  confusionem  ini- 
'»  micorum  crucis  Cbristi ,  ac  fidci 
»  christianae,  et  quantum  humana 
»  fragililas  permiserit ,  cum  eo  ne- 
»  mine  in  injusle  la-das  ;  quod  ipse 
»  praistare  dignetur,  qui  cum  Patre, 
»>  et  Spiritu  sancto  vivit  et  nguiit 
"  Deus  per  omnia  ssecula  saeculoruni. 
»  Amen  ".  11  piimo  maestro  delle  ce- 
rimonie Cassina  prese  quindi  la  spa- 
da dall'ambasciatore ,  la  ripose  nel 
fodero,  passandola  a  d.  Carlo  Alba- 
ni nipote  del  Papa,  che  la  cinse  al 
fianco  dell'ambasciatore,  il  quale  al- 
zatosi in  piedi,  dopo  averla  cavala 
dal  fodero,  tre  volte  spiritcsanienle 
la  mosse,  ed  avendola  strisciala  sul 
b)  accio  sinistro,  la  ripose  nel  fodero. 
Indi  il  Pontefice    pxese    dalle  muui 


14  CAV 

del    Cardinal    decano    una    preziosa 
collana  d'oro  lavorata,  con  medaglia 
.simile    pendente ,  col    ritratto   dello 
stesso  Clemente  XI    da   una  parte , 
e  nel  rovescio  coli' immagine  del  Sal- 
vatore in  atto  di  sostenere  la  croce 
coH'epigrafe  :  factvs  est  principatvs 
Ejus  svPER  HVMERVM  Ejvs.  Il  Papa  la 
pose  al  collo  dell'ambasciatore,  dan- 
dogli l'abbraccio  di  pace  ,    dicendo  : 
Pax    tecurn.    L'ambasciatore  allora 
tornò  a  sfoderare  la  spada ,    la   de- 
pose nelle  mani    del  Pontefice,  che 
tre  volte    leggiermente    gliela    battè 
sulle  spalle,  dicendo  :  Esto  miles  pa- 
cificus^  strenuus,  Jidelis,  et  Deo  de- 
voluf.  Ripigliata  dall'ambasciatore  la 
spada,  e  postala  nel  fodero,  il  Papa, 
dandogli  un  piccolo  schiaffo,  gli  dis- 
se :  Exciteris    a  sornno    malitiae,  et 
vigila  in  fide   Christi,  et  fama  lau- 
dabili.  Ciò  detto,  il  marchese  Astal- 
li capitano  delle    guardie  del  corpo 
pose    all'  ambasciatore    gli     speroni 
d' oro  di  squisito  lavoro  (i  quali  in 
uno  alla  spada  siccome  erano  degli 
ambasciatori ,  dovevano  precedente- 
mente mandare  al  palazzo  apostolico), 
mentre    il    Papa  diceva  :    Speciosus 
forma  prae  Jìliis  homimimj    acciri' 
gere  gladio  tuo  super  femur  tuum, 
potentissime:  indi  Dominus  vohiscuniy 
coll'orazione  propria.  Dopo  di  che, 
l'ambasciatore  baciò  il  piede  al  Pon- 
tefice ringraziandolo  ossequiosamente, 
e  ne  ebbe  amorevole  risposta  in  lo- 
de della  repubblica ,    e  della  di  lui 
persona,  e  nobilissima  prosapia  Duo- 
do.    Quindi    il  Cardinal  primo  dia- 
cono levò  la  stola    a   Clemente   XI , 
che,  benedetti  i  Cardinali,  e  l'amba- 
sciatore col  suo  corteggio,  fl^ce  ritor- 
no alle  sue  camere,  mentre  l'aniba- 
scialore  avendo    deposta  la  collana, 
la  spada,  e  gli  speroni  (che  ritirò  (ut 
suo  famigliare,    per    attendt;re    the 
la    repubblica,  lu  quale    uou   vulu- 


CAV 

va    che    a'  suoi    sudditi ,    come    di- 
cemmo, si  conferissero  ordini  eque- 
stri, avanti    che  gli    mandasse  quel- 
lo   dello    stolone    d'oro,   cui    sole- 
va mandare    a    Roma  contempora- 
neamente al   suo    ambasciatore    fi-e- 
giato     dal    Papa    delle    insegne    del 
cavalierato  della  milizia  aurata) ,    si 
restituì  col  Cardinal  Priuli  al  palazzo 
di    s.    Marco    sua    residenza.    Nella 
mattina   seguente   l'ambasciatore  pel 
suo  maestro    di  camera,    mandò  al 
Papa     in    donativo     un    quadi'o    di 
cristallo  intagliato,  rappresentante  un 
miracolo  di  s.   Clemente  ;  ed  il  pre- 
fetto delle  cerimonie    pontificie     ri- 
mise all'ambasciatore  il  consueto  ro- 
gito da  lui  come  protonotario  apo- 
stolico rogato,  facendo  fede  della  fun- 
zione seguita ,    ed  aggregazione  alla 
milizia  equestre  aurata,  alfine  di  go- 
derne le  preeminenze  e  le  prerogative 
relative.  Talvolta  è  poi  avvenuto,  che 
la  spada  venisse  cinta  da  un  principe 
romano,  o  dal  principe  assistente  al 
soglio,    e    che  gli  speroni,    in   man- 
canza dei  capitani  delle  guardie  del 
corpo    o    cavalleggieri ,    fossero  posti 
all'ambasciatore    dal   capitano    della 
guardia  svizzera    pontificia,   come  si 
legge  nel   numero  8 1 3    del    Diario 
RonianOj  che  descrive  quando  Inno- 
cenzo XIII  nel  ijii  decorò  dell'Or- 
dine equestre  1'  ambasciatore  veneto 
Cornaro.  Analogamente  alle  descritte 
cerimonie,    il  citato  Sansovino,  par- 
lando   delle    insegne    de'  cavalieri, 
pag.  8,  dice  che  se  l'anello  era  an- 
ticamente distintivo  cavalleresco,  po- 
scia i  principi  adottarono  lo  sperone 
d'oro,  o  di  metallo  dorato,  e  vuole 
che  Filelfo,  il  quale  fiori  nel  XV  seco- 
lo, [)el  primo  chiamasse  per  tal'insegna 
i   cavalieri  aurcati  ;  e  che  il  donativo 
<l('gli  speroni  voglia  significare  come 
r  uill/io  del  cavalicro    si  dee  fare  a 
cavallo,    col  quale   appunto  si  ado- 


CAV 
pera  Io  sprone.  Anticamente,  se  il 
cingolo,  o  cintura  ,  che  si  pone  al 
cavaliero,  fosse  stato  perduto,  egli  re- 
stava privtìto  dei  privilegi  e  delle  pre- 
rogative, che  gli  concedevano  le  leg- 
gi; quindi  è  che  il  principe  creando 
un  cavaliere,  gli  cinge  la  spada, 
ovvero  con  essa  gli  tocca  la  testa 
per  significare,  che  colla  spada  dee 
mostiare  il  suo  valore,  per  cui  è 
fatto  cavaliero,  e  con  quella  difen- 
dere il  suo  promotore,  dovendo 
perciò  essere  coraggioso  e  virtuoso. 
Riguardo  poi  al  conferimento  della 
collana,  come  particolar  insegna  di 
special  favore,  ricorda  il  detto  San- 
sovino,  che  i  nobili  romani  usavano 
nella  giovanile  età  la  bolla  d' oro 
appesa  al  petto,  e  che  Faraone  vo- 
lendo esaltare  Giuseppe,  gì'  impose 
al  collo  una  collana  d'oro;  mentre 
gli  stessi  lomani  nelle  guerre  dava- 
no ai  loro  confederati  collane  d'oro, 
ed  ai  propri  concittadini  solo  colla- 
ne d' argento,  ciò  che  in  seguito  fu 
imitato  dagl'  imperatori,  solendo  do- 
nare collane  di  due  specie,  chiamate 
duplares  e  simplares^  a  proporzione 
dei  meriti  di  quello  cui  volevano 
onorare.  E  finalmente  egli  dice,  che 
per  riguardo  al  colore  delle  insegne 
di  cavaliero,  il  rosso  fu  il  principale. 
Gli  altri,  come  le  insegne,  le  deco- 
razioni, gli  emblemi,  le  croci  ec. 
furono  espressamente  stabiliti  dai  fon- 
datori degli  Ordini  militari  ed  eque- 
stri ,  pei  motivi  per  cui  l' istituirono, 
siccome  può  vedersi  agli  articoli 
rispettivi,  ove  si  scorgeranno  gli  Or- 
dini equestri  eziandio  di  donne. 

I  Diari  di  Roma  riportano  le 
funzioni  e  le  cerimonie  praticate 
nel  conferimento  degli  Ordini  eque- 
stri in  Roma,  sia  dal  Papa,  che 
dai  Cardinali,  ed  altri.  Si  legge,  nel 
numero  226  dell'anno  17  18,  la  fun- 
zione pel  cavalierato  di  Oisto  con- 


CAV  l'i 

ferito  da  un  Cardinale,  con  facol- 
tà compartitagli  da  Clemente  XI,  al 
cavalier  Rusconi  scultore,  di  quattro 
statue  degli  apostoli  per  la  basilica 
lateranense.  Fu  eseguita  quella  fun- 
zione dal  Cardinale  nel  proprio  pa- 
lazzo, sotto  il  trono,  con  rocchetto 
scoperto,  cioè  con  sottana  e  moz- 
zelta.  Nello  stesso  numero,  pag.  24, 
egualmente  si  legge,  che  i  cavalieri 
di  s.  Stefano,  nella  chiesa  di  s.  Ca- 
terina da  Siena,  dopo  la  messa  can- 
tata, diedero  l'abito,  e  la  croce,  e 
posero  la  spada  e  gli  speroni  ad  un 
nuovo  cavaliere;  quindi  nel  numero 
636  nel  detto  anno  1718,  nei  nu- 
meri 199,  e  200,  legeesi  il  diploma, 
e  la  funzione  dell'Ordine  della  Cro- 
ciera fatto  conferire  dall'  imperatri- 
ce, per  le  mani  del  Cardinal  Scrat- 
tembach,  comprotetton;  di  Germania, 
alla  marchesa  Lancia  IJichi,  dimo- 
rante nel  monistero  di  s.  Anna, 
nella  cui  chiesa  ebbe  luogo  la  fun- 
zione. Nel  Diario  dell'anno  1721 
viene  riportato,  che  il  priore  dell'Or- 
dine di  s.  Stefano,  nella  chiesa  di 
s.  Giovanni  de' fiorentini,  diede  l'abito 
militare  di  cavaliere  di  giustizia  a 
certo  Valletti,  il  quale,  secondo  il 
costume,  fece  dispensare  i  guanti  agli 
astanti.  11  numero  648  del  medesi- 
mo anno  racconta,  che  il  gran  priore 
di  R.oma  dell'Ordine  gerosolimitano 
presentò  ad  Innocenzo  XIII ,  per 
parte  della  sua  religione,  due  croci, 
una  delle  quali  gioiellata,  pel  di  lui 
nipote  d.  Carlo,  che  il  medesimo 
Papa  aveva  dichiarato  cavaliere  mi- 
lite di  giustizia;  quindi  il  Pontefice, 
dopo  aver  celebrato  la  messa,  assiso 
in  trono  in  una  delle  sue  camei-e, 
pose  al  petto  del  principe  nipote  la 
croce  di  Malta.  Il  numero  729  del- 
l'anno 1722  riporta  la  decorazione 
dell'Ordine  della  croce  stellata  ,  con- 
ferito nella   chiesa    d'Araceli  dal  p. 


i6  CAV 

Diaz    teologo    imperiale,    per   coin- 
inissioiie  dell'  imperatrice  presidente 
dell'Ordine,    alla    marchesa    Acco- 
ramboni  del  Drago.   Nel    1782   Cle- 
mente XII   fece  decorare  l'architetto 
Ferdinando  Fuga  colia  croce  di  ca- 
valiere,    da     monsignor     Acquaviva 
maggiordomo,  che  gliela  impose  nel- 
la   sua    cappella,     come    si    ha    dal 
numero  2362.  Nel   lySS  Benedetto 
XIV,  ad  istiUiza  del  re  di  Sardegna, 
diede  formalmente  la  croce  di  com- 
mendatore dell'Ordine  de'  ss.  Mauri- 
zio e  Lazzaro,    al  proprio  nipote  d. 
Giovanni  Lambertini,  nel  modo  che 
descrive  il  numero  632 1;  mentre  il 
numero    8248,    dell'anno    177 1,  ri- 
porta  quando    Clemente   XIV    creò 
cavaliere    aureato   Nicolò  Erizzo  II, 
ambasciatore    della    serenissima    re- 
pubblica di  Venezia.  I  numeri  io54, 
e    io58  del  citato  Diario  di  Roma, 
anno    1784,    riportano,  che  Pio  VI 
nella  sala  del  concistoro,  e  colle  pre- 
scritte    cerimonie    vestì     monsignor 
Braschi  suo  nipote,  che  precedente- 
mente   avea    dichiarato  gran  priore 
di  Malta  in  Roma,  dell'abito  e  della 
croce  dell'Ordine    de' ss.   Maurizio  e 
Lazzaro,  speditagli  dal  re  di  Sarde- 
gna,   per    mezzo  del  ministro  conte 
Valperga.   Oltre  la  croce  di  brillanti, 
gli    diede    quel    monarca    una    couì- 
n)enda  coll'annua  rendita  di  duemila 
duecento  scudi,  dichiarandolo  inoltre 
suo  gran  ciamberlano.  Furono  pre- 
senti alla  funzione  i  Cardinali  pala- 
tini    e    nazionali,    il    ministro,    e    i 
cavalieri  dell'Ordine.  Finalmente,  nel 
numero  2o44  dell'anno  1794»  evvi 
la  descrizione  della  seguita  funzione, 
in  cui  il  gran    maestro    dell'Ordine 
gerosolimitano    con    diploma    njagi- 
strale,  e  breve  pontificio  facoltativo, 
fece  decorare  della  croce  di  divozio- 
ne di  lai  Ordine  la   dama   Virginia 
Masliaui  Severi  di  Rieti. 


CAV 

Il  sommo  Pontefice  crea  i  cavalie- 
ri con  breve  apostolico,  e  i  sovrani, 
i  gran  maestri,  e  i  dignitarii  degli 
Ordini  equestri  militari  e  religiosi, 
li  annoverano  ad  essi  mediante  di- 
plomi, che  da  alcuni  chiamansi  an- 
che bolle.  I  Cardinali  legati  a  laierc 
conferivano,  per  indulto  della  Santa 
Sede,  dodici  cavalierati  dello  speron 
d'oro,  e  pel  medesimo  privilegio, 
i  vescovi  assistenti  al  soglio  ne  con- 
ferivano quattro,  con  diploma,  la 
cui  formula  si  legge  nel  Parisi,  Istru- 
zioni, tomo  IV,  pag.  5,  e  seg.,  av- 
vertendo egli ,  che  siccome  il  cava- 
lierato è  titolo  secolare,  tuttavia  il 
diploma  di  solo  conte  palatino  si 
dà  anche  agli  ecclesiastici  colle  limi- 
tazioni, che  le  parole  aurata;  mili^ 
lice  equitan  si  debbano  tralasciare 
se  la  persona  sia  ecclesiastica,  come 
per  essi  si  omettono  le  parole  enserii, 
et  aurata  calcaria.  Il  Sansovino  a 
pag.  93,  Origine  de' Cavalieri ,  del- 
l'edizione del  i566,  tratta  Degli  sta- 
hilimenli,  leggi,  ed  ordini  convenevoli 
ad  ogni  cavaliere.  Del  medesimo 
autore,  ed  argomento  abbiamo  altra 
edizione  in  libri  IV,  colla  data  di 
Yinegia  i683,  Ordini  equestri,  mi- 
litari, ed  ospitalari.  In  essa  fa  la 
distinzione  della  cavalleria,  Equiluni 
ordo,  in  mililare,  regolare,  onoraria, 
e  sociale. 

CAVALIERI.  Ordine  de'  presi- 
denti della  Pontificia  Accademia 
di  s.  Luca.  La  romana  Pontifìcia 
accademia  delle  belle  arti,  veneran- 
da per  la  sua  antica  origine,  chiaris- 
sima per  famosi  professori,  e  rispet- 
tabile per  in)portanti  servigi  resi  alle 
arti  liberali,  meritava  l'alta  protezio- 
ne, e  lo  incoraggiamento  de'  Sommi 
Pontefici,  sotto  i  cui  auspici,  e  quello 
de'  Cardinali  protettori  Federico  13or- 
romei,  Paleotlo  del  Monte,  dei  due 
Barberini ,  e  poscia   de'  camerlenghi 


CAV 
di  s.  Romana  Chiesa,  mi  labilmente 
prosperò ,  e  fioiì  in    modo ,    che  la 
sua  riputazione  suona  grande  e  ce- 
lebrata per  tutta  l'  Europa,  ed  ovun- 
que si  stima  come   supremo    tribu- 
nale nel  fatto  delle  arti.    Vantando 
r  accademia    la  sua  origine   nel   se- 
colo XIV,  segna  per  principale  me- 
cenate Sisto  IV,  che  nel    1478  l'in- 
novò le  antiche  costituzioni    dell'  u- 
ni versila,  ciocche  pur  fecero    il    se- 
natore  di  Roma,    e    i    conservatori 
del  popolo  romano.    Paolo    IH  con 
suo  breve  nobilitò  l' arte  della  scul- 
tura, dichiarandola  scienza  studiosa, 
emula  della  natura.    Ed    il    valente 
pittore  Girolamo    Muziano    ottenne 
dal  magnanimo  Pontefice    Gregorio 
XIII  una  bolla,  datata  ai    i5  otto- 
bre  1^77,    colla    quale    venne    isti- 
tuita   r  accademia  romana    di  belle 
arti,  sotto  la  medesima  invocazione 
di  s.  Luca  evangelista,  cui  Sisto  V, 
a  mediazione   di  Federico    Zuccari , 
si  mostrò  largo  di  grazie  e  favori ,  e 
con     sua  bolla    del     i588    approvò 
quella  dell'  immediato    predecessore. 
Quindi,  nel   i593,  sotto  il  ponti- 
ficato di  Clemente  Vili ,    lo    stesso 
Zuccari   fu    eletto    dagli    accademici 
in  loro  principe,  titolo  che  le  acca- 
demie d'Italia  davano  ai  loro  capi, 
o  presidenti;  e  fu  egli  il  primo  che, 
ai    i4  novembre  di  detto  anno,  pre- 
siedette alla  prima  accademia  presso 
la  chiesa  di  s.  Martina,    con    tutta 
formalità ,    sedendo    in    luogo    emi- 
nente ,    collo  scettro    accademico ,    e 
pronunziò  analogo  discorso   suU'  ac- 
cademia del  disegno,  e  sulle   nobili 
arti  della  pittura,    scultura,    e  ar- 
chitettura. Poco  dipoi  Paolo  V,  con 
breve  del    1616,  compartì  all' acca- 
demia il  privilegio  di  liberare    ogni 
anno  un  reo  per  la    festa    del    suo 
l^rolettore    s.    Luca.    Gregorio    XV 
nel    1621     approvò    gli    statuti    e  i 


CAV  tj 

capitoli  ;  ciò  che  pur  fece  Urbano 
Vili,  nel  1627,  assoggettandole  le 
arti  di  Roma.  Ci'cscendo  successiva- 
mente la  fama  dell'  accademia  ,  nel 
1675  quella  reale  di  Torino,  sotto 
Vittorio  Amadeo  II  duca  di  Savoja, 
ne  implorò,  ed  ottenne  l'aggrega- 
zione; ciocche  pur  fece  nell'anno 
seguente  quella  regia  di  Francia , 
colla  sanzione  di  Luigi  XIV ,  co- 
municata per  mezzo  del  suo  ministro 
Colbert,  ove  fra  le  altre  distinzio- 
ni concedute  al  presidente  dell'  acca- 
demia di  s.  Luca ,  evvi  quella  di 
potere  in  caso  di  malattia,  o  assen- 
za del  direttole  dell'accademia  di 
Francia  in  Roma  [Vedi),  supplir- 
ne le  veci  col  titolo  di  rettore.  Ter- 
minò il  secolo  XVII,  con  celebrarsi 
nel  1690  il  primo  centenario  del- 
l'erezione dell'accademia  di  s.  Lu- 
ca ,  con  decoro  e  splendidezza. 

Incominciò  il  secolo  XVIII    assai 
propizio  per   essa ,    stante    i  premii 
assegnati    alle   arti    dal    dotto    Cle* 
mente  XI,  e  la  prima  pubblica  pre- 
miazione    si    effettuò    neir  augusto 
Campidoglio  l'anno   1702.  Fu  pu- 
re   nel    medesimo    pontificato,   che 
r  accademia  rinnovò   la   sua  impre- 
sa, rappresentandola  in  un  triango- 
lo equilatero,  simbolo  dell'egualità, 
ed  unità  delle  tre  nobili  arti,  com- 
posto del  pennello,  scalpello,  e  sesto, 
con  entro  il  motto  :  aequa  potestas) 
e  nel  1 7 1 4,  coli'  autorità  dello  slesso 
Clemente  XI,  ne  vennero  modificati 
gli  statuti.  Benedetto    XIV,    e   poi 
Clemente    XIII    furono    benemeriti 
della  scuola  del  nudo  in   Campido- 
glio. Nel   ponliftftalo    di    qjiest'  ulti- 
mo, Pio  Balesti'a    nel    1762    istituì 
erede  delle  sue  facoltà  l'inclita  ac- 
cademia pontificia ,    in  aggiunta  dei 
fondi  destinati  ai  concorsi  capitolini. 
Correndo  l'anno   1782  seguì  l'unio- 
ne dell'  accademia  Clementina  delle 


VOL.    Xf. 


i8  CAV 

belle  arti  di  Bologna  istituita  fino 
dal  17 IO  in  quella  città,  alla  no- 
stra di  s.  Luca.  Nel  medesimo  anno 
Papa  Pio  VI  ridusse  ad  un  sessen- 
nio i  due  concorsi  dementino  e  Ba- 
lestra ,  e  fu  nel  1793  che  l'acca- 
demico cav.  Bartolomeo  Cavaceppi 
istituì  suo  erede  universale  l' acca- 
demia. 

Memorabile  divenne  per  essa  l'an- 
no l'jg^,  e  per  la  promulgazione 
dello  statuto,  e  per  la  celebrazione 
del  secondo  anno  secolare,  ma  più 
di  tutto  pegli  amplissimi  privilegi 
conceduti  dal  generoso  Pio  VI ,  il 
cui  elenco  riporta  il  chiarissimo  Mel- 
chiorre Missirini,  già  benemerito  se- 
gretario dell'  accademia,  nelle  applau- 
dite Memorie  per  servire  alla  sto- 
ria della  romana  Pontificia  acca- 
demia di  s.  Luca,  fino  alla  morte 
di  Antonio  Canova,  pubblicate  in 
Roma  nel  1823  pei  tipi  de  Roma- 
nis.  Fra  tali  privilegi  merita  di  es- 
sere ricordato  quello,  che  niun  li- 
bi-o  e  scrittura,  in  cui  si  tratti  di 
cose  spettanti  alle  tre  arti  sunnomi- 
nate, possa  stamparsi  in  Roma  sen- 
za la  revisione  ed  approvazione  del- 
l'accademia  di  s.  Luca.  Importante, 
e  del  nostro  argomento,  è  il  ripe- 
tere quanto  riguarda  il  principe  prò 
tempore  di  essa,  che  il  Pontefice 
nel  sanzionar  lo  statuto  con  breve 
de'  12  giugno  1795,  dichiarò  co/z/e 
palatino  per  quel  tempo  che  fun- 
geva l'ufficio,  col  diritto  d'intito- 
larsi tale,  e  di  usare  le  insegne  pro- 
prie de'  conti  palatini  ne'  pubblici 
atti,  e  nelle  funzioni  accademiche. 

Pio  VII  fu  benemerito  dell'  ac- 
cademia, per  l' eminenza  di  gloria 
cui  portò  il  suo  cupo,  e  per  tutto 
quello  che  fece  per  essa  nella  pro- 
tezione accordatale,  siccome  largo  e 
benefico  colle  aiti  belle,  ch'ebbero 
tanto  incremento  nel  suo  immortai 


C  \  V 
pontificato,  e  il  cui  nome  sarà  iu 
perenne  benedizione  anco  presso  gli 
accademici.  Dappoiché  egli  confer- 
mò nelle  scuole  ogni  ramo  di  utile 
insegnamento  nelle  scienze  del  di- 
segno, ciinsiderato  sotto  ogni  aspetto 
delle  Ire  arti  primarie,  dispose  pre- 
mi annuali  pegli  allievi,  e  di  mng- 
giori  privilegi  la  distinse,  e  in  ogni 
maniera  la  beneficò,  come  diffusa- 
mente racconta  nelle  citate  Memorie 
il  Missirini. 

Finalmente  eccoci  a  vedere  i  prin- 
cipi ,  o  presidenti  dell'  accademia , 
creati  cavalieri  dal  predetto  sovrano 
Pontefice.  L'anno  1806,  fu  eletto 
a  cuoprir  la  carica  di  principe  del- 
l'accademia il  cavalier,  ora  barone 
Vincenzo  Camuccini,  pittore  roma- 
no,  a  cui  si  deve  lode  per  aver 
grandemente  concorso  co'  suoi  stu- 
di, ed  esimie  opere  alla  ristorazio- 
ne dell'  eleganza,  della  nobiltà  e  di 
una  perfetta  filantropia  nell'  arte 
pittorica,  per  aver  egli  sopra  ogni 
altro  studiato  sul  divin  Raffaello, 
onde  meritò,  che  ad  onta  dell'  età, 
la  quale  non  giungeva  a  quella  vo- 
luta dallo  statuto,  fosse  con  nuovo 
esempio  concordemente  proclamato 
principe.  Toccò  pure  a  lui  pel  pri- 
mo la  ventura  di  fruire  le  pratiche 
fatte  dal  zelante  predecessore  An- 
drea Vici,  per  un  segnalato  onore  al- 
l'accademia compartito  dal  detto  Pio 
VII,  Chiaramonli,  di  Cesena,  il  qua- 
le con  isplendida  e  perpetua  onori- 
ficenza, volle  qualificare  questo  an- 
tico stabilimento  delle  arti  ;  ed  in 
virtìi  del  breve  de'  aS  settembre 
1806,  si  degnò  creare  im  luiovo 
Ordine  di  cavalieri,  detto  1'  Ordine 
de'  Principi ,  o  Pnsidenti  della  Pon- 
tificia Romana  Accademia  del  di- 
segno di  s.  Luca,  con  facoltà,  eletto 
che  fosse  un  professore,  im  principe, 
o  presidente  dell'Accademia,  di  por- 


CA  V 
tare  una  croce  di  decorazione  a 
spicchi  di  smalto  bianco ,  filettato 
d'oro,  con  testa  di  moro  fascialo 
bianco  nel  mezzo,  essendo  qiieslu 
parte  dell'  insegna  gentilizia  de'Chia- 
rarponti,  per  cui  alcuni  volgarmente 
chiamano  l'Ordine  del  Moretto^  con 
corona  di  alloro  sopra,  e  nasti'o  di 
fettuccia  di  seta  rossa,  con  righe 
nere.  Ed  in  oltre  concesse  il  ma- 
gnanimo Papa,  che  il  titolo  di  ca- 
valiere, e  la  decorazione,  anche  ter- 
minato l'anno,  il  biennio,  o  triennio 
del  principato,  giacché  eleggendosi 
ogni  anno  il  presidente ,  si  può  con- 
fermare due  volte,  potessero  usare 
r  una  e  l'altra,  loro  vita  durante. 
Il  predetto  Breve  si  esprime  nel 
seguente  tenore: 

»    Pio  Papa   VII    a    perpetua 
memoria." 

»  Pensando  spesso  fra  Noi,  che 
»  r  onore  alimenta  le  arti ,  e  che 
"  gli  animi  generosi  per  mezzo  delia 
"  gloiia  s' incendono  allo  studio,  di 
"  buon  grado  ci  siamo  mossi  ad 
»  onorare ,  quanto  era  possibile,  di 
'>  distinzioni  e  di  premi,  li  profes- 
»>  sori  delle  arti  liberali.  Ora  sicco- 
»♦  me  fra  le  altre  accademie  delle 
»  arti  in  questa  nostra  alma  città 
«  di  Roma  dai  romani  Pontefici 
"  nostri  predecessori  sapientemente, 
«  e  provvidamente  instituite,  spe- 
«  cialmente  ha  primeggiato,  e  pri- 
»>  meggia  l' accademia  denominata 
M  volgarmente  di  s.  Luca,  in  modo 
»j  che  Papa  Pio  VI  nostro  predeces- 
"  sore  volle  accrescerla  ed  abbel- 
«  lirla  di  molli  onori,  fino  a  decre- 
»j  tare,  che  il  di  lei  principe  prò 
»  tempore  s'  intitolasse  conte  pala- 
"  tino,  come  dalle  lettere  patenti 
»  spedite  in  forma  di  breve  il  gior- 
»   no    12  giugno  1795,  ed  avendoci 


CAV  19 

i  diletti  figli  membri  attuali  di 
detta  accademia  fatto  presente, 
che  il  titolo  di  detta  contea,  spi- 
rato il  triennio  del  principato, 
cessa  ,  mentre  sarebbe  convenien- 
te, che  chiunque  ha  goduto  di 
questo  onore  e  di  tal  carica,  do- 
vesse rimanere  in  pei-petuo  insi- 
gnito di  alcuna  decorazione  :  e 
perciò  avendoci  supplicato  umil- 
mente a  volerci  degnare  di  prov- 
vedere a  ciò  opportunamente  con 
apostolica  benignità;  quindi  è  che 
amando  noi  distinguere  gli  oratori 
con  ispcciali  grazie  e  favori,  e  le 
singole  loro  persone  assolvere  da 
ogni  censura  ec.,  mostrandoci  pro- 
pensi ad  annuire  alle  suppliche, 
conferiamo,  a  tenore  delle  pre- 
.senti,  coH'apostolica  autorità,  all'at- 
tuale principe  dell'accademia  .sud- 
detta, e  ad  ogni  principe,  che  anche 
quando  abbia  compito  il  triennio 
del  suo  pnncipato,  possa  intito- 
larsi cavaliere  durante  la  di  lui 
vita,  e  così  farsi  chiamare,  e  che 
la  croce  equestre  sia  dell'  esem- 
plare, e  della  forma  esibitaci, 
cioè  a  spicchi  di  smalto  bianco 
filettato  d'oro,  con  testa  di  moro, 
fasciata  bianco  nel  mezzo  ,  con 
corona  d'alloro  sopra  in  nastro 
rosso  con  lighe  negre,  e  che 
questa  croce  possa  portare  pub- 
blicamente pendente  dalle  asole 
del  vestito  vita  sua  natiu'ale  du- 
rante; e  così  pure  tutti  gli  altri 
accademici  viventi ,  che  prima  di 
questo  tempo  furono  assunti  al- 
l'onore del  principato  dell'acca- 
demia, possano  godere  di  questo 
titolo,  e  lecitamente  portare  detta 
croce,  né  essere  molestati  ed  im- 
pediti ec,  non  ostanti  le  coslitii- 
rioni  contrarie  ec.  Dato  in  Ron)a 
presso  s.  Maria  .  Maggiore  sotto 
l'aiìcllo  del  pescatore  questo  gior- 


IO  CAV 

«  no  2  3  settembre  1806,  del  Nostro 
»»  pontificato  anno  VII 

»   Cardinal  Braschi  degli 
«  Onesti  " 

Gli  ufficiali  accademici  di  s.  Luca 
assai  grati  a  sì  distinto  favore,  re- 
caronsi  dal  Santo  Padre,  deposero 
a' suoi  piedi  i  sentimenti  della  loro 
eterna  riconoscenza,  e  nel  tempo 
stesso  fecero  i*egistrare  ne'  loro  libin 
onorevoli  parole,  e  le  lodi  di  Andrea 
Vici,  che  non  solo  fu  caldo  promo- 
tore di  questa  qualificazione,  ma 
volle  di  più  soddisfare  col  proprio 
alle  spese  del  breve.  Fu  stabilito 
eziandio  conseguentemente  a  ciò,  che 
la  croce  passasse  da  un  principe 
all'  altro,  ma  che  spirato  il  tempo 
del  principato,  ove  alcuno  uscito  da 
quella  dignità  volesse  di  lai  fregio 
insignirsi ,  dovesse  a  proprie  spese 
acquistarne  il  segno.  Finalmente  cre- 
diamo opportvino  di  ricordare,  che 
Antonio  Canova  di  Possagno,  che 
fu  il  Prassitele  de'nostri  tempi,  venne 
pure  eletto  principe  dell'accademia, 
da  lui  già  generosamente  beneficata, 
e  non  volendo  esserlo  effettivo  per- 
petuo, solo  ne  conservò  il  titolo  con 
alcune  preeminenze.  Pertanto  da  al- 
lora in  poi  il  capo  dell'accademia, 
cioè  fino  dal  18 17,  si  nominò  pre- 
sidente, divenendo  poi  tale  quello, 
che  è  eletto  vice-presidente. 

CAVALIERI  Gaspare,  Cardinale. 
Gaspare  Cavalieri  nato  in  Roma  d'il- 
lustre prosapia,  amabile  per  soavità  di 
costumi  e  per  docilità  d'ingegno,  ebbe 
campo  di  esercitare,  sotto  Clemente  X, 
la  sua  abilità  nei  tribunali  di  Roma. 
Ebbe  la  presidenza  delle  milizie  del- 
io stato  ecclesiastico  ed  ottenne  altri 
onorevoli  incarichi.  Il  Pontefice  In- 
nocenzo XI  creollo  diacono  Car- 
dinale di  s.  Maria  in  Aquiro  e  do- 


CAV 

pò  un  anno,  cioè  nel  1687,  lo  fece 
arcivescovo  di  Capua,  dove  lasciò  in- 
signi monumenti  della  pietà  sua. 
Cessò  di  vivere  in  Roma  nel  1690 
neir  età  di  quarantadue  anni  dopo 
quattro  di  Cardinalato.  Fu  sepolto 
nella  chiesa  di  s.  Maria  in  Araceli 
nella  sua  cappella  gentilizia  di  s. 
Gregorio  senza  alcuna  memoria. 

CAVALIERI  Jacopo,  Cardinale. 
Jacopo  Cavaheri,  nobile  romano,  nac- 
que nel  i566.  Peritissimo  nelle  leg- 
gi, fu  prima  referendario  di  segna- 
tura ,  poi  uditore  di  Ruota,  ed  ami- 
co ad  Urbano  VII! ,  divenne  suo 
datario.  Quindi,  ai  19  gennaio  del- 
l'anno 1626,  applaudendovi  tut- 
ta la  curia  di  Roma ,  dallo  stesso 
Pontefice  fu  creato  Cardinal  prete 
di  s.  Eusebio.  Recatosi  a  Tivoli  per 
oggetto  di  salute,  vi  lasciò  la  vita 
nel  1629,  di  sessantatre  anni,  e 
tre  di  Cardinalato;  ed  ebbe  tomba 
a  s.  Maria  in  AraceU  nella  cappella 
di  s.  Gregorio,  con  nobile  iscrizione. 

CAVALLEGGIERI, GUARDIA  pon- 
tificia. Milites  Icvis  armaturae.  Que- 
sta antica  guardia  del  corpo  dei 
Sommi  Pontefici,  fu  succeduta  nei 
primi  del  corrente  secolo  dalla 
guardia  nobile  pontificia  (Fedi),  e 
dopo  la  guardia  svizzera,  è  la  piìi 
antica  di  quelle,  che  servirono  i 
Pontefici  sino  alla  nostra  epoca  , 
dappoiché  le  lancie  spezzale  [Fedi) 
e  le  corazze  [Fedi)  furono  istituite 
nella  corte  del  Papa  dopo  i  caval- 
leggieri.  Dallo  stesso  loro  nome  si 
conosce,  che  erano  militari  a  cavallo 
d'  una  cavalleria  detta  leggiera  dalla 
sveltezza  de'  suoi  cavalli,  e  dalla 
qualità  degli  abiti,  che  usavano.  Nel 
possesso,  cui  prese  del  Laterano 
Lpone  X  nel  i5i3,  si  legge  che 
l'ordine  della  cavalcata  incominciava 
dagli  equites  Icvia  armaturae.  Dalla 
descrizione  poi  del  dolt.  Penni  si  ri- 


CAV 
leva  che  principiavasi  la  processio- 
ne   da  duecento    uomini    a   cavallo 
armati    con  lance.    Ma    osserva    il 
Cancellieri,    ne' suoi  Possessi,  pag. 
II 8,    che  la  prima  menzione  della 
guardia  de'  Cavalleggieri,   si  fu    nel 
solenne    ingresso  che  fece    in  Roma 
Marcantonio  Colonna  il  Trionfatore, 
ai  4  dicembre  1571,  per  ordine  di 
s.  Pio  V,  perocché   dalla    relazione 
fattane   dall'  Albertonio ,    si  conosce 
aver    preceduto  ]Marcantonio  il    ca- 
pitano della  guardia  del  Papa,  colle 
guardie  (forse    i    cavalieri    fedeli    o 
della  fede,  o  della  colomba  istituiti 
sotto  Paolo  IV,  che  in  appresso  di- 
vennero  Lande    spezzate) ,    e    che 
seguivano    il    magistrato    romano    i 
Cavalleggieri  del    Papa,    i     quali 
chiudevano  la  cavalcata.  Tuttavolla, 
leggiamo    nei   ruoli     della    famiglia 
pontifìcia,  del  luglio  i555,  nel  pon- 
tificato di  Paolo  IV,  che  già  i  ca- 
valleggieri esistevano  a  quell'  epoca, 
giacché  dopo  i  capitani  di  Castel  s. 
Angelo,  e    della    guardia,    e    prima 
del  capitano  degli  svizzeri,  sono  regi- 
strati due  capitani    de'  cavalleggieri 
capitani   custodiae    equituni     levis 
orniaturae ,    con    parte    di    pane  e 
vino,    che    ricevevano    dal    palazzo 
apostolico  ;   ruolo  eh'  è  il  più  antico 
degli  esistenti  in  quell'archivio,  laon- 
de si  può  congetturare,  che  l'istitu- 
zione   di    questa    guardia    pontifìcia 
sia  anteriore    a  Paolo  IV,    il  quale 
ascese  al  trono  ai  2  3  maggio  1 555, 
leggendosi   ne'  successivi    ruoli,    co- 
stantemente registrati  fra  i    signori 
della  corte,  i  predetti  due  capitani. 
Anzi  abbiamo  dalla  vita  di  Sisto  V, 
creato  nel  1 585,  che  avendo  Nicolò 
Azzolino,    capitano  de' cavalleggieri , 
e    parente   del    Cardinal    Azzolino , 
cui    il    Papa    amava    teneramente, 
ucciso  con  uno  schioppo  in  una  rissa 
il  sao  alfiere,  gli  fece  tagliare  la  testa. 


CAV  ^i 

Che  poi  fino  da  Innocenzo  Vili 
creato  nel  1484  esistesse  una  guai-- 
dia  del  coi'po  del  Sovrano  Pontefi- 
ce, e  forse  degli  stessi  cavalleggieri, 
si  vedrà  in  seguito  parlandosi  dei 
loro  quartieri.  Leggo  poi  nel  Bur- 
cardo,  Conclavi  de'  Pontefici,  ed  in 
quello  per  1'  elezione  di  detto  Papa, 
eh'  egli  deputò  Paolo  Orsini  co'suoi 
soldati  alla  guardia,  o  custodia  del 
palazzo  apostolico,  col  consueto  sti- 
pendio; che  nel  conclave  per  l'elezio- 
ne di  Alessandro  VI,  le  ronde  dei 
cavalleggieri  facevano  continuamente 
la  ronda  avanti  il  palazzo  vaticano; 
e  che  il  successore  Pio  III  nel  i5o3, 
fece  capitano  del  palazzo  apostolico 
il  nipote  marchese  Giovanni  Saluz- 
zo  ,  il  quale,  essendo  poco  dopo 
morto  il  Papa,  parti  dal  palazzo 
apostolico,  e  passò  ad  abitare  altrove. 

Rileviamo  dal  Lunadoro,  Relazio- 
ne della  corte  di  Roma,  Bi'acciano 
1 646,  che  il  Papa  aveva  per  guar- 
dia della  sua  persona  due  compa- 
gnie di  cavalleggieri,  composte  ognu- 
na di  cinquanta  individui  ;  ed  i  due 
capitani,  e  gli  alfieri  di  esse  veniva- 
no nominati  dallo  stesso  Pontefice 
con  apostolico  breve  ;  che  tanto  i 
capitani,  gli  alfieri,  ed  ulfiziali  dei 
cavalleggieri ,  venivano  in  uno  ai 
cavalleggieri  pagati  ad  uso  di  guer- 
ra ,  con  emolumenti  e  mancie ,  e 
che  dodici  cavalleggieri,  e  quattro 
lancie  spezzate  erano  continuamente 
di  guardia  al  palazzo  apostolico.  E 
noto  poi,  che  i  soli  ufficiali  de'  ca- 
valleggieri erano  nobili,  e  che  ogni 
nuovo  Pontefice,  se  non  confermava 
i  capitani,  ne  dichiarava  a  suo  pia- 
cimento i  primari  signori,  o  i  suoi 
fratelli  e  nipoti,  come  rilevasi  in  di- 
versi articoli  di  questo  Dizionario. 

Appena  nel  1676  divenne  Pon- 
tefice Innocenzo  XI,  che  avendo  in- 
trodotto nel  palazzo  la  moderazione, 


k 


-il  CAV 

abolì  porzione  della  guardia  de'ca- 
valleggieri,  accresciuta  senza  neces- 
sità, con  grave  dispendio  della  ca- 
mera apostolica.  Il  Bonanni,  Gerar- 
chia ecclesiastica,  pag.  l\^o,  parlan- 
do dei  famigliari  del  Papa,  dice  che 
nell'anticamera  vicina  a  quella  dei 
bussolanti,  dopo  la  sala  de'  palafrenie- 
ri, assistono  alcuni  cavalleggieri  col- 
r  abito  a  seconda  della  figura,  che 
riporta  al  num.  i4^»  pag-  4^6, 
cioè  sotto-abito  ad  arbitrio,  ed  una 
giubba,  che  tutti  indossavano  di 
panno  rosso,  con  maniche  pendenti 
sino  al  ginocchio,  guarnita  di  oro  ; 
usando  sempre  stivaletti  di  drappo 
nero,  cogli  speroni,  spada  al  fian- 
co, bandoliera  di  color  celeste  tri- 
nata d' oro  attraverso  del  corpo , 
ed  una  pistola  in  mano,  che  ripo- 
savano sul  braccio  sinistro.  Aggiun- 
ge, ch'erano  divisi  in  due  compa- 
gnie, comandate  ciascuna  da  un 
distinto  capitano,  con  diversi  uffi- 
ciali ;  e  che  quando  il  Papa  proce- 
de per  la  città  in  pubblico,  alcuni 
cavalleggieri  lo  precedevano  a  ca- 
vallo ,  per  {sbarazzare  la  strada 
da  qualunque  impedimento,  mentre 
un  drappello  ne  seguiva  la  carroz- 
za, la  lettiga,  o  la  sedia,  secondo  che  o 
l'una  o  l'altra  era  usata  dal  Pontefice. 
Il  medesimo  Bonanni,  a  pag.  477>  »"i- 
portando  le  testimonianze  di  diversi 
celebri  cerimonieri,  osserva,  che  an- 
ticamente nell'appartamento  ponti» 
fìcio,  dopo  r  anticamera  de'  caval- 
leggieri, eravi  quella  degli  scudieri; 
ma  dopo  che  Innocenzo  XI  regolò 
le  guardie  delle  anticamere,  i»ella 
anticamera  della  bussola  di  dama- 
sco eranvi  di  guardia  i  cavalieri 
lancie  spezzate,  1'  alfiere  e  il  tenen- 
te della  gtiardia  svizzera,  i  cornetti 
delle  compagnie  de'cavalleggieri,  i  lo- 
ro capitani  ed  altri,  e  che  nelle  ca- 
valcate   alcuni   cavalleggieri    prcce- 


CAV 

devano  il  corteggio  con  lancie  in 
mano,  per  rimovere  nelle  strade  gli 
impedimenti;  e  che  dopo  i  prelati,  i 
quali  seguivano  il  Papa,  cavalcavano 
le  compagnie  de'  cavalleggieri  coi  lo- 
ro capitani,  ed  il  vessillifero  colf  in- 
segna della  Chiesa  l'omana.  7-^.  Chat- 
tard.  Descrizione  del  Valicano,  to- 
mo II,  pag.  i6o,  e  i6i,  ove  parla 
delle  anticamere,^  in  cui  risiedeva- 
no i  cavalleggieri.  Neil'  edizione  poi 
del  Lunadoro,  del  1774?  viene  con- 
fermato che  i  cavalleggieri  erano  di- 
visi in  due  compagnie,  coi  loro  ca- 
pitani, e  cornetti  ,  dipendenti  tutti 
immediatamente  dal  prelato  mag- 
giordomo. Ma  dopo  l'invasione  del- 
lo stato  pontificio  operato  da'  fran- 
cesi, nel  declinare  del  secolo  decor- 
so, restando  soppressa  la  guardia 
de'  cavalleggieri,  il  nuovo  Pontefice 
Pio  VII,  nel  1800,  con  suo  moto 
proprio,  approvò  l' erezione  del  cor- 
po delle  guardie  nobili  pontificie , 
fatta  con  decreto  della  congregazio- 
ne economica  del  sagro  palazzo  a|)o- 
stolico,  giacche  molti  nobili  romani, 
e  dello  stato  ecclesiastico  si  erano  of- 
ferti di  supplire  alla  guardia  de'ca- 
valleggieri. 

I  cavalleggieri  avevano  due  quar- 
tieri, con  abitazioni,  e  scuderie  pei 
cavalli  tanto  al  Vaticano,  che  al 
Quirinale  presso  la  residenza  del 
Papa.  Il  menzionato  Chattard,  al 
tomo  III,  p  ig.  32  3,  descrive  il  Quir- 
tiar  della  n^al  guardia  del  corpo, 
detta  dti'  cai>allegg!eri  presso  il  ì^a- 
tìcano.  Questo  quartiere  era  situa- 
to presso  la  porta  di  Roma  chia- 
mata Posterula ,  che  poscia  per 
questo  oggetto  prese  il  nome  di 
porla  Cai'alleggicri ,  in  un  luogo 
chiamato  il  predio  Alagdlo  o  Ma' 
cello ,  che  vuoisi  eretto  da  Inno- 
cenzo Vili,  ed  ingrandito  da  di- 
versi Pontefici,  massime  da  Paolo  V, 


CAV 
con  lutli  i  comodi  opportuni  pei- 
i'  abitazione  delle  guardie,  e  per  la 
scuderia  decloro  cavalli.  L'Alveri, 
Roma  in  ogni  stalo,  parte  11,  pag. 
24 1>  dice  che  presso  la  porta  Ca  vai- 
leggieri  evvi  l'abitazione  perla  guar- 
dia pontificia,  fabbricata  nei  tempi 
d'  Innocenzo  Vili;  e  il  Cancellieri 
nel  suo  Mei  calo,  pag.  242  aggiun- 
ge, che  la  porta  Cavalleggieri  è  così 
chiamata  dai  vicini  alloggiamenti  di 
tal  guardia,  di  cui  soleva  essere  ca- 
pitano il  nipote  del  Papa  regnante, 
il  quale  gotleva  i  proventi  della  stes- 
sa porta.  Vicino  poi  al  palazzo  a- 
poslolico  del  Quirinale,  nel  1732, 
Clemente  XII  fece  edificare  il  pa- 
lazzo della  consulta  per  gli  uffizi  di 
questa  congregazione,  per  quelli  dei 
brevi,  e  per  le  guardie  dei  cavalleg- 
gieri ,  e  corazze,  i  cui  quartieri  ed 
abitazioni  sono  ora  occupati  dalle 
guardie  nobili,  come  le  scuderie  dai 
loro  cavalli. 

La  guardia  de'  cavalleggieri,  come 
la  guardia  del  corpo  del  Papa,  finché 
esistette,    sempre  intervenne  a  tutte 
le  tunzioni,  e  se  ne  fa  menzione  ai 
luoghi  opportuni  pei  servigi,  che  ren- 
deva, particolarmente  agli  articoli  Ca- 
valcate, CArPELLE  Pontificie,  e  Tre- 
ni. Solo  qui  avvertiamo,  che   se    il 
Papa    andava    in    carrozza,    i    detti 
capitani  il  seguivano  vestiti  in  abi- 
to nero,  senza  paggi,  e  senza  vessil- 
lifero. JNei  solenni   possessi  dei  Papi 
ciivalcaiono  con    abiti    bellissimi,    il 
perchè  ne  daremo  qui  alcun  cenno. 
Erano  essi,  che  aprivano  tal  solenne 
^ompa,  ondesi  legge  nel  possesso  preso 
nel  1090,  da  Gregorio  XIV:  Praei- 
bat  ctnluria  equiluni  Lcvis  arniaturae 
de  custodia  ss.  quasi  ad  viain  di- 
ri^endaiìi.    Chiudendo  la  cavalcata  : 
»   Demum  quasi  poslremum  agmen 
M   mililes  brevis  armaturae  de    cu- 
»?  studia  ss.  cum  corum  capitaucu, 


CAV  fc3 

»»   et    vexilliferis    splendide    ornati  , 
»•   omnes  armati    thorace  ferreo,  et 
•»   superinduti  sago  manicato,    pur- 
tj    pureo,   hastas  praelialas  defei'en- 
"   tes,  in  quarum  summitate  quae- 
>»   dam  pai'va  vexilla  appensa  erant 
»»   flavi,  et    purpurei    coloris  ".    Ab- 
biamo, che  nel  possesso  preso,    nel 
i644>  da  Innocenzo  X,  la  vanguar- 
dia de'  cavalleggieri  andò  avanti  per 
far  isgombi-are  i  capi  di  strade,  e- le 
piazze  dalle  carrozze.  Dopo  la  letti- 
ga del  Papa,   seguivano   due    trom- 
bette de' cavalleggieri,  e    due    paggi 
con  lancie  dorate,  e  giubbe  ricama- 
te di  velluto  turchino,  armati  d'ar- 
me bianche,  e  cimieri  in  testa,  con 
ornamento  vaghissimo  di  piume  di 
vari  colori,    portando    lo    stendardo 
di   santa  Chiesa,  il  marchese  de'  Ca- 
valieri, ed  andando    avanti  di    esso 
i  due  capitani  Panfilio,  e  Naro,  con 
ricchissime  giubbe  di  velluto  cremi- 
sino tutte  ricamate  d' oro,  seguitati 
dalle  due  loro  compagnie  de^  caval- 
leggieri colle  cornette,  cinti  d'arme 
bianclie  e  casacche  di  scarlatto   tri- 
nate   d'  oro,    banderole    di    taffettà 
turchino  e  giallo  in  cima  delle  lan- 
cie.  Nel  possesso  preso,   nel     lyy^, 
da  Pio  YI,  precedevano  a  disgom- 
brare le  vie  alcune  coppie  di  caval- 
leggieri con  lancie  e  cimiero  di  piu- 
me bianche  e  rosse,   vestiti    di    ca- 
sacche rosse,  ornale  di  ■velluto  cre- 
misi, e  galloni  d'oro,  seguiti  da  due 
lancie  spezzate  colie  loro   armatui-e 
di  acciaro,  ordinando  la    cavalcata. 
Appresso  poi    la    carozza    pontificia 
cavalcavano  due  trombetti  de'  caval- 
leggieri, e  quindi  quattio  paggi  col- 
le lancie  erette,  precedute  dai  prin- 
cipi Altieri,    Giustiniani,    Mattei,    e 
Santa   Croce,   capita»!    della    stessa 
guardia,  con  armature  di    acciaro  , 
e  ricca  sopravveste,    in    mezzo    dei 
quali  ciu  à  marchese  Naro,  vessilli- 


a4  CAV 

fero  di  s.  Chiesa  con  bandiera  spie- 
gata ,  e  i  cornetti,  e  le  compagnie 
de'  cavalleggieri. 

I  menzionati  capitani  de' caval- 
leggieri, fino  ai  ruoli  di  tutto  il 
pontificato  di  Pio  VI,  erano  regi- 
strati nella  categoria  di  Diversi  si- 
gnori della  corte,  prima  del  vice- 
castellano, del  foriere,  e  cavalle- 
rizzo ec,  godendo  ancora  le  por- 
zioni di  pane  e  vino  ;  ed  il  mae- 
stro di  camera  nella  distribuzione 
delle  medaglie,  ne  dava  loro  uno 
d'oro  e  l'altra  d'argento  per  ca- 
dauno. P^.  Ordini,  e  regole  _,  che  si 
dovranno  osservare  dalle  compa- 
gnie delle  guardie  de"  cavalleggieri 
di  Nostro  Signore  Clemente  XI,  Ro- 
ma   1 7  1 3 . 

CAVALLERINI  Giamacopo,  Car- 
dinale. Gianiacopo  Cavalierini,  no- 
bile romano  ,  oriondo  di  Modena  , 
nacque  a  Roma,  nel  iGSg.  Avvo- 
cato della  curia  romana ,  trattò  le 
cause  forensi ,  ed  ascritto  ai  pre- 
lati ,  le  giudicò  per  destinazione 
di  Alessandro  Vili ,  come  luogo- 
tenente dell'  uditore  di  camera  ;  uf- 
fizio ,  cui  sostenne  per  venti  an- 
ni con  tale  integrità  e  robustez- 
za, che  Innocenzo  XI  lo  ascrisse  a- 
gli  uditori  di  Rota ,  ed  Innocenzo 
XII  gli  affidò  la  nunziatura  di 
Francia,  durante  la  quale,  lo  stesso 
Pontefice,  ai  1 2  dicembre  del  1 695, 
lo  creò  Cardinal  prete  di  s.  Barto- 
lommeo  all'  Isola,  e  prefetto  della 
segnatura  di  giustizia;  poi  lo  ascris- 
se alle  congregazioni  del  concilio , 
dei  vescovi  e  regolari,  di  Propagan- 
da, e  parecchie  altre.  Mori  a  Ro- 
ma, nel  1699,  ^'  sessanta  anni,  e 
fu  sepolto  in  chiesa  di  s.  Carlo  ai 
Catinari,  innanzi  la  cappella  di  s. 
Paolo, 

CAVALLERIZZO  maggiore  del 
Pai'a.    Praefcctus    stabuli ,    Pracfe- 


CAV 

ctus  Equilis  Pontificii.  Grado ,  e 
dignità  di  quello,  che  nella  corte 
pontificia  ha  la  cura  generale  dei 
cavalli  del  Papa,  e  di  tuttociò  che 
ad  essi  appartiene,  ulliciale  palatino 
della  classe  dei  camerieri  segreti  di 
spada  e  cappa  laici.  Il  Muratori, 
nel  tomo  I,  delle  Dissertazióni  so- 
pra le  antichità  italiane,  nella  quar- 
ta degli  uffizi  della  corte  dei  re  an- 
tichi d'  Italia,  e  degl'  imperatori,  di- 
ce a  pag.  32:  "  Trovasi  nel  palaz- 
zo dei  re  longobardi  lo  stratore, 
che  oggi  chiamano  cavallerizzo, 
il  cui  ministero  consisteva  in  as- 
•>  sistere  il  re  allorché  voleva  sali- 
re a  cavallo,  con  tenei'gli  la  staf- 
fa, ed  aiutarlo  in  altra  maniera; 
giacché  non  so  se  1'  uso  delle 
staffe,  certamente  incognite  agli 
antichi  romani  e  greci,  si  fosse 
per  anco  introdotto  fra  i  longo- 
bardi. Non  pochi  dei  re  de'  seco- 
li susseguenti  (  tant'  era  la  loro 
■i   riverenza  a  s.  Pietro)    non    isde- 

>  gnarono  di  tenere  la  staffa  ai  ro- 
mani Pontefici,  e  la  briglia  nelle 

>  solenni  funzioni.  Talmente  s'era 
stabilito  quest'  atto  di  ossequio 
verso  i  vicarii  di  Cristo,  che  Fe- 
derico I,  Barbarossa,  allorché  nel 
1 1 55 ,  venne  verso  Roma  per 
prendere  la  corona  imperiale,  a- 
vendo  ricusato  di  prestarlo  ad 
Adriano  IV,  non  fu  ammesso  al 
bacio  del  piede  dallo  stesso  Papa, 
come  si  ha  dalle  memorie  di 
Cencio  Camerario,  e  da  altre  sto- 
rie, e  s' imbrogliavano  forse  gli 
affari  di  questa  contesa.  Ma  co- 
tanto si  adoperarono  i  più  vecchi, 
e  r  autorità  de' principi,  con  alle- 
gare l'antica  consuetudine,  che  fu 
stabilito:  quod  domnus  impera- 
tor  prò  apostolorum  principis,  et 
sedis  apostolicac  rcverentia  exhi- 
beret  statoris  oificium,  et  strcugam 


CAV 
»  domno  Papae  teneret  ".  In  lin* 
gua  longobardica ,  lo  slratore  era 
chiamato  marpahis ,  e  clic  fosso 
questo  un  uffizio  splendido ,  lo  si 
può  dedurre  da  Paolo  Diacono,  il 
quale  nel  lih.  2.  e.  9,  scrive,  es- 
sere stato  Gisolfo ,  nipote  del  re 
Alboino ,  vir  per  omnia  idone.us 
qui  cidtni  slraLor  crat,  queiii  lin- 
gua propria  marpahis  appellont. 
JVella  corte  de'  principi  di  Beneven- 
to pare,  che  vi  l'ossero  più  d' uno 
di  questi  marpahis,  trovandosene 
menzione  nella  cronaca  del  moniste- 
ro  di  Volturno,  nelle  carte  degli  arci- 
vescovi di  Benevento,  e  nella  cro- 
naca di  santa  Sofìa,  tom.  VII  della 
Italia  sagra.  Leggiamo  nel  Macri , 
al  vocabolo  Slrator,  essere  esso  sta- 
to un  uiìiziale  della  corte  imperiale 
di  Costantinopoli,  che  aveva  cura 
di  mettere  a  cavallo  l'imperatore; 
ed  il  collegio  di  quei  ministri  era 
chiamato  Scholae  Stratorum^  ap- 
pellandosi il  capo  prolo-stralor.  Fin- 
ché durò  il  sagro  romano  impero, 
l'elettore  di  esso  duca  di  Sassonia, 
avea  la  dignità  di  cavallerizzo  per- 
petuo del  medesimo  impero  ;  e  lin- 
cile i  vescovi  furono  sovrani  delle 
loro  diocesi,  alcuni  ebbero  per  ca- 
valleiùzzo  uno  de' signori  loro  feu- 
datarii,  come  il  vescovo  di  Cahors 
(Fedi)  e  quello  di  Utrecht.  Ed  il 
czar  di  Moscovia,  prima  che  Pie- 
tro I  diminuisse  la  giurisdizione  del 
patriarca  di  Mosca,  teneva  ad  esso 
la  briglia  e  la  stalFa.  Sopra  l' uso 
di  tenere  la  staffa,  F'.  il  Ducange 
ad  Cinnamunij  pag.  ^']o.  Stefano 
Estevc  scrisse,  De  ritu  tencndi  frae- 
nunij  et  siaphades  summis  Ponli- 
ficibus  ah    Imperatoribus . 

Dagli  articoli  Cavalli  e  Cavalca- 
te si  vede  quanto  era  antica  la 
consuetudine  nel  Sommo  Pontefice 
di  cayalcare,  e  perciò  quanto  debba 


CAV  ri5 

essere  antico  l' uffizio  di  presiedere 
alla  scuderia  pontificia,  osservando 
il  Bonanni  nella  sua  Gerarchia,  pag. 
471,  che  nell'ordine  romano  nono 
dell'anno  'Tqo,  nel  pontificato  di  s. 
Gregorio  I,  a  carte  98,  si  nomina 
prior  stabuli.  In  im  documento  ri- 
portato dal  Galletti  ,  Del  Priniicero 
pag.  2')8,  del  pontificalo  di  Bene- 
detto Vili,  che  fu  clelto  nel  io  12, 
si  vede  sottoscritto  certo  Martinus 
slrator  pontificalis ,  Soggiunge  il 
medesimo  autore,  che  slrator  pon- 
tificalis era  quegli,  che  sollevava  il 
Pontefice  da  terra,  quando  doveva 
montare  sul  cavallo,  eil  indi  tenen- 
do il  freno  lo  addestrava  per  qual- 
che spazio  della  strada .  E  raccon- 
tando r  Anastasio  le  onorificenze  re- 
se da  Pipino  al  Pontefice  Stefano 
II  detto  III,  dice  che  fece  le  veci 
di  slratore.  Nel  possesso  preso  da  Leo- 
ne X  nel  i5i3,  si  dice  che  appres- 
so a  diversi  principi  e  cavalieri  pro- 
cedevano dei  maestri  di  stalla,  con 
più  di  quaranta  famigli  di  stalla 
vestiti  di  rosato. 

11  nome  di  cavallerizzo  soltanto  eb- 
be origine  nei  primi  del  secolo  XV III, 
come  in  progresso  si  vedrà.  Stante  le 
vicende  de'  tempi,  ed  il  sacco  di 
Roma  sotto  Clemente  VII,  i  più 
antichi  ruoli  del  palazzo  apostolico 
non  rimontano  che  al  jiontificato  di 
Paolo  IV,  eletto  nel  1 555.  In  essi 
fra  gli  officiali  maggiori  sono  regi- 
strati due  maestri,  ed  un  sotto  mae- 
stro di  stalla,  mentre  gli  altri  inser- 
vienti alla  scuderia  del  Papa,  si  ri- 
portano all'articolo  Famiglia  Pon- 
tificia. In  altro  ruolo  si  leggono 
tre  maestri  di  stalla,  che  avevano 
pane  e  vino,  ed  altre  distribuzioni 
dal  palazzo  apostolico,  quattro  servi, 
e  cinque  cavalli  per  loro  servigio. 
Si  legge  ancora,  che  il  maestro  di 
stalla  di  Paolo  IV    ebbe  nella    co- 


26  CAV 

Fonazione  pel  vestiario  velluto  nero, 
canne  quattro  e  mezza,  damasco  leo- 
uato  canne  quattro,  e  raso  cremesi- 
no  rosso  cann«  una  e  mezza,  laon- 
de rilevasi  il  modo  come  allora  ve- 
stiva. Evvi  pure  registrato,  che  certo 
Nicolò  de  Belis,  maestro  di  stalla  di 
Giulio  III,  e  Marcello    II,    procurò 
di  entrare  a  servire  Paolo  IV,  me- 
diante le  commendatizie  del  Cardi- 
Mal  Pisano,  loccliè  dimostra  eh'  erano 
amovibili.  Quindi  ne'  posteriori  ruo- 
li   i    capi    della    pontificia   scuderia 
continuarono  a  chiamarsi  maestri  di 
stalla,  e  nel  pontificato  di  Clemente 
X,  e  dal   1675  in  poi,  si  appellaro- 
no sopraintendenti  alla  stalla,  finché 
sotto  Clemente  XII,  si  ebbero    sta- 
bilmente il  titolo  di  cavallerizzi  mag- 
giori con  quarantacinque  scudi  men- 
sili  d'  onorario,  oltre  la  parte  di  pa- 
lazzo.  Difatti  si  legge  nella  prefazio- 
ne dell'  Istoria  delle  guerre  avvenu- 
te per  la  successione   alla    monar- 
chia   delle    Spagne ,    del    mai-chese 
Francesco  Maria  Ottieri,  Roma  1828, 
che  essendo  egli  stato  fatto  da   In- 
nocenzo XI II  soprai n tendente   della 
«talla  pontifìcia,  il  di  lui  successore 
Benedetto    XllI  non  solo  il  confer- 
mò nella  cospicua  carica,    ma    l' o- 
norò  col  titolo  di  cavallerizzo^  e  per 
maggior  decoro  gliene   fece   spedire 
il  corrispondente  breve  apostolico  in 
data    i4  luglio    1727,  ed   in    luogo 
dell'  antico  tenuissimo    stipendio    di 
novantadue  paoli   mensili,  gli  diede 
quello    di    cameriere  segreto,    tutto 
confermando  il  successore  Clemente 
XII,  e  gli  altri  Pontefici, 

Dagli  sgravi  della  scuderia  e  stal- 
la pontificia  del  sagro  palazzo  del 
pontificato  d' Innocenzo  XIIl  si  ri- 
leva, che  in  morte  di  quel  Papa  , 
r Ottieri  con  ordine  del  Cardinal  Al- 
bani camerlengo  di.s.  Chiesa,  rice- 
vette in  dono    un    cavallo;    ma   in 


CAV 

seguito  i  cavallerizzi  ricevettero  scudi 
sessanta  in  compenso  del  cavallo  a  lo- 
ro spettante.  Cos\  nelle  antiche   note 
delle  medaglie,  che  il  palazzo  aposto- 
lico dispensava  ai  tìiinigliari  pontificii 
in  occasione  del  solenne  possesso  del 
Papa,  e  nell'  annuale  ricorrenza  del- 
la festa  dei   principi  degli  apostoli  , 
evvi  assegnata  fra  quelle,  che  distri- 
buiva   il    prelato    maggiordomo    di 
due  medaglie  d'  oro,  e  di  due  d'ar- 
gento pel  cavallerizzo  maggiore  del 
Papa.  Allorché    il   novello    senatore 
di  Roma  fa  la  cavalcata  nel  solen- 
ne possesso,  per  cui  il  palazzo  apo- 
stolico somministra  il  cavallo  nobil- 
mente bardato,  incombe  al  cavalle- 
rizzo maggiore  presentarglielo,  dopo 
che  abbia  ricevuto  dal  Papa  lo  scet- 
tro.  Finché  venne  eseguita  la    pre- 
sentazione della  chinea,  o  mula  bian- 
ca magnificamente  bardata,  per  cen- 
so del  regno  di  Napoli  al  Pontefice, 
siccome  al  cavallerizzo  maggiore  spet- 
tava detta  chinea  e  sua  bardatura, 
così    erasi  convenuto    coli' ambascia- 
tore straordinario  contestabile  Colon- 
na, che  ogni  volta  il  cavallerizzo  ri- 
ceverebbe trecento  scudi  in  compen- 
so dell'una  e  dell'altra.   Avanti   di 
descrivere  le  incumbenze  e  preroga- 
tive in  vigore  per  questo    primario 
uffiziale  della  corte    pontificia,    pre- 
metteremo alcune  notizie  sull'inter- 
vento de'  maestri  di  stalla  ai  solen- 
ni possessi  dei  Papi,  e  gli  onori  fu- 
nebri resi  loro  in  morte. 

Rilevasi  pertanto  dai  Possessi  de- 
scritti da  Cancellieri,  che  in  quello 
preso  al  Laterano  da  Gregorio  XIV, 
nel  1590,  dopo  gli  scudieri,  ince- 
deva il  maestro  di  stalla  di  sua 
Beatitudine  con  diciotto  chinee  bian- 
che, quindici  coperte  di  gualdrappe 
di  broccato  d'  oro  ornate  di  piastre 
intagliate,  e  di  fornimenti  d' argen- 
to, e  tre  di   relluto  cremisino,    con 


CAV 

Irine,  frangio  e  fiocchi  cVoro,  gui- 
date a  mano  da  diciolto  fauiigii 
vestili  di  losso,  seguiti  da  tre  letti- 
ghe, e  da  monsignor  prociuatore  fi- 
scale. Ed  in  altra  descrizione  di  tal 
cavalcata  in  idioma  latino  il  maestro 
di  stalla  viene  detto  stabuli  praefe- 
ctus.  E  poi  singolare  quanto  si  leg- 
ge nel  possesso  preso  da  Leone  XI, 
nel  i6o5,  che  cioè  appresso  ai  mae- 
stri di  strada  cavalcava  Pompeo 
Frangipani ,  cavallerizzo  maggiore  di 
sua  Santità,  mentre  lai  titolo  in 
corte  pontificia  non  era  ancora  in 
uso;  ed  è  perciò,  che  in  quello  pre- 
so nel  medesimo  anno  da  Paolo  V, 
si  vedono  seguire  le  lettighe  ponti- 
ficie dal  maestro  di  stalla  Lelio  Cin- 
quini. 

11  Lunadoro  pei'ò  nella  Relazione 
della  corte  Hi  lioniOj  stampata  nel 
1646,  dice  a  pag.  i4,  che  un  gen- 
tiluomo di  qualità  era  il  maestro  di 
stalla  pontificio,  dappoiché  non  era 
soUlo  il  Papa  dare  il  titolo  di  caval- 
lerizzo a  chi  presiedeva  alla  sua  scude- 
ria. Pure  Leone  XI  die  il  titolo  di  ca- 
vallerizzo maggiore  a  Pompeo  Frangi- 
pani, cavaliere  principale  romano.  Ag- 
giunge poi  il  medesimo  Lunadoro  a 
pag.  18  5,  che  nella  corte  de' Car- 
dinali era  vi  il  cavallerizzo  maggiore 
al  quale,  fi'a  le  altre  cose,  incom- 
heva  di  aiutare  il  Caixlinal  a  mon- 
tare, e  discendere  dalla  carrozza.  Nel 
possesso  del  1676,  d' Innocenzo  XI, 
si  trova  che  vi  cavalcò  il  maestro 
di  stalla  del  palazzo  apostolico.  Nuo- 
vamente nel  possesso  di  Clemente 
XI,  preso  nel  1700,  si  legge,  che 
col  foriere  maggiore  cavalcava  il  cav. 
Spoleti  cavallerizzo;  e  quindi,  nel 
1611,  ,  in  quello  d' Innocenzo  XII, 
il  marchese  Otlieri  soprastante,  o 
sopra  in  tendente  della  stalla  di  nosti*o 
Signore,  che  poi,  come  dicemmo,  fu 
dichiarato  cavallerizzo.  Indi  ne'pos- 


CAV  !i7 

sessi  di  Clemente  XIII,  Clemente 
XIV,  e  Pio  VI,  che  furono  gli  ul- 
timi a  prenderlo  in  cavalcata,  il  ca- 
vallerizzo si  vede  cavalcare  col  fo- 
riere maggiore,  e  sebbene  Pio  VII, 
nel  1801,  lo  prendesse  in  carrozza, 
avendo  avuto  luogo  la  cavalcala , 
prima  de' camerieri  d'onore,  caval- 
carono ambedue  nel  loro  abito  ne- 
ro di  gran  formalità.  Allorché  poi 
il  Papa  cavalcava,  incombeva  al  ca- 
vallerizzo maggiore  di  presentargli 
il  cavallo,  e  di  riprenderlo  allorché 
ne  discendeva,  supplendo  al  prin- 
cipe assistente  al  soglio,  e  al  magi- 
strato romano,  quando  non  interve- 
nivano, nel  consegnargli  le  redini,  e 
tenergli  la   staffa. 

Per  riguardo  poi  agli  onori  fune- 
bri resi  ai  cavallerizzi  maggiori  del 
Papa ,  i  Diari  di  Roma  ne  fanno 
la  descrizione.  Dal  numero  3750 
dell'  anno  1 74 1  abbiamo  quella  pel 
marchese  Vasé-Pietramellara  cavalle- 
rizzo coadiutore  di  Benedetto  XIV, 
esposto  nella  chiesa  pan-occhiale  dei 
ss.  Vincenzo  ed  Anastasio  a  Trevi, 
con  trenta  fiaccolotti,  e  l'assistenza 
di  tutta  la  camera  segreta,  e  fami- 
gliari del  Papa,  cantandovi  la  messa 
monsignor  Boccapaduli  elemosiniere, 
coli'  assistenza  dei  cantori ,  e  mini- 
stri della  cappella  pontificia.  Dal 
numero  8326  del  medesimo  Diario 
dell'anno  1771,  si  ha  il  funere  ce- 
lebrato nella  chiesa  del  Gesii  al 
defonto  conte  Alessandro  Petroni, 
cavallex'izzo  maggiore  di  Clemente 
XIV,  venendo  vestito  il  cadavere 
con  abito  da  città  di  cameriere  se- 
greto laico,  contornato  da  quaranta 
cerei.  Monsignor  Garampi,  segretario 
della  cifra,  cantò  la  messa,  assistita 
dai  musici,  ministri  e  chierici  della 
cappella  pontificia,  con  l'intervento 
del  prelato  maggiordomo  con  tutta 
la  camera    segreta    (  Fedi  ).    E  dal 


a8  CAV 

numero  5i4>  dell'anno  1779,  si  ha 
la  descrizione  delle  esequie  e  pompa 
funebre  celebrata  pel  marchese  Ge- 
rolamo Serlupi  Crescenzi ,  cavalle- 
rizzo maggiore  di  Pio  VI,  nelle 
quali  cantò  la  messa  monsignor  Stay 
segretario  de'  brevi  ai  principi,  coi 
cantori ,  e  ministri  della  cappella 
pontificia,  e  coli' intervento  dell'an- 
ticamera segreta  del  Papa  sì  eccle- 
siastica  che  secolare. 

Attualmente  il  cavallerizzo  mag- 
giore del  sovrano  Pontefice,  che 
nelle  sovrane  corti  secolari  equivale 
al  grande  scudiere,  è  il  terzo  came- 
rieie  segreto  di  spada  e  cappa ,  co- 
me è  il  secondo  iiffiziale  nell'ammi- 
nistrazione del  palazzo  apostolico, 
dappoiché  non  solo  sopraintende  alle 
scuderie  pontificie,  e  sue  apparte- 
nenze, agli  ufllziali  ed  individui  di 
esse ,  ma  in  virtù  dei  motu-proprii 
di  Leone  XII,  e  del  regnante  Gre- 
gorio XVI,  fa  parte  della  congre- 
gazione amministrativa  palatina,  di 
cui  è  capo  il  prelato  maggiordomo, 
prefetto  de'  sagri  palazzi  apostolici. 
Questo  cospicuo  impiego  si  concede 
liberamente  da  ogni  nuovo  Ponte- 
fice ad  un  cavaliere  fornito  delle 
opportune  cognizioni  a  sì  vasta  azien- 
da, solendosi  talvolta  da  lui  confer- 
mare quello  del  predecessore,  come 
meritò  di  esserlo  il  presente  caval- 
lerizzo maggiore  barone  Giuseppe 
Testa  Piccolomini  romano,  il  qua- 
le nominato  all'onorevole  carica  da 
Pio  VII,  ci  venne  confermato  da 
Leone  XII,  Pio  Vili,  e  Gregorio 
XVI. 

L'abito  ordinario  del  cavallerizzo 
di  città  è  tutto  di  color  nero,  cioè 
scarpe  con  fibbie ,  calze  di  seta , 
calzoni  e  gonnella,  corpetto,  e  abito 
di  panno  n(no  nell'  inverno,  e  di 
seta  nell'estate.  Il  mantello  è  sem- 
pre di  seta,  e  sovr'esso  nelle  solcn- 


CAV 

nità  vi  sono  meiletti  neri,  per  di- 
stinguerlo dai  camerieri  segreti  so- 
prannumerari e  di  onore  di  spada 
e  cappa:  nel  resto  l'abito  è  eguale, 
meno  la  collana,  che  si  usa  da  questi 
ultimi.  Così  usa  ancora  il  collare  o 
bragiuole,  con  manichetti  di  merletti 
bianchi,  ed  al  fianco  cinge  la  spada 
con  impugnatura  d'acciaro.  Però  il 
cavallerizzo  usa  inolti'e  una  nobile 
montura  di  panno  rosso  ricamata 
d'oro,  con  bavaro  e  mostre  alle 
mani,  di  velluto  nero,  cappello  piu- 
mato con  granoni  d'oro,  sotto  abito 
bianco,  calze  di  seta  bianca,  scarpe 
con  fibbie  quando  porta  i  calzoni, 
mentre  usando  i  pantaloni  si  pone 
sotto  gli  stivali ,  e  spada  civile  con 
elsa  dorata.  Questa  montura  è  di 
due  specie,  cioè  una  più  nobile  e 
ricca  dell'altra.  La  più  bella  è  ado- 
perata da  lui  nelle  visite  de'  novelli 
Card'mali ,  od  in  occasione  di  qual- 
che solenne  convito,  che  imbandisca 
il  Papa,  e  l'altra  nei  viaggi,  e  nelle 
villeggiature  pontificie,  mentre  il  sud- 
descritto  abito  nero  si  porta  sempre 
dal  cavallerizzo  maggiore  in  tutte 
le  altre  sue  rappresentanze  ordinarie 
e  solenni.  Il  Falaschi ,  nella  sua 
Gerarchia  ecclesiastica j  e  famiglia 
pontifìcia j  Macerata  1828,  a  pag. 
125,  parla  di  questo  personaggio, 
e  ne  riporta  la  figura  in  montura, 
vedendosi  a  pag.  127,  quella  di  ca- 
meriere segreto  laico,  in  abito  nero 
nel  modo  superiormente  descritto. 

Il  cavallerizzo,  oltre  alcuni  emo- 
lumenti, percepisce  cinquanta  scudi 
al  rnese  per  onorario,  e  gode  l'uso 
del  frullone  palatino,  ricevendo  nelle 
suindicate  epoche  quattro  medaglie 
di  argento,  nonché  le  distribuzioni 
delle  candele,  palme,  Agnus  Dei 
benedetti  ec.  Allorquando  il  Ponte- 
fice esce  dal  palazzo  coi  treni  di 
città,    pubbhci,    o    nobili,    il  cavai- 


CAV 
Joiizzo    precede    in    frullone    palati- 
no col   foriere  maggiore  la  cariozza 
del  Papa,    di  cui  apre   e  chiude  lo 
sportello  quando  ascende  e  discende, 
uflizio  che  esercita  verso  il  Pontefice 
anche  nei  viaggi,  se  egli  fa  parte  del 
seguito,  non  cedendo  tal  incarico  che 
ai  sovrani,  alle  sovrane,  ai  Cardinali , 
agli  ambasciatori,  ed  al  maggiordo- 
mo,  quando  il  Papa  porta  seco  in 
carrozza  due  Cardinali.    Né  si  deve 
lacere,  che  fino  agli  ultimi  dei  de- 
corso secolo,  il  cavallerizzo  precede- 
va  a  cavallo    la   carrozza    pontificia 
andando  per  la  città,  ed  allo  sportello 
nei  viaggi  e  nelle  villeggiature,  e  da 
ultimo    andò    anche    nella    seconda 
muta  palatina.    Prima    che  il  Papa 
esca  dal  palazzo,  il  cavallerizzo  riceve 
le  istruzioni  dal  prelato    maestro  di 
camera  tanto  per  la  strada  che  deve 
fare  il  treno,  quanto  pei  luoghi  ove 
si  deve  andare,  ed  allora  ordina  al 
battistrada,   che   in    un   alle  velette 
dei  dragoni  ne  percori-a  la  via;  per 
tutte  le    altre  ingerenze  proprie  del 
suo  uffizio,    egli   se    la    intende    con 
monsignor  maggioidomo.  Il  cavalle- 
rizzo  inoltre  fa  parte  della    camera 
segreta ,  e  perciò  in  essa  interviene 
tutte  le  volte,  che  il  Pontefice  esce 
co'  suddetti  tieni ,  nonché  pel  rice- 
vimento di  sovrani    e    sovrane,  let- 
tura   di    decreti    per    beatificazioni, 
concistori  pubblici  e  segreti,  imposi- 
zioni di  berrette  ai  nuovi  Cardinali, 
cappelle,   processioni,    e   pontificali, 
visita  della   basilica   vaticana  ne'  ve- 
nerdì di  marzo,    ed    in   altre  circo- 
stanze per  le  quali  il  Papa  si  rechi 
in  quella   basilica.    Se  egli    vi  va  a 
piedi,  il  cavallerizzo  Io  precede  cogli 
altri  cubiculari,  ma   quando  il  Papa 
ascende  la  sedia  gestatoria  (  Vedi  ) , 
il  cavallerizzo  va  presso  di  essa,  nel 
modo  che  dicesi  all'articolo  Cappelle 
Pontificie    {Vedi)^   ove   si   dicono 


CAV  29 

altre  cose  che  il  riguardano,    e  che 
pure   vengono   trattate    agli    articoli 
Trem,  e  Camerieri  del  Papa,  ed  al- 
tri, dicendosi  a  quest'  ultimo  dei  privi- 
legi, e  delle  prerogative  accordate  dai 
Pontefici  ai  loro  cavallerizzi  maggio- 
ri,  siccome   appartenenti    alla  fami- 
glia nobile,  e  precisamente  al  titolo 
I,  De"  Camerieri  segreti  partecipanti^ 
e  al   titolo  HI.   AI  cavallerizzo  inol- 
tre spetta  la  cura    della  portantina , 
specie  di  lettiga,  che  portano  i  pala- 
frenieri    e    sediari    pontifìcii,     nella 
quale  si  asside    il    Papa  quando  gli 
sia  di  peso    ascendere    le   scale,  per 
cui  il  cavallerizzo  va  allo  sportello, 
che  apre  e  chiude,   invigilando  che 
sia  portata    con    sicurezza.    Quando 
non  si  usavano  le  carrozze,  tanto  i 
palafrenieri,  che    i  sediari  pontifìcii, 
dipendevano    dal    cavallerizzo    mag- 
giore;   quindi    ne' primi    del    secolo 
XVIII    vi    restarono    soggetti   i  soli 
sediari,  che  poi  nel   secolo    corrente 
non  lo  furono    più    per    le    riforme 
della    corte    papale.     Sopra    questo 
argomento  possono   consultarsi  i  se- 
guenti autori,    cioè    per   quello  che 
riguarda  pure   gli  uflici  del  cavalle- 
rizzo   nella    corte    dei    principi ,    ed 
anche  il  cavallerizzo,  che  esercita  e 
ammaestra    i  cavalli,    e    insegna  ad 
altrui  a  cavalcare,   come  il  cavalle- 
rizzo d'opera  della  pontifìcia  scude- 
ria   che,  prima   in    abito    nero    ed 
ora  in  montura ,    addestra  la    mu- 
la    cui     nei     treni     nobili     cavalca 
monsignor  crocifero  colla  croce  asta- 
ta del  Papa:  Claudio  Corte,  il   Ca- 
vallerizzo,   nel    quale    si   traila   dì 
tutiociò    che    riguarda    i   cavalli,  e 
che  a  buon    cavallerizzo  si  appar- 
tiene, Lione    1578;  d.  Giovanni  de 
Gamba ,  La    ragione    dell'  arte   del 
cavalcare ,  Palermo    1606:  ed  An- 
tonio Locatelli ,  //  perfetto  cavaliere, 
opera  corredata  di  stampe  miniate, 


3o  CAV 

rappresentanti     le    varie    specie    dei 
cavalli,  Milano    iS-zS. 

CAVALLO  ,  Eqnus ,  Caballux. 
Questo  vocabolo  pei  naturalisti  in- 
dica un  animale  quadrupede ,  che 
facilmente  si  rende  docile  alla  volon- 
tà dell'uomo,  e  lo  porta  sul  dorso, 
e  tira  i  carri,  le  carrozze  e  simili. 
Nostro  scopo  non  è  di  parlare  di 
quest'animale  tanto  conosciuto ,  se 
non  se  per  dire  di  quelli  usati  dai 
Papi,  e  da  altri  della  gerarchia  ec- 
clesiastica. Tuttavolta  ci  permettere- 
mo dire ,  che  i  cavalli  si  credono 
originarli  della  pianura  elevata  del- 
l' alta  Asia,  donde  si  sono  sparsi  in 
tutto  il  rimanente  del  continente,  e 
ci  permettiamo  ancora  di  riflettere 
col  Buffon,  che  l'uomo  per  mettersi 
in  sicurezza,  e  per  rendersi  padrone 
dell'  universo  vivente,  si  procacciò  un 
partito,  fra  mezzo  agli  animali,  affi- 
ne di  apporlo  a  tutti  gli  altri.  Quin- 
di conciliatosi  l'amore  del  cane,  che 
ha  tutte  le  qualità  per  esigere  la 
sua  benevolenza,  la  più  nobile  con- 
quista fatta  poscia  dall'uomo,  è  quel- 
la del  cavallo.  Ora  palpando  l'uomo 
blandemente,  ora  sforzando  e  pun- 
gendo cogli  spei'oni  il  puledro  ge- 
neroso, lo  persuade  ad  ubbidire  al 
freno,  ed  a  condurgli  il  cocchio,  ri- 
partisce con  lui  le  fatiche  della  guer- 
ra ,  e  la  gloria  de*  combattimenti , 
de'  trionfi ,  e  divide  i  suoi  piaceri 
alla  caccia ,  ai  tornei ,  e  alla  corsa. 
V.  Dav.  Wendeler,  Dominium  ho- 
minis  in  creaturas  infr-riores ,  Wit- 
tembergae  1687.  I'  Reiskio  scrisse 
Dissertatio  de  Irìumpho  romano  per 
eqiios  candidos  facto,  Luneburgi 
1675.  Innumerabili  sono  gli  autori, 
che  hanno  scritto  sulla  nobilt'i,  bel- 
lezza, coraggio,  e  grandi  pregi  del 
cavallo,  trattandadi  molte  cose  con- 
siderevoli ,  e  prodigiose  de'  piìi  ce- 
lebii  cavalli,  degli  onori  resi  ad  essi, 


CAV 

della  loro  docilità ,  qualità  ed  al- 
tro, il  p.  Menochio  nel  tomo  111  del- 
le sue  eruditissime  Stuore,  alle  pag. 
58 1  ,  583  e  591  ;  il  Garzoni  che 
nel  1774  pubblicò  in  Venezia,  V Ar- 
te di  ben  conoscere ,  e  distinguere 
la  qualità  de:"  cavalli j  ma  soprat- 
tutto è  degna  di  leggersi  T  opera 
stampata  in  Milano  nel  1825  di  An- 
tonio Locatelli  intitolata,  //  perfetto 
cavaliere,  corredata  di  un  volume 
in  foglio  di  stampe  miniate^  rappre- 
sentanti le  varie  specie  de'  cavalli, 
incominciando  dal  selvaggio,  ed  i 
loro  differenti  mantelli.  Quest'opera 
è  ancora  accompagnata  dalla  storia 
naturale  del  cavallo  scritta  dal  cita- 
to Buffon  ;  dalla  scuola  di  cavalleria 
di  Guerinlerc ,  contenente  la  cono- 
scenza, r  istruzione  e  la  conservazio- 
ne del  cavallo  con  nuove  aggiunte 
tratte  dai  più  recenti  autori  ;  da  al- 
cune osservazioni  sul  tipo  di  bellez- 
za fissato  al  cavallo  dai  più  celebri 
artisti  sì  antichi ,  che  moderni ,  da 
tutti  i  migliori  squarci  con  cui  ce- 
lebrollo  la  poesia  ec.  ec,  infine  dal- 
le memorie ,  e  dalle  descrizioni  più 
notabili  intorno  al  cavallo.  Per  quan- 
to poi  può  riguardare  l' erudizione, 
si  possono  leggere  nella  parte  se- 
conda dell'  opera  stessa  Dei  primi 
domatori  dei  cavalli,  pag.  5o  i  ;  Dei 
cavalli  attribuiti  ai  numi,  e  ado- 
perati ne^  sacri ficii ,  e  nei  giuochi  , 
ed  onorati  di  tomba,  pag.  498  ;  Or- 
namenti, onori  e  fregi  accordati  ai 
cavalli ,  pag.  5 1 3  ;  Elenco  de'  ca- 
valli pili  celebrati,  pag.  527;  Di 
alcuni  cavalli  fantastici,  pag.  544- 
Da  ultimo  nella  stessa  città  di  Mi- 
lano, e  nel  i83i  Luigi  Fcrreri  pub- 
blicò con  figure  miniate  l'opera  del 
Passi na  sul  modo  di  conoscere  dai 
denti   l'età  dei  cavalli. 

I  romani  Pontefici    pertanto  pri- 
ma che  fosse  introdotto  l' uso  delle 


CAV 
carrozze,  allorché  si  recavano  a  ce- 
lebrare le  funzioni  nelle  diverse  ba- 
siliche e  chiese  di  Roma,  e  in  oc- 
casione di  prendere  il  solenne  pos- 
sesso,  ovvero  nei  viaggi  ordinarli, 
solevano  cavalcare  vm  cavallo  bianco, 
la  groppa  del  quale  era  coperla  nei 
primi  tempi  con  panno  rosso.  Di 
questa  usanza  si  trovano  frequenti 
menzioni  negli  antichi  rituali.  Il  Co- 
nanni nella  sua  Gerarchia  ecclesia- 
sticaj  cap.  99,  descrive  il  Pontefice 
a  cavallo  _,  e  dice ,  che  l' uso  dei 
Papi  di  cavalcare  rimonta  al  Pon- 
tefice s.  Silvestro  I,  che  fu  elevato 
alla  cattedi"a  apostolica  Tanno  3r4, 
locchè  si  deduce  dalle  antiche  pit- 
ture ,  come  è  quella  osservala  dal 
Torrigio  a  carte  43o  nella  chiesa 
de'ss.  Quatti'o  Coronati,  edificala  dal 
Pontefice  s.  Melchiade  predecessore 
di  s.  Silvestro  1,  e  meglio  lo  si  de- 
duce nell'oratono  antichissimo  dedi- 
cato al  medesimo  s.  Silvestro  I,  do- 
ve si  osservano  alcune  pitture  del 
settimo,  o  ottavo  secolo  rappresen- 
tanti le  pie  gesle  di  Costantino ,  e 
dove  vedesi  quell'  imperatore ,  che 
tiene  il  freno  del  cavallo  del  santo 
Pontefice.  Così  ancora  nel  palazzo 
vaticano  si  vede  la  medesima  dipin- 
tura, coU'iscrizione,  constantinvs  im- 

PERATOR  S.  silvestri  EQVIFP^ENVMTENET. 

Nell'Ordine  IX  del  pontificale  Sa- 
li sburgense,  riferito  dal  Martene,  de. 
ritibus  antiquis,  pag.  407  ,  parlan- 
dosi dell'elezione  del  Papa,  si  legge  : 
»  Egrediens  autem  inde,  cum  ad  in- 
»  feriores  gradus  s.  Petri  descendit, 
»  ibi  stat  equtis ,  vel  sella  pi-aeces- 
«  soris  ponitur  ei  ad  sedendum  pa- 
»  rata ,  et  accedentes  pationi  re- 
»  gionum  uno  incipiente,  caeteris 
>'  respondentihus  in  hunc  modum, 
"  canunt  ei  laudem  etc.  Hoc  usque 
"  ter  dicto,  accedit  prior  stabuli,  et 
»   imponit  ei  regnum,  quod  a  simi- 


CAV  3t 

»  litudine  cassidis  ex  albo  fit  in- 
»»  dumento,  et  lune  demum  ascen- 
«  dit  super  equum  suum,  et  valla- 
»>  tor  a  judicibus  etc.  ".  Onde  os- 
serva lo  stesso  Bonanni ,  che  di- 
cendosi ciò  del  Pontefice  s.  Leone  I, 
abbiamo  l'epoca  del  44^,  '»»  cui  fu 
eletto.  Ma  il  Galletti,  nel  primicero y 
e  secondlcero  della  Santa  Sede , 
racconta  a  pag.  i4;  che  ritornando 
il  Papa  nella  mattina  di  Pasqua 
dalla  basilica  liberiana  al  palazzo 
laleronense ,  quando  discendeva  da 
cavallo,  era  sostenuto  dal  primicero, 
ed  il  secondicero  gli  toglieva  dal 
capo  la  corona ,  per  cui  non  si  sa 
comprendere,  come  il  prior  stabuli 
fosse  quello ,  che  la  imponesse  al 
Papa. 

Nella  vita  di  Papa  s.  Giovanni  I 
si  ha,  che  essendo  partito  da  Roma 
nel  525  per  Costantinopoli ,  giunto 
che  fu  a  Corinto,  ed  avendo  pel  suo 
viaggio  bisogno  d' un  cavallo ,  un 
nobil  uomo  gliene  somministrò  uno 
mansuetissimo,  che  a  tal  effetto  ado- 
peravasi  dalla  moglie  di  lui.  Ma  do- 
po che  il  Pontefice  l'ebbe  usato,  ri- 
mandò il  cavallo  al  padrone,  il  qua- 
le vedendo ,  che  era  divenuto  cosi 
indomabile  da  non  permellere  che 
ninno  il  cavalcasse,  dopo  aver  ser- 
vito al  vicario  di  Gesìi  Cristo,  lo 
rimandò  al  Papa  in  dono.  Tanto 
racconta  s.  Gregorio  I  ne'  suoi  Dia- 
loghi,  cap.  8,  lib.  3,  e  viene  riferito 
dal  Ciacconio.  Da  questo  mirabile 
avvenimento  vuoisi  originata  la  tra- 
dizione, che  vm  cavallo  venendo  ca- 
valcato una  volta  dal  romano  Pon- 
tefice, non  dovesse  più  servire  al- 
l'uso di  verun'  altra  persona.  Certo 
è,  che  dalle  memorie  dell'archivio 
del  palazzo  apostolico  ho  letto,  che 
essendo  morto  il  cavallo ,  cavalca- 
to dal  Papa,  se  ne  concedeva  il  cor- 
po, secondo    il  consueto,    e    per  lo 


32  CAV 

scortico,  alla  confraternita  dei  coc- 
chieri, ma  la  pelle  si  conservava  in 
memoria  nella  scuderia  pontificia. 

Anche  i  Pontefici  più  santi  han- 
no sempre  giudicato,  che  alla  mae- 
stà del  loro  grado  convenisse  l'usare 
cavalli  di  bella  corporatura.  S.  Gre- 
gorio I,  Papa  del  Sgo,  sebbene  en- 
comiato per  la  sua  umiltà,  scrisse 
nondimeno  a  Pietro  suddiacono  pre- 
fetto del  patrimonio,  che  la  santa 
Sede  aveva  nella  Sicilia  :  "  Unum  no- 
»  bis  caballum  miserum ,  et  quin- 
«  que  bonos  asinos  transmisisti.  Ca- 
»  liallum  illum  sedere  non  possum, 
»  quia  miser  est  ;  illos  autem  bonos 
>'  sedere  non  possum ,  quia  asini 
«  sunt.  Sed  petimus,  ut  si  nos  con- 
«  tinere  disponitis  ,  aliquid  vobis 
»  condignum  deferatis,  lib.  II,  ind. 
»  X,  ep.  32  ".  S.  Adriano  I  poi 
più  chiaramente  si  esprime,  scriven- 
do a  Carlo  Magno  l'anno  784,  nel 
ringraziarlo  del  cavallo,  che  gli  ave- 
va trasmesso,  e  nel  pregarlo  di  vo- 
lergliene mandare  ancor  degli  altri, 
che  sieno  i  più  belli.  Alla  detta  let- 
tera di  s.  Gregorio  I  soggiunge  il 
Mabillon  ne'  suoi  Commenta  riij  pag. 
128:  Et  id  certe  exigit  Pontificia 
dignitas,  sempre  riconosciuta,  e  ve- 
nerata dai  monarchi,  i  quali  vollero 
tonere  il  freno  del  cavallo,  su  cui  il 
Papa  montava,  raccontando  l'Ana- 
stasio, che  recatosi  Stefano  III  nel 
753  in  Francia  a  chiedere  aiuto  al 
re  Pipino,  contro  Astolfo  re  de'  lon- 
gobardi, fu  incontrato  dal  figlio  di 
hii  Carlo,  cento  miglia  lungi  da 
Pontyon  coi  principali  del  regno,  e 
poi  il  re  colla  moglie  e  coi  figli 
usci  per  tre  miglia  a  riceverlo ,  e 
smontando  il  Papa  da  cavallo,  tutti 
.si  gettarono  a'  piedi  di  lui,  e  li  ba- 
ciarono ,  quindi  Pipino ,  come  fosse 
imo  scudiere,  prese  le  redini  del  ca- 
vallo, e  accompagnò   il  Poulcfice  al 


CAV 

palarzo ,  che  gli  aveva  preparato. 
L' imperatore  Lodovico  II,  nell'BSS, 
recandosi  ad  incontrare  il  Papa  Ni- 
colò I,  prese  il  fieno  del  cavallo,  e 
lo  guidò  per  qualche  tratto  di  stra- 
da, come  riferisce  il  medesimo  Ana- 
stasio. Nel  1099,  venendo  eletto 
Pontefice  Pasquale  II  nella  chiesa 
di  s.  Clemente,  si  legge,  che  depo- 
ste le  vesti  monastiche,  ed  assunte 
le  papali ,  equo  albo  ad  ha  lilìcae 
constantinianae  porticnm  perducilnr 
comitantihns  Cardinalihus ,  etc.  Dal- 
le cronache  di  Genebrando  lib.  IV, 
si  ha  l'ossequio  reso  ad  Alessandro 
III,  da  Federico  I  imperatore,  da 
Enrico  lì  re  d' Inghilterra,  e  da  Lo- 
dovico V  re  di  Francia,  sorreggendo- 
gli la  staffa  allorché  montava  a  ca- 
vallo. Eletto  Papa  nel  1294  s.  Ce- 
lestino V,  egli  entrò  nella  città  del- 
l'Aquila cavalcando  un  giumento, 
per  la  singolare  sua  umiltà ,  adde- 
strato dai  re  di  Napoli,  e  d'Unghe- 
ria ;  ma  nella  sua  coronazione  ca- 
valcò un  bianco  cavallo.  Il  medesi- 
mo ufficio,  per  non  dire  di  tutti 
(trattandosene  all'articolo  Sovrani), 
jn-aticarono  ad  Urbano  V  gì'  impe- 
ratori Carlo  IV  e  Paleologo ,  non 
che  Venceslao  a  Gregorio  XI.  Dai 
quali  cenni  non  solo  rilevasi  la  ri- 
verenza ,  cui  sempre  le  leste  coro- 
nate hanno  avuto  pel  Sommo  Pon- 
tefice, ma  eziandio  l'uso  costante  di 
andare  il  Papa  a  cavallo  per  le  pid> 
bliche  vie  s\  nei  viaggi,  che  per  le 
città  di  Roma,  Avignone,  ed  altre 
ove  dimorarono,  massime  nelle  so- 
lennità ,  e  nelle  sagre  funzioni,  con 
addobbi,  e  pompa  ecclesiastica,  co- 
ronato di  mitra  ,  o  di  triregno. 
Che  incedesse  colla  mitra,  si  legge 
nell'Ordine  romano  §  i3:  mane 
ipsius  lertiae  dominìcae,  quae  dìci- 
t(ir  Gaudcle ,  Papa  equitat  ad  s. 
PcLrum ,  et  portai  milram  aurifri- 


CAV 

sìatam  eundo,  et  redeundo,   et  nota 
quod  casula  est  ornata  perlis. 

Nel  rituale  di  Cencio  Camerario, 
che  porta  la  data  del  i  192,  nel  de- 
scriversi al  cap.  3  quanto  il  Papa 
faceva  nella  festa  di  s.  Stefano,  ecco 
quanto  ci  sembra  opportuno  ripor- 
tare :  »  Induit  se  pianeta  alba ,  et 
descendit  de  palatio  usque  ad 
Porlicellum,ibique  invenit  equum 
phaleratum  cum  novo  scarlato, 
ita  tamen ,  quod  secundum  con- 
suetudinem  antiquam  equus  ipse 
domini  Papa?  non  debet  habere 
collum  phaleratum,  et  ascendens 
equum  et  de  manu  adextrato- 
rum  regnum  recipiens  induit  ip- 
sum ,  sicque  vadit  ad  ecclesiara 
b.  Stephani  in  Coelio  monte  co- 
ronatus  ". 
Nell'Ordine  del  medesimo  Cencio, 
cap.  i5,  si  legge,  che  il  Papa;  »  in 
die  Pasquae  induit  planetam  al- 
bam,  pallium ,  et  mitram  sole- 
mnem ,  descendensque  de  palatio 
usque  ad  exitum  porticelli ,  ubi 
albus  palafredus  cum  nacco  scar- 
latae  superi mposito ,  et  argenteo 
freno  solemniter  praeparatus  est  a 
magistro  senescalco,  et  ab  adextra- 
toribus,  imponitur  ei  regnum  ab 
archidiacono  ,  et  ita  coronatus 
palafredum  ascendit,  et  equitando 
incedi t  prascedentibus  in  ordine 
suo  bandolariis  etc.  ".  Neil'  Ordi- 
ne di  Benedetto  canonico,  §  5 1 ,  par- 
landosi della  funzione,  che  faceva  il 
Pontefice  nella  seconda  festa  di  Pas- 
qua, in  cui  era  la  stazione  a  s.  Pie- 
tro ,  si  dice  :  "  finita  missa  Papae  co- 
»  ronatus  ante  basilicam  s.  Petri  in  lo- 
w  co  ubi  ascendit  equum,  et  coronatus 
«  cum  processione  revertitur  ad  pa- 
«  latium,  idest  lateranum".  Altret- 
tanto si  legge  nel  §  63,  tornando 
il  Papa  dalla  chiesa  di  s.  Maria  ad 
Mariyres^  detta  la  Rotonda  :  »  post 

VOI,.    XI. 


CAV  33 

»  missam  coronatus  redit  ad  pala- 
"  tium  sicut  inos  est  ". 

Quando  cominciasse  l' uso  di  co- 
prirsi la  groppa  del  cavallo  pontifi- 
cio di  coperta  rossa,  non  si  rinvie- 
ne presso  alcuno  scrittore  ;  si  legge 
però  nel  capo  3  del  citato  rituale 
di  Cencio  Savelli ,  il  quale  fu  poi 
Onorio  III,  che  dovendo  il  Papa  ca- 
valcare,»» invenit  equum  phaleratum 

cum  novo  scarlato ,  ita  tamea 
■5   quod     secundum     consuetudinem 

>  antiquam  equus  ipse  Domini  Pa- 
»  p?e  non  debet  habere  collum  pha- 
5  leratum,  et  ascendens  equum,  et  de 
5  manu  adextratorum  regnum  l'eci- 
5   piens  induit  ipsum,  sicque  vadit  ad 

>  ecclesiam  beati  Stephani  in  Coolio 

>  monte  coronatus  ".  Di  tale  usan- 
za si  trova  anche  menzione  nel  ritua- 
le pubblicato  nell'anno  1271  per  ordi- 
ne di  Gregorio  X,  ove  nel  §IX  in  cui 
si  descrivono  la  cavalcata,  e  l'accompa- 
gnamento, col  quale  il  Pontefice  si 
trasferiva  al  Laterano  per  prendervi 
il  possesso,  fu  prescritta  la  funzione 
nel  seguente  modo  :  »  Omnibus  rite 

>  pcractis ,  ipse  Summus  Ponti- 
»   fex,  et  omnes  Cardinales,    et    a- 

>  lii  pi-aelati  ,  quilibct  in  gradu 
j  suo  indutus  vestimentis  pretiosis 
'  albi  coloris,  episcopi  pluvialibus, 
5  presbyteri  casula,  diaconi  dalmati- 
3  ca,  subdiaconi  tunicellis,  acolylhi 
»  superpelliceis ,    et    ahi    capellani , 

>  episcopi,  archiepiscopi,  abbates,  et 
»  patriarchaj  pluvialibus ,  et  judices 
j  scriniarii,  similiter  praefecti  et  ad- 
)  vocati  erunt  induti  pluvialibus  ; 
j  ipse  in  pluviali  et  mitra,  et  simi- 
j  liter  superpelliceis,  et  Papa  omnia 
j   pretiosa    ornamenta    habebit ,    et 

pallium  ,  et  mitram  optimam,  et 

>  chyrothecas,  et  annui  um  pastora- 
lem  ,    et    sic  cum    omnibus  venit 

>  ad  portam,  si  ve  ad  gradus  eccle- 

>  sìjc,  ubi  prior  diaconus  Cardinaiis 

3 


34  C  A  V 

>»  exuit  mitram  ,  et  ponit  ei  coro- 
M  nam,  qiiae  vocatur  regnum  in  ca- 
«  pite,  toto  populo  clamante  Kyrie 
«  eleixon  etc,  et  sic  cum  omni  oi*- 
"  natu  quilibet  Cardinalis,  et  prae- 
M  latus  equitant  equum  coopertum 
M  panno  albo,  subdiaconi  vero,  ca- 
«  pellani ,  scrinarli ,  et  alii  equitant 
»  ornate  vestiti,  non  tamen  habent 
»  equos  coopertos.  Papa  equitat  e- 
»  quum  magnum  phaleratum ,  et 
»  coopertum  tantum  ex  parte  po- 
«  steriori,  et  de  scarlato  ;  in  par- 
«  te  vero  anteriori  non  cooper- 
»  lum  ". 

Il  Bonanni  non  potè  rinvenire  il 
motivo  perchè  il  cavallo  adoperato 
dal  Papa  dovesse  essere  coperto  nel- 
la groppa,  e  non  avanti  il  petto,  e 
neppure  perchè  il  cavallo  dovesse 
esser  bianco,  se  non  forse  perchè  me- 
glio risplendesse  la  sua  maestà.  Per 
molti  secoli  poi  segui  il  costume, 
che  il  Pontefice  cavalcasse  co' sacri 
paramenti ,  ma  giudicandosi  esser 
meglio,  che  comparisse  in  pubblico 
per  le  vie  con  altre  vestimenta,  i 
Papi  cominciarono  a  cavalcare  colle 
vesti  domestiche,  e  con  cappello 
rosso  orlato  d'oro,  cinto  di  cordone 
simile,  con  fiocco,  che  pendeva  sul 
petto,  nel  modo  che  si  vede  nella 
figura  riportata  dal  medesimo  Bonan- 
ni a  p.  365,  assumendo  però  il  cappel- 
lo pontificale  nelle  solenni  cavalcate, 
le  quali ,  meno  le  principali ,  cessa- 
rono dopo  r  introduzione  delle  car- 
rozze, e  delle  lettighe  sostenute  dalle 
mule,  o  chinee  (P^edi)  bianche. 
Pel  primo  ne  fece  menzione  il  Pan- 
vinio,  nelle  addizioni  al  Platina  nel- 
la vita  di  Sisto  IV  nel  di  della 
sua  coronazione,  cioè  a'  25  agosto 
1471  ,  raccontando  che  nel  por- 
tarsi il  Papa  in  lettiga  a  prende- 
re possesso  alla  basilica  lateranen- 
se,   venendo  alcuni  del  popolo  cal- 


CAV 

pestati    dalla    cavalleria    pontificia, 
insorse  grave  tumulto. 

Ad  altri  tumulti  andarono  sog- 
getti i  romani  Pontefici,  quando 
alcuni,  od  il  popolo  volle  impadro- 
nirsi del  cavallo  da  loro  cavalcato. 
Nella  cavalcata,  che  fece  nel  i4i7 
Papa  Martino  V,  per  la  città  di 
Costanza,  per  eseguire  la  funzione 
del  possesso,  insorse  contesa  fra  i 
famigliari  del  Pontefice,  e  il  bor- 
gomastro della  città ,  pretendendo 
ciascuno  di  appropriarsi  il  cavallo 
montato  dal  Papa,  che  alla  fine  fu 
aggiudicato  appartenere  al  borgo- 
mastro. Nel  possesso  pi*eso  da  Pio 
II  in  Roma  nel  i4^8>  incorse  egli  pe- 
ricolo di  vita,  perchè  i  romani  colle 
spade  nude  si  disputavano  il  cavallo 
da  lui  montato,  per  impadronirsene 
dopo  la  funzione.  Egual  pericolo 
passò  Innocenzo  Vili  quando,  nel 
1 484  >  prese  il  possesso,  giacché  i 
romani,  appena  il  Papa  discese  dal 
cavallo  bianco  alla  chiesa  di  s.  Cle- 
mente,  con  forte  rissa  lo  rapirono, 
come  pur  fecero  della  sedia,  e  del 
baldacchino  da  lui  adoperato.  Nel 
possesso  di  Giulio  II,  nel  i5o3,  i 
romani  senza  litigi  s' impadronirono 
del  cavallo  da  lui  cavalcato,  e  della 
sedia  e  baldacchino.  Leone  X,  che 
fu  l'ultimo  Papa  a  prendere  possesso 
coi  paramenti  sacri,  volle  prenderlo 
agli  1 1  aprile  1 5 1 3,  cavalcando  quel 
medesimo  cavallo  turco,  sid  quale 
nello  slesso  giorno  dell'  anno  prece- 
dente era  stato  fatto  prigioniero  a 
Ravenna  dai  francesi,  e  sul  quale 
fuggì,  avendo  un  suo  famigliare 
tagliata  la  mano  ed  ucciso  quello, 
che  ne  aveva  afferrata  la  briglia. 
Collo  adoperare  Leone  X  lo  stesso 
cavallo  nel  suo  possesso,  volle  divi- 
dere in  certa  guisa  con  lui  la  gloria, 
e  l'onore  del  trionfo  del  possesso,  co- 
me nel  Cardinalato  ne  aveva  divise  le 


CAV 

fatlclie ,    e    i    pericoli    della    guerra. 
Però  il  Cancellieri    nel  descrivere  a 
pag.   66  tal    possesso,    aggiunge  che 
essendo    stato    fatto   poi   prigioniero 
in  detta  fuga,    lo   ricuperò   per  da- 
nari dai  nemici ,    e  che  gli  divenne 
tanto  caro,    che  comandò  non  fosse 
più    da    veruno    cavalcato,    e    volle 
fosse    pasciuto,    e    tenuto   con   gran 
diligenza    sino    alla    sua    vecchiezza. 
Giunto    che    fu    Clemente    XI    sul 
Campidoglio,  nel  possesso  preso  nel 
1 700,  affollandosi    il    popolo,  il  ca- 
vallo bianco,  che  gli    aveva    donato 
il   principe    Chigi,    si    spaventò    al- 
quanto, e  poco  mancò  che  il  Papa 
ricevesse  un  colpo  d'alabarda  dallo 
svizzero,    che    respingeva    il  popolo. 
Ma  nello  scendere  il  medesimo  Cam- 
pidoglio   Clemente  XIV,    mentre  ai 
a 6    novembre    1 769    con    maestosa 
cavalcata    si    recava    a    prendere    il 
possesso,    giunto    vicino    il    carcere 
mamertino,  il  cavallo  sul  quale  era 
montato   si   pose    in  ardenza  per  le 
acclamazioni  del  popolo,   e  non  es- 
sendosi  potuto   fermare  dai  conser- 
vatori di  Roma,  che  alloia  ne  reg- 
gevano   secondo    il   consueto  i    cor- 
doni   della  briglia ,    lo    gettò   a  ter- 
ra.   Essendo    la    strada    coperta    di 
arena,    il    Papa    non    si    fece    gran 
male ,  onde  lepidamente  disse  ;  Non 
vi  è  contusione ,  ma  un  poco  di  con- 
Jìisionej   e  perciò  entrato  in  lettiga 
aperta ,  si  recò  in  tal  modo  al  La- 
terano.    Rammentando    poi    questo 
avvenimento,    soleva    dire:    Salendo 
al  Campidoglio,    io  sono  comparso 
come    s.    Pielroj    piacesse    a    Dio, 
cìie  essendo   sialo    rovesciato  a  ter- 
ra,   io    diventassi   come    s.    Paolo. 
Corse  pericolo  di  cadere  da  cavallo 
anche  il  Cardinal  Pallavicini  suo  se- 
gretario di  stato.  Egual  disgrazia  an- 
teriormente era  avvenuta  con  peggio- 
ri circostanze,  nel  1 3o5  a  Clemente  V 


CAV  3:5 

in  Lione  mentre  prendeva  possesso» 
giacché  rovesciandosi  un  mvu'o,  egli 
cadde  da  cavallo,  andò  per  terra  il 
triregno,  e  morirono  dodici  baroni. 
Nel  codice  poi  della  biblioteca  Za- 
luski  di  Varsavia  si  rappresenta, 
Casus,  cjuem  ss.  D.  P.  Joannes 
XXIII  in  monte  Adula  eundo  Con- 
stantiam,  e  quadriga,  et  cum  qua- 
driga prolapsuì  iiditj  lo  che  accad- 
de a' 2  3  ottobre  \^\^,  mentre  ai 
28  di  esso  entrò  a  cavallo  in  Co- 
stanza accompagnato  dalla  sua  corte, 
che,  oltre  a  nove  Cardinali  e  molti 
prelati,  consisteva  in  piìi  di  seicento 
persone. 

Finalmente  è  a  sapersi  che  negli 
ultimi  tempi,  nelle  solenni  cavalcate, 
i  Pontefici  cavalcavano  vestiti  di  fal- 
da ,    sopra   la   sottana    e    la    fascia , 
di  rocchetto,  di  mezzetta,  e  di  stola 
preziosa,  portando  in  testa  sopra  il 
camauro    il  cappello  papale  di  vel- 
luto   o    di  raso    rosso,     con    guan- 
ti bianchi,  e     bacchetta    inargentata 
in  mano.  Il    cavallo  poi  era  bian- 
co    nobilmente     bardato     di     val- 
drappa    e    sella    di    velluto    cremisi 
trinato    d'  oro,     con    ricami    simili, 
ed  otto  fiocchi    pendenti  dalla  bar- 
datura quadrata,  ed  anch'essi  d'oro, 
venendo  condotto  al  luogo  ove  mon- 
tava il  Pontefice ,    dal    suo    cavalle- 
rizzo maggiore  [Vedi).    Neil' ascen- 
derlo il  principe  assistente  al  soglio, 
siccome  il  più  degno  laico,   presen- 
tava al  Papa  le  redini  di  seta  cre- 
misi e  d' oro,    e   sosteneva   la  staffa 
sinistra    mentre    tenevasi     la    staffa 
destra    dal    primo    conservatore    di 
Roma,    stando  il  secondo  alla  testa 
del  cavallo.    Quindi  il  principe  assi- 
stente al  soglio  conduceva  il  cavallo 
pel  freno  sino  alla  metà  della  piazza 
quirinale,    o    vaticana,    secondo  ove 
abitava  il  Pontefice,  il  quale  allora 
gli    comandava    che    cavalcasse    col 


36  CAV 

governatore  di  Roma,  restando  a 
tenere  il  freno  dai  due  lati  i  due 
primi  conservatori,  che  a  vicenda 
col  terzo,  e  col  priore  de'  caporioni 
continuavano  sino  al  Laterano.  11 
Papa  veniva  circondato  dalla  guar- 
dia svizzera,  camminando  alle  staffe 
i  due  maestri  delle  strade,  le  guar- 
die del  corpo,  i  paggi,  i  mazzieri,  i 
cursori ,  e  palafrenieri  pontifici ,  col 
decano,  e  sotto  decano,  con  due 
ombrellini  aperti,  portandosi  da  due 
paggi  altro  cappello,  guanti,  e  bac- 
chette inargentate  per  uso  del  Papa 
all'  occorrenza.  Se  poi  egli  non  ca- 
valcava, andava  in  nobile  sedia  co- 
perta di  velluto  cremisi  trinata  d'oro, 
portata  da  due  mule  bianche,  con 
finimenti  pure  di  velluto  cremisi 
ricamati  d'oro.  Fino  poi  al  pontifi- 
cato di  Pio  VI ,  la  carrozza  del 
Papa  era  tirata  da  sei  bellissimi 
cavalli  frigioni  bianchi  :  ora  però 
sono  morelli,  come  lo  sono  gli  altri 
della  scuderia  pontificia,  oltre  le 
mule  bianche.  Prima  queste  e  quelli 
erano  in  maggior  numero,  dappoiché 
la  maggior  parte  de'prelati,  uffiziali, 
ed  altri  addetti  al  servigio  del  Papa 
godevano  l'uso  di  uno,  o  più  cavalli 
secondo  i  gradi.  V.  Treni,  e  Pa- 
lazzi Pontificii  per  le  scuderie  del 
Papa,  ed  altre  notizie  analoghe, 
mentre  ad  Eucaristia  ss.  si  dice  il 
rito,  col  quale  veniva  essa  portata 
.su  di  una  mula,  o  chinea  bianca, 
quando  i  Pontefici  usarono  farla 
precedere  nei  loro  viaggi  [P^edì)^ 
e  possessi  alla  basilica  latcranense 
{Fedi). 

L'uso  dei  cavalli  nei  Cardinali, 
lo  dicemmo  all'  articolo  Carrozze  , 
non  che  a  quello  delle  Cavalcate  : 
laonde  sol  qui  rammenteremo,  che 
Innocenzo  IV,  nel  la/j.'T,  impose  loro 
di  andare  a  cavallo;  che  Paolo  li, 
nel    i464>  accordò  loro  le  valdrap- 


CAV 

pe  rosse,  usandole  prima  di  drappo 
bianco,  con  finimenti,  e  staffe  di 
metallo  dorato  ;  e  che  essendosi  in- 
trodotte le  carrozze,  Giulio  III,  nel 
i55o,  e  poco  dopo  Pio  IV  eccita- 
rono i  Cardinali  a  non  profittarne, 
ma  a  continuare  1'  uso  di  cavalcare. 
Qui  noteremo,  che  il  Cardinale  Sca- 
rampo  Mezzarota,  del  i44o»  fu  il 
primo  porporato  a  mantener  un  gran- 
dissimo numero  di  cavalli  ;  ed  inol- 
tre, che  Urbano  Vili  concesse  ai 
medesimi  Cardinali  di  poter  guar- 
nire i  cavalli  delle  carrozze  con  se- 
terie, fiocchi,  e  ciuffi  rossi,  potendo 
però  usarli  anco  di  lana.  Distinti 
sono  i  Cardinali  decano,  principi , 
e  marchesi,  i  quali  godono  le  inse- 
gne principesche,  con  seterie,  fiocchi, 
e  ciuffi  frammisti  d'  oro. 

La  prelatura  nelle  cavalcate  usa- 
va di  mettere  ai  propri  cavalli  fi- 
nimenti e  valdrappe  di  panno  di 
color  paonazzo,  cioè  i  vescovi  ed  i 
primari  prelati ,  e  gli  altri  nero , 
come  nere  erano  le  valdrappe  e 
i  finimenti  de'  cavalli  di  altri  per- 
sonaggi della  corte  e  curia  romana, 
e  della  famiglia  pontificia.  Ripetere- 
mo altresì,  che  i  quattro  prelati  di 
fiocchetti  usano  ai  cavalli  delle  loro 
carrozze  i  fiocchi  e  ciuffi  di  seta 
paonazza,  distinzione  di  che  godono 
oggidì  pure  i  patriarchi,  E  dal  nu- 
mero 8488  del  Diario  di  Roma, 
del  1773,  si  apprende,  che  Clemen- 
te XIV,  con  biglietto  della  segrete- 
ria di  stato,  confermò  loro  l'uso 
de'  fiocchetti  neri  ai  cavalli,  essendo 
verdi  quelli  dei  vescovi  allorcliè 
si  recano  a  celebrare  qualche  fini- 
zione. 

È  noto,  che  i  vescovi  prendono 
il  possesso  della  loro  chiesa  a  ca- 
vallo, e  che  il  Pontefice  Anastasio 
IH,  del  (^11,  concedette  l'uso  del 
cavallo  bianco  al  vescovo  di  Pavia, 


CAV 

t  come  si  rileva  dalla  vita  di  lui. 
L'Cghelli,  nel  t.  II  deìV  Italia  sa- 
gra j  in  Episcop.  3Iat.  n.  3r,  ri- 
porta la  storia  di  una  gran  contro- 
versia, nata  fra  i  canonici,  e  il  ve- 
scovo di  Modena  pel  cavallo  usato 
da  lui ,  mentre  tornava  in  città  do- 
po la  sua  consacrazione,  giacché  il 
pretendevano  giusta  il  costume.  Di- 
cemmo poi  altrove  che  il  barone,  il 
quale  addestrava  la  mula  al  nuovo 
vescovo  di  Cahors,  la  liceveva  poi 
in  sua  proprietà. 

Il  resto  della  romana  prelatura 
non  può  usare  ciuffi  e  fiocchi  ai 
cavalli,  meno  il  maestro  di  camera 
del  Papa.  Riportammo  pure  all'  arti- 
colo Carrozze,  che  in  Roma  gli 
ambasciatori,  i  principi  assistenti  al 
soglio,  i  principi  romani  e  i  mar- 
chesi di  baldacchino  usano  ai  loro 
cavalli  fiocchi  di  seta  celeste,  e  di 
altro  colore  mista  ad  oro,  e  che  il 
magistrato  romano  gode  la  prero- 
gativa di  guarnire  i  propi'ii  cavalli 
con  fiocchi,  e  ciulH  di  seta  bleu, 
intarsiati  con  oro.  Dai  Diarii  di 
Roma  del  secolo  passato  si  legge, 
che  gli  ambasciatori,  i  principi  e 
le  principesse  inccdcvaiìo  con  caval- 
li ornali  di  fiocchi  d' oro,  alla  pri- 
ma carrozza,  e  con  fiocchi  di  seta 
nera  a  quelli  della  seconda,  e  della 
terza  carrozza  ;  e  che  gli  ambascia- 
tori, benché  Cardinali,  usavano  i  ca- 
valli della  prima  carrozza  coi  fioc- 
chi d'oro.  Quando  l'ambasciatore 
veneto  Cornare,  nel  1722,  si  recò 
in  forma  pubblica  da  Innocenzo 
XIII,  per  essere  decorato  della  mi- 
lizia aurata,  componevasi  il  di  lui 
corteggio  di  nove  cai'rozze  :  i  cavalli 
della  prima  avevano  i  fiocchi  d'oro, 
quelli  della  seconda  di  seta  color 
d' oro,  quelli  della  terza  di  seta  e 
oro,  quelli  della  quarta,  e  quinta 
di  seta  nera,  ma  i  cavalli  delle  altre 


CAV  37 

quattro  non  avevano  fiocchi.  Ed  il 
numero  887  dei  citati  Diarii  rac- 
conta, nell'anno  1722,  che  il  cada- 
vere della  principessa  Orsini  fu  tras- 
portato alla  basilica  latei'anense  en- 
tro una  carrozza  d'acciaio,  i  cui 
cavalli  portavano  i  fiocchi  d'oro, 
avendo  quelli  della  seconda  carroz- 
za i  fiocchi  di  seta  nera,  mentre 
non  li  aveano  quelli  delle  due  al- 
tre carrozze. 

Si  vuol  qui  ricordare  l'antico  co- 
stume di  fare  uso  ancora  dei  ca- 
valli nelle  esequie  dei  morti,  massi- 
me de'  nobili  e  ricchi,  come  si  può 
vedere  presso  Giulio  Lavor,  Varia- 
rum  Luciibrat.  pag.  89.  Ecco  quan- 
to in  proposito  ha  scritto  s.  Gio. 
Grisostomo:  Divile  aliquo  mortilo^ 
non  servof  solos,  et  ancillas,  sed  et 
equos  nccessarii  sacco  amicientes  y 
et  agasonibus  tradentes,  ad  sepul- 
turam  sequi  jiibent,  calamitalis  ma- 
giiiludineni  oslentanles ,  Discor.  par. 
2.  png.  22.  Vincenzo  Borghini  alcu- 
ni esempi  ne  reca,  e  dalla  piccola 
cronaca  manoscritta  del  IMoraldi,  ab- 
biamo che  nelle  esequie  di  m.  Ni- 
colò di  Jacopo  degli  Alberti,  morto 
agli  8  agosto  i38i,  erano  "  otto 
«  cavalli,  uno  delle  armi  del  popolo 
«  perchè  era  cavaliere  del  popolo, 
«  ed  uno  della  parte  guelfa,  perchè 
»  ei"a  de'  capitani  :  due  cavalli  co- 
"  perti  con  le  bandiere  grandi  con 
"  r  arme  degli  Alberti,  ed  un  ca- 
»  vallo  con  un  pennoucello,  ed  uno 
>»  col  cimiero,  spada  e  sproni  di 
»  oro  :  il  cimiero,  una  donzella  con 
"  due  ali;  ed  un  cavallo  coperto 
»  di  scarlatto,  e  il  fante  con  un 
»  mantello  di  vaio  grosso  foderato; 
"  ed  un  altro  cavallo  non  coperto, 
»  con  un  fante,  con  un  mantello 
«  di  paonazzo,  foderato  di  vaio 
»  bruno.  "  Apiid.  script.  Rer.  Ital. 
tom.  XVII,  col.  858.  Andrea  Gatta- 


38  CAV 

ro  descrivendo  la  pompa  funebre  di 
Giovanni  Galeazzo  Visconti,  duca  di 
Milano,  morto  a'  3  settembre  i4o2, 
narra  che  in  essa  furono  veduti  cen- 
to cavalli  coperti  di  zendado,  e  altra 
sorte  di  seta,  colle  insegne  di  venti- 
sette città,  e  castella  grosse,  suddite 
del  duca  di  Milano  ;  ed  oltracciò  un 
cavallo  coperto  coli'  arma  imperiale , 
la  quale  fu  stimata  valere  quindici- 
mila ducati  d'oro. 

II  p.  Lupi,  nella  Dissertazione 
X  sopra  i  cavalli  sovente  scolpiti,  o 
dipinti  dagli  antichi  cristiani,  di- 
ce ,  che  non  è  difficile  trovare 
negli  antichi  monumenti  cristiani 
r  immagine  di  uno  o  più  caval- 
li, massimamente  nei  sepolcri  dei 
martiri;  ed  in  una  cappella  sotter- 
ranea del  cimitei'O  di  Basilla,  sco- 
perta nel  1726,  la  tribuna  era  di- 
pinta con  immagini  di  cavalli  sciol- 
ti, e  che  libei-amente  pascolavano, 
e  ne  riporta  le  immagini  il  Bianchi- 
ni nt  Prolegomeni,  al  tomo  III  di 
Anastasio.  Al  sepolcro  antico  di  s. 
Valentino  martire,  e  vescovo  di  Ter- 
ni, erano  dipinti  due  cavalli.  11  So- 
sio trovò  due  cocchi  a  quattro  ca- 
valli dipinti  nella  volta  di  un  mo- 
numento nel  cimitero  di  Priscilla  ; 
ed  altre  somiglianti  pitture,  e  scul- 
ture di  cavalli  si  trovano  negli  an- 
tichi sepolcri  de' martiri,  e  de' cri- 
stiani. Fra  le  spiegazioni,  che  si  dan- 
no a  tali  simboli,  vuoisi  che  i  cri- 
stiani, i  quali  ebbero  tal  figura  ai 
sepolcri  loro,  appartenessero  al  col- 
legio, o  al  comune  detto  de' Giu- 
mentari!, o  fossero  delle  famiglie , 
che  servivano  alle  stalle  imperiali , 
che  si  chiamavano  Sacra  Stabula , 
ovvero  che  tali  cristiani  spettassero 
al  servizio  dei  cerchi,  ai  quali  era- 
no destinate  molte  famiglie.  Tutta- 
volta  il  medesimo  p.  Lupi  dice,  che 
tal  simbolo    è   secondo    il   precetto 


CAV 

dell'Apostolo,  tolto  dalle  corse  pub- 
bliche: correte,  o  fedeli,  in  maniera 
che  riportiate  il  premioj  e  difatti 
nel  sasso  di  s.  Fiorenzo  fanciullo 
martire,  vicino  al  cavallo  è  espres- 
sa la  meta,  ove  il  corso  si  finiva; 
come  per  esprimere  un  egual  sim- 
bolo in  alcuni  sassi  cristiani  è  scol- 
pita una  nave  vicina  ad  una  di  quel- 
le torri,  che  servono  di  fanali  ai 
porti,  significando  che  quel  fedele 
dopo  una  travagliosa  navigazione  ha 
preso  porto. 

Sulla  benedizione  de'  cavalli  per 
la  festa  di  s.  Antonio,  può  vedersi 
r  articolo  Camaldolesi,  monache,  a 
cui  appartiene  la  chiesa  dedicata  in 
Roma  a  quel  santo.  Il  Cancellieri 
ne  parla  ne'  suoi  Possessi,  a  pag. 
5 IO,  focendo  pur  menzione  di  sì  pio 
uso  lo  Spengero,  il  Desieine  ed  altri. 
II  p.  Fabrizio  dell'  Oi-dine  de'  pre- 
dicatori ,  compose  un'  opera  sulle 
Ricerche  dell'epoca  dell'  equitazio- 
ne, e  dell'  uso  dei  carri  equestri 
presso  ^li  antichi,  Roma  1764.  E 
poi  troppo  nota  la  sorpresa,  il  ter- 
rore e  r  ammirazione  che  produsse 
negli  americani  la  vista  dei  cavalli 
di  Colombo,  dappoiché  supponeva- 
no il  cavaliere,  e  il  cavallo  ambe- 
due ragionevoli,  anzi  credevano  fos- 
se un  solo  animale,  donde  gli  anti- 
chi inventarono  la  favola  dei  cen- 
tauri, de'quali  scrisse  il  Banier,  Dis- 
serlation  sur  i  origine  de  la  falle 
des  centaures,  dans  V  histoire  de 
V  acad.  des  Ind.  II.  a 6. 

CAVE  (Cavae),  o  Cavi.  Borgo 
dello  slato  pontificio,  nella  Comarca, 
diocesi  di  Palestrina,  appartenente 
alla  casa  Colonna.  Esso  giace  in  a- 
menissima  posizione,  ed  ha  pittore- 
schi dintorni.  Si  ammirano  poco 
distante,  siccome  avanzo  della  sua 
antichità,  alcune  mura  ciclopee,  i  ru- 
deri d'uu  sepolcro  piramidale,  e  il 


CAV 

moderno  ponte,  eretto  nel  1827,  che 
sopra  sette  archi  scavalca  un  torren- 
te, il  quale  vuoisi  derivare  dal  Trero, 
oggi  Sacco,  fiume  che  va  a  scaricar- 
si presso  Ceprano  nel  Liri.  Questo 
borgo  desume  il  suo  nome  dai  por- 
tentosi cavi,  o  grotte,  eseguiti  fi-a  le 
rupi,  affine  di  far  passare  la  via  fra 
i  quali  si  trova.  Fra  Preneste  e  Ca- 
ve avvenne,  l'anno  267  o  269  di 
Roma,  cii'ca  cinque  secoli  avanti 
r  era  cristiana,  la  battaglia  campale 
fra  i  romani  comandati  dal  console 
Caio  Aquilio  Tusco,  e  gli  ernici,  che 
furono  compiutamente  disfatti.  Il 
moderno  paese  fu  costruito  verso 
l'anno  998  di  Cristo,  e  popolato 
per  cura  de'  monaci  di  Subiaco.  Pri- 
ma si  chiamò  il  castello  de  santi 
tre 3  dai  titolari  delle  chiese  ivi  e- 
difìcate  :  il  primo  era  dedicato  a  s. 
Lorenzo  col  contiguo  monistero  dei 
benedettini,  consacrato  nel  1092, 
dal  vescovo  Prenestino  Cardinal  Ugo 
Candido  ;  ma  nello  scisma  di  Cle- 
mente III,  falso  Pontefice,  furono 
i  monaci  discacciati.  Fu  in  detto  an- 
no, che  Cave  venne  occupata  da 
Pietro  Colonna,  il  quale  faceva  la 
guerra  a  Papa  Pasquale  II,  che  ad 
onta  degli  aiuti  dal  Colonnese  rice- 
vuti dal  conte  di  Capua  Riccardo, 
lo  ricuperò  alla  Chiesa  insieme  ad 
altre  terre  concedendolo  nel  iioi, 
per  due  terzi,  insieme  colla  rocca,  alle 
monache  di  s.  Ciriaco,  il  cui  mo- 
nistero era  presso  la  chiesa  di  s.  Ma- 
ria in  Yia  Lata,  le  quah  ne  otten- 
nero il  possesso  soltanto  nel  11 25. 
Abbiamo  inoltre  dal  Martinelli,  che 
una  metà  di  questa  terra  insieme 
colla  chiesa  di  s.  Stefano  e  s.  Sabi- 
no, e  due  parti  della  rocca  di  Ca- 
ve, erano  slate  occupate  da  Calo- 
leo  da  Cave.  Dipoi  questo  castel- 
lo si  denominò  il  Castel  de' santi 
(inauro  :    il    perchè    una   porzione 


CAV  3t) 

del  territorio  ancora  ne  porta  il 
nome. 

Alcuni  autori  vogliono,  che  nel 
1  100,  quei  di  Cave  coi  prenestini 
eleggessero  contro  Pasquale  II  l'an- 
tipapa Teodorico,  che  di  poi  fu  obbli- 
gato a  prendei'e  l'abito  religioso  :  e 
mentre  altri  sostengono,  che  l'anti- 
papa Gregorio  Vili  fosse  rilegato 
nel  menzionato  monistero  di  s.  Lo- 
renzo, i  più  critici  asseriscono  do- 
versi ritenere  piuttosto  il  monistero 
della  ss.  Trinità  della  Cava  presso 
Salerno,  per  luogo  di  sua  penitenza. 
Certo  è  che,  nel  1 1 1 8,  profittando 
i  Colonnesi  della  persecuzione  ecci- 
tata dai  Frangipani  a  danno  di 
Gelasio  II,  tornarono  ad  impadro- 
nirsi di  Cave,  che  in  seguito  ebbe 
comuni  le  vicende  colla  vicina  Pa- 
lestrina,  centro  della  potenza  della 
famiglia  Colonna,  ad  eccezione  che 
non  andò  soggetta  alle  distruzioni,  co- 
me quella  città  nel  1298,  e  nel  i437, 
nei  pontificati  di  Bonifacio  Vili,  ed 
Eugenio  IV.  Però,  nel  1482,  fu 
stretta  d'  assedio  dalle  milizie  ponti- 
ficie nella  guerra  fra  Sisto  IV,  e  il 
duca  di  Calabria,  e  dovette  aiTen- 
dersi. 

Per  le  gare  fra  i  Colonnesi  e  i 
CarafTeschi  nipoti  di  Paolo  IV ,  i 
primi,  nel  i556,  furono  scomunicati, 
e  vennero  dati  i  loro  stati  ai  secon- 
di, che  fortificarono  Paliano  (Vedi). 
In  tal'  epoca  avendo  citato  l'  avvo- 
cato del  fisco  della  camera  aposto- 
lica Filippo  II  re  di  Spagna,  come 
reo  di  violato  giuramento  già  px-e- 
stato  a  Giulio  III,  pel  feudo  del 
regno  di  Napoli,  dichiarandolo  de- 
caduto, il  viceré  di  Napoli  duca  di 
Alba  unì  le  sue  genti  ai  Colonnesi, 
prese  Cave,  e  Genazzano  (Vedi)y 
portò  il  terrore  ne'  dintorai,  e  si  ac- 
costò col  suo  esercito  a  Roma.  Ma 
dopo   varie    guerresche   vicende,    le 


4o  CEA 

truppe  pontificie,  guidate  da  Matteo 
Stendardo,  valorosamente  rivendica- 
rono diversi  conquisti  :  senonchè,  a 
mediazione  di  Giovanni  III,  re  di  Por- 
togallo, fu  segnata  la  pace  in  Cave, 
per  cui  il  luogo  acquistò  celebrità. 
Il  Cardinale  Carlo  Caraffa,  nipote  di 
Paolo  IV,  a  tal  effetto  col  suo  se- 
guito si  recò  da  Palestrina  a  Cave, 
venendo  incontrato,  nella  pianura 
detta  gli  olmi  di  Cave,  dal  duca  di 
Alba,  accompagnato  pure  dai  suoi; 
dopo  il  qual  pacifico  abboccamento 
si  riunirono  in  Cave  in  casa  Leon- 
celli, oggi  Mattei,  presso  la  piazza 
di  s.  Stefano  ,  ed  a'  7  settembre 
1557,  fu  stipulata  la  concordia,  i 
cui  capitoli  si  leggono  nel  Rinaldi 
a  tal  anno  n.  14.  Alessandro  d'An- 
drea scrisse  tre  discorsi  della  guer- 
ra della  campagna  di  Roma,  e  del 
l'egno  di  Napoli,  nel  1 S56,  e  1 557, 
stampati  poi  in  Madrid,  nel  1589, 
e  nella  detta  casa  se  ne  legge  la 
memoria  per  una  isci'izioue.  Attual- 
mente Cave  ha  dei  regolari  edifizii , 
e  fra  le  chiese  è  degna  di  menzio- 
ne quella  de'  minori  conventuali  de- 
dicata a  s.  Carlo  Borromeo,  ove 
tì  sono  due  colonne    spirali . 

CAVERNA.  Città  d'Africa  presso 
Cartagine,  in  cui  nell'anno  894  si 
celebrò  un  concilio  sopra  il  vescovo 
Primiano.  Reg.  III.  Labbé,  tom.  II. 
Arduino,  tom.  I,  e  Lenglet. 

CAZINZARTANI.  Eretici  derivati 
dagl'  iconoclasti.  Ebbero  origine  nel 
secolo  VII,  ed  agli  errori  di  quella 
setta  ne  aggiungevano  qualcuno 
eziandio  de'  nestoriani.  Prestavano 
culto  alla  sola  immagine  della  Cro- 
ce; perciò  si  appellai'ono  anche 
staurolatri. 

CEA  (  Tìicrmia ,  o  Zea  ) .  Isola 
del  mare  Egeo,  una  delle  Cicladi, 
con  città  vescovile  fino  dal  IX  se- 
colo.   Nel  XVII  divenne  arcivcsco- 


CEB 
vato   onorario   di  rito   greco,   sotto- 
posto alla  metropoli  di  Atene,  come 
vuole  Commanville. 

CEADDA  (s.).  Fu  prima  vescovo 
di  Yorck,  e  ne  adempiva  con  molto 
zelo  i  doveri;  ma  tornato  di  Fran- 
cia s.  Wilfrido,  che  aveva  un  ante- 
cedente diritto  a  quella  sede,  per 
la  elezione  di  Alfredo  re  di  Nor- 
tumbria,  seguendo  anche  il  consiglio 
di  s.  Teodoro,  arcivescovo  di  Can- 
torbery  e  primate  di  tutta  la  Chiesa 
britannica,  cedette  a  quest'  ultimo 
r  episcopato,  dedicandosi  alla  vita 
solitaria  nella  badia  di  Lesti ngay. 
Le  virtù  distinte  di  lui  non  permi- 
sero, che  rimanesse  lungamente  ce- 
lato, e  non  andò  molto,  che  venne 
chiamato  a  succedere  Giarumano 
vescovo  dei  merciani.  Egli  fu  il- 
primo  tra  i  vescovi  di  quei  popoli, 
che  stabilisse  la  sua  sede  a  Letch- 
fleld,  e  tanto  affaticò  nel  pastorale 
ministero,  che  s.  Teodoro  ebbe  a 
prescrivergli  di  moderare  le  zelanti 
sue  cure,  affinchè  la  preziosa  sua 
vita  fosse  più  lungamente  conservata 
ai  vantaggi  della  Chiesa.  Portò  sem- 
pre un  grandissimo  affetto  alla  riti- 
ratezza ,  e  riponeva  le  sue  distra- 
zioni nel  conversare  con  alcuni  mo- 
naci, che  abitavano  presso  la  sua 
cattedrale.  Presenfi,  per  particolare 
inspirazione,  la  sua  morte,  e  se  ne 
dispose  alla  maniera  dei  santi.  Morì 
il  giorno  primo  di  marzo  dell'anno 
673. 

CEBARADISA.  Sede  episcopale 
della  Bizacena  nell'Africa  occidentale, 
sottoposta  ad  Adramito,  il  cui  ve- 
scovo Mustuto  intervenne  al  conci- 
lio lateranense,  celebrato  l'anno  G54 
dal  Pontefice  s.  Martino  I.  Ep.  Syn. 
liisac. 

CEBRIAN,  o  CEVRIAN-Y-Val- 
DA  Francesco  Antonio,  Cardinale. 
Francesco  Antonio  Cebrian-y-Valda 


CEB 
nacque  a' 19  febbraio  1734  nella 
città  di  s.  Filippo  di  Xativa  nella 
diocesi  di  Valenza  di  Spagna,  da 
una  delle  più  distinte  famiglie  del 
regno  ,  godendo  il  grandato  di 
Spagna;  il  perchè  ricevette  una  pro- 
porzionata educazione,  che  unita  ad 
un  carattere  nobile,  pio  ed  amabile, 
gli  procacciò  stima  sino  dalla  sua  tene- 
ra gioventù.  Nello  studio  fece  profitto, 
massime  nella  giurisprudenza  civile 
e  canonica  nella  università  di  Va- 
lenza, ove  dopo  essere  slato  laureato 
in  ambe  le  leggi,  ne  divenne  catte- 
dratico, e  rettore,  e  si  acquistò 
riputazione  per  la  profondità  del 
sapere,  e  per  le  belle  sue  maniere. 
Ordinato  sacerdote,  fu  fatto  cano- 
nico della  metropolitana  di  Valenza, 
e  meritò  di  essere  nominato  vescovo 
di  Tudela.  Senonchè,  avanti  di  ri- 
cevere le  bolle  pontificie,  venne  di- 
chiarato vescovo  -di  Orihuela,  col 
qual  titolo  ricevette  l'episcopale  con- 
sacrazione. Governò  la  diocesi  con 
gran  zelo  e  prudenza,  e  per  la  sua 
vigilanza  pastorale  procacciossi  l'a- 
more e  la  venerazione  del  suo  greg- 
ge ,  particolarmente  allorquando  si 
offrì  vittima  per  esso,  nell'assistenza 
personale,  che  prestò  a' suoi  dioce- 
sani nell'epidemia  da  cui  fu  afflitta 
la  Spagna  nel  18 12.  Ritornato  nel- 
l' anno  seguente  al  trono  degli  avi 
suoi  il  re  Ferdinando  VII,  siccome 
conoscitore  delle  virtù  di  Cebrian, 
lo  nominò  patriarca  dell'Indie,  vi- 
cario generale  dell'  esercito,  nonché 
curato  ordinario  del  real  palazzo,  e 
della  regia  famiglia;  per  le  quali 
cariche  e  spirituale  giurisdizione  Pio 
VII  gli  fece  spedire  le  relative  bolle. 
Ma  non  trovò  pace  lo  spirilo  del 
buon  prelato  dimorando  in  Madrid 
presso  la  persona  del  re,  sinché  non 
gli  fu  concesso  di  riimnziare  la  chiesa 
di  Orihuela,    che   vedovasi  impossi- 


CEC  4» 

bilitato  di  governare.  Quindi  fu  fatto 
arcidiacono  di  Toledo,  e  nel  conci- 
storo de' 23  settembre  1816,  il  me- 
desimo Pio  VII  lo  creò  Cardinale 
dell'ordine  de' preti,  e  perchè  non 
si  recò  mai  a  Roma ,  non  ebbe  ti- 
tolo Cardinalizio.  Finalmente  pieno 
di  meriti,  amato  dal  re,  che  inoltre 
gli  conferì  la  gran  croce  della  Con- 
cezione di  Carlo  III,  rispettalo  da 
tutta  la  corte,  cessò  di  vivere  in 
Madrid  agli  8  febbraio  1820,  nell'età 
di  ottantaquattio  anni.  Era  di  pa- 
cifico carattere  e  mansueto,  distac- 
cato dal  mondo,  amante  de'  poveri , 
e  generoso  con  essi;  per  la  qual  cosa 
la  sua  memoria  è  in  benedizione. 

CEBU'  [Nomiiu's  Jesu).  Vesco- 
vato nelle  ìsole  Filippine.  V.  Nome 
DI  Gesù, 

CECERITA.  Sede  episcopale  della 
provincia  proconsolare  d' Africa ,  il 
cui  vescovo  Quobulo  si  recò  in  Ro- 
ma al  concilio  di  Laterano,  adunato 
da  s.   Martino  I. 

CECCANO  Annibale,  Cardinale. 
Annibaldo  Gaetani  da  Gactani  da 
Ceccano,  luogo  della  provincia  di 
Campagna  ,  diocesi  di  Aquino  , 
d'  ingegno  acuto,  magnanimo,  esper- 
to nel  maneggio  degli  afEiri,  dotto- 
re nei  canoni  ed  in  teologia,  era 
arcidiacono  di  Arras,  quando  circa 
i'  anno  i326  Giovanni  XXII  lo 
promosse  ad  arcivescovo  di  Napoli, 
poi  a' 18  dicembre  del  1827  lo  creò 
Cardinal  prete  di  san  Lorenzo  in 
Lucina.  Nel  i33i  accomodò  una 
grave  discordia  tra  il  vescovo  di 
Parigi,  e  1'  università  della  Sorbona, 
perchè  quel  prelato  avca  multato 
di  quattrocento  lire  un  cherico  di 
quell'accademia.  Due  volte  nel  pon- 
tificato di  Clemente  VI  andò  in  quali- 
tà di  legato  a  comporre  la  pace  alla 
corte  di  Francia  tra  quel  monarca ,  e 
quello  d'Inghilterra,    cioè  nel  i344} 


4tì  CEC 

e  nel  i347.  In  Parigi  egli  fece  la 
solenne  dedicazione  della  chiesa  del 
collegio  della  Sorbona ,  a'  1 9  otto- 
bre del  medesimo  anno ,  e  stabilì 
una  tregua  di  tre  anni,  rotta  la 
quale,  MI  tornò,  ma  inutilmente.  Gli 
riuscì  meglio  la  legazione  in  Ale- 
magna,  nello  stesso  anno  i347,  ^ 
Carlo  re  de'  romani,  elettp  impera- 
tore invece  di  Lodovico  Bavaro  sci- 
smatico e  scomunicato.  Andò  a  Na- 
poli a  determinare  nel  ducato  di 
Benevento  i  confini  dello  stato  Pon- 
tifìcio; ed  in  questa  legazione  do- 
vette molto  soflerire,  perocché  segnò 
una  tregua  di  tre  anni  fra  Lodo- 
vico re  di  Ungheria,  e  Giovanna  re- 
gina di  Napoli ,  pena  la  scomunica 
coU'ammenda  di  200000  fiorini  d'oi'O 
a  chi  l'avesse  violata.  Governò  Roma 
con  amplissime  facoltà  nel  giubileo  del 
1 35o  ;  ma  ristrette  ai  forestieri  le 
visite  delle  basiliche  di  Roma  con 
danno  dei  mercanti ,  ed  artigiani , 
corse  più  di  una  volta  pericolo  della 
vita,  specialmente  per  la  scelleratez- 
za del  famoso  Cola  di  Renzo,  il 
quale  con  un  dardo  gli  avea  trafo- 
rato il  cappello.  11  Cardinale  lo  sco- 
municò: perlocchè  partissi  di  Roma 
il  Cola,  e  ricovrossi  presso  Carlo  re 
de' romani  in  Boemia.  Poscia  spedito 
il  Cecca  no  in  Ungheria  per  rimuo- 
vere quel  sovrano  dalla  spedizione 
di  Nàpoli,  morì  nel  luglio  del  1 35o 
in  Castello  s.  Giorgio  nella  Campa- 
gna, come  si  crede,  avvelenato,  do- 
po 22  anni  di  Cardinalato.  Fu  se- 
polto nella  vaticana  basilica,  della 
quale  era  arciprete,  nella  cappella 
dei  ss.  Lorenzo  e  Giorgio.  Era  stato 
presente  ai  conclavi  di  Benedetto 
XII,  e  Clemente  VI,  e  concorse 
col  suo  suffragio  alla  loro  elezione. 
Come  chiarissimo  poeta,  estese  in  versi 
eroici  le  vite  dei  ss.  Apostoli  Pietro 
e    Paolo,    e    teneva   corrispoudenza 


CEC 

col  celebre  Petrarca.  Inoltre  eresse 
un  monistei'o  ai  celestini  presso  Avi- 
gnone, e  lo  dotò  generosamente. 

CECCANO  Giordano,  Cardinale. 
Giordano  Ceccano,  nobile  della  Cam- 
pagna, monaco  cistcrciense,  ed  abba- 
te di  Fossanova,  assai  perito  nelle 
lettere  umane  e  divine,  ai  2 1  marzo 
del  1 188,  da  Clemente  III  fu  creato 
Cai'dinal  diacono,  poi  divenne  prete 
di  s.  Pudenziana .  Divoto  alla  b. 
Vergine,  1'  eresse  magnifico  tempio 
in  patria.  Ebbe  la  legazione  di 
Francia,  dell'  Alemagna,  e  da  Inno- 
cenzo III  quella  della  Marca,  ove 
raffermò  quei  popoli  alla  ubbidien- 
za della  Chiesa.  Il  medesimo  Innocen- 
zo III,  lo  spedì  con  i5oo  oncie  di 
oro  a  sovvenire  ai  monaci  di  Mon- 
tecassino  assediati  da  Marcualdo  , 
siniscalco  al  i-e  di  Sicilia,  tutore 
del  re  pupillo,  o  meglio,  invasore  del 
regno.  Morì  il  Ceccano  circa  l'anno 
1210,  dopo  un  Cardinalato  di  ven- 
tidue anni,  e  di  essere  stato  ai  comi- 
zi d' Innocenzo  III. 

CECCANO  Gregorio,  Cardinale. 
Gregorio  Ceccano  nacque  a  Cecca- 
no di  Soi*a  da  nobile  famiglia.  Se- 
gretario del  Pontefice,  a  mezzo  del 
Cardinal  Gaetani  poi  Gelasio,  venne 
da  Pasquale  II  promosso  al  cardi- 
nalato col  titolo  di  s.  Lorenzo  in  Lu- 
cina, e  fu  alla  elezione  di  Gelasio 
II.  Approvò  quella  di  Cahsto  II 
avvenuta  nel  monistero  di  Clugny 
nelle  Gallie;  e  morì,  secondo  l'Au- 
bery,  nel  pontificato  di  Onorio  II. 

CECCANO  Stefano,  Cardinale. 
Stefano  Ceccano,  era  detto  il  Cardinal 
di  Fossanova,  perchè  vi  aveva  pro- 
fessato la  regola  dei  cistcrciensi , 
divenendone  priore,  ed  abbate.  De- 
gno nipote  al  Cardinal  Giordano 
dello  stesso  nome,  nel  121 3,  da 
Innocenzo  IH  fu  creato  Cardinal 
diacono  di  s.  Angelo,  poi  prete  dei 


CE  e 

«s.  Apostoli,  e  Camerlengo  di  s. 
Chiesa.  Alla  sua  presenza  s.  Dome- 
nico, di  cui  era  intimo  amico  gli 
risuscitò  il  nipote  Napoleone  mor- 
to per  una  caduta  da  cavallo. 
Si  trovò  alla  traslazione  solenne, 
che  avvenne  della  immagine  della 
B.  V.,  che  si  vuole  dipinta  da  s.  Lu- 
ca, dal  monistero  di  s.  Maria  del- 
la Tome,  che  anticamente  esisteva 
presso  la  chiesa  di  s.  Cecilia,  a 
quello  di  s.  Sisto,  la,  quale  immagi- 
ne a  pie  scalzi  si  pose  sulle  spalle. 
Cooperò  alla  erezione  del  magnifico 
tempio  dedicato  a  Dio  in  onore 
dell'  Assunta ,  e  di  s.  Galgano  in 
Siena,  cui  arricchì  generosamente; 
edificò  una  cappella  sotto  T  invoca- 
zione di  s.  Maria  della  Rotonda, 
nella  sagrestia  della  quale  si  vede- 
va l'effìgie  di  lui  in  atto  di  vene- 
rare la  Vergine  santissima.  Final- 
mente, dopo  i  comizi  di  Onorio  III, 
e  di  Gregorio  IX,  mori  nel  1227, 
quindici  anni  dacché  avea  conseguito  il 
cappello,  ed  ebbe  tomba  nella  basi- 
lica liberiana  con  breve  iscrizione. 

CECCANO  Teobaldo,  Cardinale. 
Teobaldo  Ceccano  dei  conti  di  Ter- 
racina,  abbate  nel  monistero  di  Pos- 
sano va,  consanguineo  al  Cardinal 
Giordano  del  medesimo  nome ,  nel 
1275  fu  ci'eato  Cardinal  prete  da 
Gregorio  X.  Nel  concilio  generale 
di  Lione,  si  rese  celebi'e  per  molte 
legazioni  assai  decorosamente  soste- 
nute. Vide  la  morte  dell'  angelico 
dottore;  enei  1279,  lo  seguì  dopo 
quattro  anni  di  Cardinalato. 

CECCHINI  Domenico,  Cardinale. 
Domenico  Cecchini,  patrizio  romano, 
era  fornito  di  bello  spirito,  e  vi- 
vace ingegno  ;  e  laureatosi  nella  u- 
niversità  di  Perugia,  andò  alla  curia 
di  Roma  presso  Pamfily,  e  Ludovisi 
uditori  di  Ruota  :  questi  divenne 
Gregorio  XV,    e  quegli   Innocenzo 


CEC 


43 


X.  Quindi  datosi  a  patrocinar  cau- 
se, Gregorio  XV  lo  associò  agli 
avvocati  concistoriali,  lo  fece  suo  ca- 
meriere segreto,  uditore  del  Cardinale 
camerlengo,  che  eia  nipote  del  Ponte- 
fice, canonico  della  basilica  vaticana, 
e  rettore  dell'  archiginnasio  l'omano. 
Urbano  Vili  lo  ascrisse  ai  votanti 
di  segnatura,  e  nel  i643,  agli  udi- 
tori di  Ruota,  ed  ai  consultori  del 
s.  offlzio.  Innocenzo  X,  nel  i644>  lo 
fece  datario,  ed  ai  i4  novembre 
dello  stesso  anno,  lo  creò  Cardinal 
prete  di  s.  Sisto ,  e  lo  confermò 
neir  ufficio  colla  qualifica  di  pro- 
datario. Fu  uno  dei  giudici  nella  cau- 
sa di  Giansenio;  intervenne  ai  co- 
mizi di  Alessandro  VII,  dopo  i  quali 
mori  nel  i656,  di  sessantotto  an- 
ni, e  undici  di  Cardinalato,  con  fa- 
ma di  dottissimo  personaggio.  A  ca- 
gione delle  falsità  del  sotto-data- 
rio Mascabruni,  il  nostro  Cardina- 
le nel  pontificalo  d'Innocenzo  X, 
sebbene  di  lui  favorito,  sofflù  ama- 
re vicende.  Ebbe  tomba  nella  basi- 
lica di  s.  Maria  in  Trastevere,  ove 
avea  ornata  la  cappella  della  Ma- 
donna detta  di   Viacupa. 

CECI  Pomponio,  Cardinale.  Pom- 
ponio Ceci,  valente  in  filosofia  ed  a- 
stronomia,  ebbe  un  canonicato  in  s. 
Giovanni  Laterano  ;  e  da  Paolo  III, 
nel  i538,  il  vescovato  di  Orte  e  Ci- 
vita Castellana;  dipoi  quello  di  Su- 
tri  e  Nepi  ;  quindi  fu  vicario  del 
Pontefice,  e  da  ultimo  dallo  stesso 
Paolo  III,  a'3i  maggio  del  i542, 
fu  creato  Cardinal  prete  di  s.  Ci- 
riaco. Ma  dopo  due  mesi  morì  a 
Roma,  e  fu  sepolto  nella  basilica 
lateranese,  nella  sua  gentilizia  cappel- 
la dedicata  alla  nascita  di  Nostro  Si- 
gnore, con  semplicissima  lapide  a 
prirte  destra  della  medesima,  che 
porta  il  nome  di  lui,  con  quello  di 
alcuni  altri  di  sua  famiglia. 


44  CEC 

CECILIA  (s.),  romana, educata  al- 
la scuola  del  vangelo,  (Ino  da  fanciul- 
la si  mostiò  adorna  di  rare  virtù. 
Quantunque  uscita  di  ricca  e  nobi- 
le famiglia,  avea  fatto  voto  di  rima- 
nersi vergine  per  tutta  la  vita,  ma, 
costretta  dai  genitori,  si  legò  in  ma- 
trimonio con  un  gentiluomo,  Vale- 
riano  di  nome,  eh'  ella  seppe  ritrar- 
re dall'idolatria  alla  religione  del 
vero  Iddio.  A  questa  conversione 
aggiunse  anche  quella  di  Tiburzio, 
suo  cognato,  e  di  Massimo,  i  quali 
condannati  a  morte,  perchè  cristia- 
ni, la  precedettero  di  pochi  giorni 
nella  gloria  del  martirio.  Credesi,  che 
cib  avvenisse  l'anno  aSo,  sotto  A- 
lessandro  Severo. 

Nel  quinto  secolo  vi  era  in  Ro- 
ma una  chiesa,  dedicata  a  santa  Ce- 
cilia. Il  Pontefice  Pasquale  I  ve  ne 
eresse  una  nuova,  nella  quale  tras- 
feiù  il  corpo  di  s.  Valeriano,  che 
fu  trovato  unitamente  a  quello  di 
s.  Cecilia,  ed  ivi  ancora  comandò , 
che  si  trasportassero  i  corpi  di  s. 
Tiburzio,  di  s.  Massimo,  e  dei  som- 
mi Pontefici  Urbano  e  Lucio;  tras- 
lazione avvenuta  nell'anno  821.  Il 
medesimo  Pontefice  fondò  pure  un 
raonistero  presso  la  nuova  chiesa. 
11  Cardinal  Paolo  Emilio  Sfondrati, 
nipote  di  Gregorio  XIV,  ne  la  ri- 
fabbricò, e  decorò  riccamente,  ed  è 
titolo  di  Cardinal  prete.  Le  reliquie 
di  questi  santi  furono  riposte  in  una 
magnifica  volta,  sotto  1'  aitar  maggio- 
re, e  si  chiama  in  oggi  la  confessio' 
ne  di  santa  Cecilia,  come  meglio 
dicesi  all'articolo  Chiesa,  di  s.  Ce- 
cilia [P^edi).  Questa  santa  è  assai 
celebre  nella  Chiesa,  e  viene  anche 
nominata  nel  canone  della  messa.  I 
cultori  dell'arte  musicale  l'hanno  scel- 
ta a  proteggitricc,  perchè  è  noto,  che 
questa  santa  accordava  al  canto  del- 
le divine  lodi  lu  musica  istroracatule. 


CED 

CECILIO  (s.),  africano  di  nascita, 
fu  convertilo  alla  fede  di  Gesù  Cri- 
sto, per  le  preghiere  insieme  e  per 
le  instruzioni  di  Ottavio  e  di  Mi- 
nuzio  Felice,  che  dalle  tenebre  del 
paganesimo  erano  venuti  alla  luce 
del  vangelo ,  e  ne  sostenevano  con 
molta  sapienza  e  forza  le  ragioni. 
Questo  santo,  che  fu  prete,  ebbe  il 
merito  della  conversione  di  san  Ci- 
priano, il  quale ,  per  sentimento  di 
venerazione  e  riconoscenza,  volle  in 
seguito  portarne  il  nome.  Mori  in 
età  molto  avanzata ,  e  fu  beneme- 
rito assai  della  i*eligione  cristiana.  Di 
lui  si  fa  memoria  nel  martirologio 
romano. 

CEDAMUSA.  Sede  vescovile  di 
Sitifi  in  Africa,  nella  provincia  della 
Mauritiana.  Not.  Jfr. 

CEDDO  (s.).  Questo  santo  prela- 
to era  fratello  di  s.  Chaddo  ve- 
scovo di  Litchfield,  del  santo  sa- 
cerdote Celino  e  di  Cimberto,  i  quali 
si  adoperarono  ad  illuminare  nelle 
verità  della  fede  gli  anglo-sassoni. 
Il  desiderio  di  restare  nell'  oscurità , 
e  di  attendere  alla  propria  santifi- 
cazione, lo  indussero  a  ritirarsi  nel 
monistero  di  Lindisfarne.  Le  virtù, 
ond'era  adorno,  gli  meritarono  l'ono- 
re del  sacerdozio ,  ed  il  vescovo  di 
Lindisfarne  gli  affidò  l' importante 
incarico  di  ammaestrare  nella  fede 
i  popoli  soggetti  al  re  Pende,  che 
avea  ricevuto  il  battesimo  con  molti 
de'  suoi  ministri.  La  predicazione  di 
s.  Ceddo  ebbe  un  esito  felicissimo , 
imperocché  si  videro  ben  presto  at- 
terrati i  templi  degl'  idoli,  ed  i  loro 
cultori  pi'estarono  al  vero  Dio  quel- 
l'onore, che  prima  tributavano  alle 
insensate  divinità.  Ma  un  campo  più 
esteso  si  aperse  allo  zelo  di  Ceddo, 
il  quale  avrebbe  ben  volentieri  sa- 
crificata la  vita  per  acquistare  pro- 
seliti alla    cioce.    Oswy    re  di  Nor- 


CEF 
thumberland,  mandollo  con  vm  pi'ete 
da  Sigiberto  re  dei  sassoni  orientali, 
il  quale  avca  abbracciato  la  fede  di 
Gesù  Cristo.  Le  fatiche  del  santo 
apostolo  furono  da  Dio  benedette , 
ed  il  numero  di  quelli,  che  si  con- 
vertirono, fu  veramente  ammirabile. 
Recatosi  in  seguilo  a  Lindisfarne  per 
trattare  col  vescovo  Finan  intorno 
ad  alcuni  aflàri  importanti,  fu  con- 
sacrato vescovo  dei  sassoni  orientali. 
Insignito  di  questa  dignità,  andò  tosto 
nella  sua  diocesi,  e  continuò  l'opera 
che  vi  avea  intrapreso.  Fondò  mol- 
te chiese,  e  tre  monisteri  :  assistette 
al  sinodo  celebrato  a  Stx'cneshalch 
nel  664,  ove  stabilì  che  si  seguisse 
la  pratica  stabilita  dai  canoni  intor- 
no alla  celebrazione  della  Pasqua. 
Dopo  qualche  tempo  fu  colpito  dal- 
la peste,  e  terminò  la  sua  carriera 
nel  suo  monistero  di  Lestingay  nel 
giorno  iG  ottobre.  Il  martirologio 
d' Inghilten-a  ne  fa  menzione  nel  dì 
7  gennaio. 

CEDI  A  S.  Sede  episcopale  d'Africa 
nella  parte  occidentale,  d' ignota  pro- 
vincia. Di  essa  si  sa  soltanto,  che  il 
suo  vescovo  Secundeno ,  nel  t(u-zo 
secolo  assistette  al  concilio  di  Car- 
tagine adunato  da  s.  Cipriano,  men- 
tre nel  quinto  il  vescovo  Fortis  do- 
natista fu  alla  conferenza  di  Carta- 
gine. 

CEDRENO  Giorgio.  Monaco  gre- 
co, vissuto  nel  secolo  undecimo.  Ha 
scritto  vma  specie  di  cronaca,  o  sto- 
ria universale  dal  principio  del  mon- 
do fino  all'impero  d' Isacco  Comne- 
no,  cioè  fino  alla  metà  circa  del  se- 
colo undecimo  dell'era  cristiana. 
Quest'opera  è  una  compilazione  poco 
assai  giudiziosa;  tuttavia  Ritradotta 
in  latino  ed  arricchita  di  note  dal 
p.  Goar  domenicano. 

CEF  AL  A  [Caephala).  Sede  ve- 
scovile d'Africa  iiella  prima  provin- 


CEF  4> 

eia  proconsolare,  sottoposta  a  Carta- 
gine.   Collalio  Carili ng.  i,  cap.  i33. 

CEFALONIA  e  ZANTE  {Ccplia- 
lonien. ,  et  Zacynthicn.  ).  Vescovati 
uniti  sulTraganei  di  Corfù  nelle  isole 
Jonie.  Cefalonia,  una  delle  isole  de- 
gli Stati  Uniti  delle  isole  Jonie,  sog- 
gette all'  Inghilterra,  presso  la  costa 
occidentale  della  Turchia  Europea, 
fra  il  golfo  di  Patrasso ,  e  le  isole 
di  santa  Maui'a  e  quella  di  Zante , 
contiene  tre  città ,  e  cento  trenta 
villaggi ,  in  un'  amena ,  deliziosa  e 
fertile  posizione.  I  monti  ne  inter- 
secano la  superficie,  e  su  tutti  pre- 
domina r  Enos,  celebre  nell'antichi- 
tà, il  quale  conserva  ancora  il  suo 
nome.  Fu  primieramente  conosciuta 
sotto  i  nomi  di  Sainos ,  o  Snnih , 
poscia  di  Melaejin,  indi  di  Tdcboa, 
e  in  fine  di  Cefalonia ,  nome  che 
prese  dall'ateniese  Cefalo,  governa- 
tore dell'  isola.  Si  novera  Cefalonia 
fra  gli  stati  d'Ulisse,  e  fu  anco  do- 
minata dai  corinti ,  e  dai  tcbani 
condotti  da  Arafitrionc.  Dopo  essere 
stata  in  potere  dei  macedoni,  fu  oc- 
cupata dagli  etoli,  a'  quali  la  tolsero 
i  romani  comandati  dal  console  Mar- 
co Fulvio,  189  anni  avanti  l'era  cri- 
stiana, e  siccome  nella  città  di  Sa- 
mè  trovò  vigoi'osa  resistenza,  l'arse, 
la  saccheggiò,  e  ne  vendette  gli  abi- 
tanti. In  tal  maniera  Cefalonia  di- 
venne soggetta  alla  romana  repub- 
blica, e  seguì  i  destini  dell'  impero. 
Aveva  dapprima  adottato  il  reggi- 
mento repubblicano ,  chiamandosi 
allora  tetrapoli  a  cagione  delle  sue 
quattro  principali  città ,  cioè  Samè, 
Palis,  Grane,  e  Cooni,  che  si  erano 
diviso  il  suo  territorio.  Figurò  fra 
le  isole  greche ,  e  godette  per  un 
tempo  il  primato  sulle  Jonie. 

Appartenne  all'  impero  d'  oriento 
sino  al  1 125,  in  cui  per  la  decaden- 
za di  esso  ebbe  i  suoi  signori  par- 


46  CEF 

tìcolari.  Quindi,  Terso  il  ìì^S,  sog- 
giacque alle  incursioni  de'  normanni 
e  poi  ancora  ai  despoti  di  Morea  , 
i  quali  come  vennero  detronizzati 
da  Maometto  II ,  passò  al  dominio 
ottomano.  Variano  gli  autori  intor- 
no al  tempo  in  cui  passò  l'isola 
sotto  quello  de'  veneziani  :  certo  è 
però,  che  nel  i499  il  generale  ve- 
neto Benedetto  Pesaro  se  ne  impa- 
dronì colla  forza  delle  armi,  e  seb- 
bene due  volte  i  turchi  la  ripren- 
dessero, sempre  i  veneziani  la  ricon- 
quistarono, rimanendone  in  possesso 
sino  all'anno  1797»  epoca  in  cui  si 
estinse  la  loro  repubblica.  Passa- 
ta alla  Francia  ,  nell'  anno  i  799  , 
dovette  essere  ceduta  alla  flotta  tur- 
co-russa, ed  in  progresso  seguì  la 
sorte  delle  altre  isole  Jonie,  per  cui 
manda  otto  deputali  Cefaleni  all'as- 
semblea legislativa  del  parlamento 
Jonio. 

L' isola  Cefalonia  è  per  la  mag- 
gior parte  abitata  da  individui,  che 
seguono  il  rito  greco.  I  cattolici  ascen- 
dono circa  a  duecento,  non  computan- 
dovi i  maltesi,  che  sono  in  grandissimo 
numero.  Essa  ebbe  un  vescovo  greco  e 
un  vescovo  latino;  ma  la  cattedrale  si- 
tuata in  Argostoli,  capitale  dell'isola, 
è  ora  distrutta.  Argostoli  è  posta 
in  fondo  ad  un'ampia  e  sicura  baia 
nel  lato  australe  dell'  isola.  Ha  un 
liceo,  ove  si  educano  i  giovani  per 
l'università  di  Corfìi.  Ne'  suoi  din- 
tonii  vi  sono  gli  avanzi  della  città 
di  Grane ,  rammentando  la  ferace 
pianura  di  Palecchi  1'  antica  Palis  ; 
all'estremità,  ov'  è  il  Capo-scala,  esi- 
steva l'antica  città  di  Cooni,  di  cui 
non  rimase  vestigio.  Nel  quinto  se- 
colo i  greci  della  terza  provincia  di 
Achea,  nell'esarcato  di  Macedonia, 
vi  eressero  la  sede  vescovile  colla 
residenza  in  Argostoli,  sotto  la  me- 
tropoli di  Corinto;  quindi  nel  XYI 


CEF 

secolo  divenne  arcivescovato.  I  latini 
nel  XII  secolo  vi  fondarono  un  seg- 
gio vescovile,  suffraganeo  del  metro- 
politano di  Gorfù,  e  nel  XIII  si  unì 
a  Zante  ove  passò  a  dimorare  il 
vescovo ,  che  tuttora  vi  risiede  go- 
vernando le  duft  diocesi,  soggetto  al- 
la congregazione  Cardinalizia  di  Pro- 
paganda.  F.  Zante. 

CEFALI]'  (Cephaluden.)  Città 
con  residenza  v  escovile  nel  regno 
delle  due  Sicilie,  nella  provincia  Val- 
le minore  di  Palenuo.  Essa  è  po- 
sta nell'angolo  di  un  promontorio, 
im  poco  più  basso  del  castello  an- 
cora esistente,  che  formava  1'  antico 
paese.  Varie  cave  di  fini  marmi  ha 
nei  dintorni,  e  fra  essi  merita  men- 
zione la  lumachella,  marmo  atto  a 
stupendi  lavori.  Questa  città  cinta 
di  mura,  sembra  che  tragga  il  suo 
nome  dal  capo  vicino,  il  quale  si 
chiama  Celili,  nome  che  deriva 
dal  greco,  e  vuol  dire  capo,  o  pro- 
montorio, per  cui  i  suoi  abitanti  si 
dissero  Cefaledi.  Dai  messinesi  ven- 
ne un  tempo  distrutta,  ed  al  re 
Ruggiero  I,  come  diremo,  è  dovuta 
la  sua  riedificazione  nel  bel  sito 
dell'  odierna  area. 

Fino  dai  tempi,  in  cui  la  Sicilia 
era  dominata  dai  saraceni,  in  Ce- 
falù  eravi  un  vescovo,  e  quello  del- 
l'anno  868  fu  uno  dei  dodici  ve- 
scovi, che  insieme  a  s.  Ignazio  pa- 
triarca di  Costantinopoli  si  oppose- 
ro energicamente  a  Fozio,  nell'  Vili 
concilio  generale,  laonde  rilevasi  che 
i  greci  vi  avessero  istituito  la  sede 
episcopale.  In  progi-esso  di  tempo 
la  città,  essendosi  ridotta  quasi  al 
nulla,  il  normanno  Ruggiero  I,  re 
di  Sicilia,  la  ritornò  al  suo  primie- 
ro splendore,  ristabilendo  la  sua  se- 
de vescovile,  nel  1  i3i,  sottoposta  a 
Messina  per  opera  dell'  antipapa  A- 
uaclelo  11,  di  cui  seguiva  le  parti  per- 


TEF 
che  Io  aveva  ornato  col  titolo  reale. 
Si  racconta  pertanto,  che  trovando- 
si tal  principe  in  grave  pericolo  di 
naufragare  nel  mare  di  Saleino,  fe- 
ce voto,  clie  se  ne  usciva  a  salva- 
mento, avrebbe  fatto  fabbricare  un 
tempio  al  Salvatore,  ed  agli  Apo- 
stoli ;  quindi  tornato  il  mare  in  cal- 
ma trovossi  nel  golfo  di  Cefalìi,  nel 
giorno  sacro  alla  trasfigurazione  del 
Salvatore.  Disceso  a  terra,  prima  di 
tutto  edificò  una  chiesa  in  onore  di 
s.  Giorgio  al  piede  della  rocca,  e 
dipoi  non  solo  volle  riedificata  la 
città,  ma  in  esecuzione  del  voto  vi 
fece  innalzare  una  sontuosa  catte- 
drale col  nome  del  Salvatore,  fa- 
cendo scolpire  nella  magnifica  fac- 
ciata questa  iscrizione  :  hoc   s\crum 

TEMPLUM  A.  pio  ROGERIO  I  SICILIAE 
KEGE    AB.    ANN.     I  I  3  I     AD     I  1 4^    FUN- 

DATUM  ETc.  In  cssa  chiesa  fra  le  altre 
cose  si  ammirano  bellissimi  mosaici 
e  il  mausoleo  di  d.  Eufemia  reggente 
del  regno  nella  minorità  degli  ulti- 
mi sovrani  del  ramo  aragonese.  Que- 
sta chiesa  era  la  quinta  del  regno 
nell'assemblea  degli  stati. 

Tuttora  questa  sede  trovasi  suf- 
fraganea  della  metropolitana  di  Mes- 
sina. Il  capitolo  della  cattedrale,  che 
anticamente  era  regolare  sotto  l'Or- 
dine di  s.  Agostino  si  compone  di 
quattro  dignità ,  prima  delle  qua- 
li è  il  decano,  di  otto  canonici  con 
due  prebende,  ventiquattro  mansio- 
nari detti  pi'ebendati,  oltre  diversi 
altri  preti,  e  chierici  pel  divin  cul- 
to. La  cura  nella  cattedrale  si  eser- 
cita da  tre  cappellani  eletti  dal  ve- 
scovo, non  essendovi  nella  città  al- 
tra parrocchia.  Vi  sono  peiò  sei 
conventi  di  religiosi,  un  monistero 
di  monache,  un  conservatorio,  al- 
cune confraternite,  ospedale,  mon- 
te di  pietà,  seminario  con  alun- 
ni ,    cimitene ,    episcopio    etc.    La 


GEL  47 

mensa  è  tassata  ne' registri  della  ca- 
mera apostolica  in  fiorini  quattro- 
cento. 

CELCHYTH  {Celchytum).  An- 
tica città  d' Inghilterra  nel  regno  di 
JNIercia,  in  cui  si  celebrarono  due 
concilii  chiamati  Celcliyterisi.  Il  pri- 
mo fu  tenuto  l'anno  794  per  dotare 
il  monistero  di  s.  Albano,  coli'  in- 
tervento di  nove  re,  quindici  vesco- 
vi, e  venti  duchi.  Offa,  re  dei  mer- 
ciori,  per  la  venerazione  che  avea 
per  s.  Albano  primo  martire  d' In- 
ghilterra, concesse  al  monistero  molti 
beni  e  grandi  privilegi.  Angl.  I.  11 
Lenglet,  oltre  questo  concilio,  pre- 
cedentemente ,  e  all'  anno  787,  ne 
registra  un  altro  adunato  in  Celchyt 
sopra    la    disciplina . 

Il  secondo  si  convocò  nell'  anno 
816  da  Vulfredo  arcivescovo  di 
Cantorbery,  che  vi  presiedette  alla 
presenza  di  Renulfo  re  dei  merciori, 
e  di  molti  signori,  intervenendovi 
dodici  vescovi,  molti  abbati,  preti 
e  diaconi ,  che  fecero  undici  canoni. 
Il  secondo  ordina,  che  le  chiese 
sieno  benedette  dal  vescovo  dioce- 
sano dopo  la  loro  edificazione,  e 
che  r  Eucaristia  sarebbe  posta  in 
una  scatola  ,  colle  reliquie  sotto 
l'altare,  o  in  un  luogo  segreto  della 
medesima  chiesa.  Il  4-°  concede  au- 
torità al  vescovo  di  eleggere  col 
consenso  della  comunità  l'abbate,  e 
l'abbadessa.  Il  9.°  prescrive  al  ve- 
scovo di  tenere  registrati  i  regola- 
menti sinodali  da  osservarsi  da  lui, 
il  nome  dell'  arcivescovo  da  cui  di- 
pende, e  gli  altri  vescovi  della  pro- 
vincia. Il  IO."  comanda,  che  si  dia 
a'  poveri ,  o  si  eroghi  in  opere  pie, 
la  decima  parie  de' beni  del  vescovo 
defunto,  ed  inoltre  ordina  preghiere, 
digiuni,  e  la  liberazione  degli  schia- 
vi, pel  riposo  delle  anime.  Questo 
concilio  prese  provvidenze   anco  sui 


48  GEL 

costumi.    Angl.  tono.  I.   Conc.  tom. 
VII,  pag.    i484. 

CELENDERIS.  Città  vescovile 
dcir antica  Cilicia,  e,  secondo  Com- 
manville,  nella  provincia  d'Isauria, 
nel  patriarcato  d' Antiochia ,  eretta 
nel  V  secolo  sotto  la  metropoli  di 
Seleucia. 

CELEPiINA.  Sede  vescovile  del- 
l'Africa occidentale  ,  di  cui  s' ignora 
la  provincia .  Sì  sa  soltanto ,  che 
Donato  suo  vescovo,  l'anno  4'Ij 
si  recò  alia  celebre  conferenza  di 
Cartagine.    Coli.   Cari. 

CELESTINI.  Congregazione  mo- 
nastica benedettina.  I  monaci  di  que- 
sl' Ordine  furono  dapprima  chiamati 
Eremiti  di  s.  Damiano,  o  di  Mo- 
rene, non  che  Murroniti,  o  Morro- 
niti,  e"  poi  Celestini,  allorquando  il 
loro  fondatore  fu  assunto  al  ponti- 
ficato col  nome  di  Celestino  V. 
Questo  santo  nacque  in  Isernia,  pic- 
cola città  capitale  nel  contado  di 
Molise,  nel  regno  di  Napoli  da  ge- 
ni toii  di  bassa  condizione,  che  nel 
battesimo  gì' imposero  il  nome  di 
Pietro.  Passati  i  primi  anni  nella 
pietà  e  nello  studio,  siccome  aman- 
te delia  solitudine,  nell'anno  i244j 
si  ritirò  sopra  una  montagna,  e  qui- 
vi dimorò  per  tre  anni  in  una  ca- 
verna, finche  la  sua  santità  gli  at- 
tirò molte  persone  a  visitarlo,  che 
l'indussero  ad  uscire  da  quel  na- 
scondiglio, e  ad  abbracciare  lo  sta- 
to ecclesiastico.  Allora  recatosi  a 
Roma,  fu  ordinato  sacerdote,  quin- 
di passò  nella  Puglia,  fermando  la 
sua  dimora  sul  monte  Moronc,  per 
cui  viene  chiamato  s.  Pietro  Cele- 
stino da  Morone.  Quivi  elesse  per 
abitazione  una  buca,  ch'era  covile 
di  un  gran  serpente,  e  non  molto 
dopo  da  un  abbate  fu  vestito  del- 
l'al)ito  religioso,  ed  in  quella  stette 
per  lo  spazio  di  cinque  aoni,  nel  qual 


GEL 

tempo  era  favorito  da  Dio  di  molte 
grazie,  massime  dell'  umiltà.  Altri  di- 
cono, che  si  fece  monaco  benedettino 
nel  monistero  di  Fai  foli  nella  diocesi 
di  Benevento,  e  che  divenutone  abba- 
te, concepì  r  idea  di  fondare  una 
nuova  congregazione.  In  appresso 
prescelse  per  più  rimota  solitudine 
il  convento  di  Majella  nell' Abruzzo 
non  lungi  da  Sulmona,  ove,  ad  on- 
ta del  luogo  orrido,  in  poco  tempo 
si  formò,  verso  l'anno  ii5^,  una 
comunità  religiosa,  alla  quale  egli 
serviva  di  regola  e  di  esempio,  pel 
penitente  e  santo  tenore  di  vita. 
Né  andò  guari,  che  vedendo  come 
ncir  oratorio  da  lui  fabbricato  sul 
monte,  non  poteva  contenere  tutti 
i  suoi  discepoli,  ne  edificò  degli  al- 
tri in  quelle   vicinanze. 

L'Ordine,  nel    1264,  fu  approva- 
to da  Urbano  IV,  che  lo  incorporò 
al  benedettino  ;  ma  sentendo  Pietro 
da  Morone,  che  il  Pontefice  Grego- 
rio X,  nel  concilio  di    Lione,   forse 
doveva  sopprimere   i    nuovi   Ordini 
religiosi  istituiti  dopo  il   concilio  la- 
teranense  che  ne  vietava    la    molti- 
plicazione, andò  a  Lione,  e  malgra- 
do la   sua    dispregevole    apparenza , 
ottenne  colle  sue  austerità,  e  col  mi- 
rabile dislacco  dalle  cose  tei'i-ene,  e 
con   una    vita    tutta    angelica,    una 
bolla,  colla    data    de' 17    settembre 
1274,  con  cui  Gregorio  X   confer- 
mò il  nuovo  istituto  colla  regola  di 
s.   Benedetto,  e  con  alcune   partico- 
lari costituzioni  più  rigorose,  lo  po- 
se sotto  la  pontificia  protezione,  gli 
assicurò  il  possesso  de' suoi  beni,    e 
gli  concesse  alcuni  privilegi,  come  la 
esenzione    dalla    autorità  degli    Or- 
dinari ce.  Dopo  di  ciò   l'Ordine  si 
accrebbe  maggiormente,  a  segno  che 
Pietro  si  vide  superiore  generale  di 
Irentasei  raonisteri,  e   seicento    reli- 
giosi, indi,  nel  1 284?  rinunziò  al  go- 


GEL 

verno  del  medesimo,  e  del  priorato 
di  Majella ,  confermando  l' uno  e 
r altro  a  ceito  Roberto,  per  andar- 
si a  nascondere  in  un'altra  foresta, 
ed  ivi  dedicarsi  ad  ulterioi'i  peni- 
tenze ed  assidue  orazioni.  Poscia,  nel 
capitolo  del  1293,  essendo  il  mo- 
nistero  di  Majella  per  la  sua  posi- 
zione troppo  orrido  e  disasti'oso,  fu 
stabilito,  che  il  monistero  di  s.  Spi- 
rito di  Sulmona  sarebbe  stato  il 
capo  dell'Ordine,  e  la  residenza  del- 
l' abbate  generale,  che  ve  la  fece  si- 
no a'  nostri  tempi. 

Nella  morte  del  Pontefice  Nicolò 
IV,  per  la  discordanza  de' Cardina- 
li nel  dargli  il  successore,  dopo  due 
anni,  tre  mesi,  e  due  giorni  di  se- 
de vacante,  mentre  Pietro  erasi  re- 
cato a  Roma,  per  affari  del  suo 
Ordine,  fu  a'  5  luglio  1 294,  eletto 
dai  Cardinali  nel  conclave  di  Peru- 
gia a  Sommo  Pontefice.  A  nulla 
valse  la  sua  virtuosa  ripugnanza,  e 
partendo  per  Aquila  ,  ivi  si  con- 
dusse il  sagro  Collegio ,  ed  egli  fu 
solennemente  coronato  a'29  agosto, 
nella  chiesa  di  s.  Maria  di  Colle 
maggiore,  o  Madonna  di  Collema- 
dio  del  suo  Ordine,  col  nome  di  Ce- 
&  lestino  V:  il  perchè,  come  dicemmo, 
la  di  lui  congregazione  assunse  quel- 
lo di  celestini.  A'  i4  settembre  1 294, 
nella  stessa  città  d' Aquila,  Celesti- 
no V  confermò  ampiamente  le  co- 
stituzioni, che  avea  composte  pei 
suoi  monaci,  e  pei  monisteri  suoi  , 
ricolmandoli  di  grazie  e  privilegi. 
Nella  promozione,  che  nel  suddet- 
to mese  fece  in  Aquila  di  dodici 
Cardinali,  oltre  diversi  religiosi,  vi 
annoverò  Tommaso  dell'  Ocra,  mo- 
naco celestino  ed  abbate  del  cele- 
bre monistero  di  s.  Giovanni  in 
Piano,  e  lo  dichiarò  anche  camer- 
lengo di  santa  Chiesa.  Questo  ve- 
nerando Cardinale,  avendo  ricevuto 

VOL.    XI. 


C  EL  49 

da  Bonifacio  Vili  in  commenda  il 
monistero  di  s.  Giovanni  in  Vene- 
re, colla  sua  buona  maniera  gli  die- 
de r  incarico  di  celebrare  i  funerali 
dopo  la  morte  di  Celestino  V.  Ag- 
giunge il  p.  Croiset,  nella  vita  di 
s.  Celestino  V,  che  fra  i  Cardinali 
italiani  da  lui  creati,  due  erano  mo- 
naci  del  suo  Ordine. 

In  seguito  il  Papa  si  recò  a  mon- 
te Cassino,  procurò  che  quei  mona- 
ci benedettini  abbracciassero  il  suo 
istituto,  mandandovi  a  questo  eifct- 
to  cinquanta  religiosi,  i  quali  però 
vi  rimasero  pochi  mesi.  Finalmente, 
conoscendo  Celestino  V ,  che  nel 
pontificato  non  poteva  attendere  al 
raccoglimento  e  alla  preghiera,  ai 
i3  dicembre  1294,  spontaneamen- 
te lo  rinunziò,  facendo  ritorno  alla 
sua  congregazione  nel  monistero  di 
s.  Spirito  di  Sulmona.  Indi  fuggì 
nella  Puglia,  e  con  alcuni  eremiti 
vi  passò  tutta  la  quaresima  del 
1295;  ma  per  timore  di  qualche 
scisma  a  cagione  della  .sua  santa 
semplicità,  mentre  tentava  altra  fu- 
ga per  mare,  fu  preso  e  condotto 
per  ordine  di  Bonifacio  VIII,  prima 
nel  palazzo  apostolico  d'  Anagni,  e 
poi  nella  fortezza  di  Fumone  pres- 
so Ferentino,  ove  rimase  per  dieci 
mesi  servito  da  due  suoi  correligio- 
si,  i  quali  si  cambiavano  ogni  due 
mesi ,  finché  santamente  morì  ai 
19  maggio  1269,  d'anni  ottantuno. 
In  Roma  gli  furono  fatte  solennis- 
sime  esequie  coli'  assistenza  di  Bo- 
nifacio Vili,  e  dei  Cardinali;  e  per 
ordine  dello  stesso  Bonifacio  Vili, 
il  suo  corpo  fu  portato  con  solenne 
pompa  in  Ferentino  nella  chiesa  di 
s.  Antonio  de' Celestini,  che  il  de- 
funto poco  prima  aveva  fondata 
fuori  della  città,  illustrando  il  Si- 
gnore con  molti  miracoli  il  suo  se- 
polcro. Dipoi,  a'i5  febbraio  1327, 

4 


/)o  GEL 

rimanendo  il  cuore  di  s.  Pietro  Ce- 
lestino in  Ferentino,  ove  si  conser- 
va nella  chiesa  delle  monache  di  s. 
Chiara,  il  corpo  di  lui  fu  trasferito 
nella  chiesa  di  s.  Agata,  donde  ven- 
ne trasportato  al  monistero  dei  cele- 
stini di  Aquila,  nel  quale  egli  era 
«tato  consacrato  Papa,  mentre  i  ce- 
lestini di  Parigi  s'  ebbero  la  sua 
mascella  inferiore  con  un  dente  bian- 
chissimo. 

Dopo  la  morte  di  Pietro  Celesti- 
no, l'Ordine  fu  graziato  di  altri  pri- 
vilegi dal  Pontefice  Benedetto  XI,  e 
si  diffuse  per  l' Italia  ,  Germania  , 
Fiandra  e  Francia,  ove,  nel  i3oo, 
fu  ricevuto  dal  re  Filippo  IV,  il 
Bello,  formando  in  seguito  tali  na- 
zioni tre  Provincie,  con  più  di  cen- 
toventi monisteri.  Fondatore  di  quel- 
lo d'  Avignone  fu  1'  antipapa  Cle- 
mente VII,  che  nella  sua  morte 
volle  essere  sepolto  nella  contigua 
chiesa,  in  cui  gli  fu  eretto  un  bel 
deposito.  I  celestini  di  Francia,  col 
consenso  degl'  italiani,  e  coli'  appro- 
vazione, nel  1427,  di  Martino  V, 
e  poi  di  Clemente  VII,  volendo  po- 
tevano fare  nuove  costituzioni  pel 
mantenimento  della  regolare  osser- 
vanza, come  k  fecero  nel  secolo 
XVII,  e  furono  accettate  nel  capi- 
tolo provinciale  del  1667.  La  con- 
gregazione di  Francia  componevasi 
di  ventuno  monistei'i,  il  capo  dei 
quali  era  quello  di  Parigi,  ed  era 
governata  da  un  provinciale  con  au- 
torità di  generale.  Il  Pontefice  Pao- 
lo V,  in  considerazione  del  bene  re- 
cato da  quest'  Ordine  alla  repubbli- 
ca cristiana,  gli  accordò  molle  grazie 
e  privilegi.  Ma  per  le  noie  ultime 
vicende  soggiacque  alla  conseguenza 
degli  avvenimenti  politici,  e  per  for- 
7s\.  di  essi  si  disciolsc.  Si  ammirano 
però  ancora  due  de'  suoi  membri 
&iu  due  risjicttabili    seggi    vescovili, 


GEL 

quali  sono  monsignor  Francesco  Ma- 
ria Cipriani  di  Norcia,  fatto  vescovo 
di  Veroh  da  Pio  VII,  nel  i8i4,  e 
monsignor  Francesco  Saverio  Buri- 
ni di  Chieti  fatto  vescovo  di  Marsi 
dal  medesimo  Pontefice  nel  1818, 
e  poi  trasferito  alla  sede  di  Aversa, 
nel  1823.  Con  sollecitudine  pasto- 
rale governano  essi  il  gregge  alle 
lor  cure  afTulato.  L'Ordine  ebbe  e- 
ziandio  degli  altri  vescovi,  e  molti 
dotti  nella  repubblica  letteraria,  fra 
i  quali  merita  special  menzione  il 
celebre  p.  abbate  Couafede. 

In  vigore  delle  loro  costituzioni , 
i  celestini  dovevano  recitare  in  coro 
il  mattutino  due  ore  dopo  la  mezza 
notte,  né  potevano  mangiar  carne 
se  non  infermi.  Nel  monistero  era 
loro  proibito  di  mangiare  nell*  av- 
vento anche  ova  e  latticini ,  ed  e- 
rano  tenuti  a  digiunare  nei  merco- 
ledì, e  venerdì  da  Pasqua  sino 
alla  festa  della  esaltazione  della  Cro- 
ce, e  in  tutti  i  venerdì  di  quaresi- 
ma, e  nel  venerdì  santo  digiunava- 
no in  pane  ed  acqua.  Consisteva  1'  a- 
bito  de'  celestini  in  una  tonaca  bian- 
ca, cinta  con  una  fascia  di  lino , 
o  di  cuojo  dello  stesso  colore,  con 
iscapolare  o  pazienza  sciolto  con  un 
cappuccio  nero  ;  ed  in  coro,  e  per 
la  città  incedevano  egualmente  in 
cocolla  e  cappuccio  nero,  né  pote- 
vano usare  camicia  se  non  di  saja. 
In  somma  l' abito  era  eguale  quasi 
a  quello  de' cistcrciensi,  ma  si  rife- 
risce, che  a  tempo  del  fondatore,  i 
celestini  vestissero  di  panno  grosso 
color  tanè.  In  Roma  i  celestini  eb- 
bero la  chiesa,  e  il  monistero  di 
s.  Pietro  IMontorio;  senonchè,  mos- 
so Sisto  IV  dalla  santità  del  bea- 
to Amadeo  francescano,  lo  chiamò 
dal  Portogallo  in  Roma,  gli  diede 
la  detta  chiesa  col  monistero,  e  con- 
cesse invece,  nel   i47';  "'    celestini 


GEL 

la  chiosa  di  s.  Eusebio  [T'edi),  e 
per  monistero,  nel  1476,  accordò 
loro  il  coiiligno  palazzo,  eh'  era  del 
titolare.  I  monaci  ne  restauraro- 
no la  chiesa ,  e  ridussero  T  edili- 
zio a  monistero.  L'  una  e  1'  al- 
tro però  vennero  sotto  Leone  XII 
consegnali  alla  compagnia  di  Gesù. 
Avevano  inoltre  i  celestini  in  Roma 
la  chiesa  già  parrocchiale  di  s.  Ma- 
ria in  Posterula,  detta  anticamente 
di  s.  Agata,  nella  via  dell'  Orso,  col 
contiguo  palazzo,  di  cui  per  dispo- 
sizione del  loro  protettore  Cardinal 
Barberini,  si  servivano  come  di  un 
Collegio.  La  chiesa,  secondo  il  Pan- 
ciroli,  fu  fondata  da  un  individuo 
della  famiglia  Posterula,  ma  l'Al- 
▼eri  nella  sua  Roma  in  ogni  stato 
tom.  II,  p.  gì,  dice  non  essere  ciò 
vero.  La  miracolosa  immagine  della 
Madonna  vi  si  crede  collocata  nel 
i^yS.  Il  Cardinal  di  Parma  la  dotò 
di  grosse  rendite,  e  Clemente  VII 
la  concesse  alla  famigha  Caetani, 
dalla  quale,  in  uno  al  palazzo  con- 
tiguo,  passò  ai  celestini  col  paga- 
mento di  dieciotto  mila  scudi.  Da 
ultimo  fu  data  agli  agostiniani  ir- 
landesi. Il  palazzo  venne  pertanto 
edificato  dal  detto  Cardinal  di  Par- 
ma per  sua  abitazione,  da  cui  prese 
il  nome  il  vicino  arco,  sulla  spon- 
da del  Tevere.  Quindi  il  palazzo 
passò  ai  Caetani,  e  poi  fu  venduto 
ai  celestini  verso  l'anno  1629,  al* 
lorquando  i  Caetani  acquistarono 
il  palazzo  Rucellai  al  Corso. 

Di  quest'Ordine,  oltre  il  Ciacco- 
nio,  il  Vittorelli,  e  gli  autori  degli 
Ordini  monastici,  tiattarono  il  Bo- 
nanni  nel  Catalogo  di  essi  a  pag. 
CIX,  Bollando  nel  t.  Ili,  e  nel  me- 
se di  maggio;  Becquet  monaco  ce- 
lestino, neW Istoria  citila  congrega- 
zione de'  Celestini  di  Francia^  Pa- 
rigi  17 19,  e  il  padre  Annibale  da 


CEL  5:1 

Latera  nel  suo  Compendio  ,  cap. 
XXIX  dell'  Ordine  de^  celestini  . 
L' annalista  Wadingo,  Ann.  minor. 
tom.  II,  e.  3,  e  il  p.  Helyot,  Storia 
degli  Ordini  monastici,  t.  VII,  e. 
4,  riportano  le  notizie  degli  Eremi- 
ti celestini  deli'  Ordine  di  s.  Fran- 
cesco, che  dovevano  vivere  austera- 
mente, e  che  ricevettero  pur  nome, 
nel  1291,  dallo  stesso  s.  Celestino 
V  ;  ma  che  per  le  persecuzioni  po- 
scia sofferte  furono  costretti  a  rifu- 
giarsi  neir  Acaja,  e  quindi  si  spen- 
sero verso  l'anno   iSog. 

CELESTINO  I  (s.),  Papa  XLV, 
di  nascita  romano,  era  figliuolo,  se- 
condo alcuni,  di  Prisco,  e  parente 
prossimo  all'  imperatore  Valentinia- 
no.  Creato  diacono  Cardinale  da  In- 
nocenzo I,  fu  innalzato  al  soglio 
pontificio  ai  3  novembre  del  ^i3. 
Sì  crede  ch'egli  abbia  introdotto  il 
salmo  Introibo  ,  le  antifone  dell'  in- 
troito, il  graduale,  il  tratto,  1'  offer- 
torio, e  la  comunione  nella  messa, 
la  quale  era  prima  cominciata  dal- 
le epistole  di  s.  Paolo  e  dall'evan- 
gelio. {V^-  Bianchini  in  not.  ad  A- 
nast.  tom.  Ili)  ;  ma  da  altri  ciò 
piuttosto  si  riferisce  a  s.  Gregorio  I. 
V.  Lambertini,  Del  sagr.  della  mes- 
sa. 11  Burio  poi  è  di  avviso  aver 
s.  Celestino  I  prescritto  la  recita  dei 
cinque  salmi  per  la  preparazione  del- 
la messa  ;  ma  anche  questo  da  al- 
cuni si  contraddice  ;  il  perchè  è  a 
vedersi  il  Bona,  Rerum  liturgie.  1.  II, 
cap.  3  ,  dove  lungamente  tratta  di 
quanto  riguarda  il  decreto  di  s.  Ce- 
lestino 1,  in  proposito  o  alle  cose  in- 
trodotte nella  santa  messa. 

L'eresia  di  Nestorio  [Fedi]  diede 
motivo  a  s.  Celestino  I  di  far  cele- 
biare  nel  4^  i  'l  concilio  generale 
di  Efeso,  a  cui  intervennero  duecen- 
to vescovi  e  tre  legati  pontificii,  e 
dal  quale  furono  fulminate  le  ereti- 


5i  GEL 

che  sentenze  da  colui  empiamente 
sostenute.  Di  che  avendo  ricevuta 
notizia  s.  Celestino  per  lettere  di 
Costantinopoli,  si  diede  premura  di  ri- 
spondere ad  esse,  e  le  sue  risposte  so- 
no in  numero  di  quattro ,  tutte  colla 
data  del  i5  marzo  di  quell'anno 
43 1.  La  prima  è  al  concilio  di  Efeso, 
vale  a  dire  ai  vescovi,  che  avevano 
oi'dinato  Massimiano  in  luogo  di  Ne- 
storio,  mercecchè  da  sei  mesi  il  con- 
cilio era  sciolto  ;  la  seconda  è  di- 
retta all'  imperatore  Teodosio ,  del 
quale  il  Papa  loda  lo  zelo  per  la  di- 
fesa della  fede  ;  la  terza  è  a  Massimiano 
vescovo  di  Costantinopoli,  e  la  quai'- 
ta  al  popolo  di  quella  città.  Parec- 
chie lettere  scrisse  il  santo  Pontefice 
ancora  durante  quel  concilio;  ed  altre 
innanzi  pure  ne  aveva  scritte.  L'una 
ai  vescovi  d'Africa  nell'anno  4^6,  con 
cui  ristabiliva,  in  conseguenza  del  suo 
appello  alla  Santa  Sede ,  vm  prete 
chiamato  Apiario  ;  la  seconda  è  in- 
dirizzata ad  alcuni  vescovi  dell'  llli- 
ria  per  raccomandar  loro  la  som- 
missione alla  Chiesa  Romana,  ed  a 
quella  di  Tessalonica  ;  la  terza ,  del 
25  luglio  4^^?  ^  diretta  ai  vescovi 
delle  Provincie  di  Narbona  e  di  Vien- 
na, perchè  correggessero  certi  abusi 
introdottisi  nella  disciplina. 

Dopo  il  concilio  d'Efeso  persegui- 
tò i  pelagiani,  i  quali,  benché  per 
decreto  di  Costanzo  imperatore  fos- 
sero stati  costretti  sotto  Bonifacio  I 
a  star  lontani  cento  miglia  da  Roma, 
pur  Celestino  I,  volle  che  lo  fossero 
da  tutta  1*  Italia  ,  e  contro  Celestio 
loro  capo,  che  s'era  ritirato  nella 
Bretagna,  spedì  missionari,  che  dopo 
due  anni  ridussero  quella  regione 
alla  fede  ortodossa.  Dipoi  inviò  nel- 
la Scozia  Palladio  greco,  primo  ve- 
scovo di  quelle  isole,  e  neH'Jbcrnia 
o  Irlanda  s.  Patrizio,  che  ne  di- 
venne   i'  apostolo .    Wè    potendo    il 


GEL 

santo  Pontefice  soffrire,  che  i  nova- 
ziani  tenessero  molte  chiese  aperte 
in  Roma,  confinò  Rusticola  loro  ve- 
scovo in  una  casa  vile,  e  gli  vietò 
di  tener  più  adunanza  de'  suoi.  Con 
una  lettera  scritta  inoltre  ai  vescovi 
delle  Gallie  raffrenò  gli  eretici  semi- 
pelagiani ,  che  passati  dall'Africa  in 
Mai'siglia ,  screditavano  la  dottrina 
di  s.  Agostino  intorno  alla  predesti- 
nazione ed  alla  grazia. 

Si  sono  perdute  alcune  lettere  di 
questo  santo  Papa.  Tale  è  quella , 
che  aveva  scritta  in  risposta  ai  ve- 
scovi, i  quali  gli  avevano  partecipata 
r  elezione  di  Nestorio  in  luogo  di 
Sisinnio ,  e  quella,  che  aveva  pure 
scritta  al  vescovo  Fuenzio.  Socrate 
a  torto  gliene  attribuisce  molte  altre, 
come  anche  v'  ha  chi  senza  fonda- 
mento veruno  lo  crede  autore  di 
alcuni  decreti. 

Le  lettere  di  s.  Celestino  sono 
d'  uno  stile  incalzante  e  stretto ,  ma 
oscuro  e  talvolta  confuso  :  loccliè 
forse  procede  dall'  aver  noi  dovuto 
ricorrere  alle  traduzioni  state  fatte  in 
Oriente  a  cagione  dello  smarrimento 
degli  originali. 

In  tre  ordinazioni  s.  Celestino 
creò  quarantasei ,  e,  secondo  altri, 
sessantadue  vescovi  ,  trentadue  pre- 
ti ,  e  dodici  diaconi.  Governò  otto 
anni ,  cinqtie  mesi  e  tre  giorni  ;  e 
morì  ai  6  aprile  del  432.  Era  sì 
zelante  dell'  osservanza  dei  decreti 
sinodali,  e  delle  usanze  introdotte  dai 
suoi  predecessori,  che  in  veruna  gui- 
sa sapevasi  indurre  a  rivocare,  od 
a  sottoporre  a  nuovo  esame  ciò,  che 
una  volta  fosse  stato  ordinato  e  de- 
ciso. Fu  sepolto  nel  cimitero  di  s. 
Priscilla  nella  via  Salaria,  e  quindi 
venne  trasferito  nella  chiesa  di  san- 
ta Prassede.  Vacò  la  santa  Sede 
dopo  di  lui  diecinove  giorni. 

CELESTINO  11,  Papa  CLXXII. 


GEL 

Nacque  questo  Pontefice  di  una  fa- 
miglia oriunda  di  città  di  Castello 
nello  stato  ecclesiastico,  ed  innanzi 
di  salire  al  trono  pontificio  era  per- 
ciò chiamato  col  nome  di  Guido  del 
Castello.  Discepolo  di  Pietro  Abailar- 
do  ,  siccome  sotto  di  lui  fatto  avea 
sommo  profitto  nelle  lettere,  fu  an- 
co appellato  il  Maestro  Guido  dei 
Castelli,  forse  dalla  sua  famiglia, 
come  opina  il  Panvinio.  In  seguito 
creato  prete  Cardinale  di  s.  Mar- 
co da  Papa  Onorio  II,  fu  fatto  go- 
vernatore di  Benevento  da  Inno- 
cenzo II,  e  venne  impiegato  in  di- 
verse legazioni.  Alla  morte  d' Inno- 
cenzo II  fu  eletto  Papa,  e  consacra- 
to ai  26  settembre  ii^'i.  La  sua 
elezione  riuscì  non  solo  senza  alcu- 
na delle  perturbazioni ,  onde  molte 
altie  addietro  erano  funestate;  ma 
si  fece  eziandio  senza  l' intervento 
del  popolo. 

Non  appena  Celestino  si  vide  su- 
blimato alla  sede  Pontificia,  che  dal 
re  di  Francia  Lodovico  VII  ricevet- 
te ambasciatori  di  ubbidienza,  i  qua- 
li lo  supplicarono  per  la  pace  e  per 
l'assoluzione  dalle  ecclesiastiche  cen- 
sure contro  quel  re  fulminate  da 
Innocenzo  suo  antecessore,  coli' in- 
terdetto a  tutto  il  reame  di  Fran- 
cia. Vedendo  cosiffatto  pentimento , 
il  Papa  ebbe  a  riconciliarlo,  secon- 
do che  narra  il  conografo  Maure- 
neacense  in  questo  modo:  »  Alla 
«  presenza  di  parecchi  nobili ,  dei 
»  quali  suol  esserne  copia  in  Roma, 
»>  benignamente  si  alzò,  e  colla  ma- 
»  no  facendo  il  segno  della  bene- 
»  dizione  alla  volta  di  quel  regno, 
"  lo  assolvette  dalla  sentenza  dell'in- 
"  terdetto,  in  cui  era  stato  per  tre  an- 
>»  ni.  "  Governò  questo  Pontefice  cin- 
que mesi  e  tredici  giorni ,  nel  qual 
tempo  nell'unica  sua  promozione  cx'eò 
otto    Cardinali.    Morì    ai   9    marzo 


GEL  53 

del  ii44>  6  venne  sepolto  in  Late- 
rano.  Tre  lettere  ci  rimangono  di 
Celestino  II,  e  dopo  di  lui  la  santa 
Sede  vacò  tre  giorni   solamente. 

CELESTINO  III,  Papa  CLXXXII. 
Era  egli  romano,  e  discendeva  dall'  il- 
lustre famiglia  Orsini  (Feo?/).  Innanzi 
che  salisse  al  Pontificato  chiamavasi 
Giacinto  Bobò,  o  Bobone  Orsini,  e 
da  Papa  Onorio  II  fu  fatto  nel  i  126 
Cardinale  diacono    di    s.    Maria    in 
Cosmedin.   Ai   3o  marzo    del    iiqi, 
venne  eletto  Papa,  ed  ai    i3  aprile 
fu  ordinato  prete,  consacrandosi  nel 
giorno  appresso  in  una  maniera  af- 
fatto nuova,  secondo  il   cerimoniale 
dell'  Ordine  romano,  allora   compo- 
sto   dal     camerlengo    di    s.    Chiesa 
Cencio  Savelli.    Era   egli  assai  vec- 
chio    quando  fu    assunto  al   Ponti- 
ficato,   tenendo    i    più    che    avesse 
ottantacinque  anni,  comunque  altri 
suppongano,  che  ne  contasse  novan-. 
ta.  Nondimeno  lo  spii'ito  ed  il  cor- 
po di  lui  non  risentivano    punto  il 
peso  di  quegli  anni;  e  di  fatti  il  gior- 
no dopo  la  sua  incoronazione,  inco- 
ronò r  imperatore  Enrico  VI  unita- 
mente air  imperatrice  Costanza  mo- 
glie di  lui.     Roggero  Ovedeno    (in 
Annal.  Augi.  pag.   689  )    racconta , 
che  accadesse  tale  funzione   in  que- 
sto   modo:  »  Sedeva    il   Papa  nella 
«  cattedra  Pontificale,  ed  avea  tra 
»  i  piedi  la  corona    imperiale.    In- 
»  chinatisi  l' imperatore  e  la  impe- 
"   l'atrice  per  riceverla,  il    Papa    la 
>j   percosse  con  un  piede ,   e  la  ro- 
»   vesciò  a  terra  a  significare  essere 
»   in  lui    stata    l' autorità    come    di 
w   dargli    così    di    torgH   la  corona, 
"   ove    Enrico    lo    avesse    meritato. 
»   Ma  i  Cardinali,  dice  Roggero,  rac- 
J3  cogliendo  tosto  la  corona,  la  po- 
»   sero    in    testa   dell'imperatore  ". 
Questo  racconto  per  altro,  sebbene 
creduto  dal  BaroniO}  ad  au.    1 1 6 1 , 


54  CEL 

e  dal  p.  Bianchi,  tono.  II,  p.  368 , 
è  slimato  falso  da  Natale  Alessan- 
dro (Z^wf.  Eccl.  toni.  VI  saec.  XI,  XII 
cap.  2,  art.  i3),  uè  può  accordarsi 
col  leggere,  che  si  fa  nella  cronaca 
Reichespergense,  che  »  Enrico  fu  dal 
«  medesimo  Celestino  III  onorevol- 
«  mente  consecrato  e  coronato  in 
«  Roma  "  come  riflette  il  Miu'ato- 
ri,  Ann.  d"  hai.,  tom.  VII,  an. 
1191. 

Celestino  fece  promettere  ad  En- 
rico dopo  la    incoronazione    di    re- 
stituire la  città  di  Tusculo  ;    il  che 
■venne  eseguito  il  giorno  dopo,  mar- 
tedì di  Pasqua.  Ma  avendola  il  san- 
to Padre  consegnata  ai  romani,  essi, 
per  vendicarsi  delle  discordie  passate, 
barbaramente  la  distrussero ,    e    gli 
abitanti  privi  di  abitazione  con  fia- 
sche ne'  luoghi    vicini    fabbricarono 
delle  capanne  5  dal  che  il  luogo  pre- 
se   il    nome    di    Frascati ,    e    diede 
origine    a    tal  città ,    sede    vescovile 
suburbicaria.  Dipoi    il  Papa  scomu- 
nicò   r  imperatore,    perchè    riteneva 
a  torto  in  prigione  Riccardo  re  d'In- 
ghilterra. Ma  prima  di  morire,    or- 
dinò Enrico  VI  al  suo  figlio  Fede- 
rico II  di  porre    in  libertà    il    mo- 
narca inglese,    e    di  reintegrare    la 
santa    Sede    nei    diritti ,    che   avea 
sulla    Sicilia  .    Confermò    Celestino 
HI  nell'anno   1192    il  militar  Ordi- 
ne Teutonico  [Fedi),  istituito  nel- 
l'anno precedente  secondo  la  regola 
di  s.  Agostino  in  Acri  o  Tolemaide; 
ed  in  queir  anno    canonizzò    i  santi 
Ubaldo     canonico    regolare     lalera- 
nense  (  Vedi  ),  Giovanni    Gualberto 
fiorentino  (  Vedi),  mentre  nell'anno 
antecedente  avea  canonizzato  s.  Pie- 
tro vescovo  di  Taranlasia,  e  nell'an- 
no appresso  i  santi  Geraldo,  e  forse 
5.   Guccherio  I,  e  s.  Ladislao    re  di 
Ungheria. 

Fra  gli  statuti   per    la    disciplina 


CEL 

ecclesiastica  ordinò  Celestino  III,  che 
i  fanciulli  offerti  dai  parenti  a'  nio- 
nisteri,  giunti  all'età  adulta,  potes- 
sero a  piacer  loro  uscirne;  il  che 
confermò  puranco  il  concilio  Tri- 
dentino, quantunque  fosse  prima  in 
uso,  che  né  i  padri  irritar  potessero 
la  data  promessa,  né  i  fanciulli  la- 
sciare i  monisteri.  Cieò  questo  Pon- 
tefice in  due  promozioni  tredici  Car- 
dinah;  e  dopo  un  governo  di  sei 
anni ,  nove  mesi,  e  nove  giorni , 
sentendosi  prossimo  alla  fine,  vo- 
leva rinunziare  al  Papato,  mostran- 
do desiderio  ai  Cardinali  di  aver 
per  successore  il  Cardinal  Giovanni 
di  s.  Paolo  della  famiglia  Colonna, 
detto  di  s.  Prisca.  Ma  essi  non  vi 
acconsentirono,  dicendo,  che  cosa  era 
inaudita  aver  il  Papa  a  deporre  sé 
stesso.  Morì  questo  Pontefice  nella 
notte  precedente  agli  8  di  gennaio 
I  198.  Fu  sepolto  in  Laterano  pres- 
so s.  Maria  del  Riposo.  Non  vacò  hi 
santa  Sede. 

CELESTINO  IV,  Papa  CLXXXVI. 
Chiamavasi  questo  Pontefice  prima 
della  sua  elezione  Goffredo  Castiglio- 
ni,  ed  era  figlio  di  Giovanni  (^tistiglio- 
ni  e  di  Cassandra  Ciivelli ,  sorella  di 
Urbano  111.  Divenuto  canonico,  e 
cancelliere  di  Milano  sua  patria,  era 
stato  educato  da  s.  Caldino,  e  fat- 
tosi monaco  nel  celebre  nionistero 
di  Altacomba,  aveva  ivi  scritta  la 
storia  del  regno  di  Scozia.  Da  quel 
monistero  era  stato  da  Gregorio  IX 
tratto  nell'anno  1227  contro  sua 
voglia ,  e  creato  poscia  Cardinale 
di  s.  Marco.  11  medesimo  Papa  Gre- 
gorio IX  il  fece  poscia  vescovo  di 
Sabina,  e  lo  spedì  come  legalo  in 
Toscana,  in  Lombardia  e  finalmente 
a  Montecassino,  ove  si  trovava  l'ini- 
pcratore  Federigo  II ,  afllne  d'  in- 
durlo a  somminisliare  soccorsi  in 
sussidio  di  Tcna  Santa.  Dopo  tanti 


GEL  GEL                     55 
impieghi,  con   somma  sua  lode  sos-  detta    montagna    di    Morone,   dalla 
tenuti,    ai    0.1  settembre    i'24i  ,  fu  quale  gli  è  derivato   il   soprannome 
eletto  Papa  nel  luogo  chiamato  Sette  anzidetto.     Lasciò    questo    ritiro  per 
Soli.    Ivi  dal    senato    e    dai  romani  andare,    cinque    anni    appresso,   sul 
rinchiusi  furono  a  questo  fine  dieci  monte  di    Majella  nell'Abruzzo  non 
Cardinali;  ma  tre  di  essi  non  ebbero  lungi    da  Sulmona,    dove    rifugios- 
parte  all'elezione,  perocché  uno  mori  si    con    due    solitari    in    una     vasta 
non  senza  sospetto  di  veleno,  l'altro  caverna.   Colà     si    applicò    ad    imi- 
che  era  de'  Colonnesi ,  fu  fatto  pri-  tare    san  Giambattista  modello    dei 
gione    dai    romani    qual    fautore    di  solitai'i.     Portava    un     cilicio     tutto 
Federico  II ,  ed  il  terzo,  che  prigio-  sparso  di  nodi ,  una  catena  di  ferro 
mero  di  Federico  aveva  da  quell'im-  sulla  nuda  carne,    digiunava  tutti  i 
peratore    ottenuto  di  recarsi  all'eie-  giorni,    eccettuata  la  domenica,  fa- 
zione del  Papa,    ritornò    all'ai'mata  ceva    quattro    quaresime    all'anno, 
pria  ch'essa  fosse  conchiusa.  delle    quali    ne    passava   tre    a    solo 
Celestino  IV,  già  molto  avanzato  pane  ed  acqua,  pregava  e  lavorava 
nell'età,   ed    indebolito  dalla  decre-  tutto  il  giorno,    e  la   maggior  parte 
pitezza,  come  fu  sublimato  al  trono,  della  notte.  Secondo  questi  principi! 
non    più    vi    sedette    che    diciassette  nel  1 244  fondò  l'Ordine,  che  poscia 
giorni,  e  morì  agli  8  ottobre  1241  dal   suo    nome    pontificio  si  chiamò 
non    consacrato,    e    senza  pubblica-  de  Celestini  [P^edi),   e   che  ebbe  si 
re   veruna   bolla ,  avvegnaché    quel-  prospero    successo   da    produrre  du- 
la  diretta    all'  arcivescovo    di    Sens,  rante  la  vita  dello  stesso  s.  Celestino 
che  il  Marlene  ed  il  Mansi  attribuì-  trentasei    monisteri,  e  seicento   reii- 
rono  a  questo  Pontefice,  è  piuttosto  giosi.  Quell'Ordine  approvato  venne 
da    assegnarsi    a    Celestino  III.     Fu  da  Urbano  IV,    che    lo  incorporò  a 
sepolto  in  Vaticano,  e  la  santa  Sede  quello  de' benedettini ,    e   fu  confer- 
restò  vacante  un  anno,  otto  mesi  e  mato    da    Gregorio    X,    nel    1274, 
diciassette  giorni  dopo  di  lui,  perchè  nel    concilio    generale     secondo    di 
i  Cardinali  temendo  la  furia  dell'  im-  Lione. 

peratore,  che  quasi  tutti  gli  aveva  I  dissidenti  Cardinali  riuniti  in 
tenuti  prigioni  in  Amalfi,  non  sape-  Perugia  all'  elezione  del  Pontefice 
vano  risolversi  ad  eleggergli  un  sue-  dopo  la  morte  di  Nicolò  IV,  per 
cessore.  opera  principalmente  del  Cardinal 
CELESTINO  V  (s.),  Papa  CC,  Latino  Malabraqca  Orsini  domenica- 
detto  in  prima  Pietro  di  Murrone  no,  vescovo  di  Ostia,  elessero  in  fine 
o  Morone  da  un  monte  presso  SuU  a' 7  luglio  1294  Pietro  di  Morone. 
mona  ove  condusse  vita  solitaria.  Ma  speditogli  nel  suo  ritiro  il  decreto 
nacque  nel  1 2  1 5  da  Angelario,  sera-  di  tale  elezione,  ricusava  costante- 
plice  agricoltore  in  Molise  castello  mente  di  accettare  il  sommo  inca- 
del  regno  di  Napoli.  Dell'  età  di  rico,  né  si  piegò  se  non  vinto  dalle 
diciassette  anni  si  fece  monaco  be-  suppliche  de'Cardinali  e  de' re  Carlo 
nedettino  nel  monistero  di  Faifoli  II  di  Napoli,  ed  Andrea  III  di  Un- 
nella  diocesi  di  Benevento,  e  dopo  gheria,  i  quali  si  recarono  a  lui 
molti  anni  di  penitenza  straordina-  per  costringervelo  colle  preghiere,  e 
ria,  andò  a  Roma  dove  ricevette  il  colla  esposizione  delle  calamità  da 
sacerdozio.    Nel   laSg  si  ritirò  sulla  cui  era  afflitta  la  Chiesa.  Francesco 


S6  GEL 

Petrarca  (lib.  II  de  Vit.  Solit.  sect. 
HI,  cap.  i8)  dice,  che  in  sulle  pri- 
me voleva  il  Pontefice  sottrarsi  colla 
fuga;  ma  ne  fu  impedito  dal  gran 
popolo  accorso.  Com'ebbe  accettato, 
partì  alla  volta  di  Aquila  nell'Abruz- 
zo ove,  mosso  dalla  singolare  sua 
umiltà ,  entrò  su  d'  una  giumenta  , 
addestrata  dai  detti  due  re  di  Na- 
poli e  di  Ungheria,  ed  ivi,  dopo 
r  arrivo  da  Perugia  de'  Cardinali , 
fu  coronato  a'  29  agosto  nella  chiesa 
dell'Ordine  suo  di  s.  Maria  di  Col- 
lemaggio  fuori  delle  mura,  assu- 
mendo il  nome  di  Celestino  V. 
Quindi  non  più  sopra  un  giumento, 
ma  sopra  un  cavallo  bianco  entrò 
coronato  nella  città  fra  gli  applausi 
di  duecento  e  più  mila  persone  ac- 
corse a  veder  primo  personaggio 
del  mondo  quegli,  che  poco  fa  era 
umile  romito. 

Nella  medesima  città  d'  Aquila  il 
nuovo  Pontefice  fece  la  promozione 
di  dodici  Cardinali,  sette  francesi, 
e  cinque  italiani;  indi  si  trasferì  a 
Napoli;  ma  prima  fece  due  costitu- 
zioni. La  prima  rinovava  quella  di 
Gi*egorio  X,  pubblicata  nel  concilio 
generale  secondo  di  Lione,  relativa- 
mente al  ritiro  de'Cardinali  in  con- 
clave chiuso,  per  procedere  all'  ele- 
zione di  un  nuovo  Papa;  la  seconda 
dichiarava  essere  libera  ai  Papi  l'ab- 
dicazione al  pontificato.  Passando 
per  Sulmona  concesse  a  fr.  France- 
sco da  Apt,  l'eligioso  francescano,  la 
fiicoltà  di  conferire  gli  ordini  minoi'i 
a  Lodovico,  figlio  di  Carlo  re  di 
Sicilia;  privilegio,  che  non  ebbe  più 
esempio  in  un  semplice  sacerdote 
quale  allora  si  era  quel  frate. 

Ciò  è  quanto  fece,  degno  di  spe- 
cial menzione,  senza  mentovare  quel- 
lo che  operò  pel  suo  Ordine,  in  cinque 
mesi  e  otto  giorni  dopo  la  sua  elezio- 
ne; imperocché  conoscendosi  poco  atto 


GEL 

agli  affari  temporali,  conservando 
un  desiderio  invincibile  per  la  soli- 
tudine, e  non  ignorando  il  malcon- 
tento de'  Cardinali  a  cagione  della 
prima  delle  sue  costituzioni,  per  la 
quale  erano  costretti  a  rinchiudersi 
nel  conclave  per  ovviare  agi'  indugi 
della  sede  vacante,  in  un  concistoro, 
che  riunì  in  Napoli  il  i3  dicembre 
1294,  rinunziò  solennemente  e  spon- 
taneamente la  pontificia  tiara  colla 
seguetìle  formula: 

»  Io  Celestino  Papa  V,  mosso  da 
»  legittimi  motivi,  cioè  per  causa 
»  di  umiltà,  di  miglior  vita,  di 
n  coscienza  illesa,  di  debolezza  di 
»  corpo,  di  difetto  di  scienza,  di 
»  malignità  del  popolo,  infermità 
"  della  persona,  e  per  ricuperare  la 
>}  tranquillità  della  passata  condi- 
»  zione  di  vita,  spontaneamente  e 
M  liberamente  cedo  il  Pontificato, 
«  ed  espressamente  rinunzio  al  luo- 
*>  go,  dignità,  occupazione  ed  ono- 
»  re,  dando  libera  e  piena  facoltà 
»  al  collegio  de'  Cardinali  per  eleg- 
M  gere  canonicamente  un  pastore 
«  della  Chiesa  universale".  Spoglia- 
tosi pertanto  di  tutte  le  insegne  pon- 
tificali, con  generoso  e  modesto  por- 
tamento si  mise  a  sedere  a'  piedi 
de'  Cardinali.  Vacò  la  santa  Sede 
dieci  giorni,  scorrendone  nove  per 
la  prima  volta,  prima  di  cominciare 
il  conclave,  in  virtù  della  legge  di 
Gregorio  X,  da  Celestino  V  confer- 
mata, che  tanti  ne  debbano  scoi'rere 
dopo  la  morte,  o  la  rinunzia  del 
Papa. 

Così  ritirossi  nuovamente  Pietro 
di  Morone  nell*  eremo  di  Majel- 
la  per  darsi  del  tutto  alla  pi'eghic- 
ra ,  ed  alla  mortificazione.  Il  suo 
successore  Bonifacio  Vili,  temendo 
qualche  scissura,  non  per  opera  del 
romito,  ma  per  le  seduzioni  a  cui 
la  semplicità    sua    era  esposta,  volle 


GEL 

tenerlo  in  sua  custodia.  11  santo,  che 
lì  ebbe  sentore,  si  nascose  dapprima 
per  due  mesi,  indi,  volendo  passare 
in  Dalmazia ,  spinto  da  una  tem- 
pesta approdò  a  Viesti,  città  della 
Capitanata,  ed  ivi  riconosciuto  da 
quel  governatoi'e  ,  fu  arrestato  e 
mandato  ad  Anagni,  ove  si  trovava 
il  nuovo  Papa.  Là  fu  custodito  in 
certa  casa  presso  la  camera  del  Papa, 
ma  venne  poscia  trasferito  nel  ca- 
stello di  Fumone ,  poco  distante  da 
Ferentino  nella  Campagna,  ove  lan- 
guì per  dieci  mesi  in  un  carcere  di 
aria  sì  morbosa,  che  era  d'  uopo 
cambiar  ogni  due  mesi  i  due  reli- 
giosi destinatigli  a  servirlo.  Pure  il 
Sitato  vecchio  sopportò  quella  pena 
sino  all'  età  di  ottantun  anno,  in 
cui ,  formataghsi  una  postema  nel 
lato  diritto  ,  mori  a'  1 9  maggio  del 
1 296,  dopo  un  anno  e  cinque  mesi 
dalla  sua  rinunzia,  e  dopo  dieci  mesi 
di  prigionia.  11  suo  corpo  per  ordi- 
ne di  Bonifacio  YIII  fu  portato  con 
solenne  pompa  in  Ferentino  ,  e  fu 
sepolto  nella  chiesa  di  s.  Antonio 
del  suo  Ordine,  che  poc'anzi  aveva 
fondata  fuori  della  città.  Ai  i5  di 
febbraio  del  1827  però  fu  traspor- 
tato nella  chiesa  di  s.  Agata  della 
medesima  città,  donde  finalmente  ven- 
ne traslérito  al  monistero  de'celestini 
d'Aquila  nell'Abruzzo,  in  cui  egli  era 
stato  eletto  Pontefice.  Il  suo  cuore  ri- 
mase in  Ferentino,  e  la  sua  mascella 
inferiore  si  conserva  con  un  dente 
sommamente  bianco  presso  i  cele- 
stini di  Parigi.  Per  le  sue  virtù,  e 
pei  suoi  miracoli  canonizzato  venne 
in  Avignone  da  Papa  Clemente  V 
ai  5  maggio  1  3  1 3  ,  diciassette  anni 
dopo  la  sua  morte.  Egli  ha  lasciati 
alcuni  opuscoli  :  Relatio  vitce  sucej 
de  Firtulibusj  de  Vitiìsj  de  Homi- 
nix  vaiiitatej  de  Exemplisj  de  Sen- 
lenliis  Pali  uni.    Queste  opere,  delle 


GEL  57 

quali  si  trovano  i  mss.  di  sua  ma- 
no, sono  state  stampate  in  Napoli 
nel  1640.  Scrissero  la  vita  di  que- 
sto s.  Pontefice,  Celestino  Talera  ab- 
bate de'  celestini,  la  quale  fu  premes- 
sa alle  opere  del  medesimo  santo; 
Giacomo  Aliriense  Celestino;  Giovan- 
ni Pinadelli  negli  Elogii  de"  Ponte- 
Jici,  eh'  ebbero  il  nome  di  Quinto ^ 
Roma  i58i;  Gio.  monaco  celesti- 
no ;  Lelio  Marini,  Fila  e  miracoli 
dis.  Pietro  di  Morone^MWano  i63o. 
Paolo  Reggio  vescovo  Equense  con- 
tinuò la  vita,  che  aveva  lasciata  il 
Cardinal  Giacomo  Gaetani,  e  la  pub- 
blicò in  volgare  nel  i58i,  in  Na- 
poli, Pietro  Cardinale  d'  Ailli,  la  qua- 
le fu  accresciuta  dal  p,  Dionisio  Fa- 
bri  priore  de'  celestini,  e  stampata 
nel    iSSg  in  Parigi. 

Nel  luogo  poi  ove  mori  s.  Cele- 
stino V,  e  da  lui  perciò  reso  cele- 
bre^ già  Onorio  li,  nel  1 1 24,  ave- 
va rinchiuso  1'  antipapa  Gregorio 
\III,  che  vi  morì  miseramente  po- 
co dopo  a'  28  aprile.  Allora  quando 
Bonifacio  YllI  pose  nella  rocca  di 
F'umone  Celestino  V,  per  evitare 
turbolenze  alla  Chiesa,  era  coman- 
dante della  rocca  Marco  Tullio  Lon- 
ghi,  al  quale  venne  poi  donata  da 
Clemente  V  ;  e  benché  nel  pontifi- 
cato di  Alessandro  VI,  Borgia,  se 
ne  fosse  impadronita  la  comune , 
sotto  Alessandro  Vili  la  ricuperaro- 
no i  marchesi  Longhi,  i  quali  la 
ridussero  in  buono  stato,  celebrando 
i  descritti  avvenimenti  con  analoghe 
marmoree  iscrizioni. 

CELIA.  Sede  vescovile  d'Africa, 
nella  provincia  di  Numidia. 

CELIBATO  (  Coelibalus  ).  È  lo 
stato  di  chi  non  è  congiunto  in  ma- 
trimonio, come  è  quello  degli  ec- 
clesiastici. I  teologi,  e  principalmen- 
te Bergier,  dimostrano  che  il  celi- 
bato propriamente  è  lo  stato  di  quel- 


5^8  CEL 

li,  che  rinunziano  al  matrimonio 
per  motivi  religiosi.  Il  celibato  è 
cosa  grata  a  Dio,  come  si  ha  da 
diversi  passi  dell'antico  testamento, 
ma  non  per  questo  ne  consegue,  clie 
sia  riprovato  il  matrimonio.  La  ver- 
ginità fu  considerata  come  sagra 
anche  dai  gentili,  e  perciò  tanto  la 
Chiesa  orientale,  quanto  la  occiden- 
tale imposero  ai  ministri  del  culto 
l'obbligo  di  un  qualche  celibato.  Tut- 
tavolta,  sebbene  il  celibato  sia  più 
perfetto  del  matrimonio,  non  è  com- 
preso nel  diritto  divino  pegli  ordini 
sagri,  cioè  non  vi  è  legge  divina, 
che  vieti  ordinare  in  preti  persone 
aventi  moglie,  né  ai  preti  di  am- 
mogliarsi. Certo,  che  il  celibato  è 
consentaneo  alla  ragione  ecclesiasti- 
ca e  politica,  e  lungi  dall'  essere 
dannevole  alla  società,  torna  anzi  a 
grandissimo  suo  vantaggio.  Il  celi- 
bato fu  sempre  in  uso  nella  Chiesa 
latina,  e  fu  proposto  nel  secondo 
concilio  di  Cartagine,  come  una  leg- 
ge ordinata  fino  dal  tempo  degli 
apostoli.  Di  fatti  non  si  poteva  sta- 
bilire cosa  alcuna  più  santa  per  im- 
pegnare il  sacerdozio  ad  accostarsi 
all'altare  con  purità,  e  renderlo  più 
proprio  all'amministrazione  de' sa- 
gramenti.  Quindi  chmnque  insegna, 
che  i  preti,  i  diaconi,  e  i  suddiaco- 
ni non  sono  obbligati  alla  legge  del 
celibato,  dev'essere  annoverato  tra 
gli  eretici.  C.  de  Sen(.  an.  iSaB. 
Decret.  8.   V.  Matrimonio, 

Mosè  fece  una  legge  espressa  pel 
matrimonio,  ed  in  favore  di  esso; 
Licurgo  si  pronunziò  contro  i  celi- 
batarii  ;  Platone  fu  più  mite,  e  li 
tollerò  con  alcune  restrizioni ,  ed  i 
romani  onorando  le  vestali,  multa- 
vano, e  tenevano  in  dispregio  i  ce- 
libi. V.  il  p.  Gio.  Stefano  Meno- 
chio,  Stuorc  tomo  I ,  pag.  4^j  ^^' 
\>o  XX\'lll,  oc  nella  legge    niosai- 


CEL 

ca  fosse  proibita  la  verginità,  e  il 
celibato  j  e  pag.  iy8,  capo  Vili, 
se  i  sacerdoti  della  legge  vecchia 
erano  obbligati  a  qualche  tempora- 
le continenza  dalle  mogli  loro ,  e 
del  celibato  de" sacerdoti  della  leg- 
ge nuova.  Ma  per  quanto  spetta  al- 
l' uso,  ed  alle  leggi  della  Chiesa, 
non  è  mai  stato  permesso  ai  preti 
ed  ai  vescovi  di  ammogliarsi,  quan- 
do avevano  dichiarato  nel  tempo 
della  loro  ordinazione ,  eh'  essi  vo- 
levano seguire  lo  stato  celibe,  cosa 
pure  stata  osservata  in  diverse  chie- 
se di  occidente  pei  sotto-diaconi. 

La  differenza,  che  vi  era  tra  la 
chiesa  greca,  e  la  latina  rispetto  al 
matrimonio  dei  preti ,  è  che  nella 
chiesa  greca  si  sono  ordinati  a  pre- 
ti e  vescovi  persone  ammogliate, 
purché  fosse  quella  la  loro  prima 
moglie,  e  che  non  avessero  sposate 
delle  vedove,  senza  obbligarli  alla 
divisione;  mentre  nella  Chiesa  lati- 
na non  si  sono  mai  ordinati  né 
preti,  né  vescovi  persone  congiunte 
in  matrimonio,  a  meno  che  ambe- 
due di  reciproco  consenso  non  pro- 
mettessero solennemente  di  vivere 
separati  il  resto  dei  loro  giorni.  Al- 
trettanto praticasi  nella  chiesa  gre- 
ca pei  vescovi ,  ma  pei  sacerdoti , 
pei  diaconi,  nonché  pei  sottodiaco- 
ni, si  ordinano  sebbene  ammogliati 
senza  obbligarli  a  dividersi  dalle  lo- 
ro mogli. 

La  diversità  di  tali  costumanze 
proviene  dall'avere  la  Chiesa  latina 
conservata  l'antica  disciplina,  che 
era  in  vigore  pure  fra  i  greci  nei 
primi  tempi,  i  quali  ultimi  però  si 
condussero  ben  diversamente  su  que- 
sto punto  gravissimo,  ed  introdus- 
sero l'usanza,  che  tuttora  sussiste 
fra  loro,  mai  però  condannata  dal- 
la Cliicsa  latina,  neppure  nel  conci- 
lio fiorenti 00.    Abbiamo    per   altro, 


GEL 

che  il  concilio  neocesariense  dell'an- 
no 3i6,  ordinò  la  deposizione  di 
un  prete,  ch'erasi  ammogliato  dopo 
la  sua  ordinazione.  Quello  d'Andra, 
del  3i3,  permise  il  matrimonio  sol- 
tanto ai  diaconi,  che  si  erano  pro- 
testati contro  l'obbligazione  del  ce- 
libato, ricevendo  l'ordine.  11  canone 
XXVI  apostolico  lo  permetteva  sol- 
tanto ai  lettori,  ed  ai  cantori,  se- 
condo l'antica  tradizione  della  Chie- 
sa, che  il  concilio  niceno  stimò  di 
dovere  stabiliie,  e  che  oggi  ancora 
si  osserva  nelle  diverse  sette  orien- 
tali. V.  Pompeo  Sarnelli,  Lettere 
ecclesiastiche  ,  tomo  VII  ,  lettera 
XXIV,  n.  26,  che  tratta  del  celi- 
bato nella  chiesa  orientale,  massime 
nel  tomo  IX  lettera  XXIV,  ove 
parla  del  celibato  de'  preti  tanto  in 
occidente  quanto  in  oriente.  In  orien- 
te nel  settimo  secolo  il  celibato 
soffrì  molto .  Circa  la  finzione  degli 
eretici  incontinenti,  è  a  vedersi  il  ber- 
iiini.  Compendio  deWcresie  pag.  i  1 8. 
I  principali  decreti  ponlilicii ,  e 
canoni  in  occidente  sul  celibato 
degli  ecclesiastici ,  sono  i  seguenti. 
Si  vuole  pertanto,  che  il  Pontefice 
s.  Calisto  1,  creato  nell'anno  221, 
avesse  di  nuovo  ordinato,  che  i  sa- 
ceidoti  contraessero  cogli  ordini  sa- 
gri r  obbligo  di  continenza,  né  po- 
tessero ammogliarsi;  e  che  Papa  san 
Lucio  1,  eletto  nel  255,  comandas- 
se nuovamente,  che  i  ministri  del- 
l'altare si  eleggessero  continenti ,  e 
che  non  potesseio  coabitare  con 
donne,  meno  quelle  loro  congiunte 
da  stretta  parentela.  Certo  è  però, 
che  il  concilio  di  Elvira,  il  più  an- 
tico di  quelli  che  ci  rimangano  sul- 
la disciplina,  e  che  vuoisi  celebrato 
l'anno  3oo,  o  3  1 3,  merita  vma  sin- 
goiar considerazione  per  quanto  sla- 
biTi  su  ciò  che  riguarda  il  celibato, 
e  la  purità  de'  chierici,  come  rileva 


GEL  59 

Bercaslel,  lom.  II,  pag.  23 1.  Col 
33,  o  36  canone  venne  pertanto 
universalmente  comandato  da'  ve- 
scovi ai  preti,  diaconi  e  suddiaconi 
l'astenersi  dalle  loio  mogli  :  legge 
generale,  che  però  non  era  nuova, 
anzi  una  conferma  della  legge  co- 
mune da  immemorabile  tenìpo  os- 
servata dai  ministri  dell'altare,  piut- 
tosto in  virtù  d'una  tradizione  apo- 
stolica, che  di  un  espresso  coman- 
do. Proibirono  egualmente  i  padri 
di  Elvira  a  qualunque  ecclesiastico 
l'aver  in  casa  pei'sona  di  dilFercutc 
sesso,  olire  la  propria  sorella,  o  la 
propria  figlia,  le  quali  fossero  ver- 
gini e  consagiate  a  Dio.  Tal  conci- 
lio fu  confermato  da  Papa  8.  Siri- 
ciò  del  385  in  una  decretale  scritta 
ad  I merlo  vescovo  di  Tarragona , 
nella  quale  proibì,  che  i  bigami 
impedì),  e  gli  ammogliati  con  vedo- 
ve potessero  ordinarsi,  prescrivendo 
il  celibato  a' sacerdoti  e  diaconi.  V. 
De  Marca,  Cono.  Sac.  et  Iiitp,  cap. 
8,  §  4>  e  Zaccaria  nell'  Antifchro- 
nio  tomo  II.  Osserva  il  Novaes,  nel- 
la vita  di  detto  Pontefice,  che  sino 
a  tal' epoca  non  erasi  stabilita  alcu- 
na legge,  ne  pubblicato  canone  al- 
cuno, il  quale  sotto  precetto,  e  con 
pena  canonica  obbligasse  i  chierici 
maggiori  al  celibato.  Vuole  peiò  il 
p  Constant ,  nel  tom.  I.  Epistol. 
Rom.  Pont.  col.  63 1,  che  sebbene 
al  decreto  di  s.  Siricio  non  sia  pre- 
ceduta alcuna  ecclesiastica  legge,  era 
esso  tuttavia  di  legge  divina  dall'A- 
postolo intimata.  Questo  stesso  de- 
creto sulla  continenza  de' chierici  fu 
rinnovato  da  Innocenzo  I,  nel  4^4» 
nella  lettera  a  Vitricio  vescovo  di 
Rouen,  e  in  quella  ad  Emperio  ve- 
scovo di  Tolosa  ;  argomento ,  che 
tratta  egregiamente  il  citato  Zac- 
caria nella  Dissertazione  del  Celiba- 
tOj  E.oma    1773.  p^.  Vekgixi. 


6o  CEL 

In  appresso  si  formarono  canoni 
sul  celibato,  dai  concilii  di  Toledo 
nell'  anno  4^9?  da  quello  di  Carta- 
gine del  419?  <^'  Oranges  del  44'? 
non  che  di  Arles,  Tours,  Agde,  Or- 
leans ec.  Il  Pontefice  s.  Leone  I 
scrisse  in  argomento  a  Rustico,  ve- 
scovo di  Narbona  ;  Pelagio  li,  del 
578,  impose  a'  suddiaconi  di  Sicilia 
la  legge  della  continenza,  vietando 
loro  di  più  conoscere  le  loro  mo- 
gli, ciò  che  pure  avea  proibito  il 
detto  s.  Leone  l,  coli'  tpistol.  1 2, 
cap,  4-  S.  Gregorio  l,  che  nel  590, 
successe  a  Pelagio  II,  si  dichiarò 
sempre  pel  celibato  dei  chierici ,  e 
vi  legò  i  sotto-diaconi,  i  quali  fino 
a  quel  tempo  non  erano  contati  che 
tra  i  chierici  degli  ordini  minori, 
t.  I.  ep.  443  1-  4-  ^P-  34-  I  centu- 
riatori  di  Magdeburgo,  Heylin  ,  ed 
altri  dicono,  che  Gregorio  I  abro- 
gò il  decreto,  cui  avea  fatto  per  ob- 
bligar tutti  i  chierici  a  continenza , 
e  ciò  asseriscono  fondati  sopra  una 
pretesa  lettera  di  Uldarico  a  Papa 
Nicolò  I;  ma  questa  lettera  è  alFat- 
to  supporta,  e  per  conseguenza  non 
merita  alcuna  fede,  non  essendo  sta- 
to Uldarico  contemporaneo  di  al- 
cun Pontefice  di  nome  Nicolò.  Si 
leggano  le  lettere  di  s.  Gregorio  I , 
e  si  vedrà  in  tutte  parlare  egli  del- 
la legge,  che  obbliga  i  chierici  al 
celibato,  come  antica  e  inviolabile. 

Anche  s.  Eugenio  I,  eletto  nel 
654,  ordinò  che  i  preti,  i  diaconi, 
e  i  suddiaconi  osservassero  perpetua 
castità.  S.  Leone  IX,  nel  concilio  che 
celebrò  in  Magonza,  nel  1049,  ^"^ 
presenza  dell'imperatore  Enrico  III, 
promulgò  un  decreto  sopra  la  con- 
tinenza de'  chierici  ;  quindi  nel  con- 
cilio, che  convocò  in  Roma,  nel 
io5i,  depose  Gregorio  vescovo  di 
Vercelli,  adultero  e  spergiuro,  e  fe- 
ce un  altro  decreto  sulla  conlinen- 


CEL 

za  de'  chierici.  In  questo  decreto  » 
cui  denominò  costituto,  ordinò,  che 
le  donne  ree  di  prostituzione  coi 
preti  entro  le  mura  di  Roma,  in- 
corressero pena  di  essere  per  l' av- 
venire schiave  per  servizio  del  pa- 
lazzo lateraiiense.  Stefano  X,  nel 
loSy,  proibì  eziandio  i  matrimoni 
de' chierici  ;  e  Nicolò  II,  nel  conci- 
lio romano  del  1^09,  determinò  con- 
tro i  Nicolaiti  (così  chiamavansi  i 
difensori  dei  matrimoni  degli  eccle- 
siastici), che  il  sacerdote,  diacono, 
e  suddiacono,  il  quale  prendesse 
moglie,  o  presa  non  l' abbandonasse, 
fosse  subito  sospeso  dagli  uffizi  ec- 
clesiastici. Alessandro  II  confermò 
i  decreti  di  Leone  IX,  e  di  Nicolò 
II,  contro  i  chierici  incontinenti,  che 
ebbe  pure  a  condannare  nel  conci- 
lio, nel  1067,  tenuto  da  lui  a  Man- 
tova. In  quello  celebrato  in  Roma, 
nel  1074,  da  s.  Gregorio  VII  fu 
determinato,  secondo  i  sagri  canoni 
e  i  decreti  pontificii,  che  niun  chie- 
rico potesse  avere  moglie,  e  che  il 
sagra  mento  dell'  ordine  non  fosse 
conferito  se  non  a  quelli,  i  quali 
professassero  perpetuo  celibato,  e 
che  ninno  potesse  assistere  alla  mes- 
sa dei  sacerdoti,  che  avessero  moglie. 
K.  ì'epist.  ad  Olhoneni  Episc.  Con- 
stansiens.  apud  Labbceuni  tomo  X, 
Condì,  col.  3 16,  ed  il  Baronio  al- 
l' anno    10745  n.  ^o. 

Anche  Calisto  II,  nel  concilio  di 
Reims,  del  11  19,  proibì  la  moglie 
ai  preti  :  ma  per  non  dire  di  altri 
decreti  e  canoni  contro  gli  ecclesia- 
stici e  religiosi,  i  quali  non  avessero 
osservato  il  celibato,  intorno  alla  qual 
cosa  presero  provvidenza  i  re  di 
Plancia  coi  loro  capitolari,  che  for- 
mavano i  vescovi  ed  ecclesiastici  /nel- 
le assemblee,  conchjuderemo,  che 
nel  concilio  di  Trento  si  propose 
di  accordare  agli  ecclesiastici   la   li- 


CEL 

berta  dei  matrimonio,  ma  fu  inte- 
ramente rifiutato.  Sono  dunque  i  sa- 
cerdoti obbligati  a  conservare  invio- 
labilmente il  celibato,  come  lo  stato 
il  più  puro,  e  più  conforme  alla  san- 
tità del  loro  ministero,  e  gli  ordi- 
ni sagri  sono  un  impedimento  di- 
rimente al  matrimonio.  Questa  è 
legge  di  disciplina,  ma  fondata  sul- 
le massime  di  Gesù  Cristo,  e  de- 
gli apostoli,  perciò  sulle  intenzioni 
della  Chiesa  primitiva,  sulla  santità 
dei  doveri  di  un  ecclesiastico,  e  sul- 
le medesime  ragioni  politiche.  Fra 
le  pretensioni  poi  fatte  a  Pio  VII 
dall'  imperatore  Napoleone,  prima  di 
completare  l' invasione  dello  stato 
pontificio,  una  fu  quella  dell'aboli- 
zione della  -vita  celibe  in  avvenire, 
e  l'abilitazione  al  matrimonio  alle 
persone  consagrate  già  al  culto  del- 
la religione  d'ambo  i  sessi,  anche 
in  forza  di  voto  solenne  ;  il  perchè, 
nel  breve  che  diresse  Pio  VII  su 
tale  argomento  al  sagro  Collegio , 
disse,  che  quello  era  un  articolo 
opposto  alla  santità  della  religione 
stessa,  ed  alla  promessa  fatta  a  Dio 
dalle  persone  religiose  con  sagrifizio 
volontario  de  meliori  bona. 

Nel  i774>  l'abbate  Lami  pubbli- 
cò :  Della  necessità  del  matrimonio 
degli  ecclesiastici,  con  una  disser- 
tazione sul  celibato.  Nell'anno  stesso 
l'abbate  Francesco  Antonio  Zaccaria 
diede  in  Roma  alla  pubblica  luce 
la  Storia  polemica  del  celibato  sa- 
gro da  contrapporsi  ad  alcune  de- 
testabili opere  uscite  a  questi  tempi. 
E  da  ultimo,  nel  i833,  egualmen- 
te in  Roma  il  p.  Emidio  Jacopini 
diede  alle  stampe  II  Sagro  Celi- 
bato. Merita  di  essere  consultato 
anche  il  Rergier,  Dizionario  enci- 
clopedico, all'articolo  Celibato  dei 
REGOLARI,  ove  parlando  di  quelli 
soppressi,  dice  che  il  breve  di    Pio 


CEL  6i 

VI,  emanato  a  Vienna,  nel  1782, 
e  diretto  al  vescovo  di  Brùim,  sta- 
bilisce ed  autorevolmente  dichiara  , 
che  i  regolari  soppressi,  i  quali  non 
possono  entrare  in  altri  monisteri , 
si  debbano  considerare  come  mona- 
ci attuali,  né  possano  mai  sperai-e 
licenza  di  nozze,  né  di  testamento,  f^. 
Dispense. 

CELINIA,  o  CELINA  (s.),  ebbe 
i  natali  nella  città  di  Meaux.  Alle- 
vata nella  cristiana  pietà,  poiché  sep- 
pe essere  arrivata  nella  sua  patria 
santa  Genevefl'a ,  la  pregò  di  voler- 
la accogliere  sotto  la  sua  direzione, 
professando  verginità,  quantunque 
promessa  innanzi  in  isposa  ad  un 
giovane  di  quel  luogo.  Delle  memo- 
rie di  questa  santa  ci  pervenne  sol- 
tanto, che  fioriva  nel  quinto  secolo. 
Nella  città  di  Meaux  vi  aveva  un 
priorato  del  suo  nome  dipendente 
dall'abbazia  di  Marmontier. 

CELINA.  Città  vescovile  nel  Friu- 
li, ora  villaggio  Maniago,  sulla  ri- 
viera Celina,  appartenente  ai  Carnii, 
di  cui  fa  menzione  Plinio  come  di 
un'  antica  città  rovinata  al  suo  tem- 
po. Quindi  essendosi  ristabilita,  se- 
condo il  Noris,  per  avere  Concordia 
ed  altre  circostanti  città  grandemen- 
te sofferto  nell'incursione  di  Attila, 
i  dispersi  abitanti  si  rifugiarono  a 
Moniago,  o  Monjago.  Certo  è,  che 
nel  quiuto  secolo  fu  eretta  in  Ce- 
lina la  sede  vescovile,  sufFraganea  del 
patriarcato  di   Aquileja. 

CELIO  Gennaro,  Cardinale.  Ce- 
lio Gennaro  Cardinal  prete  dei  ss. 
Vitale,  Gervasio  e  Protasio,  viveva 
nel  pontificato  di  s.  Gelasio   I,    nel 

494. 

CELIO  Giovanni,  Cardmale.  Ce- 
lio Giovanni  Cardinal  diacono,  fio- 
riva nel  pontificato  di  s.  Gelasio  I, 
nel  494?  ii^l''i  regione  settima,  e  de- 
cimaquarta. 


6i  GEL 

CELIO  Lorenzo,  Cardinale.  Ce- 
lio Lorenzo  Cardinal  prete  di  s. 
Prassede,  ed  arciprete  di  santa  Chie- 
sa, viveva  nel  pontificalo  di  s.  Gela- 
sio I,  nel  494- 

CELIO  Simmaco,  Cardinale.  V. 
Simmaco  (s.)  Papa. 

CELLA.  Sede  episcopale  d'Africa 
nella  provincia  proconsolare,  sotto 
la  metropoli  di  Cartagine. 

CELLA.  Sede  vescovile  nell'Africa 
occidentale,  provincia  di  Maiiritiana, 
sottoposta  al  metropolitano  di  Sitifi. 

CELLA.  Camera  dei  frati,  e  delle 
monache.  Cella  pur  dicesi  ad  una 
cappella ,  ad  un  oratorio,  Sacellurn. 
Il  p.  Lupi,  Dissertazioni  tom.  I, 
pag.  12,  parlando  di  quel  luogo,  il 
quale  nelle  antiche  basiliche  chia- 
mavasi  cella,  riporta  l'osservazione 
di  un  dotto  autore,  fatta  in  una 
Dissertazione  sui  tempi  antichi  di 
Roma,  il  quale  chiama  cella  quella 
parte  dei  templi,  che  noi  chiamiamo 
nave  di  mezzo,  e  dice  essere  stata 
destinata  principalmente  alle  cerimo- 
nie religiose.  Questa  stessa  nondime- 
no dissacrata  col  semplice  tirare  di 
una  cortina ,  la  quale  ruoprissc  i 
simulacri  e  le  are,  serviva  dopo  i 
sagrifìzi  per  trattare  gli  affari  pro- 
fani. Ecco  le  medesime  parole  del- 
l'autore dal  Lupi  citato:  »  Bien  que 
5>  la  partie  du  tempie  appellée  Cella 
"  fùt  destinée  au  eulte  de  la  Re- 
"  ligion ,  on  ne  laissait  pas  d' y 
»  trailer  des  alTaires  profanes  après 
*»  les  sacrifices,  en  tirant  des  voiles, 
'»  qui  couvraient  les  statues  et  les 
"   autels". 

Intorno  alle  celle  degli  antichi 
anacoreti,  e  solitari  del  deserto  nel- 
l'Egitto, leggesi  nella  vita  di  s.  Ma- 
cario d'Alessandria,  anacoreta  fiorito 
nel  IV  secolo,  eh'  eranvi  nel  basso 
Egitto  tre  grandi  deserti,  i  quali  si 
toccavauo  l'un  l'altro,  cioè  di  Scelti, 


GEL 

cosi  detto  da  una  città  di  questo 
nome  sui  confini  della  Libia;  delle 
Cellette,  cosi  chiamato  dalle  piccole 
celle  de'solitari,  che  vi  si  vedevano; 
ed  il  terzo  situato  verso  l'occidente, 
cui  la  montagna  Nitria  avea  dato 
il  nome,  detto  anche  Cellia,  come 
si  può  veder  nelle  P^ite  de'ss.  Padri, 
lib.  I ,  cap.  6.  In  tutti  questi  luo- 
ghi potevano  recarsi  a  stare  in  so- 
litudine quei,  che  già  si  erano  lun- 
gamente sperimentati  nel  tenore  di 
vita  religiosa  nelle  congregazioni. 
Macario  aveva  una  sua  celletta  in 
ciascuno  di  questi  deserti.  A  Nitria 
egli  accoglieva,  e  istruiva  i  forestie- 
ri, ma  abitava  d'ordinario  alle  Cel- 
lette, ove  fu  innalzato  al  grado 
sacerdotale.  Ciascun  anacoreta  ci 
viveva  sepai'ato  interamente  da'suoi 
fratelli,  e  non  ne  vedeva  neppur  la 
piccola  ceHa  ,  né  usciva  della  sua , 
se  non  che  il  sabbato  e  la  dome- 
nica, nei  quali  giorni  tutti  si  riuni- 
vano in  chiesa  per  la  celebrazione 
dei  santi  misteri ,  e  per  la  s.  comu- 
nione. Quando  uno  straniero  volea 
stabilire  il  suo  soggiorno  fra  loro, 
ognuno  offi'ivagli  la  propria  celletta, 
e  quindi  se  ne  fabbricava  altra  colle 
sue  mani.  Sappiamo  in  oltre,  che 
il  deserto  delle  Cellette  era  lontano 
cinque  leghe  dalla  montagna  di  Ni- 
tria, e  questa  lo  era  sedici  da  Ales- 
sandria, e  formava  quasi  uno  stesso 
deserto;  la  chiesa  di  Nitria  era  gran- 
dissima, e  ufliziata  da  otto  sacerdoti. 
Nel  deserto  di  Scelti  eranvi  quat- 
tro chiese  per  uso  de'solitari;  un 
decurione  o  decano  invigilava  sopra 
nove  monaci,  e  un  centurione  so- 
pra dieci  curie,  e  ciascun  deserto 
avea  per  solito  un  superiore  gene- 
rale. 11  Garampi,  nelle  eruditissime 
Memorie  della  b.  Chiara,  parla  dei 
cellani  o  solitari,  che  abitavano  le 
celie  delle  monache    Cella   murato- 


GEL 

rum,  e  delle  carceri  e  celle  rigoro- 
se, ec.  Che  cella  fosse  alcune  volte 
appresso  s.  Gregorio  I  appellato  il 
inonistero,  o  lutto  il  suo  recinto, 
chiaramente  si  osserva  dal  Macii  a 
tal  vocabolo.  Abbiamo  dal  Sarnelli, 
tom.  Ili,  pag.  129,  che  di  questo 
nome  si  valsero  anche  i  monaci 
benedettini,  per  denotare  i  piccoli 
monisteri ,  dipendenti  dall'  abbazia 
principale,  e  però  detti  ancora  nw- 
neisleriolij  ahbatiolce  vel  obedienlice , 
quia  majorihiis  suberantj  e  che  i 
monaci  antichi  chiamarono  Laure 
«omiglianli  luoghi,  equivalenti  al 
vico  de'  greci,  dappoiché  quelle  cel- 
le erano  fra  sé  distinte  e  separate,  ma 
non  con  molta  lontananza  nel  modo, 
che  ancora  sogliono  abitare  i  camal- 
dolesi eremiti  [l-^edi),  ed  hanno  sem- 
bianza d'una  villa,  o  picciol  borgo. 
Anche  il  Borgia,  Memorie  di  Bene- 
vento tom.  I,  pag.  243,  parlando 
di  quel  monistero  o  cella  di  s.  So- 
fia, dice,  che  qualunque  monistero, 
o  grande  o  piccolo  che  fosse,  il 
quale  dipendeva  da  altro  monistero 
maggiore,  appellavasi  d'  ordinano, 
o  cella,  o  preposi lura,  ovvero  ob- 
bedienza, ed  anche  monisleriolo.  Vi 
presiedeva  un  monaco  col  titolo  di 
preposi to,  o  di  decano  dipendente 
dall'  abbate  del  monistero  maggiore, 
a  cui  era  tenuto  di  dare  un  an- 
nuo censo.  Non  era  però  questa 
pratica  così  costante,  che  anche 
nelle  celle,  o  siano  prepositure,  tal- 
volta o  per  privilegio,  o  per  altra 
cagione  non  si  ponesse  per  reggerle 
un  abbate.  Quindi  il  medesimo  au- 
tore avverte,  che  talora  presso  gli 
antichi  anche  i  principali  monisteri, 
liberi  da  qualunque  dipendenza,  ve- 
nivano chiamati  celle,  come  dicem- 
mo col  Macri.  Né  così  accadeva 
della  denominazione  di  obbedienza, 
la    quale    non    si    trova   usata,    che 


GEL  65 

pei  piccoli  monisteri,  chiamati  gran- 
de, vicarie,  e  priorati,  appellandosi 
i  monaci,  che  abitavano  tali  obbe- 
dienze obhedientari.  Finalmente  si 
disse  celliota  il  monaco  abitatore 
della  cella ,  ed  anche  Cellnlanus, 
Syncellita ,  e  Syncellus.  Cellerario, 
(  J^edi)  chiamasi  il  camerlengo  dei 
monisteri. 

CELLA  DEL  Conclave.  Camera, 
ed  abitazione  de'Cardinali,  nel  luogo 
ove  si  rinchiudono  in  conclave  per 
eleggere  il  sommo  Pontefice,  il  quale 
dalla  cella  passa  alla  cattedra  di  s. 
Pietro,  e  al  maggiore  de'troni.  Gre- 
gorio  X,  per  togliere  i  lunghi  in- 
dugi ,  che  talvolta  accadevano  nel- 
l'elezione del  nuovo  Papa,  nel  con- 
cilio lionese  del  1274,  emanò  san- 
tissime leggi,  le  quali  diedero  prin- 
cipio stabile  al  conclave  (  Vedi). 
Nella  seconda  di  esse  ordinò,  che 
nel  medesimo  palazzo,  abitato  dal 
Pontefice  defonto,  si  formasse  un 
conclave,  nel  quale  senza  muro,  che 
separi  uno  dall'altro,  senza  lendine, 
o  altro  velo,  tutti  abitassero  in  comu- 
ne, riserbata  soltanto  una  camei'a 
segreta.  Ma  questo  rigore,  stabilito 
da  Gregorio  X,  per  maggiormente 
sollecitare  i  sagri  elettori  a  compiere 
il  grande  atto,  fu  moderato  da  Cle- 
mente VI,  nel  i35i,  colla  costitu- 
zione Licet.  Bull.  rom.  tom.  I,  pag. 
279,  il  quale  non  solo  permise  a 
ciascun  Cardinale  due  conclavisti, 
ma  ad  ognuno  di  essi  concesse  il 
letto  dagli  altri  separato,  per  mezzo 
di  semplici  tende  o  cortine;  ciò  che 
poi  venne  confermato  nella  sessione 
XLI  del  concilio  di  Costanza ,  cele- 
brata agli  8  novembre  i4'7>  come 
si  legge  in  tal  anno  nel  Rinaldi. 

A  seconda  di  tali  prescrizioni  si 
celebrarono  i  successivi  conclavi  sino 
all'elezione  di  Pio  VI,  seguita  nel 
1775,   il  cui  modo   andiamo  a  de-' 


64  GEL 

scrivere.  Fino  a  detta  epoca  si  for- 
mava il  conclave  nel  palazzo  vati- 
cano, con  altrettante  celle  o  camere 
quanti  erano  i  Cardinali  viventi. 
Cominciavano  le  celle  dalla  gran 
loggia  della  benedizione  sulla  fac- 
ciata della  basilica  vaticana,  e  giran- 
do pel  lato  sinistro  per  le  due  scale, 
regia  e  ducale,  distendevansi  fino 
alle  stanze  de'  paramenti  e  delle 
congregazioni.  Queste  celle  erano 
quasi  tutte  costruite  di  legno,  lun- 
ghe palmi  diciotto,  e  larghe  quin- 
dici, discoste  una  dall'altra  un  buon 
palmo.  Tutte  si  distribuivano  a  sorte 
secondo  il  decreto  di  Pio  IV,  e 
Gregorio  XV,  nella  sesta  congrega- 
zione, che  celebrano  i  Cardinali  in 
sede  vacante,  come  tuttora  praticasi, 
col  porsi  in  un'  urna  i  biglietti  col 
numero  di  queste  celle,  ed  in  altra 
urna  i  nomi  de' Cardinali;  determi- 
nando la  sorte  dell'estrazione  la  cella 
di  cadaun  Cardinale,  sebbene  assente 
da  Roma,  estrazione  che  si  fa  dal- 
l' ultimo  Cardinale  diacono.  L'estra- 
zione però  delle  celle,  come  si  vedrà 
in  appresso,  era  anteriore  ai  men- 
zionati Pontefici,  i  quali  colle  loro 
disposizioni  la  confermarono,  e  re- 
golarizzarono. Appena  i  Cardinali 
.sono  venuti  in  cognizione  della  cel- 
la, che  loro  toccò,  la  fanno  addob- 
bare, e  guarnire  di  mobiglie,  ed 
altro  occorrente  nel  modo,  che  di- 
remo in  appresso.  Sino  al  Pontifi- 
cato di  Pio  VI ,  le  celle  si  addob- 
bavano di  saja,  o  panno  paonazzo, 
dai  Cardinali  creati  dall'ultimo  Papa 
defunto,  e  di  color  verde  dagli  altri 
Cardinali.  Tal  varietà  di  colori  fra 
i  Cardinali  dell'ultimo  Pontefice,  e 
quelli  creati  dai  precedenti ,  ebbe 
principio,  come  scrisse  il  Catalano, 
Commentar,  in  Cccremonial.  S.  R. 
V.  pag.  i3,  num.  i5,  nel  conclave 
dopo  la  morte  di  Giulio  li,  nel  1 5 1 3. 


GEL 

Leggo  però  nella  Storia  de  Conclavi 
a  pag.  5o,  che,  nell'anno  i447>  P^** 
l'elezione  di  Nicolò  V,  il  conclave 
fu  fatto  nel  convento  della  Minerva; 
che  i  Cardinali  abitarono  le  celle 
loro  toccate  in  sorte,  e  formate  nel 
dormitorio  ;  che  esse  non  erano  di 
legno  ma  di  panno  color  verde  o 
violato,  e  che  soltanto  il  Cardinal 
Bolognese,  pel  suo  curioso  modo  di 
pensare,  volle  farla  addobbare  di 
color  bianco.  Dello  stesso  rispettivo 
colore  erano  coperte  le  mobiglie 
della  cella,  cioè  un  letto,  un  tavo- 
lino, un  inginocchiatoio,  alcune  se- 
die, ed  alcun'  altra  cosa  necessaria, 
mettendosi  in  tutte  queste  coperte, 
come  alla  porta  di  ciascuna  cella  al 
di  fuori,  lo  stemma  gentilizio  del 
Cardinale,  a  cui  appartiene.  Delle 
suppellettili  poi,  che  si  adoperano 
nel  conclave,  tratta  diffusamente  il 
Lavorio,  De  Conclavi,  cap.  Vili, 
tit.   3,  pag.   291. 

Nel  180Ò  per  le  circostanze  dei 
tempi,  il  conclave  si  celebrò  a  Ve- 
nezia nel  monistero  di  s.  Giorgio 
Maggiore  dell'  Ordine  benedettino, 
e  per  ordine  dell'  imperatore  Fran- 
cesco, ogni  spesa  del  conclave  fu 
fatta  dal  governo.  11  monistero  poi 
fu  diviso  come  segue.  Venti  celle 
occuparono  il  dormitorio  grande,  sei 
la  cancelleria,  o  foresteria,  tre  l'ap- 
partamento dell'  archivio,  sei  il  no- 
viziato, cinque  il  corridore  de'  lettori, 
ed  in  tutte  furono  quaranta  celle. 
La  vasta  libreria  fu  ridotta  ad  uso 
di  chiesa,  e  il  coro  domestico  servi 
per  cappella  degli  scrutini,  donde 
sortì  eletto  1'  immortale  Pio  VII. 
Ma  come  questi  mori  in  Roma,  ai 
20  agosto  1823,  nel  palazzo  quiri- 
nale, riflettendo  il  sagro  Collegio 
alla  grande  spesa ,  che  occorreva 
per  la  consueta  costruzione  del  con- 
clave   nel    Vaticano,    dovendosi  lòr- 


GEL 

mare  tutte  le  celle  di  legname,  nella 
congregazione  tenuta  nel  palazzo 
quirinale  nel  di  seguente,  coli'  inter- 
vento di  ventotto  Cardinali,  si  sta- 
bili quasi  a  pieni  voti  di  formarsi 
il  conclave  nello  stesso  palazzo  nel 
suo  lato  più  lungo,  cioè  colle  ca- 
mere abitate  dagli  individui  della 
famiglia  pontifìcia  pei  coriidori  detti 
degli  svizzeri,  che  si  estendono  dall'a- 
bitazione del  maggiordomo  a  quella 
del  capitano  degli  svizzeri,  forman- 
dosi degli  appartamenti  in  altret- 
tante celle,  in  ognuna  delle  quali 
dovesse  abitare  un  Cardinale  co 'suoi 
due  conclavisti,  ecclesiastico  e  seco- 
lare, oltre  vm  domestico.  Quindi 
nello  stesso  palazzo  furono  celebrati 
i  conclavi  per  l'elezioni  di  Leone 
XII,  di  l'io  Vili,  e  del  regnante 
Gregorio  XVI. 

Ecco  adunque  quanto  riguarda  le 
celle  de'  Cardinali  in  conclave  a' no- 
stri giorni.  Dopo  la  distribuzione  del- 
le celle,  fatta,  come  dicemmo,  nella 
sesta  congregazione ,  i  Cardinali  si 
lecano  a  veder  quella,  che  loro  è 
toccata,  e  qualora  la  rinvengano  an- 
gusta ,  od  incomoda ,  nella  congre- 
gazione del  giorno  seguente  ottano 
a  quelle  de'  Cardinali,  che  per  la 
lontananza,  vecchiezza,  o  altre  ra- 
gioni, non  si  recano  al  conclave,  men- 
tre intervenendovi,  debbono  loro  re- 
stituirle. Questa  ozionc  segue  per 
anzianità  di  Cardinalato,  non  di  or- 
dine sagro ,  laonde  i  diaconi  sono 
preferiti  ai  vescovi  e  ai  preti ,  se 
prima  di  loro  furono  elevati  alla 
porpora.  Avviene  talvolta,  che  due 
Cardinali  si  cambiano  la  cella,  es- 
sendo in  libertà  di  essi  il  farlo.  Tut- 
tavolta  queste  permute  anticamente 
noti  si  ammettevano.  Di  fatti  abbia- 
mo nella  Storia  de'  conclavi ^  pag. 
460  ,  ed  in  quello ,  in  cui  fu  nel 
i6o5  eletto  Leone  XI,  che  amma- 

VOL.    XI, 


GEL  65 

latosi  di  febbre  terzana  il  Cardinale 
del  titolo  di  s.  Cecilia,  fu  proposto 
di  trasferirlo  dalla  sua  cella  alla  ca- 
mera dello  speziale  del  conclave  ^ 
ma  r  impedì  l' autorità  del  Cardi- 
nal Aldobrandino ,  nipote  del  de* 
fonto  Clemente  Vili ,  dicendo  che 
le  bolle  il  vietavano,  non  potendosi 
cambiar  la  cella  anche  a  cagione 
d' infermità,  e  ciò  per  sollecitare  l'e- 
lezione. Attualmente  le  celle  si  com- 
pongono di  quattro ,  o  cinque  ca- 
mere, compresa  la  cucina,  colle  fi- 
nestre dalla  strada  pia,  la  quale  è 
chiusa  però  alle  due  estremità  da 
sbarre,  mentre  le  antiche  celle  non 
avevano  finestre ,  o  almeno  solo 
qualcuna ,  e  le  pareli  invece  di 
essere  di  mura  erano  di  tavole  j 
e  perciò  ricoprivansi  di  saia ,  ciò 
che  ora  non  si  fa  più.  Sono  poi 
le  celle  addobbate  delle  mobiglie 
e  letti  occorrenti,  ricoprendosi  cori 
saia,  o  panno  paonazzo  o  verde 
colle  distinzioni  suddescrilte,  i  tavo- 
lini, il  letto  del  Cardinale,  ed  alcu- 
no vi  fa  ricoprire  anche  le  sedie  e 
i  canapè.  La  maggior  parte  de'Car- 
dinali  nelle  celle  erigono  la  cap- 
pella affine  di  celebrare,  ed  ascol- 
tare la  messa;  cappella,  che  suo- 
le formarsi  al  momento  di  ser- 
virsene. Tutti  poi  i  Cardinali  a-* 
vanti  la  porta  della  cella  tengo-: 
no  una  portiera  di  panno  o  saia 
con  fi'angia  del  colore  competente 
paonazzo  o  verde,  coH'arme  in  mez- 
zo del  Cardinale.  Qualora  poi  il  Car- 
dinale voglia  stare  ritirato  e  non 
ricevere  alcuno ,  si  pongono  fuori, 
o  sulla  porta  della  cella,  due  basto- 
ni obliqui  incrociati ,  grandi  o  pic- 
coli della  forma  come  la  croce  di  s. 
Andrea ,  e  perciò  chiamasi  tal  segno 
il  Sant'Andrea,  il  quale  è  pure  di- 
pinto paonazzo  o  verde,  collo  stem- 
ma gentilizio. 


66  CEL 

Nelle  celle  si  jecano  i  Cardina- 
li dopo  la  formale  entrata  in  con- 
clave, ed  in  esse  la  sera,  avendo 
una  guardia  nobile  per  cadauna  cel- 
la, ricevono  vestiti  di  sottana,  fascia, 
e  mozzetta ,  le  visite  della  prelatu- 
ra ,  corpo  diplomatico ,  nobiltà  ro- 
mana, ed  altri  personaggi,  finché  sia 
giunta  l'ora  della  chiusura  del  con- 
clave, che  viene  annunziata  dall'ul- 
timo maestro  delle  cei'imonie,  col 
suono  del  campanello,  in  tre  volte, 
dicendo  nell'  ultima  :  extra  omnesj 
per  licenziare  i  visitanti.  Tal  suono 
coir  esclamazione,  che  va  facendo 
passando  innanzi  alle  celle,  col  dire: 
ìli  celiarli  Domini,  il  medesimo  ce- 
rimoniere ripete  nelle  sere  susseguenti 
ad  ore  tre  di  notte,  nelle  quali,  seb- 
bene per  la  clausura  non  vi  sieno 
in  conclave  estranei,  vuoisi  invitare 
ogni  Cai'dinale  a  ritirarsi  nella  pro- 
pria cella.  Evvi  alcun  Cardinale , 
che  per  incomodi  od  altro  si  reca 
nella  propria  cella  prima  del  solen- 
ne ingresso  in  conclave,  come  altri 
dopo  l'elezione  del  Papa  vi  riman- 
goJio  anche  a  passare  la  notte.  Que- 
ste sono  le  celle ,  o  abitazioni  dei 
Cardinali  in  conclave,  nelle  quali  si 
tratta  della  grande  opera  di  dare 
un  capo  alla  Chiesa  ed  un  sovrano 
ai  dominii  ecclesiastici  ;  e  quando  i 
Cardinali  per  indisposizione  non  si 
possano  recare  alla  cappella  dello 
scrutinio,  i  tre  Cardinali  infermie- 
ri, con  formalità  vanno  alle  celle  a 
prendere  il  voto  per  lo  scrutinio,  e 
vi  ritornano  per  l'accesso,  tanto  nel- 
la mattina  che  nel  giorno,  ed  in- 
contrandoli i  conclavisti,  fanno  loro 
la  gonulk'ssione,  come  rappresentanti 
una  corporazione. 

All'  abuso  di  spogliare  il  palazzo 
del  vescovo  defunto ,  ed  anche  del 
morto  Pontefice ,  abuso  rigorosa- 
mente vietato  da  Giovanni  IX  dcl- 


CEL 

r  898  ,  in  progresso    di  tempo  suc- 
cesse l'altro  di  depredare  il  palazzo, 
che  il  novello  Papa  abitava  da  Car- 
dinale; il  perchè  il  concilio  di   Co- 
stanza ,  e  vari  Pontefici   fulminaro- 
no le   censure    ecclesiastiche    contro 
chi  osasse  di    ciò    eseguire.    Inoltre 
per    molto    tempo    fu   vigente    l'al- 
tro abuso,  che  commettevano  i  con- 
clavisti nel   depredare    la    cella    del 
Cardinale  sublimato  al  triregno.   Di 
che  gli  esempi    giungono    al  secolo 
XVII.  Però  finalmente  vennero  re- 
pressi   e    dalle    proibizioni ,    e  dalle 
cautele  prese  dai  conclavisti    dell'  e- 
letto ,  ed  invece  i  novelli    Pontefici 
adottarono   la    benigna    e    generosa 
consuetudine  di  donare    tutto   quel- 
lo, che  avevano  nella  loro    cella    di 
conclave  ,  al  cameriere    conclavista  ; 
come  eziandio  praticarono  Pio  Vili, 
e  Gregorio  XVI,  del  qual  ultimo  io 
stesso   sperimentai    gì'  indulgenti   ef- 
fetti. 

Non  si  dee  però  tacere,  che  nel- 
la citata  storia  del  conclave  per  l'e- 
lezione di  Nicolò  V,  dicesi  a  pag.  5i, 
che  allora  entravano  in  conclave 
soltanto  due  maestri  di  cerimonie , 
a'  quali  venivano  concesse ,  dopo  la 
ci'eazione  del  nuovo  Papa,  per  loro 
mercede,  tutte  le  suppellettili,  od  or- 
namenti della  di  lui  cella.  P^.  il  chi- 
rografo di  Alessandro  Vili  de'  29 
novembre  1 690 ,  e  la  notificazione 
emanata  a'  3  fjprile  1721  dal  Car- 
dinal Albani,  camerlengo  di  santa 
Chiesa,  riportata  dal  num.  585  del 
Diario  di  Roma  di  tal  anno,  con- 
tro quelli,  che  s' impadronissei'o  di 
cose  spettanti  al  conclave,  ai  Cardi- 
nali, e  alla  camera  apostolica,  in  se- 
de vacante. 

Fra  le  celle  abusivamente  depre- 
date, o  da  alcuni  inservienti  del 
conclave,  o  dal  popolo  neh' a  jìertu- 
la  di  ciso,  registreremo   i    seguenti 


GEL 

casi,  unendovi  qualche  aneddoto  pu- 
re riguardante  le  celle.  Si  legge  nella 
Storia  de  conclavi,  a  pag.  79,  che 
dopo  la  morte  di  Calisto  III,  a'  19 
agosto  1458,  segui  1'  elezione  di  Pio 
II,  Piccolominì,  di  Siena,  ed  i  mi- 
nistri de'  Cardinali,  ch'erano  in  con- 
clave, spogliarono  la  di  lui  cella,  e 
bruttamente  misero  a  sacco  la  sua 
argenteria,  benché  poca,  i  libri  e  le 
vesti  ;  mentre  la  plebe  l'omana  non 
solo  saccheggiò,  ma  rovinò  tutta  la 
casa,  togliendovi  anche  le  pietre. 
Altri  Cardinali  furono  danneggiati, 
perchè  stando  il  popolo  sospeso ,  e 
sentendosi  varie  voci,  che  dicevano 
essere  stato  eletto  or  questo,  or  quel- 
l'altro Cardinale,  il  volgo  correva  alle 
loro  case  e  rubava  ;  ed  essendosi  nomi- 
nato il  Cardinal  genovese,  in  vece 
del  sanese,  gli  fu  pi-esa  una  gran 
parte  della  sua  roba.  Si  osservò  nel 
conclave,  celebrato  nel  i5o3,  per 
l'elezione  di  Pio  III,  Piccolomini , 
nipote  del  precedente  Pontefice,  che 
il  conclave  fu  fatto  secondo  il  soli- 
to nel  palazzo  vaticano  con  trenta- 
nove celle^  le  quali,  come  si  legge 
nella  Storia  de'  Conclavi,  a  pag. 
I  1 4,  essendo  state  cavate  a  sorte , 
furono  distribuite  a'  Cardinali ,  ed 
essendo  toccata  al  Cardinal  Piccolo- 
mini  la  stanza,  ove  suole  sedere  il 
Papa,  fu  considerato  un  prodigio,  che 
si  confermò  colla  sua  esaltazione  al 
pontificato. 

Che  la  cella  del  Cardinal  eletto 
Pontefice  venisse  spogliata  dai  con- 
clavisti [Vedi),  chiaramente  risulta  da 
quanto  riportasi  nella  predetta  Sto- 
ria de  Conclavi,  a  pag.  1 38,  per 
l'elezione  di  Leone  Xj  dicendosi, 
che  i  conclavisti  si  congregarono,  ed 
obbligaronsi,  che  quel  conclavista, 
il  padrone  del  quale  fosse  eletto 
Papa,  fosse  in  dovere  di  pagare  a- 
gli  altri  conclavisti  per  la  cella   del 


GEL  67 

suo  padrone  mille  e  cinquecento  du- 
cati d'oro  di  camera  da  distribuir- 
si proporzionatamente  fra  tutti  gli 
altri,  e  ne  fu  rogato  istromento  da 
un  notaro  della  camera  apostolica. 
A  pag.  176,  pel  conclave  di  Giulio 
III,  celebrato  nel  i55o,  si  legge, 
che  prima  di  effettuarsi  la  di  lui 
elezione,  furono  sgombrale  dalle  sue 
stanze  le  suppellettili,  ed  altre  cose, 
che  vi  erano,  come  suol  praticarsi 
in  simili  casi,  acciò  i  soldati  di  guar- 
dia al  conclave  non  le  togliesse- 
ro  alla  di  lui  apertura.  Riporta  il 
Cancellieri,  Notizie  {storiche  delle 
stagioni,  e  sili  ove  furono  celebrati 
i  Conclavi,  pag.  44»  che  eletto  Pa- 
pa Marcello  li  in  successore  di 
Giulio  111,  nella  Cappella  Paolina 
aWÀve  Blaria,  il  Cardinal  decano 
soggiunse,  che  nella  seguente  mat- 
tina, senza  pregiudizio,  si  sarebbe 
confermata  con  ischedule  aperte; 
ma  ritornando  il  Pontefice  alla  sua 
cella,  trovoUa  già  saccheggiata  dai 
conclavisti,  il  perchè  fu  obbligato  a 
recarsi  in  quella  del  Cardinal  di  Mon- 
tepulciano, e  venendo  rotte  le  porle 
del  conclave,  per  la  gran  gente  che  vi 
entrò,  se  non  l'impediva  Ascanio 
della  Cornia,  forse  tutto  il  concla- 
ve sarebbe  stato  saccheggiato. 

Anche  nel  conclave,  in  cui  fu  elet- 
to nel  1590,  Urbano  VII  ,  prima 
dell'  elezione  i  conclavisti  imbagaglia- 
rono  le  robe  di  maggior  impor- 
tanza, e  sfornirono  le  celle,  per  te- 
ma de'  soldati  ;  anzi  fattasi  a  viva 
voce  r  elezione  ad  ore  24>  per  co- 
modo dei  conclavisti,  acciò  meglio 
potessero  compire  i  bagagli,  coli'  ap- 
provazione del  Papa,  fu  differita  la 
pubbUcazione  al  d\  seguente.  Nel 
conclave  del  i^gi,  fu  presagio  fa- 
vorevole pel  pontificato  al  Cardinal 
Facchinetti,  che  ne  uscì  Pontefice 
col  nome  d' Innocenzo  IX,  l'essergli 


68  GEL 

toccata  in  sorte  nella  distribuzione 
delle  celle  quella  foi-raata  nel  luogo 
ove  si  ei'ige  il  trono  pontificale  nei 
concistori,  come  osservò  l' Oldoino 
nelle  y^ggm^^e  al  Ciacconio  tom.  IV. 
col.  240.  Memorabile  si  fu  quanto 
avvenne  nel  conclave  del  1592,  in 
cui  si  creò  Clemente  Vili,  al  Cardinal 
Santorio  detto  santa  Severina.  Men- 
tre egli  andava  ad  essere  sublimato  al 
triregno,  coli'  avviarsi  alla  cappella 
degli  scrutini,  contro  1'  accaduto  de- 
gli anteriori  conclavi,  in  cui  tutti 
sfornivano  le  celle  degli  addobbi,  po- 
nendo nelle  valigie  le  cose  di  pre- 
gio, e  mettendo  il  conclave  sosso- 
pra,  egli,  comunque  nella  sua  cella 
fosse  stato  salutato  Papa  da  un  gran- 
dissimo numero  di  Cardinali,  e  si  re- 
casse alla  cerimonia  dell'  adorazione, 
ninno  de'  conclavisti  si  pose  in  mo- 
to ,  e  presaghi  tutti  del  successo , 
guardarono  con  indifferenza  lo  sva- 
ligiamento della  cella  di  lui  opei'ato 
dagli  scopatori  del  conclave.  Infatti, 
invece  di  aver  luogo  1'  adorazione  , 
come  erasi  stabilito,  cambiati  gli 
animi,  nemmeno  nello  scrutinio  riu- 
scì Papa,  e  dopo  essere  stati  i  suoi 
fautori  per  ben  sette  oi'e  in  cappel- 
la per  guadagnargli  i  voti,  tutto 
fu  inutile,  e  dovette  solo  ritornare 
in  cella.  Trovatala  saccheggiata,  si 
commosse:  per  altro  non  andò  gua- 
ri, che  ogni  cosa  gli  fu  restituita, 
andando  a  vuoto  la  sua  meritata 
esaltazione ,  per  la  certezza  della 
quale  i  Cardinali  protettori  delle  co- 
rone aveangli  raccomandato  i  ris- 
pettivi regni,  od  altri  domandate  a- 
veano  non  poche  grazie. 

Nel  i6o5,  fu  eletto  Leone  XI, 
ed  avendo  i  conclavisti  spogliata  la 
di  lui  cella,  dopo  l' adorazione  fu 
condotto  invece  nella  cella  del  Car- 
dinal Farnese.  Altrettanto  nel  mede- 
simo anno  accadde  al  successoi'e  Paolo 


GEL 

V,  perchè  nel  tempo  della  di  lui 
adorazione,  la  cella  gli  fu  svaligia- 
ta dai  conclavisti,  ed  essendo  notte 
andò  a  dormire  in  quella  del  Car- 
dinal Giustiniani.  Similmente  nei 
conclave  del  1 62  i ,  avvenne  al  Pon- 
tefice Gregorio  XV,  avendo  i  con- 
clavisti, e  gì'  inservienti  del  concla- 
ve spogliata  la  cella;  il  perchè  fu 
obbligato  a  riposare  la  notte  in 
quella  del  Cardinal  Borghese.  Nella 
cella  di  questo,  dopo  l' elezione ,  si 
recò,  nel  1623,  Urbano  Vili,  Bar- 
berini, fiorentino.  Fu  osservato  con 
grande  ammirazione,  che  durante 
il  conclave  dalla  parte  di  Toscana 
venne  uno  sciame  di  api,  e  si  fermò 
sulla  fenestra  della  cella  di  lui  men- 
tre egli  faceva  tre  api  per  arma. 
Così,  nel  1644}  pei'  l'elezione  del 
successore  Innocenzo  X,  Paniphily, 
essendo  entrata  in  conclave  una  co- 
lomba, andò  a  posarsi  sulla  cella 
di  lui.  Venne  presa  per  felice  pre- 
sagio, siccome  facente  parte  dello 
stemma  gentilizio  di  lui.  Anche  nel 
i655,  per  l'elezione  di  Alessandro 
VII,  venendogli  depredata  la  cella, 
egli  andò  a  ritirarsi  in  quella  del 
Cardinal  Gabrielli,  perchè  era  di  so- 
de mura,  e  non  di  legno.  Senonchè, 
come  avviene  ne'  grandi  avvenimen- 
ti, che  tutti  si  confondono,  essendo 
il  Papa  esausto  di  forze,  e  bisogno- 
so di  cibo,  appena  potè  avere  un 
uovo  malconcio,  e  quindi  incomin- 
ciò in  essa  a  dare  udienza.  Eletto, 
nel  1721  Innocenzo  XIII,  pranzò 
nella  cella  del  Cardinal  Albani,  ni- 
pote del  predecessore  Clemente  XI, 
ammettendolo  alla  sua  tavola  ;  indi 
recatosi  alla  propria  ,  ricevette  al 
bacio  del  piede  il  re,  e  la  regina 
d' Inghilterra  con  altri  personaggi , 
i  quali  fecero  altrettanto,  nel  lySo, 
per  l'elezione  di  Clemente  XII,  nel- 
la di  lui  cella.  Benedetto  XIV,  nel 


GEL 

1740,  dopo  la  sua  esaltazione,  pran- 
zò in  cella  del  Cardinal  Corsini , 
nipote  dell'  antecessore;  e  da  ultimo 
nel  i83i,  il  regnante  Pontefice  de- 
sinò in  quella  del  Cardinal  Zurla , 
onorando  nelle  rispettive  celle  di  vi- 
sita il  Cardinal  Pacca  decano  del 
sagro  Collegio,  il  Cardinal  de  Rohan, 
e  il  Cardinal   Cristaldi   infermo. 

Finalmente  nelle  stesse  celle ,  i 
Cardinali  prima  della  esaltazione  al 
pontificato  ricevono  pubblicamente 
dal  sagro  Collegio  gli  omaggi  come 
già  fossero  Papi  ;  pratica  molto  antica, 
che  ha  principalmente  luogo  quando 
r  elezione  è  concorde  in  tutti  i  Car- 
dinali anticipando  le  loro  congratu- 
lazioni, siccome  fecero  per  Giulio 
II,  per  Leone  X,  cui  baciarono  con 
riverenza  le  mani ,  per  Clemente 
Vii,  per  Giulio  III,  per  Marcello 
II,  e  senza  dire  di  altri,  per  Grego- 
j'io  XIII.  V.  Elezione  de' Sommi  Pon- 
tefici. 

CELLERARIO  {  Cellerarìus  ) . 
OfFizio  tra  i  monaci,  e  altri  religio- 
si. Chi  n'è  insignito  ha  cura  della 
dispensa,  delta  Cellarìnin,  e  prov- 
vede il  monislero  del  cibo  pei  reli- 
giosi. Dicesi  Cellerario,  e  Cellerajo 
il  camerlengo  de'  medesimi  moniste- 
ri,  quaeslor ,  dlsppjisator  monaste- 
rionim  j  e  chiamasi  fra  le  monache 
Celleraia  o  Celleraria  la  camerlen- 
ga  di  esse,  che  funge  1'  uffizio  del- 
la celleraria  .  Ne'  capitoli  antica- 
mente il  Cellerario  era  quegli ,  che 
ai  canonici  ed  altri  distribuiva  il 
pane,  il  vino,  e  il  danaro  in  pro- 
porzione della  loro  assistenza  in  co- 
ro,  ed  avea  eziandio  l'incarico  di 
altri  affari  temporali.  Dice  il  Ma- 
cri,  che  il  soprastante  alle  carceri 
lateranensi  chiama  vasi  Cellarius,  e 
che  con  questo  nome  talvolta  si  de- 
nominò il  Cellerario. 

CELSI  Angelo,    Cardinale.    An- 


CEL  69 

gelo  Celsi,  nobile  romano,  e  dottore 
in  ambe  le  leggi,  nacque  nel  1600. 
Appena  prelato,  venne  ascritto  ai 
ponenti  del  buongoverno,  e  poscia 
fu  segretario  di  tal  congregazione 
Cardinalizia  ;  quindi  nel  164')  dal 
Pontefice  Innocenzo  X  fu  promosso 
a  uditore  di  Ruota,  poi  creato  Cardi- 
nal diacono  di  s.  Giorgio  in  Velabro 
ai  i4  gennaio  del  1664  da  Alessan- 
dro VII.  Questo  Pontefice  lo  ascris- 
se anche  alla  congregazione  del  s. 
offizio ,  con  la  prefettura  di  quella 
del  concilio.  Da  ultimo,  dopo  i  con- 
clavi dei  Clementi  IX  e  X,  a  cui  in- 
tervenne, il  Celsi  mori  a  Roma  di 
settantun  anno,  ed  otto  di  Cardi- 
nalato nel  1671,  e  senza  memoria 
fu  sepolto  nella  chiesa  del  Gesù, 
dentro  la  sua    tomba  gentilizia. 

CELSO  (s.).   F.  s.  Nazar.o. 

CE  MERIDIANA.  Sede  vescovile 
dell'  Africa  occidentale  ,  la  cui  pro- 
vincia s' ignora.  Solo  sappiamo  dalla 
Colt.  Cart.,  che  un  suo  vescovo  fu 
presente  alla  celebre  conferenza  di 
Cartagine. 

CEMESCAZACUZ.  Sede  vesco- 
vile dell'  Armenia  maggiore ,  il  cui 
vescovo  Hairabiet  si  sottoscrisse  ai 
concilii  di  Sis. 

CENA.  Sede  vescovile  dell'Africa 
occidentale ,  d' ignota  provincia  ,  di 
cui  si  fa  menzione  negli  atti  della 
conferenza  di  Cartagine. 

CENA.  Si  adopera  questo  nome 
dalla  Chiesa  per  indicare  quella,  in 
cui  fu  da  Gesìi  Cristo  istituita  la 
ss.  Eucaristia,  rinnovandosene  la  me- 
moria nel  giovedì  santo.  Il  cenaco- 
lo ,  o  sala  superiore,  nella  quale  so- 
levasi  mangiare  presso  i  giudei,  e 
dove  Gesù  Cristo  fece  l' ultima  ce- 
na co'  suoi  discepoli ,  la  vigilia  di 
sua  passione,  vuole  una  pia  tradi- 
zione, che  da  s.  Elena  fosse  conver- 
tito  in    una    chiesa.    Diccsi    inoltre 


70  CEN 

cena  la  cerimonia,  che  ogni  anno 
$i  fa  nel  suddetto  giorno  (  Cotna 
Domìni)  dal  Papa,  dai  vescovi,  ed 
altri ,  nonché  nelle  corti  de'  vari 
principi.  All'articolo  Cappelle  Pon- 
tificie nel  §  X,  e  al  numero  che 
riguarda  le  funzioni  del  giovedì  san- 
to ,  si  tratta  di  tal  cerimonia ,  ed 
altre  cose  relative,  come  al  numero 
in  cui  si  descrivono  le  funzioni  del- 
la notte  di  Natale,  si  dice  della  ce- 
na, che  anticamente  avea  luogo  in 
quella  notte  nel  palazzo  apostolico 
abitato  dal  Papa.  Il  Sarnelli ,  nelle 
sue  Lettere  ecclesiastiche ^  nel  t.  Ili, 
p.  36  e  37,  parla  della  cena  del 
Signore  come  fosse  fatta,  rammen- 
tando r  antico  costume  di  cenare 
stando  a  giacere,  mentre  le  donne 
e  i  fanciulli  sedevano,  e  ricordando 
le  vesti  cenatorie.  E  nella  lettera 
XXXII  del  tomo  I,  Perche  nella 
(juaresima  il  i^espero  si  canta  pri- 
ma del  desinare ,  dice  della  cena 
quando  facevasi  nella  quaresima,  e 
quando  negU  altri  digiuni;  e  che 
la  cena  avanti  la  mezza  notte  non 
seguita  dal  sonno,  non  impedisce  la 
celebrazione  nel  seguente  mattino. 
L'  erudito  Menochio ,  t.  I,  p.  SSg, 
delle  sue  Stuore ,  parla  della  cena 
del  Signore ,  e  delle  cose  in  essa 
adoperate,  e  nel  t.  Il,  p.  171,  trat- 
ta del  cenacolo,  nel  quale  si  con- 
gregarono gli  apostoli  dopo  l'ascen- 
sione di   Cristo  al  cielo. 

CENCHREA.  Sede  vescovile  ncl- 
l' esarcato  di  Macedonia ,  porto  di 
mare  di  Corinto  nell'  arcipelago  , 
ove  approdò  s.  Paolo,  da  cui  sap- 
piamo che  questa  città  aveva  allora 
il  suo  vescovo. 

CENCI    Cencio,    Cardinale.    V. 

GlOVANiVl    X. 

CENCI  TiBEnio,  Cardinale.  Ti- 
heiio  Cenci,  nobile  di  Roma,  sortì  i 
natali  nel   1 58o.  Fu  cameriere  d'o- 


CEN 

nore  a  Clemente  Vili,  canonico  della 
basilica  vaticana ,  governatore  di  pa- 
recchie città  nello  stato  ecclesiasti- 
co ;  e  sotto  Gregorio  XV,  nel  1621, 
vescovo  di  Jesi ,  e  governatore  di 
Loreto,  e  della  s.  Casa  per  ben  tre 
lustri  con  piena  ed  univei'sale  sod- 
disfazione .  In  quel  tempo,  ritrova- 
te le  preziose  reliquie  di  s.  Settimio 
primo  vescovo  di  Jesi,  le  ripose  in 
pregevole  marmorea  urna.  Da  ulti- 
mo venne  creato  Cardinal  prete  di 
s.  Calisto  da  Innocenzo  X  a'  6  mar- 
zo del  1645.  Governò  la  sua  chie- 
sa da  sollecito  ed  esatto  pastore;  la 
donò  di  una  croce ,  e  di  otto  can- 
dellieri  d'  argento  di  finissimo  lavo- 
ro ,  vi  fondò  il  monistero  alle  pe- 
nitenti della  ss.  Nunziata,  le  chiese 
di  s.  Rocco,  e  di  s.  Maria  dell'  Ol- 
mo ,  accrebbe  le  rendite  della  men- 
sa vescovile ,  ne  ristorò  il  palazzo , 
e  cos\  quello  a  comodo  dei  vescovi 
presso  Castel  del  Piano.  Mori  nel 
i655,  di  settantatre  anni,  e  oito  di 
Cardinalato,  e  fu  sepolto  nell'anti- 
ca cattedrale. 

CENCI  Baidassare  ,  Cardinale. 
Baldassare  Cenci,  nobile  romano , 
nacque  nel  1648,  e  per  la  sua  pe- 
rizia nella  giurisprudenza,  venne  am- 
mirato da  tutti.  Fu  giudice  della 
congregazione  alla  fabbrica  di  s.  Pie- 
tro, e  vicelegato  in  Avignone,  quan- 
do Luigi  XIV  re  di  Francia,  ed  il 
ven.  Innocenzo  XI  vennero  a  tale 
rotta,  che  i  francesi  occupavano  lo 
stato  Venaissino  ed  Avignone.  Com- 
poste poi  le  cose  tra  quel  monarca, 
ed  Alessandro  Vili,  egli  si  ac([iii- 
stò  altissimo  merito  presso  il  Pon- 
tefice e  Luigi  XIV.  Dipoi  Innocen- 
zo XII  lo  creò  suo  maestro  di  ca- 
mera ,  arcivescovo  di  Larissa  ,  pro- 
maggiordomo ;  ed  ai  12  dicembre 
1G95,  Cardinal  prete  di  s.  Pietro  in 
Montorio.  Quindi   il  Cenci    ebbe    il 


CEN 

vescovato  di  Ferrara ,  cui  cambiò 
poscia  coli' arcivescovato  di  Fermo, 
a  motivo  del  clima  non  attempera- 
to alla  sua  costituzione.  Governò  la 
sua  diocesi  da  ottimo  pastore  ;  ri- 
formò il  clero  ed  il  popolo  ;  prov- 
vide alla  scelta  dei  parrochi,  dei 
confessori,  e  dei  cherici  da  promuo- 
versi agli  ordini  sacri,  a'  quali  apri 
una  pia  casa,  e  li  mantenne  diretti 
da  eccellente  persona  ecclesiastica. 
In  processo  di  tempo  introdusse  i 
missionari  con  casa  comoda  e  ren- 
dite sufficienti  ;  aprì  un  collegio  ai 
nobili  giovanetti  guidati  dai  padri 
gesuiti  ;  accrebbe  le  rendite  del  se- 
minario; fondò  un  ospizio  alle  pe- 
nitenti, ed  un  altro  alle  pericolanti 
donzelle;  e  promosse  da  per  sé  la 
cristiana  dottrina.  Prendeva  breve  e 
disagiato  riposo,  era  frugale  la  sua 
mensa,  e  spesse  fiale  si  flagellava  e 
digiunava.  Da  ultimo  dopo  il  con- 
clave di  Clemente  XI,  mori  a  Fer- 
mo nel  1709,  pianto  da  lutti,  che 
lo  teneano  qual  santo,  e  venne  se- 
polto nella  cappella  della  Madonna 
di  quella  metropolitana. 

CENCI  Serafino,  Cardinale.  Se- 
rafino Cenci  nacque  nel  iGyS  da 
un'  antica  famiglia  di  Roma.  Cle- 
mente XI,  nel  1701,  lo  ammise 
tra  i  prelati  della  curia  romana , 
poi  tra  i  votanti  di  segnatura ,  quin- 
di nel  1712  lo  fiice  vice  uditore 
della  camera.  In  seguito  Innocenzo 
XIII  lo  spedì  nunzio  alla  corte  di 
Napoli,  carico  cui  non  potè  ados- 
sarsi  per  urgenti  motivi  ;  il  perchè 
Benedetto  Xill  lo  ascrisse  tra  gli 
uditori  di  Ruota ,  dipoi  Clemente 
XIl  lo  dichiarò  reggente  della  pe- 
nitenzieria;  quindi  nell'anno  1733 
lo  fece  vescovo  di  Benevento,  e,  ai 
24  marzo  del  1734}  lo  creò  Car- 
dinal prete  di  s.  Agnese  fuori  delle 
mura.  Lo  stesso  Clemente  X  li  lo  ascris- 


CEN  71 

se  alle  congregazioni  dei  vescovi  e 
regolari,  del  concilio,  dell'immunità, 
e  della  fabbrica  di  s.  Pietro.  Infer- 
mò nel  conclave  del  nuovo  Papa 
Benedetto  XIV,  poi  si  riebbe  al- 
quanto, ma  poco  dopo  fu  trovato 
morto  nel  proprio  letto  nel  giu- 
gno dell'  anno  i  f^o  di  sessanta- 
cinque anni,  e  sei  di  Cardinalato. 
Ebbe  tomba  nella  chiesa  del  suo  ti- 
tolo, rimpetto  1'  aitar  della  Madon- 
na ,  sotto  semplice  lapide ,  adorna 
del  suo  nome,  e  delle  Cardinalizie 
insegne. 

CENCI  Baldìssare  ,  Cardinale. 
Baldassare  Cenci,  nobile  romano , 
nacque  in  Roma  il  dì  primo  no- 
vembre 17  IO,  e  fatti  regolarmente 
i  suoi  studi ,  volle  abbracciare  lo 
stalo  ecclesiastico,  e  porsi  in  prela- 
tura, ove  con  zelo  ed  intelligenza 
esercitò  vari  incarichi,  a  segno,  che 
ottenne  la  rispettabile  carica  di  se- 
gretario della  congregazione  Cardi- 
nalizia della  sagra  consulta.  Ed  in 
benemerenza  di  avere  egregiamente 
esercitato  il  suo  uffizio,  il  Pontefice 
Clemente  XIII ,  nella  sua  quarta 
promozione,  ai  2  3  novembre  /761, 
il  creò  Cardinale  dell'  ordine  dei 
preti,  conferendogli  per  titolo  la  chie- 
sa di  s.  Maria  di  Araceli ,  in  uno 
alle  congregazioni  della  stessa  con- 
sulta, dell'immunità  ecclesiastica, 
del  concilio,  dell'indice,  e  della  re- 
verenda fabbrica  di  s.  Pietro.  Con- 
fidando Clemente  XIII  del  suo  in- 
gegno, e  della  sua  attività,  avendo 
concepito  il  grandioso  disegno  dei 
disseccamento  delle  paludi  pontine, 
ne  affidò  il  difficile  incarico  al  Cen- 
ci ,  il  quale  si  recò  a  tale  oggetto 
in  Terracina  ;  ma  essendosi  da  que- 
sta città  portato  ad  abitare  il  de- 
lizioso palazzo  del  Cardinal  Alessan- 
dro Albani  in  Porto  d'  Anzo,  quivi 
fu  colpito  da  un   accidente ,    ch«  il 


rji  CEN 

condusse  al  sepolcro  ai  i  marzo 
17G3.  La  sua  immatura  morte  fu 
generalmente  compianta.  Il  suo  cada- 
vere fu  esposto  nella  chiesa  principale 
di  Nettuno ,  ed  in  luogo  di  deposito 
venne  tumulato  nella  cappella  dei 
patroni  Evangelisti,  e  Fontana ,  de- 
dicata alla  immacolata  Concezione. 
Quindi  il  cadavere  fu  trasportato 
in  Roma ,  e  tumulato  nella  sua 
chiesa  titolare  di  Araceli,  cioè  nel 
sepolcro  gentilizio  di  sua  famiglia 
nella  cappella  di  s.  Didaco ,  come 
risulta  da  un  istromento  rogato  dal 
Paoletti  ai  i6  febbraio  1764,  ove 
si  leggono  le  cariche  esercitate  dal 
porporato. 

CENCIO  Cardinale.  Cencio  Car- 
dinal diacono  di  s.  Maria  in  Aqui- 
ro,  promosso  da  Eugenio  III  nel 
1 1 5o  ,  sottoscrisse  una  bolla  ,  spe- 
dita dal  medesimo  Pontefice  a  fa- 
vore di  Aidolfo  vescovo  d' Imola. 
Sembra  che  abbia  cessato  di  vivere 
§otto  Adriano  IV,  dopo  quattro,  o 
cinque  anni  di  Cardinalato. 

CENCIO  Cardinale.  Cencio  Car- 
dinal prete  di  s.  Lorenzo  in  Lucina, 
promosso  da  Eugenio  III  nel  1 1 5o , 
sotto  Anastasio  IV  nel  11 53  fu  ve- 
scovo di  Porto,  e  di  s.  Rulìina.  In- 
tervenne alla  elezione  di  Anastasio 
e  di  Adriano  IV,  e  morì  nel  i  iSg, 
dopo  nove  anni  di  Cardinalato.  Al- 
cuni Io  credevano  della  illustre  fa- 
miglia Cenci,  non  avvertendo  esser 
Cencio  il  nome,  non  il  cognome  del 
nostro  Porporato. 

CENCIO  Romano,  Cardinale.  Cen- 
cio Romano,  Cardinal  vescovo  di 
Sabina ,  trovossi  presente  al  conci- 
lio di  Guastalla,  quando  l' impera- 
tore lo  imprigionò  con  Pasquale  II, 
ove  soffri  moltissimo  fino  al  11  11, 
nel  qual  anno  venne  liberalo ,  e  si  re- 
cò al  concilio  di  Latcrano.  Segnò  il 
primo  la  bolla  V,  emanata  da  Pa- 


CEN 

squale  II    contro   Enrico   imperato- 
re ,  e  mori  nel    i  i  12. 

CENCULlANA,o  CENCUSIANA. 
Sede  episcopale  della  Bizacena  nel- 
r  Africa  occidentale ,  sottoposta  ad 
Adramito,  il  cui  vescovo  Gennaro 
si  trovò  presente,  nei  primi  del  V 
secolo,  alla  conferenza  di  Cartagine. 
Coli.    Cari. 

CENEDA  (  Ceneten.  ).  Città  con 
l'esidenza  vescovile  nel  regno  Lom- 
bardo Veneto,  capo  luogo  di  distret- 
to ,  già  appartenente  alla  Marca 
Trevigiana,  e  conosciuta  anche  sotto 
il  nome  di  Cenetense  Castrii/n ,  e 
più  anticamente  Acednni.  Essa  è 
fabbricata  alle  falde  de'  monti  che 
la  circondano,  fra  i  due  torrenti 
Montcgano,  e  Meschio,  rinomato  per 
la  limpidezza  delle  sue  acque.  La 
città  è  aperta,  e  contiene  diversi 
begli  edilìzi ,  sebbene  alquanto  dis- 
giunti. In  luogo  eminente  è  munita 
di  un  castello,  sparso  di  vecchi  ru- 
deri dell'antica  sua  rocca.  Vuoisi, 
che  Ceneda  sia  di  antichissima  ori- 
gine. I  romani  la  signoreggiarono 
sino  al  regno  di  Valentiniano,  che 
ascese  all'  impero  l'anno  364-  Quindi 
il  feroce  Attila  re  degli  unni  la  de- 
vastò nel  4^0,  e  Totila  re  dei  goti 
nel  seguente  secolo  la  distrusse  dalle 
fondamenta;  ma  di  poi  venne  rifab- 
bricata. Fu  poscia  governata  dai 
duchi,  e  più  lungamente  dai  suoi 
vescovi,  che  da  un  vicino  villaggio 
desunsero  anche  il  titolo  di  conti  di 
Tarzo,  finché  dal  i347  in  poi  i 
veneziani  se  ne  attribuirono  il  do- 
minio. Segui  quindi  i  destini,  e  le 
vicende  della  repubblica  di  Venezia. 
Del  dominio,  che  in  altri  tempi 
ebbe  la  santa  Sede  della  città  e 
contea  di  Ceneda ,  accenna  alcuna 
cosa  r  Ughelli  nella  sua  Italia  sa- 
gra tom.  V  ,  il  quale  dice  che 
questa  città   »  suo  prajsuli    utroquc 


CEN 

5>  jure   è    soggetta     principis      titu- 
M  io,    imperdocchc  il  \>cscovo    prse- 
«  ter     sacram     tempoialem     etiam 
»>  jurisdictionem,  merunique,  et  mix- 
«   tum  imperium  ex  aiiticjuissimis  im- 
"  peratorum    largitionibus    obtinet. 
«  Qua  propter  in  gestis  Stephani  Pa- 
w   pae  11  (al.  Ili)  lagimus  civitatem 
«   Cenelensem    esse    de     patrimonio 
w   b.  l^etri  :  ac  siiperioi'ibus  qui  denti 
»  temporibus     episcopus     utriusquc 
"   gladii    potestate    cum   in  ci  vitate, 
»    tum  in  circumjectis  et  vicinis  op- 
'♦   pidis,    et  Iota  diircesi,   quae  salis 
»   ampia  est,  utebalur,  nunc  autem 
»  civitatem   tantum  una  cum   Tersii 
w   comitatu  (  ruvinis  et  aiiquot   vil- 
"   lis  )    retinet,  ab  anno    i347,  fj"^ 
"   frater  Fmnciscus  episcopus  princi- 
"   peni    Venetiai'um    (  seu    d.    JMarci 
»   procuratores  ) ,    accepto    lidelitatis 
»   juramento,  investivit,  quam  inve- 
"   slituiam  Oiiverius  successor  anno 
»    i4'4    lenovavit,    uterque    tamen 
"   sine  sedis  apostolica;    confirmatio- 
"  ne.    Rursus    anno    149^    die    24 
»  octobris     lata;    inter     cpiscopum  , 
»   senatumque  \enetum  conditiones, 
"   ut    manente    libera    jurisdictione 
"   civitatis  penes  episcopum,  qui  ve- 
"   netorum  principatum  nulla  in  re 
»   agnoscat,  sontes,  et  facinorosi,  ne 
?»  impune    evadant,    liic   inde  resti- 
»   tuantur  ". 

Leggendosi  però  attentamente  la 
vita  del  Pontefice  Stefano  II,  detto 
III,  eletto  nell'anno  jSi,  inserita 
da  Anastasio  Bibliotecario  nel  libro 
Pontificale,  non  si  trova  "veruna 
menzione  di  Ceneda  appartenente 
al  patrimonio  di  s.  Pietro,  come 
asserisce  il  citato  Ugbelli,  Si  legge 
però  nell'annalista  Ilinaldi,  all'anno 
i338  §  9.9,  che  il  Papa  Benedetto 
XII,  residente  in  Avignone,  provin- 
ciam  dedil  Bertrando  palriarchce 
/iquilejemij    Ut  comitalum  Cenctm- 


CEN  73 

seni    ad    romonam    ecclesiam    spe- 
ctanlem  vìriliter  ac   polenter  ex  iii- 
i'asonim    eriperet    manibusj    ed    in 
uno  stromento  del    1190,    pressò  il 
IVIuratori,    Anliq.    Italie,    med.   cev. 
tom.  IV,  col.    122,  è  scritto,  che  i 
cenetcnsi    soffrono,   che    le  terre  del 
vescovato    sieno  soggette  alla  giuris- 
dizione de'  trivigiani.    Così  neppure 
ne'  libri  de'censi   della  Chiesa  roma- 
na   del    camerlengo    Cencio  Savelli, 
non  vi  è  alcuna  memoria,  the  allora 
Ceneda    fosse     tributaria    alla    santa 
Sede.  De'diritti  posteriori  parla  Pie- 
tio  Giustiniani   verso    il  fine  del  li- 
bro Xlll,  rerum  f  cnetaritm  ab  urbe 
condita    ad    annuni    \5']5,    dicendo 
quando  il  popolo  di  Ceneda  avanzò 
ricoiso    contro     il    proprio    vescovo 
Cardinal  Grimani,  al  senato  veneto, 
il    quale    pubblicò    un    decreto,    in 
fòrza  di  cui  veniva   il   vescovo  spo- 
gliato del    dominio    temporale  della 
città  ;    ma  che  avendo  fatte  il  Car- 
dinale   le    sue    vive    rimostranze    al 
Pontefice    Paolo  111,    questi  si  ado- 
però in  modo,  che,  annullato  il  de- 
creto,   vennero    a    lui    restituiti    gli 
antichi     diritti.     Quindi     nel     i547» 
Paolo  111    diede  in  amministrazione 
la   chiesa  di  Ceneda  a  Michele  della 
Torre,  in  un  al  civile  governo  della 
diocesi,  nella  quale  IMichele  ricompose 
le  cose  sconvolte  dai  precedenti  avve- 
nimenti.    Distesamente    poi    Andrea 
Morosini ,    Histor.    Venet.    lib.  XV, 
descrive    la  controversia    insorta  nel 
1595  tra  Clemente  Vili    e  i  vene- 
ziani sopra  Ceneda,  che  però  rimase 
indecisa;    indi    si  ravvivò  nel   161  i 
nel  pontificato  di  Paolo  V,  dicendo 
lo  stesso  Moiosini    al    libro  XVllI , 
che    quando    certo    Bono    entrò    in 
Ceneda  con    sommo    favore  del  po- 
polo,   ed    ebbe   visitato  il  castello  e 
la  città,    mise  fuori    un    editto,  col 
quale   annunciò,  che    sarebbe    stato 


74  CEN 

per  render  giustizia,  e  sollievo  a 
tutti  quelli,  ch'erano  oppressi  dalla 
forza  de'  potenti.  Tuttociò  venendo 
in  cognizione  di  Paolo  V,  somma- 
mente se  ne  lagnò  col  legato  Mari- 
no Caballio;  ma  siccome  quello,  che 
erasi  fatto,  non  recava  ingiuria  alla 
Sede  apostolica ,  il  senato  veneto  lo 
sostenne,  ed  è  perciò,  che  invece  di 
un  giudizio,  se  ne  trattò  cogli  scritti, 
e  la  repubblica  produsse  tali  ragio- 
ni, da  poter  dire  apertamente  al 
Papa,  che  nella  causa  de'cenedesi, 
niente  più  vi  era  ad  esserne  i  veneti 
disturbati,  costando  dai  pubblici  do- 
cumenti per  serie  non  mai  inten'otta 
di  tempo  avere  avuto  i  medesimi 
veneti  il  possesso,  e  il  supremo  co- 
jnando  della  città.  Ma  Paolo  V, 
non  volendo  darsi  per  vinto,  stimò 
meglio  cercare  il  benefizio  del  tem- 
po, che  venire  ad  una  finale  deci- 
sione: anzi  nella  Relazione  della 
corte  di  Roma,  scritta  nello  stesso 
anno  1611  da  Girolamo  Lunadoro, 
sotto  il  capitolo  del  supremo  Tribu- 
nale della  Consulta  eretto  da  Sisto 
V,  si  trova  che  la  città  di  Ceneda 
nello  stato  di  Venezia,  non  era  sot- 
toposta alia  consulta  di  Roma ,  ma 
chi  governava  in  quc'  luoghi  n'  era 
libero  padrone,  forse  conteniandosi 
la  santa  Sede  dell'  alto  dominio  su 
di  essa. 

La  sede  vescovile  di  Ceneda  fon- 
data nel  IV  secolo,  vanta  pel  suo  piìi 
antico  vescovo  s.  Evenzio,  che  vive- 
va al  tempo  dell'  imperatore  Teo- 
dosio, .sebbene  alcuni  piuttosto  vo- 
gliano, che  questi  fosse  vescovo  di 
Pavia.  Nel  secolo  V  fu  sottoposta 
Ceneda  al  patriarcato  di  Aquileja, 
e  vi  rimase  sino  al  pontificato  di 
Benedetto  XIV,  il  quale,  per  dare 
un  termine  alle  controversie,  sop- 
pres.se  il  patriarcato,  e  nell'  erigere 
Udine  in  arcivescovato,  mediante  la 


CEN 
bolla  Suprema  de'i5  gennaio  1 7^3, 
dichiarò  Ceneda  suftraganea  della 
nuova  metropoU;  ma  nel  18 ig  il 
Pontefice  Pio  VII  riducendo  Udine 
a  sede  vescovile,  pose  Ceneda  sotto 
la  dipendenza  del  patriarca  di  Ve- 
nezia. L'episcopio  del  vescovo  è  nel 
castello,  e  rileviamo  da  Comman- 
ville,  Histor.  de  les  Eveschez  ec, 
che  un  tempo  il  vescovo  faceva  re- 
sidenza in  Serravalle,  Seravallum. 
L'antica  cattedrale  di  Ceneda  era 
dedicata  all'apostolo  s.  Pietro,  ma 
l'attuale  è  sagra  all'Assunzione  in 
cielo  della  Beatissima  Vergine,  ed  è 
un  gi-ande,  e  bello  edifizio.  Il  capi- 
tolo si  compone  della  dignità  del- 
l' arcidiacono,  di  nove  canonici  prov- 
veduti di  due  prebende,  quattro 
mansionari,  e  di  alcuni  preti  e  chieri- 
ci.La  cattedrale,  ricca  d'insigni  reliquie 
possiede  anche  il  coi'po  di  s.  Tizia- 
no vescovo  di  Oderzo,  e  patrono 
della  città,  ed  è  anche  cura  parroc- 
chiale, affidata  ad  un  prete,  non 
essendovi  nella  città  alcun'  altra  par- 
rocchia. Evvi  in  oltre  una  confra- 
ternita, il  seminario,  non  che  il  ci- 
miterio,  ma  fuori  della  città;  men- 
tre l'ospedale  ora  va  ad  ingrandirsi 
ed  a  meglio  sistemarsi,  mediante  le 
benefiche  testamentarie  disposizioni 
di  monsignor  Gio.  Paolo  Malanotti, 
canonico  della  cattedrale,  il  qua- 
le da  ultimo  lasciò  la  sua  ere- 
dità in  beneficio  de' poveri,  partico- 
larmente infermi.  Prima  esistevano 
in  Ceneda  due  monisteri,  uno  di 
uomini,  l'altro  di  donzelle,  e  nel- 
la diocesi  contavansi  cinque  abba- 
zie .  La  mensa  vescovile  è  tassata 
nei  libri  della  camera  apostolica  in 
fiorini  cento. 

Questa  illustre  diocesi  è  stata  go- 
vernata da  molti  dotti,  virtuosi,  e 
zelanti  vescovi ,  alcuni  de'  quali  fre- 
giati della  dignità  Cardinalizia,  corno 


CEN 

ftirono  Marino  Griinani  veneto  fi) Ito 
vescovo  nel    1 5o8  da  Giulio  11 ,  be- 
nemerito della  catlediale  per  avervi 
costruito  l'organo,  ed   il   campanile; 
Michele  della  Torre  o  Turriano  d  U- 
dine    sunimentovato ,    il    quale    per 
poco  non  successe    nel  pontificato  a 
Gregorio  XllI,    e    che  morì  in  Ce- 
ncda  nel    i586,    e    fu  sepolto  nella 
cattedrale;     Marcantonio    Bragadino 
veneto,   fatto  vescovo  nel    i633,  da 
Urbano  Vili;    e    da  ultimo  Jacopo 
Menico  della  diocesi  di  Treviso,  di- 
chiarato   vescovo  nel    1822    da    Pio 
VII,    indi    nel    1827    traslatato  alla 
chiesa  metropolitana  di  Venezia  da 
Leone  XII,  e  nel  i833,  dal  regnan- 
te Pontefice  meritamente    sublimato 
all'  onore  della  porpora.  Inoltre  Ce- 
neda    fu    patria    di    personaggi  rag- 
guardevoli ,    e  fra  gli    altri    sono  a 
rammentarsi,  ad  onore  della  repub- 
blica letteraria,    il    conte    Girolamo 
Lioni  canonico  della  cattedrale,  Gior- 
gio Graziani,  ed  Antonio,  e  Vincenzo 
Piccoli.   Dislinguesi  poi   fra  i  viventi 
monsignor    Filippo    Artico,     celebre 
sagro    oratore,    già    canonico  teolo- 
go della  cattedrale,  esaltato  nell'an- 
no   I  840  ,  all'  insigne  sede  vescovile 
di  Asti.   Lasciò  egli    in  Ceneda    una 
bella    memoria    di    sé,    nell'orfano- 
trofio da  lui  fondato  su  di  un  ame» 
no  monte,  sotto  il  titolo  di  s.  Rocco. 
CENERI.  Le  ceneri  sono  simbo- 
lo della  penitenza,  ed  il  primo  gior- 
no di    quaresima,    detto    dai    padri 
caput  jejìinii^  fu   sempre  l'iguardato 
nella  Chiesa  come   una  grande    so- 
lennità, e  mi    giorno    di    particolar 
divozione,  sia  che  la  quaresima  fos- 
se di  sei  settimane,  sia  che  si  pro- 
lungasse a  sette,  ed    anco    ad    otto 
settimane,  secondo  la  diversità  della 
disciplina    de'  tempi    e     de'  luoghi. 
Quindi  mercoledì  delle  ceneri,  o  dì 
«lolie  ceneri,  vale  il  primo  giorno  di 


CEN  75 

qunrcs'ma.  In  quel  giorno  il  sacer- 
dote segna   la  fronte  de'  fedeli  colla 
cenere,  che  si  ricava  dai  rami  d'u- 
livo, i  quali  benedetti  nell'  anno  pre- 
cedente   e  bruciati,    debbono  essere 
aridi,  non     a  guisa  di    loto ,    come 
dichiarò  la  congregazione  de'  riti  con 
decreto  de' 23  maggio  i6o3.  E  sic- 
come si   distribuiscono   queste  ceneri 
in  segno  di  umiltà,  così  per  mezzo 
di  essa  abbiamo  speranza  della   fu- 
tura gloria,  designata  dalla    proces- 
sione delle  palme  dalle  quali  si   ri- 
cava la  cenere.  Nelle  chiese  di   rito 
ambrosiano  non  celebrandosi  questa 
cerimonia  nel    detto    mercoledì ,    si 
distribuiscono  invece   le    ceneri    nel 
primo  giorno  delle  così  dette  roga- 
zioni,  o  litanie  all'  Ambrosiana.  Ab- 
biamo dal    Martene,     tom.    IV ,    0. 
27,  n.  4j  che   ancora    nella    chiesa 
latina,  per  le  rogazioni  anticamente 
si  benediva  la  cenere,  e  si    poneva 
sul  capo  de'  fedeli,  digiunandosi   ri- 
gorosamente, rito  praticato  un  tem- 
po soltanto    nelle  diocesi  di  Toui-s, 
e    di  Salisburgo.    Il    rito  di     bene- 
dire  e  spargere  le  ceneri  nei    gior- 
ni delle  rogazioni,  è  rammentato  da 
Benedetto     XIV     a*  suoi    diocesani 
mentre  era  arcivescovo  di  Bologna. 
V.  Lamberlini,  Notifìc.  III.  §  4>  ove 
pur  dice,    che    secondo     un   canone 
del    concilio    Aurelianense    dovevasi 
nei  dì  delle  rogazioni  osservare  un 
rigoroso     digiuno.    Ripigliando    poi 
questo  discorso    nel    §  5    aggiunge, 
che  l'osservanza    del  digiuno    è    ri- 
masta presso  i  cavalieri   gerosolimi- 
tani, non  che  presso  la  chiesa  am- 
brosiana, la  quale  "  avendo  voluto 
»   mantenere  il  pio  uso  di  digiuna- 
»j   re  nelle  tre  logazioni,  le  celebra 
»   dopo     la     festa    dell'  Ascensione , 
j>   giacché,    secondo    l'universale    di- 
»   sciplina,  oggi  non  si  digiuna    tra 
»   pasqua,  e  pentecoste  ". 


76  CEN 

In  questo  giorno  delle  ceneri  i  pec- 
catori, secondo  gli  antichi  canoni  peni- 
tenziali, entravano  nel  corso  della  pe- 
nitenza pubblica,  in  cui  il  vescovo  ac- 
compagnato dal  suo  clero  gì'  inizia- 
va con  certe  preghiere,  e  coli'  im- 
posizione delle  mani,  dopo  di  avere 
sparso  di  cenere  il  capo  ;  rito  che 
descrive  il  p.  Menochio,  Siuore,  to- 
mo II,  p.  294,  nel  capo  77,  Della 
cerimonia  delle  ceneri,  che  usa  la 
Chiesa  il  primo  giorno  di  quare- 
sima. 

Tale  è  r  origine  della  funzione 
delle  ceneri,  leggendosi  nella  vita 
di  s.  Gregorio  I,  del  Sgo,  eh'  egli 
ordiiìò  doversi  mettere,  nel  princi- 
pio della  quaresima,  sul  capo  dei 
ledcli  le  ceneri  benedette.  Quindi  il 
concilio  di  Benevento  celebrato  nel 
1091  ,  decretò  che  tutti  i  fedeli 
andassero  a  ricevere  le  ceneri  nel 
mercoledì  precedente  la  prima  do- 
menica di  quaiesima  ;  riportando  il 
Burio  ,  R.R.  P.P.  Brevis  nolitia 
in  vita  Clemenlis  VI,  che  questo 
Papa,  nel  i35-2,  fece  privilegiato 
il  mercoledì  delle  ceneri,  ed  ordinò 
che  fosse  trasferita  in  altro  giorno 
qualunque  festa,  che  in  esso  cadesse. 
11  Regino  però,  che  scrisse  nel  seco- 
lo IX,  dice  che  nella  feria  seconda 
della  prima  domenica  si  accostava- 
no i  penitenti  ai  cancelli  del  tem- 
pio, coperti  di  cilicio,  vestiti  di  sac- 
co, e  a  piedi  nudi,  in  un  modo  che 
esprimeva  la  loro  umiliazione  e  pen- 
timento :  quindi  ad  essi  avvicina- 
vansi  il  vescovo,  il  penitenziere,  o  i 
preti,  a'  quali  erano  note  le  loro 
manctinze.  Il  perchè  imponevano 
loro  una  proporzionata  penitenza,  li 
aspergevano  coli'  acqua  santa,  e  col- 
la cenere  benedetta  ec.  Laonde  quan- 
to pratichiamo  oggidì,  non  è  che 
un  avanzo  di  quello,  che  si  prati- 
cava nei  primi  tempi  della  Chiesa. 


CEN 

Lungi  pertanto  dal  credere,    che 
in    siffatta    religiosa    pratica    vi    sia 
del  superstizioso,  si  rifletta  che  nel- 
le divine  Scritture  abbiamo  dai  pa- 
triarchi, e    dai    profeti,   che     sicco- 
me il  lavare    il     corpo    e  le    vesti, 
il  dare  profumi  al  capo,  fu  il  sim- 
bolo    della  gioja,  e  della  prosperi- 
tà, al    contrario     il     segno    di     un 
profondo     dolore    era     manifestato 
voltolandosi    nella    polvere.   Un  uo- 
mo   coperto    il    capo,   i    capelli,    e 
le  vesti    di    polvere    annunziava    in 
tal    guisa    il    suo    animo     pieno   di 
amarezza  e  doloi*e  originato  da  qual- 
che straordinaria  calamità.  Così  gli 
amici  di  Giobbe,  penetrati  della  sua 
estrema  afflizione,    misero     un    alto 
grido,  piansero,  stracciaronsi  le  ve- 
stimenta,  sparsero  in  aria  della  pol- 
vere per  farsela    ricadere    sulle  te- 
ste, e  restarono  seduti  con  lui   sul-     j 
la     terra    in    cupo     silenzio;    esem-     i 
pi    che    fra    gli    orientali,    massime 
fra  i  giudei  e  gli  arabi,  erano  fre- 
quenti. Dalle  stesse    sante   Scritture 
si  rileva,  che  la  cenere  fu  segno  di 
penitenza,  perchè  i  servi  di  Dio  so- 
vente   r  usarono    per    esprimere    il 
dolore ,     e    il    pentimento    di    aver 
peccato.   Il  medesimo  Giobbe  quan- 
do si   umiliò  avanti  a  Dio,  e  gli  do- 
mandò perdono  per  aver  trattato  la 
causa  della   propria    innocenza    con 
un  linguaggio  poco   misurato,    volle 
esprimere  il  pentimento,  come  avea 
mostrato  il  dolore    nell'  eccesso    dei 
suoi  mali  :  »   Io  mi    accuso  di    me 
»   slesso,  egli  disse  al  Signore,  e  fo 
»  penitenza  del  mio  fallo  nella  pol- 
»   vere,  e  nella  cenere.  "  Y.  pur  no- 
to quanto  si  racconta  di   Giosuè    e 
degli  antichi  israeliti,  che  si    getta- 
vano della  polvere  sul  capo    facen- 
do penitenza  per  calmare  il  Signo- 
re, sdegnato  del  furto  commesso  da 
Acan  nella  presa  di  Gerico.  Si  tre- 


CEN 

va  pure  spesso  ne' sacri  libri ,  clie 
i  profeti  esortavano  gì'  israeliti  a 
cuoprirsi  di  cilicio,  e  piangere  amara- 
mente i  loro  trascorsi  nella  cenere, 
quando  aveano  oiFeso  il  Signore,  e 
ad  implorare  misericordia  con  vivo 
pentimento  affinchè  tornasse  ad  essi 
le  sue  benedizioni.  Questo  appunto 
fu  il  linguaggio,  che  rivolse  Geremia 
a  Gerusalemme,  e  ai  principi  di 
Giuda,  quando  Nabuccodonosor  po- 
se a  sacco  l' intera  Giudea  in  casti- 
go dei  loro  misfatti,  dicendo  ad  essi  : 
cuopritevi  di  cenere.  11  re  Davide, 
]ier  esprimere  la  sua  profonda  af- 
flizione, dice  che  mangiava  la  cenere 
col  pane;  ed  il  re  di  Ninivc,  alle  pre- 
diche del  profèta  Giona,  si  pose  a  se- 
dere nella  cenere,  e  venne  imitato 
dagli  altri,  per  placare  la  collera  di 
Dio.  Così  fecero  ne' sovrastanti  pe- 
ricoli, e  per  implorare  1'  ajuto,  e  la 
misericordia  divina,  Giuditta,  Ester, 
Mardocheo,  Giuda  Maccabeo ,  ed 
altri.  Ed  è  perciò,  che  il  Redento- 
re ci  volle  rappiesentare  questa  a- 
zione  come  un  simbolo  di  peniten- 
za, quando  parlando  degh  abitato- 
ri di  Tiro  e  di  Sidone,  disse  a  quel- 
li di  Corozain  e  di  Betsaida,  che 
s'  egli  avesse  fatto  tra  quelli  i  mi- 
racoli, che  aveva  operato  in  mezzo 
di  essi,  avi-ebbero  fatto  penitenza 
nel    cilicio  e  nella  cenere. 

Pertanto,  con  questo  segnale  di 
penitenza,  i  penitenti  de'  primi  seco- 
li del  cristianesimo,  come  dicemmo, 
venivano  distinti  dal  rimanente  dei 
fedeli,  ed  aggiungiamo  che  Tertul- 
liano li  dice  uomini  vestiti  di  cili- 
cio e  coperti  di  cenere  concilici atì, 
et  concineratij  la  qual  denomina- 
zione allora  era  comune  ad  ogni 
cristiano,  giacché  egli  ripeteva,  che 
un  cristiano  è  uomo  nato  per  vive- 
re nella  penitenza.  La  cenere  e  la 
polvere  sono  eziandio  un   emblema 


CEN  77 

della  morte,  di  cui  ci  viene  dichia- 
rato il  pensiero  nel  giorno  delle  ce- 
neri, e  dopo  i  tripudii  carnevaleschi 
come  vuì  avvertimento  salutare  del- 
la nostra  mortalità,  essendo  questo 
lo  spirito,  e  il  significalo  delle  pa- 
role, che  pronùnzia  il  sacerdote  nel 
farne  la  cerimonia,  mediante  un  se- 
gno di  croce;  »  Ti  ricorda,  o  uomo, 
che  sei  polvere,  e  in  polvere  ri- 
tornerai ;  Memento,  homo,  quia  pul- 
vis  es ,  et  in  pulverem  reverterisj 
potendosi  ripetere  con  Geremia  : 
»  terra  già  fosti,  di  tema  vivi,  e  di 
'>  terra  hai  da  tornare.  "  V.  V  eru- 
dito Sarnelli,  tomo  IV,  pag.  4»^  » 
Lettera  XXIV,  Perchè  dicendo  il 
sacerdote  :  Memento,  homo,  quia  pid- 
vis  es  etCy  impone  la  cenere,  non 
la  polvere  j  Georg.  Alb.  Hagendorn 
Simonidis  ad  Pausaniaiii  sapiens 
dictum,  Memento  te  hominem  esse 
{exAeliani  Var.  Hist.  lib.  IX.  e. 
4i  delineatum)  Altd.  i6io;  Mich. 
Alberti  ,  Dissertatio  famigeratum 
Lemma:  Memento  mori  comnien- 
dans,  Halae  Magd.  l'J'^'J  ;  ed  An- 
gelo Rocca,  linde  c'meres  super  ca- 
put spargendi  usus  origineni  tra- 
hat ,  et  quid  sibi  velit  ?  in  tomo  I. 
Opp.  pag.   217. 

Per  la  stessa  ragione  anticamen- 
te, comesi  avverte  nell'Ordine  XII, 
p.  175,  il  Cardinal  vescovo  più  an- 
ziano nel  dar  le  ceneri  al  Papa 
feria  IV  in  capite  quadra gesimae, 
gliela  imponeva  dicendo  anche  ad 
esso  la  formula:  Memento,  homo 
etc,  che  s' incominciò  a  tralasciare 
sotto  Urbano  VI,  eletto  nell'  anno 
1378,  come  si  rileva  dall'  Ordine 
XV  di  Pietro  Amelio  pag.  ^61. 
Laonde  anche  oggidì  si  spargono 
dal  Cardinal  penitenziere  maggiore 
le  ceneri  sul  capo  del  Pontefice  sen- 
za dire  quelle  parole.  Monsignor 
Antonelli  nella  dottissima  lettera  al 


r8 


CEN 


Cardinal  Gentili,  Dissertalo  de  rf- 
Xu  inspcrgendi  Cineris  feria  //-^  , 
in  capile  jejunii,  inserita  fra  gli 
opuscoli  annessi  al  Vetits  Missale 
Roiiianuin  Monaslicum  Laleranen- 
se,  Clini  notis  etc.y  pubblicato  in 
Roma,  nell'anno  1754,  dal  gesui- 
ta Manoele  di  Azevedo,  cercando 
la  ragione,  che  potè  muovere  i 
maestri  delle  cerimonie  a  trala- 
sciare una  simile  formula,  consid(tra 
che  questo  spargimento  di  ceneri 
colla  recitata  formula,  è  un  venerabile 
avanzo  del  rito,  che  nel  mercoledì 
delle  ceneri  si  praticava  co'  pubblici 
penitenti,  a'  quali  si  davano  in  tal 
giorno  le  ceneri  sulla  fronte,  pro- 
ferendo quelle  parole  atte  a  ricor- 
dare la  nostra  mortalità,  e  ad  umi- 
liarci salutarmente  con  questa  me- 
moria. Ed  essendo  la  pubblica  pe- 
nitenza, da  cui  questa  cerimonia  è 
a  noi  pervenuta,  una  specie  di  ec- 
clesiastico giudizio,  al  quale  soggia- 
cer non  deve  il  Romano  Pontefice, 
fu  risoluto  che  bastasse  col  fatto , 
cioè  col  solo  spargimento  delle  ce- 
neri sulla  chierica,  rammentargli  la 
mortai  sua  condizione,  senza  eseroi- 
tare  sopra  lui  queir  ombra  di  giu- 
risdizione ecclesiastica,  alla  quale  il 
capo  della  Chiesa  non  è  per  alcun 
modo  soggetto. 

In  qual  maniera  si  faccia  tal  ce- 
nmonia,  e  come  il  Papa  benedica, 
e  distribuisca  le  ceneri,  si  descrive 
al  §  X,  ed  al  numero  rispettivo 
dell'  articolo  Cappelle  Pontificie.  Su 
questo  proposito  il  Cancellieri  nella 
Lettera  filosofico-morale  sopra  la 
voce  sparsa  di  sua  morte,  a  pag. 
27 ,  riporta  due  curiosi  aneddoti. 
Racconta  pertanto,  che  la  formula 
MemenlO)  homo  etc,  fu  variata  nel 
darsi  le  ceneri  a  Porchette  Spinola, 
arcivescovo  di  Genova  da  Bonifacio 
Vili  ;  e  che  questa  stessa    formula 


CEN 

un'  altra  volta  fu  per  essere  cam- 
biata dal  Cardinal  di  Jura,  Raimon- 
do Perauld  ,il  quale  nel  dar  le  ceneri 
a  Giulio  II,  fu  avvertito  di  tacere 
il  Memento  homo,  secondo  il  ceri- 
moniale. 

Ma  della  benedizione  delle  cene- 
ri ,  che  si  fa  nelle  chiese  prin- 
cipali, e  minori  prima  della  messa 
solenne  da  quello,  che  poi  deve  ce- 
lebrarla, con  paramenti  violacei,  e 
della  loro  distribuzione,  trattano  le 
opere  liturgiche.  Si  deve  avvertire 
poi,  che  se  oltre  il  celebrante  non 
vi  sia  altro  sacerdote,  egli  genufles- 
so innanzi  all'altare  se  le  imporrà 
da  per  sé  sopra  il  capo  nulla  di- 
cendo :  Quasi  cineres  a  Deo  im- 
mediate accipiat,  cui  onine  geaujle- 
ctitur,  et  etiani  quia  genuflexio  prae- 
sefert  humilitatem,  guae  memoriam 
mortis  per  cineres  repraescntat.  Co- 
me pure  col  Gavanlo  ,  parte  4? 
titolo  6,  è  da  sapersi  che  le  cene- 
ri alle  femmine  si  danno  dopo  gli 
uomini,  e  non  si  pongono  loro  so- 
pra i  veli,  ma  sopra  i  capelli,  affin- 
chè non  si  perdano,  f^.  Acqua  Be- 
jftnETTA,  ove  si  dice,  che  essa  me- 
scolata colla  cenere  e  col  vino,  ser- 
ve pel  rito  della  consaci'azione  dogli 
altari. 

CENNINI  Francesco,  Cardinale. 
Francesco  Cennini  nobile  sanese,  ma 
nato  a  Sartiano,  nel  1 566,  perito 
nei  canoni,  fu  vicario  generale  del 
vescovo  di  Chiusi.  Pervenuto  a  Ro- 
ma, dopo  alcune  vicende,  fu  alla 
corte  del  Cardinal  Bernerio  udito- 
re,  e  nell'anno  1612,  divenuto 
uditore  del  Cardinale  Borghese  , 
fu  poi  eletto  vescovo  di  Amelia. 
Ebbe  la  carica  di  sigillatore  della 
penitenzieria  secreta  ;  venne  ascritto 
ai  prelati  di  consulta,  e  del  buon- 
governo, e  gli  fu  affidata  l' azienda 
del  sagro  palazzo,  e    della  casa  Bor- 


CEN 
ghese.  Per  olio  anni  sostenne  gravissi- 
me fatiche,  ebbe  poi  il  titolo  di  pa- 
triarca gerosolimitano,  ed  inviato 
nunzio  alla  corte  di  Spagna,  ii  Cardi- 
nal Borghese  gli  scrisse,  che  si  ac- 
corgeva della  sua  assenza,  benché 
le  sue  cariche  fossero  distribuite  a 
nove  prelati.  Gralissimo  a  Filippo  III, 
e  alla  corte  di  Madrid,  ottenne  quanto 
richiese,  fino  il  G randalo ,  pel  prin- 
cipe di  Sulmona,  dìiricilissima  gra- 
zia ad  ottenersi  per  piti  rispetti. 
In  questa  occasione  Paolo  V,  a'  1 1 
gennaio  del  1621,  lo  creò  Cardi- 
nal prete  assente  di  s.  Marcello.  Ri- 
tornato in  Roma,  supplicò  Gregorio 
XV  a  provvederlo  di  qualche  en- 
trata, perchè  era  povero.  Urbano 
"Vili,  nel  1623,  gli  conferì  la  lega- 
zion  di  Ferrara,  e  il  vescovato  di 
Faenza,  poi  lo  mandò  all'ultimo  duca 
di  Urbino,  a  tenerlo  devoto  alla  Chie- 
sa, nei  quali  impegni  riuscì  a  me- 
raviglia. Dopo  quattro  lustri,  rinun- 
ziò ad  Urbano  Ylll  il  vescovato, 
nel  i643j  e  lasciato  il  primo  titolo, 
ricevette  nel  i645,  da  Innocenzo 
X,  il  vescovato  di  Porto,  e  la  pre- 
fettura della  congregazione  del  con- 
cilio ;  dipoi  passò  in  castello  di  Sie- 
na ,  e  dopo  i  conclavi  di  Urbano 
YIII,  e  d'  Innocenzo  X,  morì  a 
Roma,  nel  i645,  di  settantanove 
anni,  e  ventiquattro  di  Cardinalato. 
Fu  sepolto  nella  cappella  Paolina 
della  basilica  liberiana  a  pie  del  suo 
benefattore  Paolo  V.  Nella  chiesa 
di  s.  Marcello  gli  eressero  i  nipoti 
magnifico  mausoleo  con  la  statua 
di  luì. 

CENOBIO  [Coenohium).  Luogo 
dove  si  vive  in  comune,  convento 
o  monistero  dr  religiosi.  Quindi  gli 
scrittori  ecclesiastici  formarono  i  vo- 
caboli di  Cenohiarca;  superiore  del 
cenobio,  massime  parlandosi  degli 
antichi  teuobili.    La  voce  Cenobita^ 


CEN  79 

che  significa  religioso,  il  quale  vive 
in  comunità  nel  cenobio  sotto  una 
regola  comune,  si  compone  da  Koi' 
nos,  comune,  e  da  bios,  vita. 

Alcuni  riferiscono  al  tempo  degli 
apostoli  r  istituzione  della  vita  co- 
mune dei  primi  fedeli  di  Gerusalem- 
me, e  l'origine  de'cenobiti.  Per  altro 
a  s.  Pacomio,  che  viveva  nei  pri- 
mordi del  IV  secolo,  si  attribuisce 
l'avere  pel  primo  scritto  una  regola 
monastica,  come  s.  Antonio  si  può 
ritenere  pel  primo  fondatore  de'mo- 
nisteri.  Nel  codice  Teodosiano  i  ce- 
nobiti  sono  chiamati  Synoditce,  pa- 
rola, che  significa  persone,  le  quali 
vanno  per  una  medesima  strada. 
L'abbate  della  Trappa  Rancè  com» 
pose  un  trattato  sui  Doveri  della 
vita  connine,  o  monastica. 

CENOTAFIO.  Sepolcro,  o  mo- 
numento vuoto  innalzato  in  onore 
di  un  morto,  altrove  defunto:  Mo- 
nmnenlum  vacuuni  cadavere,  tnmu' 
liis  inanis,  ut  appellai  Firgllitis,  III 
jEneid.  v.  3o4,  vel  Honorarius, 
ut  Sveton.  in  Claud.  cap.  i,  ad 
memoriam  alicufus,  qui  alibi  sepul- 
lus  sit,  colendant.  V.  Forcellini, 
Lexicon  tolius  latinilatis  toro.  I, 
pag.  42i;Morcelli,  De  Stylo  Inscrip. 
Latinar.  1781,  pag.  121,  34o,  344» 
376,  4' 3,  tom.  Ili,  Patavii  1822; 
Inscript.  Comment.  siibjectis ,  Ro- 
mse  1783,  V.  pag,  124,  et  Pata- 
vii   1823,  tom.  IV. 

Ne'  tempi  antichi  s'  innalzava  un 
cenotafio  ,  o  sepolcro  vuoto  alla 
memoria  de'defunli  illustri,  dei  quali 
non  si  aveano  potuto  raccoglieie  gli 
avanzi,  o  perchè  erano  naufragati, 
ovvero  periti  nelle  battaglie.  Quindi 
si  ha,  che  nei  sacrifizi  pubblici  chia- 
mati inferice,  si  spandeva  su  quella 
tomba  del  vino,  del  miele,  del  latte, 
dell'incenso,  ed  anche  fiori  soliti  por- 
tarsi nelle  funebri  cerimonie.  Abbia- 


8o  CEN 

Ilio  dal  Cardinal  Enrico  Noris  alcune 
Dissertazioni  sui  Cenolafì,  e  da 
Francesco  Cancellieri,  Cenotaphiuni 
Leonardi  Anlonelli  Cardinalis  etc, 
PisfiLiri,    1825.    K.  Sepolcri. 

CENSI     APPARTENENTI     ALLA    SaNTA 

Sede.  Qiiesli  sono  i  tributi  feudali, 
i  canoni,  e  i  vassallaggi  di  tutte  le 
terre  soggette  al  sovrano  dominio 
della  Chiesa  romana,  che  si  soddis- 
fanno niella  vigilia  della  festa  de'  ss. 
Pietro  e  Paolo,  nella  camera  detta 
dei  tributi  nel  palazzo  apostolico 
valicano,  al  tribunale  della  reveren- 
da Camera  Apostolica  [Vedi),  pre- 
sieduto dal  Cardinal  camerlengo  di 
santa  romana  Chiesa  [Fedi),  secon- 
do il  registro  contenuto  nel  Liber 
Censiutni,  che  autenticato  da  due 
segretari,  e  cancellieri  della  stessa 
camera,  si  pubblica  colle  stampe  ogni 
anno.  I  censi,  canoni,  e  tributi  spet- 
tanti alla  Sede  apostolica,  che  non 
sono  validi  se  non  sieno  stipulati 
con  pubblico  istrumento  ,  qualora 
non  vengano  soddisfatti  nel  suddet- 
to giorno,  o  nella  mattina  della  fe- 
sta, si  devolvono  interamente  al  fi- 
sco apostolico,  il  perchè  viene  pre- 
cedentemente ogni  anno  dallo  stes- 
so Cardinal  camerlengo  pubblicalo 
un  analogo  v'ditto,  come  il  sovrano 
Pontefice  jiel  recarsi  al  vespero  pon- 
tificale, e  nella  seguente  mattina 
alla  messa  pontificale,  dopo  di  es- 
sa ,  riceve  le  citazioni  formali  di 
monsignor  procuratore  fiscale  ,  e 
])rotosta  solennemente  sui  censi  e 
tributi  non  soddisfatti,  di  che  trat- 
tammo al  §  X  dell'  articolo  Cap- 
l'ELLE  Pontificie,  ai  numeri,,  che  de- 
scrivono il  vespero,  e  la  messa  pon- 
tificale per  la  festività  dei  principi 
degli  apostoli.  F.  la  costituzione  di 
Gregorio  XllI,  ad  Romani  Poiilifi- 
ris,  emanala  il  primo  giugno  1^80, 
sul  pagamento  de'  censi ,    tanoiii  ed 


CEN 
altri  diritti  della  reverenda  camera 
apostolica,  nella  camera  de' tributi 
al  Vaticano;  e  l'indice  alfabetico 
semi-analitico  della  Raccolta  delle 
Leggi  pontificie^  che  in  Roma  si 
pubblica  dalla  tipografia  camerale, 
alle  voci  Censi  Canieralij  e  Ca- 
noni Camerali,  ove  pure  si  trova 
la  disposizione  sui  canoni  iscritfi,  ed 
alienati  dal  regime  francese,  la  for- 
ma e  conseguenza  del  pagamento 
de'  canoni  nella  camera  de'  tributi  ; 
e  la  vendita  dei  canoni  camerali 
ordinata  da  Gregorio  XVI  regnan- 
te, per  supplire  alle  urgenze  dello 
stato.  V.  inoltre  gli  articoli  Sovra- 
nità' de'  Romani    Pontefici  ,  e  stati 

tributari    DELLA    SaNTA    SeDE. 

Tre  poi  sono  i  principali ,  e  più 
antichi  collettori  delle  memorie  dei 
censi  della  romana  Chiesa,  cioè  il 
Cardinal  Deusdedit,  Benedetto  cano- 
nico di  s.  Pietro,  e  Cencio  Camer- 
lengo. Del  primo,  che  fu  creato 
Cardinale  dell'  ordine  de'  preti  del 
titolo  Jposlolorum  in  Eudoxia  da 
s.  Gregorio  VII,  trattano  a  lungo  i 
fratelli  Ballerini.  La  sua  opera  con- 
tiene una  raccolla  di  canoni  ripar- 
titi in  quattro  libri,  che  il  Deusde- 
dit indirizzò  a  Vittore  III.  11  se- 
condo. Benedetto  canonico  di  s.  Pie- 
tro in  Vaticano,  compose  un  libro 
col  titolo  di  Polypticus ,  e  da  altri 
chiamato  Politucus  ^  e  Pollicitns , 
che  indirizzò  al  Cardinal  Guidoni 
Papareschi,  il  quale  fu  poi  nel  i  i3o 
Papa  Innocenzo  II,  da  molti  confu- 
so con  Guido  de  Castello ,  che  gli 
successe  col  nome  di  Celestino  li. 
In  detto  libro  egli  inserì  quell'Or- 
dine romano,  che  il  Mabillon  die- 
de alla  luce  nel  Mas.  Ital.  toni.  II, 
pag.  118,  col  nome  di  Benedetto 
canonico  di  s.  Pietro,  insieme  ad 
altre  cose  appartenenti  alla  S.  Sede. 
Tra  queste  vi  era  un  indice,   come 


CEN  CEN  Hi 
fa  ampia  fede  Albino  di  Gaetaj  per     de'  registri   degli    antichi    Pontefici , 
averlo  dalle  opere  di  Benedetto  in-     non  che  da  quelli  a  lui  vicini,  e  da 
serito  nella  sua  raccolta,  che  ha  per  alcuni  altri    libri     e  memoriali    au- 
titolo:  "   Incipiunt  eijcerpta  polytici     tentici,    aggiungendovi    similmente  i 
»   a  presbytero  Benedicto   compositi  censi    fatti  a    tempo  suo,    e    dando 
>i  de    ordinibus   romanis    et    digni-  cosi  egli  l'esempio   a'  suoi  successori 
«   tatibus  urbis  et  sacri  palatii."   Al-  di  fare  altrettanto  a  vantaggio  della 
bino  fiori  in    B.oma  nel    pontificato     Romana  Chiesa.    P^.  Cencio  Camera- 
di  Lucio  III ,    ed    il    suo    scritto  si     rio,  Liber  censmmi  Romance  Eccle- 
conserva    nella    biblioteca     vaticana  sice  secundum    antiquorum   pp.    re- 
tra  i  codici  Ottoboniani  num.  SoSy.  gesta j    et  memorabilia    an.     1192, 
Questo  è    il  codice  donde    l' abbate  Exst.  in  tomo  V.  Antiq.  Hist.  med. 
Cencio  diede  alla  luce  il  libro  Pro-  nevi,  fol.  852,  go8  ;  Lodovico  Mu- 
vìnciale,  ed  un    breve    registro    dei  ratori.    Dissertano   de    censibus    ac. 
censi,  ma  non  già  quell'  indice,  che  redditibus  olim    ad  Ecclesiam    Ro- 
è  inserito  tra  gli  excerpta.  Dopo  i  manam  spectantibus.  Exst.  in  t.   V. 
suddetti    collettori    dei   diritti    della  med.  aevi,  fol.   79^  e  852.  A  bene 
Sede  apostolica,    viene    Cencio   Ca-  intendere  questo  punto  storico,  gio- 
merlengo,  che  è  il  terzo,  ed    è    an-  vera  leggere  tanto  l'articolo   XXIII 
che  il  più    noto,    e  famoso    per  es-  quanto  il  XXXV  del    Giornale  dei 
sere  stalo  assunto  al  pontificato  nel  letterati  di  Roma  dell'  anno    1 75  r  , 
1216  col  nome  di  Onorio  111,    co-  ove  restano  appianate  diverse    diffi- 
nosciuto  anco  sotto  quello  di  Cencio  colta  critiche  intorno  l'antichità,  ed 
Savelli  Camerario.  Egli  fu,  che  dai  estensione    del    dominio    temporale 
vecchi  registri  dei  censi  ne  formò  uno  del  Sommo  Pontefice.  Dei  censi  ,   o 
nuovo,    ma    con    metodo   migliore,  tributi  di  cacciagione,  ed  altri  ani- 
avendolo  distribuito  per  modo,    che  mali,   dovuti    alla    Santa  Sede,    si 
spazio  vi  rimanesse  per  aggiungervi  parla  all'articolo  Caccia. 
quei  censi,  i  quali  si  sarebbero  ac-         Di  certo    Zaccaria,  maestro    del 
cresciuti    usque    ad  exilum    mundi  Censo    di    Roma,    fa     menìiione  il 
alla  Chiesa  romana.    Da  ciò    si  ap-  Galletti,  Del  Primicero,    pag.    182, 
prende  il  perchè  in  alcune  copie  di  in    una     caria    sublacense    dell' 822 
Cencio,  come  in  quella  stampata  dal  riguardante  Trasmondo    secondicero 
Muratori,  Diss.  69  Antiquit.  Italie.,  della  Santa  Sede.  Egli  però  opina , 
si  trovino    trascritti    documenti ,    e  che  il  maestro  del  Censo  di  Roma, 
memorie  con  date  a  Cencio  di  mol-  fosse  uffizio  secolaresco ,    consistente 
ti  anni  posteriori.  Di  lui  ecco  come  nel  tener  conto  di  quei  censi  o  tri- 
si  esprime  il  Rinaldi  all'anno   11 92  buti ,     che     dovevano    i    romani    di 
num.  28  e  29.  In  questo  anno  Cen-  quei    tempi    contribuire    alla    cassa 
ciò  canonico  di  s.  Maria  Maggiore,  del    comune    della    città .     Aggiun- 
camerlengo  del  Papa,  per  provvede-  gè ,  che     Zaccaria     ei'a    cartulario , 
re  alle  cose  temporali   della    Chiesa  cioè  archivista  dello  stesso  comune, 
romana,  cominciò    \m   opera    molto  e  che    certo    Anastasio ,    sottoscritto 
utile,  mettendo  in  ilota   i  censi,  che  in  altra  carta    sublacense    dell'  anno 
le  si  pagavano,  raccolti,    come    egli  85o,  consul  et  magister    Censi    ur- 
dice  nella  prefazione ,    per    lui    dai  bis  Romae,  non    avea  che    fare  nel 
tomi   nominati  carticinii,  dai  volumi  ministero  della  Chiesa. 

VOT..     XI.  6 


S: 


CEN 


Vuoisi  ciò  qui  avvertire  perchè 
nel  commentare  il  citato  Muratori 
il  titolo  di  Cencio  camerlengo,  che 
egli  pubblicò,  ove  si  legge  composi- 
tus  se.cunduni  antiquorum  patrum 
regesta^  soggiunse  malamente  :  Ex 
lìs  fuit,  ut  opinar  3  Anastasius  in 
Dei  nomine  consul  et  magister  cen- 
si urbis  Romae.  Dappoiché  il  ca- 
merlengo delia  Sede  apostolica  te- 
nea  conto  de' censi,  ch'erano  dovuti 
alla  medesima ,  siccome  altro  seco- 
lare soggetto  sopraintendeva  alla  ri- 
scossione di  quei  censi,  che  si  do- 
vevano al  pubblico .  Ora  il  Cardi- 
nal camerlengo  col  suaccennato  edit- 
to, ogni  anno  invita  ciascun  inve- 
stito o  enfiteuta  a-eomparire  per- 
sonalmente, o  mediante  legittimo 
procuratore  deputato,  per  la  festa 
de' ss.  Pietro  e  Paolo  nella  camera 
de'  tributi,  decentemente  vestiti,  per 
prestare  il  dovuto  omaggio ,  e  pa- 
gare nella  medesima  il  tributo,  cen- 
so, livello,  canone,  risposta  o  altro 
dovuto  alla  rev.  camera  apostolica 
in  ricognizione  del  supremo  e  di- 
retto dominio  di  quali  sieno  feudi, 
tenute,  ville,  casali,  laghi,  selve, 
proprietà  ,  beni ,  offizi ,  esenzioni , 
immunità,  privative,  ed  altri  qual- 
sivogliano  beni ,  che  si  ritenessero 
in  feudo,  censo,  enfiteusi,  vicariato , 
governo,  ovvero  sotto  qualunque 
altro  titolo,  giusta  le  leggi  delle  in- 
vestiture, e  concessioni.  Sui  censi 
spettanti  alla  Santa  Sede  va  ezian- 
dio consultato  il  dottissimo  Stefano 
Borgia,  poi  Cardinale,  nelle  sue  ope- 
re: Memorie  istoriche  del  dominio 
temporale  della  Sede  Apostolica  nel- 
le due  Sicilie j  Difesa  del  dominio 
temporale  della  Sede  Apostolica 
nelle  due  Sicilie.  V.  inoltre  gli  artico- 
li CniJfEA,  o  cExso  che  prcsentavasi 
al  l'apa  in  tributo  per  detto  regno, 
e  I'atrimonio  della    Santa  Sede. 


CEN 

CENSURE  Ecclesiastiche.  Pene 
spirituali  inflitte  dalla  Chiesa  a  co- 
loro, che  non  ubbidiscono  alle  sue 
Ic^gi  ;  perocché  avendo  essa  1'  auto- 
rità legislativa,  ha  ancora  la  puni- 
tiva. Queste  pene  sono  di  dillerenti 
specie,  come  lo  sono  le  assoluzioni 
dalle  censure.  Ma  essendo  questa 
materia  dei  canonisti,  ci  limiteremo 
a  citare  gli  articoli  seguenti,  ove  si 
parla  delle  censure  ecclesiastiche  : 
Assoluzione  dalle  cej^sure.  Inter- 
detti, Monitori,  Scismi,  Scomuniche 
ed  altri  relativi.  V.  il  trattato  stam- 
pato in  Roma  nel  i  ySS,  Della  nul- 
lità delle  assoluzioni  ne'  casi  riser- 
vali  al  Sommo  Pontefice. 

CENTENARIA.  Sede  vescovile  di 
Numidia  nell'  Africa  occidentale,  sot- 
toposta a  Cirta  Julia,  il  cui  vescovo 
Cresconio ,  a  cagione  d'infermità, 
non  si  potè  recare  alla  conferenza 
di  Cartagine.  Coli.  Cart.  et  Concil. 
Milevit. 

CENTINI  Felice,  Cardinale.  Fe- 
lice Cenlini  nacque  in  Ascoli  da  po- 
veri genitori  nel  1570,  e  si  rese  chia- 
rissimo per  iscienza,  e  castigati  co- 
stumi. Professata  la  regola  dei  mi- 
nori conventuali,  fu  rettore  del  col- 
legio di  s.  Bonaventura  ,  e  procura- 
tor  generale  del  suo  Ordine;  quin- 
di consul  tor  del  s.  offizio ,  ove  si 
procacciò  tanta  gloria  che  Paolo  V, 
ai  17  agosto  del  16 r  i,  lo  creò  Car- 
dinal prete  di  s.  Girolamo  degli 
Schiavoni,  e  vescovo  di  Mileto  ;  quin- 
di nel  161 3  passò  al  vescovato  di 
Macerata ,  ove  "eresse  il  seminario  ; 
ed  ottenne  ai  canonici  l' uso  della 
cappa  magna.  In  appresso  ebbe  da 
Urbano  VIII,  nel  i633,  il  vesco- 
vato di  Sabina,  e  dopo  i  conclavi 
di  Gregorio  XV,  e  dello  stesso  Ur- 
bano, mori  a  Macerata  nel  i64i 
di  settantuno  anni,  e  trenta  di  Cardi- 
nalato, e  fu  sepolto  nella  chiesa  di 


I 


CEO 

s.  Francesco .  Sel)bene  Innocente, 
mori  pieno  di  rammarico  ,  provato 
per  la  dcca]>itazione  del  nipote  Gia- 
cinto Cenlini,  il  quale  avea  con  al- 
tri cospiralo  conti-o  la  sacra  perso- 
na di  Urbano  VITI,  colla  speranza 
che  gli  succedesse  lo  zio  nel  pon- 
tificato. 

CENTURIA  {Centtmen.).  Sede 
vescovile  in  partibiis ,  nella  provin- 
cia di  Numidia  nell'  Africa  occiden- 
tale ,  sottoposta  alla  metropoli  di 
Girla  Julia  o  Citra  [F'edi),  della 
quale  abbiamo  che  il  suo  vescovo, 
chiamato  Qiiod  viilt  Deus ,  fu  pre- 
sente alla  conferenza  di  Cartagine , 
e  dal  concilio  di  Milevi ,  dell'  anno 
4o2 ,  si  proibì  di  comunicare  col 
medesimo  vescovo  finché  non  fosse 
stato  giudicato  il  di  lui  affare,  non 
avendo  voluto  riconoscere  i  vescovi 
per  giudici. 

CÈNTURIO.  Sede  vescovile  di 
Numidia  nell'Africa  occidentale,  sot- 
to Cirta  Julia.  I  suoi  vescovi  Gen- 
naro e  Nabor  intervennero,  il  pri- 
mo alla  conferenza  di  Cartagine,  il 
secondo  al  concilio  di  Cirta.  Optai. 
lib.  2. 

CEOLFRIDO  (s.).  Nacque  in  Ber- 
nicia,  e  fu  parente  di  s.  Benedetto 
Biscop ,  che  aiutò  non  poco  nella 
fondazione  del  monistero  di  s.  Pie- 
tro di  Wirmouth,  nella  diocesi  di 
Durham ,  fabbricato  nel  674.  La 
vita  di  lui  fu  una  continua  peni- 
lenza.  Fu  capo  per  sette  anni  del 
monistero  di  s.  J'aolo  di  Jarrow  , 
ed  in  progresso  di  tempo  anche  di 
quello  di  Wirmouth .  Scrive  Beda 
ch'egli  si  mostrava  distinto  per  gran- 
de virtù  e  sapere,  ed  arricchì  quei 
due  raonisteri  di  ottime  biblioteche. 
A  Naitone,  re  dei  Pitti,  che  lo  do- 
mandava, in  qual  tempo  si  dovesse 
celebrare  la  Pasqua,  e  quale  fosse 
la  forma  della  tonsura,  rispose,  che 


CEP  83 

era  necessario  seguire  la  pratica 
della  Chiesa  romana.  Affievolito  dal- 
la età  e  dalle  fatiche,  ottenne,  mal 
grado  ai  suoi  religiosi ,  di  cessare 
dall'uffizio  di  superiore,  e  deside- 
roso di  visitare  ancora  una  volta 
prima  di  morire  i  sepolcri  degli  apo- 
stoli, come  avea  fatto  molto  tempo 
innanzi  unitamente  a  s.  Benedetto 
Biscop,  partì  per  Roma,  ma  si  in- 
fermò a  Langres ,  traversando  la 
Francia,  ed  ivi  morì  a'  dì  25  set- 
tembre dell'anno  716,  nella  età  di 
scttantaqunttro  anni. 

CEPHAE,  o  NEOCEPHAE.  Se- 
de vescovile  di  Mesopotamia ,  nel 
patriarcato  di  Antiochia,  eretta  nel 
sesto  secolo,  e  sottoposta  alla  me- 
tropoli di  Amido.  Noè  suo  vescovo 
si  recò  al  concilio  generale  di  Cal- 
cedonia,  e  il  sottoscrisse. 

CEPRANO,  o  CEPERANO,  ed 
anco  CiPERANO.  Terra  e  capoluogo 
di  governo  della  delegazione  di  Fro- 
sinone  nello  stato  Pontificio ,  resi- 
denza del  sopraintendente  delle  do- 
gane di  tutta  la  provincia  di  Ma- 
rittima e  Campagna.  Giace  sulla  de- 
stra riva  del  Liri  al  confine  del  re- 
gno di  Napoli,  e  comprende  sotto 
di  sé  le  comuni  di  Falvaterra ,  di 
Pofi,  e  di  Strangolagalli.  Le  antiche 
iscrizioni,  e  gli  avanzi  di  alcuni  mo- 
numenti per  testimonianza  di  gravi 
scrittori,  sono  documenti  di  remota 
celebrità ,  riconoscendovi  nella  sua 
area  la  famosa  Fragella  o  Flagella 
città  de'  volsci ,  distrutta  dai  roma- 
ni, che  altri  opinano  essere  stata  ove 
ora  sorge  Pontecorvo.  Si  vedono 
ancora  gli  avanzi  di  un  superbo 
ponte,  che  fu  restaurato  dall'impe- 
ratore Antonino  Pio.  La  ricostruzio- 
ne del  ponte  sul  Liri  si  deve  alla 
munificenza  di  Paolo  V,  ed  alla  pe- 
rizia architettonica  del  cepranese  A- 
lossandio  Bernardi,  premialo  dal  Pa- 


84  CEP 

pa  coli"  Ordine  e  titolo   di  cavaliere 

di  Cristo. 

Ne' fasti  ecclesiastici  Ceprano  non 
manca  di  antiche  e  rispettabili  me- 
morie, d'illustri  chiese  e  monisteri, 
ed  è  sotto  la  diocesi  di  Veroli.  Ce- 
lebre fra  le  altre  fu  la  chiesa  di  s. 
Paterno  o  Paterniano ,  dove  fu  ce- 
lebrato il  rinomato  concilio,  di  cui 
poi  parleremo.  A  questa  era  annesso 
un  monistero,  ossia  collegio  di  ca- 
nonici eretto  avanti  il  secolo  XII , 
il  cui  capo  chiamavasi  collo  specio- 
so nome  di  Arcicanonico ,  nome  di 
cui  al  voi.  VII  pag.  2/^5,  facemmo 
pur  menzione,  come  applicato  ad  un 
arcicanonico  della  canonica  di  s.  Gio- 
vanni a.  porta  latina.  In  progresso 
di  tempo,  essendo  cessato  quel  con- 
vitto canonicale  di  s.  Paterniano, 
verso  l'anno  iiyS  Alessandro  III 
ne  affidò  la  chiesa  e  il  monistero 
ai  cavalieri  templari ,  il  cui  Ordine 
fu  poi  soppresso  da  Clemente  V. 
Altii  due  monisteri  di  canonici  pre- 
sieduti da  due  abbati,  erano  addetti 
alle  due  chiese  di  s,  Nicolò,  e  di  s. 
Magno.  La  chiesa  collegiata  e  par- 
rocchiale di  s.  Maria  Maggiore  ha 
puie  il  vanto  di  vma  singolare  an- 
tichità, e  di  essere  una  delle  pri- 
marie della  provincia  sì  per  l' ar- 
chitettura, s"i  per  l'ampiezza,  sì  pel 
corpo  dell'inglese  s.  Arduino,  che 
ivi  si  venera  per  essere  morto  in 
Ceprano  nel  secolo  VII  :  il  perchè 
si  tiene  dai  cepranesi  per  loro  prin- 
cipale patrono,  come  s.  Rocco  n'  è 
compatrono.  Il  regnante  Gregorio 
XVI,  colla  bolla  In  eminenti  opo- 
siolicae  dignitalis  solio,  quarto  nO' 
nas  mail  i84i,  ha  ripiistinafo  in 
detta  chiesa  matiice  di  s.  Maria 
Maggiore  la  collegiata,  decorandola 
delle  dignità  dell'arciprete,  del  pri- 
micerio, cui  è  annessa  la  cura  di 
anime  anco  della  chiesa   di  s.  Roc- 


CEP 

co ,  oltre  otto  canonici ,  a  due  dei 
quali  conferì  gli  offici  di  penitenzie- 
re e  di  teologo.  Tanto  al  primice- 
rio, che  ai  canonici,  il  Pontefice  be- 
nignamente concesse  il  distintivo  d'in- 
dossare il  rocchetto  e  la  mozzelta 
di  saia  paonazza,  colle  asole  e  bot- 
toni di  seta  cremisi,  ed  all'  arcipre- 
te la  mozzetta  di  seta  eaualmenlo 
di  colore  paonazzo.  Dodici  poi  sono 
i  sodalizi  di  Ceprano.  Primeggiano 
per  numero  e  pregi  quelli  di  s.  Ar- 
duino, e  di  s.  Rocco ,  e  tra  le  al- 
tre cinque  chiese  di  Ceprano,  quel- 
la di  s.  Francesco  fu  fondata  dal 
medesimo  santo  verso  l'anno  12  io. 
In  oltre  vi  sono  scuole  elementari  per 
l'istruzione,  ed  un  buon  ospedale. 
Al  settimo  secolo  rimontano  le 
memorie  di  Ceprano  riguardanti  i 
Pontefici,  riferite  dal  Muratori  nel 
tomo  V  delle  Antichità  italiane. 
Passò  Ceprano  sotto  il  dominio  del- 
la santa  Sede  colle  città  della  Cam- 
pania nel  pontificalo  di  s.  Gregorio 
II  verso  l'anno  ySo,  come  attesla- 
no  r  Orsi ,  e  il  Borghi  ;  e  soltanto 
brevi  furono  gl'intervalli  cui  per 
l'invasione  straniera,  suo  malgrado, 
dovette  talora  soggiacere  nelle  vi- 
cende di  guerra.  Dal  citato  Borgia, 
Storia  del  dominio  temporale  della 
santa  Sede  nelle  due  Sicilie  p.  117, 
e  i35,  nonché  dalla  Cronica  di 
Romualdo  Salernitano  ,  inserita  nel 
tomo  V  degli  Scriptor.  rer.  Italie. 
di  Muratori ,  si  ha  che  il  principe 
normanno  Roberto  Guiscardo,  in 
Ceprano  nel  mese  di  giugno  1080 
domandò  perdono  al  sovrano  Pon- 
tefice s.  Gregorio  VII,  per  aver  po- 
sto l'assedio  a  Benevento  ;  ed  il  Pa- 
pa non  solo  lo  rimise  nella  sua 
grazia  e  favore,  ma  gli  concesse 
nuova  investitura  della  Puglia,  Ca- 
labria e  Sicilia,  ef  gli  diede  il  ves- 
sillo di  s.  Pietro. 


I 


CEP 

Quindi,  nell'anno  iii4j  '^  Pon- 
tefice Pasquale  II,  nel  mese  di  ot- 
tobre nella  chiesa  di  s.  Paterniano 
in  Ceprano ,  celebrò  un  concilio , 
cui  intervennero  molti  Cardinali , 
arcivescovi,  vescovi  ed  abbati,  oltre 
Guglielmo  duca  di  Puglia,  e  Rober- 
to principe  di  Capua.  In  questo 
concilio  fu  reintegrato  della  sua  se- 
de l'arcivescovo  di  Cosenza,  che  da 
Pioggiero  conte  di  Sicilia  era  stato 
costretto  ad  abbandonarla,  ed  a  pi- 
gliare l'abito  di  monaco  a  Monte 
Cassino  ;  laonde  col  consenso  del- 
l'abbate di  quel  monistero,  lo  de- 
pose a  pie  di  s.  Gregorio  VII ,  il 
quale  confermò  a  Guglielmo  la  Pu- 
glia, e  vi  aggiunse  la  Calabria,  col- 
le rispettive  insegne.  Nel  concilio 
stesso  fu  deposto  Landolfo  arcive- 
scovo di  Benevento  per  affari  pu- 
ramente temporali,  o,  secondo  altri, 
per  aver  attentato  contro  la  ponti- 
fìcia autorità,  per  cui  non  essendosi 
potuto  giustificare,  fuggì  a  Monte- 
cassino,  siccome  racconta  Pieti'o  Dia- 
cono, Chron.  Cassiti,  lib.  IV  cap. 
5i.  V.  l'annalista  Baronie  all'anno 
iii4}  il  Labbé  t.  X,  l'Arduino 
t.  VI ,  et  Collecdo  Con.  Regia^  t. 
XXVI. 

In  Ceprano,  nell'anno  1 1 44»  segui 
l'abboccamento  tra  il  Papa  Lucio  II, 
e  Roggero  re  di  Sicilia,  allora  quan- 
do si  tentò  di  ristabilire  tra  essi  la 
pace.  Dipoi  nel  1273  essendo  stato 
eletto  Pontefice  il  b.  Gregorio  X, 
mentre  si  trovava  in  Soria,  nel  re- 
carsi a  Roma,  per  Brindisi  e  per 
Capua  giunse  a  Ceprano,  dove  fu 
incontrato  dai  Cardinali ,  e  da  una 
ambasceria  de'  romani,  che  lo  sup- 
plicarono a  recarsi  in  Roma. 

Lungo  poi  sarebbe  narrare  i  fatti 
di  guerra,  eh'  ebbei'o  luogo  presso 
Ceprano  a  cagione  della  sua  forte 
t'd    importante    posizione,    frontiera 


CEP 


85 


dello  stato  pontificio,  e  napoletano. 
Memoranda  fu  la  battaglia  seguita 
nel  1265,  presso  le  sue  mura,  tra 
Carlo  di  Angiò  re  di  Sicilia,  e  Man- 
fredi tiranno  di  essa,  che  vi  per- 
dette regno  e  vita,  dopo  la  defezio- 
ne dei  pugliesi.  Che  in  Ceprano  vi 
fosse  una  rocca  con  castellano,  lo 
riporta  il  Marini,  Archiatri  tom.  I , 
pag.  166,  il  quale  dice  che  a' tempi 
di  Pio  II,  era  castellano  della  rocca 
di  Ceprano  certo  Pietro  Paolo  de 
Galerani,  forse  parente  dell'archiatro 
pontificio.  Aggiungiamo,  che  quando 
Giulio  II  tolse  a  Cesare  Borgia  duca 
Valentino  la  provincia  di  Campagna, 
fortificò  Ceprano  con  un  recinto  di 
mura,  e  pose  il  suo  castello  in  istato 
di  validissima  difesa.  Poscia  Clemen- 
te VII,  con  breve  de'  18  febbraio 
1 53 1 ,  ristorò  i  cepranesi  dei  danni 
soffeiti  nelle  vicende  della  guerra 
con  Carlo  V,  premiando  la  loro  co- 
stante fedeltà,  colla  conferma  ed 
ampliazione  de'  municipali  loro  pri- 
vilegi. Nel  medesimo  anno,  a  cagio- 
ne di  distinzione,  venne  dichiarato 
governatore  perpetuo  di  Ceprano, 
Pietro  Cardinale  anconitano  vescovo 
di  Sabina;  onorificenza,  che  godette 
Ceprano  per  vari  anni,  dappoiché 
vanta  per  altri  suoi  governatori  i 
Cardinali  Alfonso  Petrucci ,  Marino 
Grimani,  Francesco  di  Burgos,  e 
Vitellozzo  Vitellozzi. 

Finalmente  onorarono  Ceprano 
diversi  suoi  individui  colle  virtù , 
colla  scienza ,  e  col  disimpegno  di 
ragguardevoli  cariche.  Secondo  il 
Vitaliani,  capo  VI,  pag.  60,  il  Pon- 
tefice Onorio  I,  eletto  l'anno  6i5 , 
il  cui  padre  Petronio  era  conte 
della  Campagna  di  Roma  e  di  Ce- 
prano ,  nacque  in  questo  luogo. 
Certo  è,  che  la  sua  arma  si  vede 
sopra  una  delle  due  antichissime 
torri  di  Ceprano,  dove  possedeva  un 


86  CER 

fondo.  Oltracciò  quattro  cepranesi 
divennero  vescovi,  uno  de'quali  ap- 
partenne alla  nobile  famiglia  Fer- 
rari, la  quale  da  ultimo  ebbe  mon- 
signor Pio  decano  de'  chierici  di 
camera.  V.  Antonio  Vitaliani,  Me- 
morie di  s.  Arduino  i645j  //  Ce- 
prano  ra\>vivato  nel  Lazio^  Roma 
i653,  pel  Moneta,  opera  da  pochi 
posseduta. 

CERA  (della)  Cardinale.  V.  Pe- 
EEiRA  Giuseppe. 

CER  AMO  (  Ceramen.).  Città  ve- 
scovile in  partibus  dell'Asia  minore, 
sulla  costa  della  Doride,  nella  pro- 
vincia di  Caria,  la  cui  erezione 
rimonta  al  secolo  V.  Prima  era 
sottoposta  alla  giurisdizione  ecclesia- 
stica di  Afrodisiade,  poi  della  me- 
tropoli di  Stauropoli,  situata  preci- 
samente alla  metà  del  golfo  chiamato 
Ceramico.  Leone  XII,  nel  concistoro 
de'  i5  dicembre  1828,  dichiarò  ve- 
scovo ceramense,  per  morte  di  Gio- 
vanni Davoast,  l'americano  d.  Em- 
manuele  Vienna,  di  s.  Giacomo  del 
Chili ,  ed  il  regnante  Pontefice  Gre- 
gorio XVI,  agli  II  settembre  1887, 
nominò  a  questa  sede  monsignor 
Andrea  Carrutheres,  vicario  aposto- 
lico del  distretto  orientale  di  Scozia. 

CERAMUNUM,  CERAMUSSA,  o 
CERAMUNA.  Sede  episcopale  del- 
l'Africa nella  Numidia,  il  cui  vescovo 
Severiano  trovossi  presente  alla  con- 
ferenza di  Cartagine. 

CERASA  o  CERASE.  Sede  ve- 
scovile nella  provincia  di  Lidia,  dio- 
cesi di  Asia,  eretta  nel  V  secolo, 
sotto  la  metropoli  di  Sardes,  quindi 
della  metropoli  di   Filadelfia. 

CERASUS  [Chirisonda).  Sede  epi- 
scopale del  Ponto  Polemoniaco,  eret- 
ta nel  V  secolo,  sotto  la  metropo- 
litana di  Ncocesarca,  nel  secolo  IX 
elevata  al  grado  arcivescovile. 

CERAUNIA(Cm««).  Città  vcsco- 


CER 

vile  dell'  isola  di  Cipro,  nella  diocesi 
di  Antiochia,  la  cui  erezione  rimonta 
al  IV  secolo.  Prima  fu  soggetta  alla 
metropoli  di  Salamina ,  poscia  a 
quella  di  Nicosia. 

CERA  UNO  (s.),  di  nazione  fran- 
cese, fioriva  sul  cominciare  del  V 
secolo.  Poiché  ebbe  venduto  ogni 
suo  avere,  e  ne  distribu\  il  prezzo 
ai  poveri,  si  dedicò  al  servizio  di 
Dio  nella  solitudine,  che  abbandonò 
in  progresso  di  tempo  per  assumere 
il  ministero  della  predicazione  del- 
la divina  parola .  Percorse  varie 
Provincie  delle  Gallie  ,  e  riportò 
da  per  tutto  grandi  frutti  in  van- 
taggio delle  anime.  Viaggiava  alla 
volta  di  Parigi  con  alcuni  suoi  com- 
pagni, che  lo  aiutavano  nell'aposto- 
lato, quando  fu  colto  da'masnadieri  ; 
egli  consigliò  i  suoi  amici  a  nascon- 
dersi ,  pili  curante  della  vita  altrui 
che  della  propria,  e  privo  cos\  di 
soccorso,  peri  per  le  mani  di  quegli 
scellerati,  vero  martire  di  carità.  11 
suo  corpo,  raccolto  dai  compagni,  fu 
sepolto  vicino  a  Chartres  sopra  una 
altura,  che  fu  per  ciò  detta  monta- 
gna santa. 

CERA  UNO  (  s.  ) ,  fu  successore  a 
Simplicio  nella  sede  episcopale  di 
Parigi.  Si  rese  altamente  commen- 
devole per  la  pietà,  per  lo  zelo,  e 
per  la  carità  verso  i  poveri.  Devo- 
tissimo com'  egli  era  dei  santi  mar- 
tiri, divisò  raccoglierne  gli  atti.  Nella 
lettera,  che  a  lui  scriveva  Varnario, 
chierico  di  Langres ,  accompagnan- 
dogli gli  atti  di  s.  Desiderio,  vescovo 
di  (juella  città  e  dei  ss.  Spensippo, 
Elensippo  e  Melensippo,  si  hanno  i 
più  chiari  elogi  delle  virtù  del  santo 
pastore.  Sotto  l' episcopato  di  s.  Cc- 
rauno  fu  tenuto  il  quinto  concilio 
di  Parigi  nella  chiesa  degli  Apostoli, 
che  presentemente  è  intitolata  a  s, 
Genovelh.    Egli  morì  per  certo  pri- 


CER 

ma  del  61 5 ,  poiché  al  concilio  di 
Reims  celebrato  in  quell'anno,  assi- 
stette Lendeberto,  suo  successore. 
La  memoria  di  lui  è  onorata  a  Pa- 
rigi il  giorno  28  di  settembre. 

CERBALITA.  Sede  episcopale  di 
Africa,  di  cui  ignorasi  la  provincia. 
Il  suo  vescovo  Costanzo  nell'  anno 
525  sottoscrisse  al  concilio  di  Car- 
tagine, 

CERCA,  e  CERCANTI.  Stabilita 
dal    Sommo    Pontefice    Urbano    II, 
nel  concilio  di  Clermont  nel   1095, 
la  prima    crociata    o    guerra  santa, 
vi    fu     un     gran    numero    di  Cer- 
canti   autorizzali    dal    Papa,    e   dai 
vescovi    per   pubblicare   ovunque  le 
indulgenze,    e    ad    un  tempo  racco- 
gliere l'elemosine  dalla  pietà  di  quei 
fedeli,  i  quali  impotenti  di  far  parte 
de'crociati,  contribuissero  invece  con 
largizioni  pecuniarie,  ovvero  riedifi- 
cassero i  sagri    templi,    e    gli  ospe- 
dali.    Ma    siccome    in    progresso  di 
tempo   tali  cercanti,  o,  per  dir  me- 
glio,   alcuni    di  essi,  abusaiono    del 
loro  ministero,    vennero    aboliti  dal 
concilio  tridentino  nella  sessione  XXI, 
De    reformat,    capo    V.    Tuttavolta 
coiy  autorizzazione  della  santa  Sede, 
molti  religiosi,  massime  i  mendican- 
ti, fanno  la  cerca  raccogliendo  limo- 
sine  pei  conventi,  i  confrati  la  fanno 
pei  sodalizi  o  per  qualche  opera  di 
pietà,  e  i  predicatori    nelle    chiese, 
ove  pure  i  vescovi   permettono  far- 
sene   alcuna    in    vantaggio  della  sa- 
grestia, e  pel  mantenimento  del  di- 
vin  culto.     Dura    ancoi'a  la  questua 
pei  luoghi  di  Palestina,  per  la  libe- 
razione   degli    schiavi,    carcerali  ec. 
Il  Gararapi  nelle  sue  Memorie  pag. 
46  ,j  all'erma   che    si    disse   cercare 
per  girare    e    visitare,    che    cercare 
dioecesim   era    la  visita  solenne  fat- 
ta   dai    vescovi     di    tutte    le    loro 
chiese,    e   che    Cerca    o    Circha  si 


CER  87 

disse    per    la    visita   delle   chiese  di 
Firenze  nel  giovedì  e  venerdì  santo, 
e  in    Roma    alle    basiliche   de'  santi 
Apostoli  per  l'acquisto  del  giubileo. 
CERDANO  Antonio,    Cardinale. 
Antonio  Cerdano  nacque  in  Maiori- 
ca,  e  dopo  aver  rinunziato  la  dignità 
di  canonico,  professò  nell'Ordine  del- 
la   ss.  Trinità  della  redenzione  degli 
schiavi .    Chiarissimo    filosofo,    e   da 
Pio  II  appellato  principe  de' teologi, 
ebbe  le  migliori  dignità  dell'Ordine, 
poi  Eugenio  IV  lo  elesse  a  suo  ca- 
meriere, ed  arcivescovo  di  Messina; 
e  Nicolò  V,    che   avea  studiato  con 
lui,    e    lo    amava    moltissimo,    nel 
i449)   ^o  passò  al  vescovato  di  Lc- 
rida ,    e    intorno    a    quel    tempo  Io 
creò  Cardinal  prete  di  s.  Grisogono, 
e  legato    della    Mai-Cii.     Fu    spedito 
inoltre    in    Sicilia    ad    Alfonso  re  di 
Aragona,  ed  alla   repubblica  fioren- 
tina a  conciliarvi  la  pace,  ove  do{X) 
venti    giorni  gli    venne    sostituito  il 
Cardinal  LeJcun.  Senonchè  nel  i4'^9 
dopo    undici    anni    di    Cardinalato, 
morì  a  Roma  santamente,  e  fu  se- 
polto nel     vestibolo     delia    sagrestia, 
presso  la  basilica  vaticana. 

CERDONIANI.    Eretici   discepoli 
di  Cerdone.    Costui  era  siro  di  ori- 
gine, e  dapprima  seguace  di  Simon 
Mago ,   e   di  Saturnino.     Ma  in  ap- 
presso,   conosciuta    la    insussistenza 
del  sistema  de' loro  errori,  si  separò 
da  essi,   immaginando  che  l'origine 
del  bene   e  del    male    nella   natura 
si  dovesse    ascrivere  a  due    contrari 
principi!,  il  buono,  ch'ei  faceva  au- 
tore di  tutto  il  bene ,   e   così    pure 
della    legge  di  grazia    tutta  spirante 
indulgenza    e    misericordia ,    l' altro 
cattivo,  autore  d' ogni  male  e  della 
legge  mosaica,    perchè    più    dura  e 
severa.  Perciò  bestemmiava  che  Ge- 
sù Cristo,  figlio  del  principio  buono, 
non  avea  assunto  che  un  corpo  om- 


88  CER 

bratile,    e    che    i    di    lui    patimenli 
erano  soltanto    una  cosa    apparente, 
che  troppo  crudele  spettacolo  sareb- 
be stato  pel  buon    principio,  dicea, 
se  quelli  veramente   si   fossero  veri- 
ficati   sopra    il   corpo  reale.    E  sic- 
come   insegnava  che    i    corpi,    cosa 
troppo    pesante    allo    spirito,    erano 
fattura    del    principio    cattivo,    così 
negava    la  resurrezione  di    questi,  e 
la  perpetua  loro    indivisibile  unione 
collo  spirito.    Prevenuto  dal  suo  si- 
stema, rigettava  l'antico  Testamen- 
to, e  del  nuovo  non  ammettea  che 
il  vangelo    di  s.  Luca,    e    questo  a 
sua  foggia  mozzato.    Cerdone,  sotto 
il  pontificato  d' Igino,  insegnò  i  suoi 
errori ,    ma    non    sempre    pubblica- 
mente. Scacciato  dalla  Chiesa,  sem- 
brò pentirsi;    ma  realmente  non  fece 
che  mascherare  una  troppo  dannosa 
ipocrisia,  sotto  della  quale  continuò 
a  spargere    le    sue    massime   fino  a 
tanto  che  di  nuovo  discacciato,  mi- 
seramente morì. 

CEREMONIALE,  Cerimoniale  ,  e 
CiRiMONiALE.  Libro,  dove  è  conte- 
nuto r  ordine ,  e  sono  registrate  le 
cerimonie,  e  i  riti:  Liber  caeremo- 
niaritm,  rilualis,  caeremoniarum  co- 
dex ,  ritualis  liber.  Trae  origine 
questo  vocabolo  dal  nome  latino 
caeremonia,  che  significa  culto  este- 
riore intorno  alle  cose  attinenti  a 
religione.  Si  estende  ancora  il  suo 
significato  a  quegli  atti  di  regola , 
che  si  fanno  dai  principi  o  magi- 
strati nelle  azioni  pubbliche,  e  alle 
dimostrazioni  reciproche,  che  le  per- 
sone private  si  pi'aticano  tra  di  loro 
per  onoranza.  Nel  dizionario  fran- 
cese delle  origini,  sotto  il  titolo  di 
Cerimoniale  si  accennano  quelle  de- 
corazioni esteriori,  atte  a  distinguei'c , 
ed  a  far  riconoscere  le  persone  co- 
stituite in  dignità,  che  si  dicono  sta- 
bilite dalla  più  remota  antichità.  Gli 


CER 
stessi  ebrei  avevano  molte  leggi    ce- 
rimoniali, che  furono  poscia    aboli- 
te dalla  predicazione  del  vangelo. 

Il  Pontefice  Pio  IV  incaricò  Ful- 
vio della  Cornia  perugino,  di  rifoi*- 
mare  il  Ceremoniale  romano.  Sisto 
V  nel  1587  istituì  la  congregazione 
pei  sagri  riti  e  cerimonie,  cui  fra 
le  altre  cose  diede  incumbenza  d^  in- 
vigilare sull'esatto  adempimento  dei 
sagri  riti,  restituendo  all'antico  splen- 
dore le  cerimonie  in  disuso,  e  rifor- 
mando, e  migliorando  il  pontificale, 
il  rituale ,  e  il  ceremoniale,  cui  fe- 
ce di  nuovo  stampare.  Clemente 
Vili  ordinò  fosse  emendato,  e  pub- 
blicato il  cerimoniale  dei  vescovi , 
da  alcuni  dottissimi  prelati,  fra' qua- 
li Luigi  Torres  poi  Cardinale.  Ta- 
le ceremoniale  venne  ristampato  an- 
che per  ordine  di  Innocenzo  X,  e 
di  Clemente  XI,  col  titolo:  Caere- 
moniale  Episcoporum  Clementis  Pa- 
pae  VIIIj  Innocentu  X,  et  Clcincnli 
XI  dicatuin. 

Tuttavolta  il  Pontefice  Benedetto 
XIII,  come  quello  che  per  cinquan- 
ta anni  avea  esercitato  l' uffizio  di 
vescovo,  ed  avea  una  profonda  co- 
gnizione delle  cerimonie  sagre ,  vol- 
le che  il  cerimoniale  de'  vescovi 
fosse  ridotto  nella  forma  degli  an- 
tichi originali,  e  perfettamente  cor- 
retto ,  siccome  appuntino  fu  ese- 
guito. Laonde  colla  costituzione  Li- 
cei alias,  Bull.  Roin.  tom.  XII,  p. 
192,  prescrisse,  che  di  quello  solo 
si  servissero  i  vescovi  per  l' avve- 
nire. 

Nell'anno  i74'>  affinchè  fosse  os- 
servato il  precetto  dell'  Apostolo ,  il 
quale  intima  a  tutti  di  darsi  a  vi- 
cenda r  onore  dovuto ,  Benedetto 
XIV,  mediante  la  costituzione  Qtiod 
apostolus,  che  emanò  ai  i5  mag- 
gio, Bull.  Maga.  tom.  XVI,  p.  28, 
prescrisse  minutamente  in   undici  c:.\- 


CER 

piteli,  il  cerimoniale  di  civiltà _,  e 
convenienza,  che  si  doveva  praticare 
cogli  arcivescovi,  \escovi ,  presidi, 
governatori  ,  vice-legati  dello  stato 
pontificio,  e  fra  loro  medesimi.  Sul 
cerimoniale  poi  delle  lettere  della 
corte  di  Roma,  va  sopra  tutti  pie- 
ferito  Francesco  Parisi,  il  quale  con 
un'  opera  in  quattro  volumi  pubbli- 
cata in  Roma  nel  1785,  ed  intito- 
lata :  Istruzioni  per  la  gioventù  im- 
piegata nella  segretaria^  ci  dà  ogni 
nozione,  e  regola  in  argoménto,  es- 
sendo il  più  compito  ed  encomiato 
cerimoniale  epistolare.  Sui  Ceremo- 
niali  della  Chiesa  romana  riformati, 
o  composti  dai  maestri  delle  ceri- 
monie Pontificie,  si  può  consultare 
l'articolo  Maestri  delle  Cerimonie 
Pontificie. 

CEREMONIE.  La  Ceremoniaèun 
complesso  di  diverse  azioni,  forma- 
lità, e  maniere  di  agire,  che  servo- 
no a  rendere  una  cosa  più  magni- 
fica e  più  solenne,  e  secondo  la 
Crusca  ,  essa  è  vm  culto  esterio- 
re intorno  alle  cose  attinenti  al- 
la religione.  Altri  definisce  questa 
parola  per  un  segno  esteriore,  od 
un'  esterna  dimostrazione  de'  senti- 
menti del  cuore,  secondo  l'etimolo- 
gia che  deriva  di  car^  her  il  cuo- 
re, e  da  monco j  avvertire,  far  co- 
noscere. Le  altre  etimologie  di  que- 
sta parola  sono ,  o  quasi  Caereris 
viunia,  oblazioni  di  Cerere,  accom- 
pagnate da  grandi  cerimonie  ai  co- 
voni, alle  biade,  e  ad  altre  primi- 
zie della  terra,  che  si  offerivano  a 
quella  dea;  o  di  Cere  e  munia^  da 
Cere  o  Ceri  città  vicino  a  Roma,  nella 
quale  i  romani  ritiratisi  colle  vestali, 
e  sacerdoti  allorché  i  galli  invase- 
ro Roma ,  liberamente  esercitarono 
lutti  i  religiosi  misteri ,  e  sagrifizi 
secondo  la  primaria  istituzione  di 
JN  urna  ;  il  perchè  vollero   i    romani 


CER  89 

in  gratitudine  all'  ospitalità  de'  cere" 
tani ,  chiamate  cerimonie  tutte  le 
azioni  sagre,  che  dipoi  celebrarono. 

Parlando  s.  Isidoro  dell'  etimolo- 
gia della  parola  Cerimonia,  lib.  ^\ 
cap.  9  de  ofjìciis  nnm.  28  tom.  I 
Open,  dice  :  "   Caeremonia  apud  la- 

tinos  dicuntur  sacra  omnia,  quae 
'  apud  graecos  Orgia  vocantur.  Pro- 
»   prie  aulem  visum    est  doctoribus 

>  a  carendo  appellari  caeremonias , 
quasi  caerimonias,  eo  quod  iis , 
quae  in  sacris   divinis  otferuntur, 

5   in  suo  usu  carerent  homines,  quod 

>  etiam  nomen  in  usu  est  littera- 
'   rum  sanctarum.  Alii  caeremonias 

>  proprie    in     observationibus     Ju- 

>  daeorum  credunt,  abstinentiam 
scilicet  quarumdam  escarum  se- 
cundum  veterem  legem,  eo  quod 
observantes  careant  his  rebus , 
quibus  se  abstinuerint  ".  Pompeo 

Sarnelli  nel  tomo  II  delle  Lettere 
ecclesiastiche,  lettera  li.  Delle  eti- 
mologie della  parola  cerimonia,  ri- 
porta le  definizioni  della  Chiosa,  di 
Valerio  Massimo,  del  dottore  s.  Tom- 
maso, di  Macrobio,  e  dell'altro  dot- 
tore s.  Agostino,  e  stima  che  la  pa- 
rola cerimonia  derivi  da  Cere  ca- 
pitale della  Toscana  [Fedi),  da  un 
tempo  anteriore  alla  mentovata  epo- 
ca, giacche  ne'  primordii  di  Roma 
dieci  figliuoli  de'  principali  romani 
furono  mandati  colà  per  appren- 
dervi la  religione  in  uno  alla  disci- 
plina delle  cose  sagre,  che  appella- 
rono da  cJiaere,  caeremonìa,  e  ce- 
remonie.  Anche  il  Macri,  nel  defi- 
nire la  cerimonia  per  un'  azione  sa- 
gra, e  culto  esteriore  di  religione , 
la  dice  così  chiamata  da  Cere,  per 
le  descritte  ragioni.  K.  il  Burio  Ono- 
masticon  etym.  in  caeremon. 

La  Chiesa  ha  ritenuta  questa  vo- 
ce per  indicare  tuttociò,  che  appar- 
tiene all'  esercizio  esterno    della  re- 


go  CER 

ligione,  eh' è  un  indizio  dell'inter- 
no culto,  che  si  deve  prestare  a  Dio. 
Per  tanto  le  cerimonie  ecclesiasti- 
che sono  riti  esterioi-i  e  religiosi , 
che  accompagnano  il  divino  servizio, 
istituiti  da  Gesù  Cristo,  o  dagli  apo- 
stoli, o  dalla  Chiesa ,  pei*  la  neces- 
sità, o  pel  comodo,  o  per  la  decen- 
za e  la  pietà.  Le  cerimonie  sagre 
sono  d' istituzione  divina,  dappoiché 
leggiamo  nel  Levitico,  che  Dio  pre- 
scrisse a  Mosè  le  cerimonie  da  os- 
servarsi da'  sacerdoti  nell' offerire  gli 
olocausti.  Gesù  Cristo  istituì  la  ce- 
rimonia della  sensibile  insufflazione, 
ad  infondere  lo  Spirito  Santo,  come 
sta  scritto  in  s.  Giovanni  ;  '>  Insuf- 
»  flavit,  et  dixit  eis:  Accipite  Spi- 
»  rilum  Sanctum  ".  La  qual  ceri- 
monia è  pervenuta  a  noi,  e  si  usa 
neir  amministrare  il  sagramento  del 
battesimo  ai  fanciulli.  11  rimanente 
de'  sagri  riti  [l^edi) ,  e  cerimonie , 
fu  lasciato  alla  cura  dei  pastori  del- 
la Chiesa ,  come  si  esprime  il  cita- 
to s.  Agostino,  Epist.  54  et  ii8. 
Ed  in  fatti  la  maggior  parte  di 
quanto  oggidì  si  pratica  neh'  eser- 
cizio de'  divini  uffizi,  ha  avuto  ori- 
gine dagli  apostoli,  secondo  s.  Giro- 
lamo, De  eccl.  doginat.  cap.  3  i .  Le 
sagre  cerimonie,  dice  Dionigio  Areo- 
pagita  nella  Celeste  Gerarchia,  sono 
state  istituite  dagli  apostoli,  e  dai 
loro  successori,  acciocché  "  prò  mo- 
»  do  ac  ratione  captus  nostri  figu- 
>}  ris  visibilibus  quasi  admìniculis 
»  quibusdani  ad  mysteriorum  au- 
»  gustoium  intelligeutiam  subvehe- 
»  remur".  Ed  é  perciò,  che  senza 
ragione  furono  reputate  dagli  ere- 
tici come  invenzioni  moderne,  e  non 
prescritte  dal  vangelo.  Costoro  pe- 
rò furono  impugnati  da  s.  Agosti- 
no nel  libro  XIX,  cap.  ir,  contro 
Fausto,  il  quale  dice:  »  In  nullum 
»  rcligiunis   si  ve  verue,   si  ve   fulsac 


CER 

»  nomen  posse  homines  convenire, 
»  nisi  aliquo  signorum  visibilium 
»  nexu  copulentur".  Con  ragione 
pertanto  il  dotto  vescovo  Saussai 
impugnò  la  penna  contro  i  detrat- 
tori delle  cerimonie  sagre,  rammen- 
tandone molte  istituite  dal  Salvato- 
re, e  dagli  apostoli,  e  confermandole 
coU'autorità  di  s.  Agostino,  di  s. 
Cipriano,  e  del  terzo  concilio  Car- 
taginese. 

Il  medesimo  Macri  aggiunge,  che 
la  ceriiuonia  differisce  dal  rito ,  co- 
me r  acqua  dalla  lavanda  ,  giacché 
la  cerimonia,  secondo  il  sentimento 
del  concilio  di  Trento ,  è  l' azione 
stessa,  ed  il  rito  è  il  modo  pre- 
scritto, col  quale  si  fa  l'  azione  sa- 
gra. Il  perché  dividonsi  le  cerimo- 
nie dai  liturgici,  in  cerimonie  es- 
senziali, ed.  in  cerimonie  accessorie. 
Le  prime  sono  quelle,  che  appar- 
tengono all'  essenza  del  sagriflzio  o 
dei  sagramenti,  e  che  per  tal  ragione 
non  possono  variare,  come  le  parole 
della  consagrazione  dell'Eucaristia,  e 
della  forma  del  battesimo  ec;  le  secon- 
de 'o  cerimonie  accessorie  sono  quelle 
che  si  riferiscono  alla  decenza,  od  al 
comodo  del  servizio  divino.  Esse  so- 
no soggette  a  cambiamento,  e  sono 
spesso  differenti  nelle  diverse  chiese 
a  seconda  dei  cerimoniali  {^J^edi) , 
e  delle  consuetudini,  come  si  tratta 
nei  relativi  articoli  del  Dizionario.  Il 
Quarti,  ne' commentari  alle  rubriche 
del  messale,  dice  che  si  prende  co- 
munemente il  vocabolo  Cerimonia 
per  rito  accidentale,  e  che  si  può 
definire  cosi  :  Est  actio  religiosa 
ad  cultuiii  et  decentiani  sacrificii 
ab  Ecclesia  iiistitula.  La  qual  tlefi- 
nizione  si  dà  eziandio  dal  Suarez  ;  il 
perchè  chiaramente  apparisce  che  si 
può  confondere  la  cerimonia  sagra 
col  rito  accidentale,  ma  che  non  con- 
vieue    poi    coli'csseuziale.    11    Mcrati 


CER 

distingue  le  cerimonie  dai  riti ,    di- 
cendo, che  i  riti  sagri  consistono  nel- 
le   preci,    epistole,    evangeli    ec. ,    le 
quali,    a    seconda    delle    disposizioni 
della  Chiesa,  si  debbono  recitare  nel- 
la messa,  mentre  le  cerimonie  con- 
sistono  nelle  sole  azioni,  colle    quali 
si  dicono  tali  preci,  giusta  il  coman- 
do   della    stessa    Chiesa,  a    maggior 
ornamento    ed  a  decoro    del    sagri- 
flzio  che  celebrasi.  Ed   è  perciò  che 
si   chiamano    cerimoniali    que'  libri, 
i  quali   prescrivono  il  modo  di  dire 
le  orazioni  e  le  preci  :    e    viceversa 
rituali  diciamo  quelli,  che  contengo- 
no le  preci  ossia    le    altre    orazioni, 
che  si    prescrivono    da  recitare.  Av- 
verte poi  il  Diclich,  Dizionario   sa- 
gro-lilurgico,  pag.    ì/^S,  che  se  qual- 
cuno detraesse,  o   aggiungesse  qual- 
che cosa  alle    cerimonie,  anco  devo- 
lìonis  causa,  presumendo  essere  ciò 
meglio,   allora  peccherebbe ,    perchè 
nella    bolla    di    s.  Pio    V,    si    dice  : 
Ne  praesumant    etc.    (  Antoin.  Mo- 
lili.  In  instructione    sacerdoliim  tra- 
ci. 3,  cap.    II.  §  ultini.  ).    F;  il    ci- 
tato    Sarnelli     tom.  X,  lettera  XCI, 
ove  tratta    delle    cerimonie  supersti- 
ziose, e  come  si    distinguano.    Sulle 
altre    etimologie     della    parola    ceri- 
monie,   si  può    consultare    V  Etimo- 
logicoii  lingnae  lalinae,  di  Gei-ardo 
Gio.  Vossio. 

Riguardo  alle  cerimonie,  che  non 
si  debbono  introdurre  di  privata  au- 
torità, aggiungiamo,  che  siccome  il 
concilio  di  Trento  avverte,  che  si 
dee  sopprimere  ogni  culto  supersti- 
zioso, prescrive  ancora,  che  si  deb- 
bono risguardare  come  pure  super- 
stiziosi gli  usi,  e  le  cerimonie ,  che 
si  praticano  di  autorità  privata  sen- 
za essere  appoggiate  a  qualche  leg- 
ge di  Dio,  e  della  Chiesa:  che  la 
confidenza  di  vedere  riuscire  qual- 
che avvenimento  il  quale  si  desidera. 


CER  91 

col  mezzo  di  certe  pratiche  parti- 
colari, senza  le  quali  non  si  crede- 
rebbe d' invocar  utilmente  i  santi , 
anch'essa  è  superstiziosa  ;  ed  essere 
un  cadere  nella  superstizione  il  non 
seguire  nel  culto  il  quale  si  rende  ai 
santi,  altre  leggi,  che  la  fantasia  di 
una  divozione  stravagante  in  vece 
di  onorarli  con  veri  sentimenti  di 
religione  e  di  pietà  verso  Dio.  C. 
de  Malines,  anno  iSyo,  Della  su- 
perstizione. 

Sui  vantaggi  poi,  che  riportiamo 
dalle  sagre  cerimonie,  è  a  conside- 
rarsi eh'  esse  prestano,  per  così  dire, 
corpo  al  discorso  per  renderlo  più 
vivo,  animato,  ed  espressivo;  che 
oltre  il  celebrare  i  divini  uftlzi,  e  i 
santi  misteri  con  maggior  pompa , 
maestà  e  riverenza,  serve  ad  ispira- 
re ad  essi  maggior  rispetto  e  vene- 
razione per  parte  del  popolo,  il 
quale  non  apprezza  le  cose  quando 
non  sieno  rivestite  di  qualche  appa- 
rato; che  fanno  comprendere  l' ef- 
fetto degli  stessi  misteri,  e  provoca- 
no le  disposizioni  necessarie  per  util- 
mente riceverli,  elevano  lo  spirito 
ed  il  cuore  alla  contemplazione  del- 
le cose  spirituali,  confortano,  e  nu- 
trono la  pietà  de'  fedeli,  ravvivano 
la  loro  carità  e  la  fede,  e  princi- 
palmente li  distinguono  dagli  infe- 
deli, e  dagli  eretici.  Finalmente  le 
cerimonie  della  Chiesa  cattolica  pro- 
vano la  divinità  della  nostra  reli- 
gione, sono  una  professione  di  fede, 
una  lezione  di  morale,  ed  un  vin- 
colo di  società ,  che  ci  uniscono  a 
pie  degli  altari ,  e  producono  im- 
mensi vantaggi. 

Su  questo  argomento  possono  con- 
sultarsi Chardon,  Storia  cle^  Sagra- 
menti  toni.  II,  pag.  68,  e  seg.,  il 
quale  tratta  delle  cerimonie  militari 
sagrej  Amalario,  De  Ecclcsiaslicis, 
seu  dìviais  officiisj  Le  Brun  ,    Spie- 


9*^ 


CEfì 


gazione  delle  preghiere  e  delle  cere- 
nionie  della  messa j  Gavaiito,  con 
le  addizioni  del  Merati,  Compendio 
delle  Ceremonie  ecclesiastiche^  Ve- 
nezia 1761;  Delle  Sacre  Ceremonie, 
Trattati  proposti  dal  Cardinal  Mo- 
rozzo  vescovo  di  Novara ,  al  clero 
della  sua  diocesi,  Novara  1827; 
Banier,  Storia  delle  Ceremonie  re- 
ligiose j  CoUet,  Trattato  da'  santi 
misteri;  Clemente  Baroni  di  Gaval- 
cabò,  Lettera  intorno  alle  ceremonie , 
e  complimenti  degli  antichi  romani, 
Roveredo  lySo;  ed  Angelo  Rocca, 
nella  prefazione  del  trattato,  De 
Sacra  Summi  Pontiflcis  communio- 
ne  sacrosanctarn  miss  ani  celebrantis, 
Romae  16 io;  et  Thesaurus  Ponti fi- 
ciaruni,  sacrarumque  antiquitalum, 
nec  non  rituunij  praxiunij  et  cce- 
remoniarum,  Romae   174^'. 

CEREMONIERE,  o  Maestro  dri- 
1 E  Cerimonie  (  Magister  caeremo- 
niarnni  ).  Ecclesiastico  cui  incombe 
regolare  le  cerimonie  e  funzioni  sa- 
gre. Abbiamo  da  Paride  de  Grassìs, 
die  Pio  II  voleva,  che  i  cerimonie- 
ri fossero  dotati  delle  corrispondenti 
prerogative  e  qualità ,  ed  è  perciò 
eh'  egli  ordinò  :  «  quisquis  deslina- 
>i  bilur  buie  caeremoniarum  disci- 
>'  plinae  ,  sit  oportet  in  corpore 
»  robustissimus ,  in  arte  scientissi- 
«  mus,  in  mentis  promptitudine  cir- 
»  cumspectissimus,  ut  prò  omnibus 
>»  laboret,  de  omnibus  ratiocinetur, 
»  et  omnibus  per  omnia  satisfaciat: 
j>  ita  regulariter  sese  in  suis  expe- 
»  ditionibus  gerens,  ut  quaecumque 
"  fecerit,  flerique  docuerit,  exem- 
»  plaria  sinl  ;  quoniam  sicut  nihil 
j»  sine  doctore,  et  exernplo  discitur, 
»  ita  nihil  sine  usu ,  et  experientia 
>»  docclur  ".  Il  Diclicli  ne  riporta 
gli  obblighi ,  e  quanto  li  riguarda  , 
nel  suo  Dizionario  sacro-liturgico, 
mentre  per  quello  del  Sommo  Pon- 


CER 

tefice ,  si  può  consultare  l' artico- 
lo Maestri  delle  cerimonie  ponti- 
ficie. 

Fu  questa  carica  ecclesiastica  pra- 
ticata nella  Chiesa  greca,  ed  impo- 
sta ad  un  accolito ,  che  si  chiama- 
va Deputatusj  ma  poi  passò  all'or- 
dine diaconale,  e  fu  uffizio  assai  co- 
spicuo e  rispettabile,  appellandosi 
tal  diacono  Rememoratorius ,  come 
si  legge  in  una  lettera  della  chiesa 
di  Lione  al  Pontefice  Gregorio  X. 
Era  eziandio  chiamato  Suggestor, 
perchè  aveva  per  uffizio  di  assistere 
il  patriarca  di  Costantinopoli  men- 
tre celebrava,  e  suggerirgli  le  ceri- 
monie sagre  ,  che  doveva  eseguire  , 
e  le  parole  che  doveva  pronunzia- 
re :  ond'  era  anche  detto  ammoni- 
tore, f^.  Macri,  Notizie  de"  vocaboli 
ecclesiastici,  alle  voci  Deputatus  et 
Suggestor.  Nella  Chiesa  latina  an- 
cora molte  cose,  attualmente  prati- 
cate dai  maestri  delle  cerimonie,  era- 
no proprie  dell'arcidiacono,  come  si 
legge  nel  Hierolexicon  del  Macri, 
l'accolte  dal  cap.  2.  Extrav.  In  Or- 
dinationibus  concilioruni,  e  si  chia- 
mava Admonitor ,  eo  quod  omne  id 
quod  agendum  erdt  adnionere  de- 
beret.  V.  Piscara,  cap.  IH,  sezione 
I,  capo  I,  Del  trattato  delle  sagre 
cerimonie,  ove  descrive  le  funzioni 
in  cui  hanno  luogo  i  cerimonieri;  e 
Bonanni,  Gerarchia  ecclesiastica,  ca- 
po CXXV,  De'  Maestri  delle  ceri- 
monie. 

In  Italia  fu  detto  anticamente 
cerimoniere  il  maestro  delle  ceri- 
monie, e  nelle  corti  sovrane  si  co- 
nol>be  la  carica  di  gran  maestro 
delle  cerimonie.  Nella  Francia  an- 
cora vi  era  non  solo  il  gran  mae- 
stro delle  cerimonie ,  ma  il  mae- 
stro ,  e  r  aggiunto  delle  cerimonie 
medesime.  La  carica  di  gran  mae- 
stro venne  istituita    dal    re    Enrico 


CER 

III  nel  i585,  mentre  le  altre  due 
lo  furono  di  poi,  come  quelle,  che 
regolavano  l' etichetta ,  ed  il  cere- 
moniale  della  corte. 

CERENICO  (s.).  Apparteneva  a 
nobile  lainiglia  di  Spoleto.  Abban- 
donata la  patria,  recossi  a  Roma  in 
compagnia  di  Sereno,suo  fratello, ove, 
a  cagione  dei  loro  non  ordinarii  ta- 
lenti e  virtù  distinte,  furono  ambi- 
due  ordinati  diaconi  Cardinali.  La 
umiltà,  che  in  sommo  grado  era  in 
essi,  mal  comportava  gli  encomii , 
ben  dovuti  al  merito  loro,  e  pen- 
sarono di  andarsene  in  Francia,  sta- 
bilendo il  soggiorno  nel  villaggio  di 
Saulge,  nella  diocesi  di  Mans.  Ce- 
renico,  che  desiderava  di  vivere  in- 
teramente solitario ,  abbandonò  il 
fratello,  e  si  ritirò  nel  territorio  di 
Ilyesmes.  Egli  dovette  in  appresso 
mutare  la  sua  cellella  in  un  moni- 
stero,  non  sofferendo  la  sua  carità 
di  licenziare  quei  molti,  che  usava- 
no di  menar  la  vita  sotto  la  sua  di- 
rezione, e  fondò  una  chiesa  ,  dedi- 
cala a  s.  Martino,  compiuta  poi  da 
Mi  leardo,  vescovo  di  Seez.  Sentiva 
egli  così  bassamente  di  sé  stesso,  e 
tanto  altamente  del  ministero  sacer- 
dotale, che  non  fu  modo  alcuno, 
che  il  persuadesse  ad  assumerlo; 
visse  tra  la  orazione  e  lo  studio 
dei  libri  santi,  e  mori  l'anno  669, 
o  in  quel  torno.  La  diocesi  di  Seez 
ne  onora  la  memoria  il  giorno  set- 
timo di   maggio. 

GERENZA,  o  GERENZIA  {Ge- 
riinlia  ).  Città  vescovile  nel  regno 
delle  due  Sicilie,  nella  provincia  di 
Calabria  Ulteriore  seconda.  E  situata 
sopra  una  montagna,  presso  la  riva 
destra  del  Lese  in  un  paese  mal 
sano.  Vuoisi  edificata  da  Filottete, 
ed  anticamente  si  chiamò  Palmento: 
so(Fr"i  molto  dalla  peste  nel  iSaS, 
e  da  quel  tempo  restò  spopolata.  La 


CER  9"? 

sede  vescovile  vi  fu  fondata  verso 
l'anno  960,  sotto  la  metropoli  di 
s.  Severina ,  quindi  nel  1 34'?-  venne 
unita  a  Cariati,  rimanendo  concal- 
tedrale.  Senonchè,  il  Pontedce  Pio 
VII,  nel  1818,  con  bolla,  De  uli- 
liorij  la  soppresse,  ed  incorporò  a 
Cariali  stessa,  che  è  sulTraganea  di 
s.  Severina.  La  cattedrale,  dedicata 
a  s.  Teodoro  martire,  aveva  il  ca- 
pitolo composto  di  quattro  dignità , 
cioè  il  decano,  l'arcidiacono,  il  can- 
tore, e  il  tesoriere,  con  sei  canonici, 
ed  alcuni  chierici.  Oltre  la  cattedrale 
non  eravi  altra  parrocchia,  ma  i 
canonici  per  turno  facevano  da  par- 
rochi  nelle  quattro  chiese  semplici. 
Eranvi  due  conventi,  uno  di  dome- 
nicani, l'altro  di  francescani  ;  ed  al- 
cune famiglie  greche  erano  ammi- 
nistrate da  un  sacerdote  del  loro 
rito.    V.  Cariati. 

CEREO  ,  o  CERO  (  Cereus  ). 
Candela  di  cera,  che  si  mette  nA 
candellieri,  e  che  si  accende  duran- 
te r  esercizio  delle  cerimonie  eccle- 
siastiche ,  in  chiesa  ed  altrove  , 
per  uso  antichissimo.  F^.  Candela, 
e  Lumi. 

CEREO  Pasquaie.  Gran  cerco, 
che  si  benedice  solennemente,  e  si 
accende  il  sabbato  santo,  e  si  pro- 
segue ad  accendere  durante  gli  ulli/i 
del  tempo  pasquale,  cioè  alle  mes- 
se e  vesperi  solenni,  fino  all'  Ascen- 
sione, in  cui  si  estingue  dopo  il 
vangelo  ,  secondo  il  decreto  della 
congregazione  de'  Riti  de'  i5  mag- 
gio dell'anno  1607.  Avverte  il  Ma- 
cri,  che  non  si  trova  espresso  dagli 
antichi  scrittori  il  tempo,  che  doveva 
stare  acceso  il  cereo  .  Anticamen- 
te lo  era  soltanto  durante  l'otta- 
va di  pasqua.  Negli  annali  dei  fra- 
ti minori  si  legge,  che  nel  126 3 
fu  decretato  si  conservasse  sino  al- 
l'Ascensione, accendendolo  nelle  mcs- 


94  CER        " 

se  solenni,  ed  in  altre  chiese  si 
tenne  acceso  fino  alla  compieta  del 
siorno  di  Pentecoste.  L' uso  di  ac- 
cendere  il  cereo  in  tutta  1  ottava  di 
Pasqua  venne  dal  considerarsi  essa 
come  una  continuazione  della  festa, 
e  in  tutte  le  domeniche  perchè  so- 
no riguardate  come  una  ripetizione 
della  risurrezione  di  Cristo  sino  al- 
l' Ascensione. 

L'origine  del  Cereo  pasquale  ri- 
monta al  concilio  niceno,  celebrato 
l'anno  St.S,  nel  quale  essendosi  sta- 
bilito il  tempo  della  celebrazione 
della  pasqua ,  fu  incaricato  il  pa- 
triarca Alessandrino  di  pubblicarne 
ogni  anno  il  canone,  od  il  catalogo, 
e  di  mandarlo  al  Pontefice,  conte- 
nendo anche  le  feste  mobili,  che  si 
regolavano  appunto  colla  pasqua,  e 
si  scrivevano,  a  guisa  di  calendario, 
sopra  un  grosso  cereo,  il  quale  ve- 
niva solennemente  benedetto  in  chie- 
sa. Si  deve  qui  premettere,  che  nel- 
r  antichità  quando  bramavasi  che 
una  cosa  durasse  sempre,  s' incideva 
in  marmo,  o  sul  rame;  quando  si 
desiderava  che  durasse  solo  per  un 
lungo  tempo,  scrivevasi  sulla  carta 
di  Egitto  o  sulla  scorza  degli  alberi, 
ma  quando  volevasi ,  che  durasse 
solamente  qualche  tempo,  si  conten- 
tavano di  scriverla  sulla  cera,  ed 
appunto  sopra  una  colonna  di  cera, 
che  in  origine  non  ardeva,  si  scrisse 
il  canone  pasquale.  In  progresso  di 
tempo  si  scrisse  il  catalogo,©  la  ta- 
vola pasquale  sulla  carta,  sulla  per- 
gamena, o  sopra  ima  tavoletta,  che 
si  appese  quindi  al  cereo  pasquale, 
e  che  vi  durava  per  un  anno  intero; 
consuetudine,  che  fu  proseguita  dalle 
chiese  di  Roucn  e  di  Tours,  non 
che  dai  cistcrciensi ,  e  cluniacensi  ec. 
^.  il  p.  Papebrochio  Conatus  chron.j 
i'cl  propylacum  ad  acta  sa.  Maxi 
pag.  c).    Dice  il  Durando,    libro  6, 


CER 
cap.  8o,  che  tale  tavoletta  si  ritenne 
per  simbolo  del  titolo  posto  sopra 
la  croce,  e  che  in  essa  si  scriveva 
pure  l'anno  del  mondo,  quello  del- 
l'incarnazione, l'cpatta,  e  l'indizio- 
ne. Pertanto  dalla  benedizione  del 
cereo  derivò  il  costume  di  compu- 
tare r  anno  nuovo. 

Non  si  può  stabilire,  per  consenso 
di  tutti  gli  scrittori,  l'origine  del 
cereo  pasquale.  Oltre  quanto  però 
si    è    detto    air  articolo    Agnus    Dei 

DI     CERA     BENEDETTI,      cllC     nci     primi 

tempi  della  Chiesa  si  formavano  col 
medesimo  cereo,  aggiungeremo  qui 
alcune  altre  analoghe  nozioni.  Ve- 
dendo i  romani  Pontefici,  che  era 
ben  difficile  l'abolire  gli  inveterali 
costumi  del  paganesimo  ne'  popoli ,  i 
quali  avevano  abbracciato  il  cristia- 
nesimo, si  proposero  di  santificarne 
gli  usi,  ad  esempio  di  Mosè,  che 
neir  antica  legge  aveva  tramutate 
in  un  ragionevole  culto  agli  ebrei 
quelle  cerimonie,  eh'  essi  avevano 
apprese  dagli  egizi.  In  cambio  perciò 
dell'  acqua  lustrale ,  che  presso  i 
gentili  era  in  uso,  fu  istituita  nella 
religione  cristiana  l'acqua  benedetta; 
gli  Agnus  Dei  si  fecero  invece  delle 
piccole  figure  di  cera ,  che  Ercole 
insegnò  agli  italiani  di  consagrare  in 
luogo  degli  uomini,  i  quali  crudel- 
mente sagrificavansi  a  Saturno;  ov- 
vero invece  di  quei  presenti  di  cera, 
che  gli  antichi  romani  regalavano 
a'  loro  clienti  nelle  feste  saturnali, 
secondo  il  decreto  del  tribuno  Pu- 
blicio.  Queste  figure  di  cera,  massi- 
me di  forme  tonde,  si  portavano 
appese  al  collo  qual  simbolo  di  li- 
bertà; il  perchè  n'era  vietalo  l'uso 
ai  servi.  A  tali  figure  si  attribuiva 
.  ima  superstiziosa  straordinaria  virtìi, 
ed  ci'ano  delle  specie  di  que' decan- 
tati preservativi,  chiamali  dai  latini 
Àinulcla^  e  Fascini,  dai  greci  Phi- 


CER 

lacterìa,  e  dagli  arabi  Talismam'. 
Ed  è  perciò,  che  introdotto  il  cereo 
pasquale,  e  la  sua  benedizione,  nel 
sabbato  santo  si  benediceva  il  nuo- 
vo, e  di  quello  dell'anno  anteriore 
se  ne  formavano  diverse  particelle 
a  forma  di  bolle  coli'  impressione 
del  divino  agnello.  Nella  domenica 
in  Albis,  dopo  la  comunione  veni- 
vano esse  distribuite  al  popolo,  che 
divotamente  le  conservava  contro  i 
maligni  spiriti,  e  le  procelle.  Quindi 
vennero  attaccale  al  collo  de'  cate- 
cumeni nel  di  del  loro  battesimo 
qual  segno  di  libertà,  che  Dio  loro 
avea  concessa  colla  remissione  delle 
colpe. 

Gli   /4gniis    Dei    si    diedero  a'  fe- 
deli in   memoria  del  trionfo,  e  della 
risurrezione  di  Gesìi  Cristo,    di    cui 
è  figura  il    cereo  pasquale,    mentre 
dall'  antica    sua    forma    a    guisa    di 
colonna  si  volle  denotare,  se  spento, 
la  colonna    di    nuvole ,    e    se  acceso 
quella  di  fuoco,    che    precedette  gli 
israeliti    nel    deserto.    Ed    è    perciò, 
che  in  molte  chiese    il  cereo    viene 
collocato  su  di  una  colonna  di  mar- 
mo, anche  in  memoria  di  quelle  di 
cei-a,  cui  Costantino    fece  fabbricare 
perchè    ardessero  nella  notte  di  pa- 
squa,   per    lume   a'  fedeli,    i    quali 
celebravano   i   divini  uffizi,  sebbene 
altri    sostengono    che  a  ciò    servisse 
soltanto  lo  stesso   cereo  pasquale ,  il 
quale  continuava  ad  ardere  sino  alla 
fine   degli    uflìzi    del    giorno    di  pa- 
squa.  V.  Lattanzio  lib.  I,  Ae  Divini 
uffizi 3  cap.  ?,  i;  Macrobio,  àe  Satur- 
nali, lib.   I,  cap.    17;   il  Pierio,  dei 
Jeroglijlci  lib.   IV  ;  s.   Gregorio  Na- 
zianzeno,  nella  sua  XL  Oniilia  sopra 
s.  Gio.  Battista;  Mureto  nelle  diver- 
se Lezioni j  ed  il  Baronio  nelle  note 
al  Martirologio  Romano^  al  secondo 
giorno  di  febbraio. 

La  benedizione  del  cereo  pasquale 


CER  95 

è  antichissima.    Si  fa  nella  matlina 
del    sabbato    santo,    nel  modo,  che 
dicemmo  all'  articolo  Cappelle  Pon- 
tificie, §  X,  al  numero,  che  descrive 
le    funzioni    di    tal    giorno.     Prima 
però  si  benediva  la  notte  dello  stesso 
sabbato,  come  si  raccoglie  dalle  pa- 
role della  benedizione    Exiiliet  jatn 
ec,    le  quali,    secondo  il  Durando, 
Rat.    lib.  6,    cap.  80,    num.  2,    si 
attribuiscono  a  s.  Ambrogio.  Tutta- 
via osserva  il  Macri   che  quella  del 
messale    ambrogiano  è  diversa  dalla 
nostra.   Altri  affermano  averla  com- 
posta s.  Agostino.    Certo  è  ch'egli, 
De    civit.  Dei,    lib.    XV,    cap.    22, 
scrisse   in    lode  del    cereo  pasquale, 
intorno    alla  qual    cosa  si  può  con- 
.sultare  il  Baronio  all'anno  4'^  §  7^- 
Né  deve  tacersi,  che  vuoisi  attribuire 
eziandio   a  s.  Leone  I ,   del  44^^»    o 
a  Pietro  diacono    monaco    cassmese. 
Alcuni  finalmente  pretesero,  che  uti 
secolo  prima    del   pontificato  di  san 
Zosimo,    fosse    introdotto    il   rito  di 
benedire  il  cereo  nel  sabbato  santo, 
appoggiali     suir  inno    di    Prudenzio 
del  IV  secolo,  che  ha  il  titolo:  Ad 
incensimi  Cerei  Pasclialis.  Ma  aven- 
do il  p.  Sirmondo,  nelle  annotazioni 
ad  Ennodio  Ticinense  (  Opere  tom.  ' 
I,  pag.    1043),   riscontrati  gli  anti- 
chi codici ,  e  veduto  che  quella  non 
è  r  iscrizione    dell'  inno,    ma    sì    la 
seguente:  Ad  incensmn  lucerna;,  ha 
fatto  conoscere,  che  si  parlava  non 
del    cereo    pasquale,    ma    del  fuoco 
che  ogni  sabbato   si  ritoglieva  dalla 
pictrjj    per    accendere    la    lampada 
nelle  chiese ,  come  riflettono  il  To- 
massino,  De  Feslis  lib.  II,  cap.  i4, 
num.    18;     Menardo    nelle    note    al 
Sagramentario    di    s.   Gregorio  pag. 
90;  e  Marlene,  De  antiquit.  eccles. 
pag.  4o5. 

Al  .secolo  V,  e  nel  pontificato  di 
s.  Zosimo,    eletto   l'anno    4'7j    ^^ 


96  CER 

concesso  alle  parrocchie  di  usare  il 
cereo  pasquale,  ciò  che  primn  era 
permesso  soltanto  alle  magi^iori  ba- 
siliche, dediicendo  da  ciò  Sigiberto 
in  Chronìcon,  che  s.  Zosimo  fosse 
l'autore  del  cereo,  contraddetto  pe- 
rò da  tutti,  e  principalmente  da  Ma- 
billon.  De  li  tur g.  Gallicana  lib.  IT, 
pag.  i4'  ;  da  Martene,  De  Jnliq. 
Eccl.  Discipl.  cap.  ^4;  da  Girolamo 
Gigli  in  Epist.  s.  Cathar.  Sen.  par. 
ir,  ep.  87,  pag.  5^4;  e  da  Lam- 
bertini,  De  Fest.  Christi ,  par.  I, 
§  394,  pag.  168,  e  frisi.  Sg,  pag.  197. 
Altri  riti  sulla  benedizione  del 
cereo  voglionsi  attribuire  posterior- 
mente anco  ai  Pontefici  Onorio  1, 
del  67.5,  e  a  Teodoro  I  del  64^; 
leggendo  nel  Macri,  che  anticamente 
accendevasi  col  lume  conservato  nel 
giovedì  santo,  e  che  nel  sabbato 
santo,  oltre  il  cereo  pasquale,  si 
portavano  in  processione  due  altri 
cerei  minori,  i  quali  prendevano  il 
lume  dal  cereo  maggiore,  per  deno- 
tare come  gli  apostoli  illuminati  da 
Cristo  sparsero  da  per  tutto  la  luce 
del  santo  vangelo.  Pertanto  il  cereo 
pasquale  è  un  emblema  di  Cristo, 
che  fu  la  luce  del  mondo,  e  che  ci 
'risuscitò  da  morte.  Lo  benedice  un 
diacono  per  indicare,  che  non  fu- 
rono gli  apostoli,  i  quali  imbalsama- 
rono il  corpo  di  Cristo,  né  i  primi 
che  annunziarono  la  risurrezione, 
ma  i  discepoli,  e  le  sante  donne.  Lo 
stesso  diacono  infigge  nel  cereo , 
prima  di  accenderlo,  i  cinque  grani 
d'  incenso  in  forma  di  pigne,  quat- 
tro inargentale,  e  quella  di  mezzo 
dorata,  lo  che  può  significare  l'azio- 
ne di  Giuseppe  d'Arimatea,  e  degli 
altri  discepoli ,  che  imbalsamarono 
il  corpo  di  Cristo  con  profumi  pri- 
ma di  collocarlo  nella  tomba,  con- 
siderandosi pei  cinque  fori  ove  si 
appongono  i  grani  le  cinque  piaghe 


CER 

del  Redentore,  e  si  accende  per  in- 
dicare la  risurrezione  del  divino  suo 
corpo.  Ma  quanto  spetta  alla  bene- 
dizione del  cereo,  ed  al  significato 
delle  sagre  cerimonie  relative,  ven- 
ne descritto  nel  citato  articolo  delle 
Cappelle  Pontificie.  Solo  qui  aggiun- 
giamo, che  Pierino  del  Vaga  Buo- 
naccorsi  incominciò  a  dipingere  i 
cerei ,  ch'essi  si  adornano  con  carte, 
e  talchi  di  colori  diversi,  e  che  nelle 
descrizioni  di  due  benedizioni  del 
cereo  pasquale  del  secolo  XII,  tolte 
dagli  archivi  di  Montecassino,  e  della 
cattedrale  di  Gaeta,  riportate  dal 
Cancellieri  nel  capo  VI  della  suri 
Appendice  alla  Settimana  Santa, 
si  legge  che  il  cereo  adornavasi  di 
fiori ,  e  veniva  acceso  da  una  colom- 
ba. P^.  Sarnelli,  tom.  X,  pag.  170, 
Della  benedizione  del  cereo  pasqua- 
le ^  ove  spiega  quella  parte  della 
medesima,  che  dicono  felice  la  colprt 
di  Adamoj  e  Job.  Andr.  Schmid, 
Programma  de  Cereo  Paschali , 
Heimstadii,  1698.  Il  p.  Andrea 
Schot  gesuita,  nel  16 io,  pubblicò 
a  Tournai  le  opere  di  s.  Ennodio 
vescovo  di  Pavia  morto  nel  52  1,  e. 
nel  161 1  l'altro  gesuita  p.  Sirmondi 
ripubblicolle  con  eruditissime  giunt;; 
e  note,  nelle  quali  vi  sono  due  nuo- 
ve formule  per  la  benedizione  del 
cereo  pasquale,  con  cui  s'  implorano 
le  benedizioni  del  Cielo  pei  fedeli 
contro  i  venti,  le  tempeste,  e  con- 
tro tutti  i  mali,  dei  quali  sono  mi- 
nacciati dai  loro  invisibili  nemici. 
Da  Ennodio  pertanto  sappiamo  an- 
cora, che  le  goccie  e  particelle  di 
cera,  le  quali  cadevano  dal  cereo,  si 
distribuivano  perciò  nella  domenica 
in  Albis  al  popolo,  e  che  i  fedeli  le 
bruciavano  per  allontanale  dalle 
loro  case  e  persone  i  cattivi  influssi 
de' maligni  spiriti.  Né  vuoisi  riguar- 
dare questa  antica  pratica  come  su- 


CER 

perstiziosa ,  perciocché  non  se  ne 
aspcllava  già  infallibilmente  l' efiet- 
to,  ma  lo  si  sperava  dalla  grazia 
di  Dio,  la  quale  veniva  dimandata 
unicamente  dalle  preghiere  della 
Chiesa,  rivolte  per  mezzo  delle  bene- 
dizioni a  questo  fine. 

CERETAPA,  o  CHAERETAPA. 
Sede  vescovile  della  Frigia  Pacazia- 
iia,  neir  esarcato  d'  Asia,  eretta  nel 
quinto  secolo,  sotto  la  metropoli  di 
Laodicea. 

CERETO  (Ceretum).  Città  vesco- 
vile di  Moldavia,  nella  quale  risie- 
deva, nel  secolo  XIV,  un  vescovo 
greco,  riunito  alla  Chiesa  Romana 
dai  missionari  speditivi  da  Urbano 
V.  Abbiamo  dal  Rinaldi,  all'  anno 
iSyo  n."  7,  che  il  duca  di  Molda- 
via Latzko,  conoscivita  la  verità  del- 
ia Chiesa  cattolica  per  mezzo  dei 
frati  minori,  abiurò  lo  scisma,  sup- 
plicando il  detto  Pontefice  a  dichia- 
rare città  Cereto  nel  suo  ducato, 
nella  diocesi  llaliese,  allora  occupa- 
ta da  un  vescovo  scismatico,  e  quindi 
a  dargliene  uno  cattolico  pel  man- 
tenimento della  fede.  Laonde  Urba- 
no V  ne  commise  l'esecuzione  al- 
l' arcivescovo  di  Praga,  ed  ai  ve- 
scovi di  Wralislavia ,  e  di  Craco- 
via ,  ingiungendogli  ordinar  vescovo 
di  Moldavia  Andrea  da  Cracovia 
de' frati  minori,  dotto  e  virtuoso 
personaggio,  il  quale  ebbe,  sino  al 
i497,  dodici  vescovi  per  successori. 
Quindi,  verso  l'anno  i5oo,  la  se- 
de di  Cei'eto  fu  trasferita  a  Baco- 
via  o  Bacow,  ove  Clemente  Vili , 
nel  principio  d^el  secolo  XVII,  eres- 
se la  sede  vescovile  che  tuttora  e- 
siste,  suffraganea  del  metropolitano 
di  Colocza.   P^.  Bacow. 

CERI,  CAERE,  o  CERVETERI. 
Sede  vescovile  nel  vicariato  romano. 
Ceri,  o  Agylla^  fu  una  delle  città 
più  antiche,  opulente   e  famose  del- 

\0L.    XI, 


CER  97 

r  Italia  centrale,  ed  una  delle  dodi- 
ci primarie  città  etrusche,  che  i  pe- 
lasgi  ed  aborigeni  abitarono,  e  che 
da  essi,  o  dai  siculi  venne  edificata 
quattordici  secoli  circa  innanzi  la 
nascita  di  Gesù  Cristo.  Il  Cerreta- 
no emporio,  ossia  Santa  Severa,  Pyr- 
gij  serviva  a  questa  città  di  porlo 
e  arsenale,  e  ne  rendeva  attivissimo 
il  commercio.  Soggiogala  dai  tir- 
reni o  etruschi  /{gylla,  prese  il  no- 
me di  Caere,  che  significa  buon  gior- 
nOj  togliendola  al  re  Mezenzio,  Que- 
sti prese  le  parti  di  Tiu-no  re  dei 
rutuli  contro  Enea,  e  dopo  la  mor- 
te del  Trojano,  il  fiume  Tevere  se- 
gnò il  confine  fra  i  latini,  e  i  ceriti. 
Senonchè,  vinti  essi  da  Tarquinio 
Prisco,  il  successore  Servio  Tullio 
poi  interamente  li  sottomise  a  Ro- 
ma. Acquistò  Ceri  nuova  celebrità 
per  l'esilio  de' Tarquinii,  e  pel  rico- 
vero dato  alle  vergini  Vestali,  che 
nel  quarto  secolo  di  Roma  all'  ar- 
rivo de'  galli  vi  nascosero  il  fuoco 
sagro,  seguite  dai  Flamini,  e  dagli 
altri  principali  sacerdoti  romani.  Laon- 
de s' ebbero  poscia  i  ceriti  diverse 
distinzioni  dal  popolo  romano,  dive- 
nendo la  città  anche  municipio.  JVei 
tempi  di  Trajano  si  maiìteneva  an- 
cora fiorente. 

Dalla  vita  del  Pontefice  s.  Felice 
II  si  rileva,  che  l' imperatore  Costan- 
zo, seguace  degli  ariani,  lo  rilegò  a 
Ceri  nella  via  Aui'clia,  diciassette 
miglia  lungi  da  Roma,  ed  ivi  pafi 
glorioso  martirio  a  ii  novembre 
dell'anno  365.  Trasportatosi  a  Roma 
il  suo  corpo,  prima  fu  sepolto  nel- 
le terme  di  Trajano,  poi  da  s.  Da- 
maso  I  venne  trasferito  nella  basilica, 
che  s.  Felice  lì  medesimo  avea  e- 
dificata  nella  via  Aureha,  donde  poscia 
fu  collocato  nella  chiesa  de'  ss.  Cos- 
ma e  Damiano.  Da  quanto  opina 
il  Novaes,  tomo  I,  pag.  i3o,  sem- 
7 


98  CER 

bra  che  s.  Felice  II  avesse  in  Ceri 
una  possessione  di  sua  pertinenza,  e 
quando,  nell'anno  ySo,  il  ducato 
romano  si  sottopose  volontariamente 
a  Papa  s.  Gregorio  II,  Ceri  era 
una  delle  sedici  città,  che  lo  com- 
ponevano. 

Ad  onta  delie  vicende,  che  ac- 
compagnarono la  caduta  dell'  impe- 
ro di  occidente.  Cere  conservò  una 
sufficiente  popolazione,  dappoiché  non 
istava  propriamente  sulla  menziona- 
ta via  Aurelia,  né  sulla  spiaggia  del 
mare.  Di  fatti  per  diversi  secoli  con- 
servò i  suoi  particolari  vescovi,  che 
portavano  il  nome  di  Epìscopux 
Cerensisj  Caerae  Episcopus.  Altri  di- 
cono conoscersene  nove,  e  di  otto 
ne  dà  il  catalogo  Y  Ughelli,  Italia 
sagra^  t.  X,  p.  34;  cioè  s.  Adeo- 
dato, che  sottoscrisse  al  concilio  ro- 
mano del  499>  ^^^  pontificato  di  s. 
Simmaco;  Pietro,  che  intervenne  a 
quello  del  76 1  sotto  s.  Paolo  I  ; 
Romano,  che  era  vescovo  nell'  anno 
826  sotto  Eugenio  II;  Adriano  fio- 
rito neir  853  ;  Crescenzio  dell'  869  ; 
Anniso  del  993  ;  Stefano  del  998  ; 
e  Benedetto  del  1029.  Nel  nomina- 
re però  questi  vescovi,  il  Piazza  nel- 
la sua  Gerarchia,  p.  87,  differisce 
alquanto  sulle  epoche. 

Che  Ceri  fosse  importante  ne'pri- 
mordi  del  IX  secolo,  e  che  conti- 
nuasse ad  esserlo  almeno  sino  all'XI 
secolo,  ne  fanno  testimonianza  i  di- 
plomi di  Ludovico  Pio  dell'  817;  di 
Ottone  il  grande,  del  9G2,  e  di 
Enrico  II,  del  10 14,  dai  quah  ap- 
parisce, che  direttamente  spettava 
al  dominio  della  Sede  apostolica. 
Sul  declinare  del  X  secolo  la  città 
promiscuamente  venne  appellata  Cc' 
rum  e  Cere,  venendo  occupata  da 
Renedelto  padre  del  famoso  prefet- 
to di  Roma  Crescenzio,  nipote  di 
Giovanni  XYH.  Egli  però  la  resti* 


CER 
luì  allorquando  Ottone  TU,  nel  996, 
si  recò  in  Roma  per  tema  che  gli 
punisse  il  figlio,  perocché,  impadro- 
nitosi del  Castel  s.  Angelo,  domina- 
nava  sulla  città;  ma  pur  troppo 
quel  figlio  soggiacque  al  meritato 
castigo. 

Dopo  tal'  epoca,  nel  primo  perio- 
do del  secolo  XI,  Cere  andò  sem- 
pre in  decadenza,  e  dal  libro  dei 
censi  della  Chiesa  romana  del  1192 
si  apprende,  che  il  vescovato  por- 
tuense  pagava  due  marabotlini  prò 
Castro  Caere,  giacché  non  avendo 
essa  più  il  proprio  vescovo,  era  sog- 
getta a  quello  di  Porto.  Sul  princi- 
pio del  secolo  XIII,  una  porzione 
del  popolo  si  recò  a  stabilirsi  sopra 
un  colle  tufaceo  del  suo  territorio , 
e  questa  nuova  terra  prese  il  nome 
di  Caere  iwvuni,  dandosi  all'antica 
città  quello  di  Caere  vetus,  dal  qua- 
le trae  origine  il  moderno  nome  di 
Cerveteri  ;  cangiamento,  che  già  era- 
si operato  nel  i236,  come  si  legge 
da  una  bolla  di  Gregorio  IX  a  fa- 
vore del  vescovo  suburbicario  di  Por- 
to. Poco  dipoi  ne  divenne  signora 
la  famiglia  Venturini,  che  il  pos- 
sedette sino  al  1470  circa,  epoca  in 
cui  Cerveteri  tornò  sotto  l' immedia- 
ta dipendenza  della  Santa  Sede,  con- 
fèrnmndo  Paolo  II  i  privilegi  del 
comune. 

In  seguito  Sisto  IV  diede  Cerve- 
teri al  suo  parente  Bartolonuneo  del- 
la Rovere,  il  cjuale  nel  1487,  lo 
vendette  a  Francesco  Cibo,  nipote 
d' Innocenzo  Vili,  dopo  essere  slato 
precedentemente  saccjieggiato  dai  Co- 
lonnesi.  Avendo  Francesco  sposato 
Maddalena  de  Medici,  sorella  di  Leo- 
ne X,  questi,  siccome  amante  della 
caccia,  nei  mesi  di  settembre  e  di 
ottobre  soggiornava  spesso  in  Cer- 
veteri; poscia  il  Cibo  alienò  Cer- 
veteri con  altri    castelli    a   Virginio 


CER 
Orsini,  la  cui  iamiglia  il  vendet- 
te al  marchese  Ruspoli,  nell'  anno 
1674?  "'  <liscendenti  del  quale  tutto- 
ra appartiene.  Clemente  XI,  ai  3 
febbi'aio  1709,  eresse  Cerveteri  in 
principato,  in  benemerenza  di  aver 
il  marchese  Ruspoli  armato  nella 
guerra  per  difendere  i  confini  del 
Feirarese,  a  sue  spese  un  reggimen- 
to di  fanteria,  non  ostante  la  proibi- 
zione testamentaria  di  Rartolommeo 
Ruspoli,  autorizzando  lui  e  i  suoi  di- 
scendenti a  poterne  assumeie  il  ti- 
tolo. Del  superbo  palazzo  di  questa 
famiglia  già  dei  Caetani  (Vedi)  se 
ne  parla  a  quell'  articolo,  e  per  l'al- 
tro suo  feudo  ,  si  può  consultare 
1'  articolo  ViGNANELLo.  Da  ultimo 
Cerveteri,  eh'  è  sotto  la  delegazione 
di  Civitavecchia,  ha  dato  ne' suoi 
scavi  molti  oggetti  antichi  e  prezio- 
si del  più  grande  interesse,  massime 
di  vasi  etruschi,  di  utensili  di  bron- 
zo e  di  lavori  di  oro,  che  per  una 
gran  parte  furono  acquistati  dal  re- 
gnante Pontefice  pel  museo  Etrusco- 
Gregoriano  da  lui  formato  nel  Vati- 
cano. 

]\on  riuscirà  poi  discaro,  che  qui 
si  parli  della  terra  baronale  di  Ceri, 
che  come  Cerveteri  è  posta  sopra 
un  colle  di  tufo,  e  forse  ivi  ne'tem- 
pi  antichi  fu  uno  dei  paghi  dipen- 
denti da  Cere.  Anticamente  fu  cit- 
tà cospicua,  e  si  chiamò  Alsium  j 
ma  distrutta  dai  ceriti  confinanti, 
colla  restaurazione  ch'essi  ne  fecero, 
prese  il  nome  dei  nuovi  dominato- 
ri, r  antica  metropoli  de'  quali  si 
dis.se  allora  Cerveteri,  e  la  moderna 
Ceri  nuovo ,  come  si  accennò  di 
sopra.  Fino  dal  1346,  apparteneva 
alla  fan)iglia  de'  Normanni,  e  si  as- 
soggettò al  famoso  tribuno  Cola  di 
Rienzo,  essendo  allora  forte  e  ricco 
castello.  Indi,  sul  principio  del  seco- 
lo XV,  venne  in  potere  degli  Orsi- 


CER  99 

ni  conti  di  Anguillara,  che  verso  il 
1470,  vi  fabbricarono  una  nuova 
rocca.  Poi,  nel  secolo  XVI,  fu  eret- 
ta in  ducato,  e  passò  alla  nobilissi- 
ma famiglia  Cesi,  dai  quali  pel  ma- 
ritaggio di  Giovanna  Cesi,  col  conte 
Giulio  Cesax'e  Rorromeo,  genitori  del 
Cardinal  Federico,  pervenne  ai  Bor- 
romei.  Questa  ultima  famiglia,  nel 
1678,  la  vendette  agli  Odescalchi,  i 
quali  la  possedettero  sino  al  i833, 
nel  qual  anno  ebbe  ad  aajuistarla  il 
duca  d.  Alessandro  Torlonia  col  ter- 
ritorio annesso.  E  siccome  splendi- 
do mecenate  delle  scienze  e  delle 
arti,  in  progresso  vi  fece  egli  ese- 
guire delle  escavazioni  coronate  da 
Jjuon  successo.  11  perchè  è  a  veder- 
sij  Degli  antichi  monumenti  sepol- 
crali scoperti  nel  ducato  di  Ceri 
negli  scavi  eseguiti  da  d.  Alessan- 
dro Torlonia,  Dichiarazione  del  cav. 
Pietro  Ercole  Visconti,  Roma   i836. 

Per  conoscere  quanto  appartiene 
a  Caere  Agylla,  Caere  Velus,  Ce- 
re Vetere,  Cerveteri,  Caere  novuniy 
e  Ceri  si  legga  il  Nibby,  Analisi 
dei  dintorni  di  Roma,  tomo  I,  pag. 
145,  e  seg.  Come  ancora  di  Cerve- 
teri, e  di  Ceri,  o  Cere,  delle  loro 
notizie  antiche  storiche  ed  ecclesia- 
stiche, e  delle  loro  chiese,  tratta  Car- 
lo Rartolommeo  Piazza  nella  Ge- 
rarchia Cardinalizia,  pag.  80,  e 
seg.  In  oltre  abbiamo  dal  cav.  Lui- 
gi Canina  la  Descrizione  di  Cere  an- 
tica, Roma  i838. 

CERILLO  o  GIRELLA.  {Ceril- 
lus ).  Città  vescovile  del  regno  delle 
due  Sicilie,  nel  paese  de'bruzii,  nel 
vicariato  romano  della  provincia  di 
Calabria  citeriore,  oggidì  rovinata , 
non  rimanendovi  che  pochi  edifizi. 
Es.sa  è  situata  sulla  riva  del  Medi- 
terraneo, presso  la  piccola  isola  del 
suo  nome.  Nei  primordi  del  secolo 
settimo  vi  fu  eretta  la  sede  vescovi- 


loo  CER 

le  siiffiaganea  della  metropoli  di 
Reggio,  e  negli  atti  del  concilio  lu- 
terà nense  celebrato  dal  Pontefice  s. 
Martino  I  nell'anno  654,  fra  i  cen- 
tocinque  vescovi,  che  v'  intervenne- 
ro, noverasi  il  vescovo  di  Cerillo. 

CERINTIANI.  Eretici  discepoli 
di  Cerinto,  che  visse  nel  primo  se- 
colo. Era  egli  di  nazione  giudeo,  e, 
secondo  1'  opinione  di  alcuni,  greco. 
Si  applicò  alla  filosofia,  che  allora 
era  un  misto  della  filosofia  Caldea 
e  delle  idee  pitagoriche  e  platoniche, 
e  pretese  di  riformarne  i  principii. 
Insegnò  dunque,  che  un  Dio  esiste, 
autore  dell'esistenza;  ma  questo  es- 
sere aver  creato  delle  potenze  o  ge- 
nii,  uno  de' quali  era  stato  il  mini- 
stro della  creazione  del  mondo,  e 
tutti  gli  altri  ne  aveano  presa  a  go- 
vernare una  porzione.  Pensava  ezian- 
dio, che  la  legge  de' giudei  fosse 
produzione  di  uno  di  quegU  spiriti, 
e  che  nel  mstianesimo  non  si  do- 
vea  del  tutto  abolirla.  Aggiugnea, 
che  Gesù  era  un  semplice  uomo 
nato  secondo  la  carne  da  Maria  e 
da  Giuseppe,  e  riempiuto  di  tutte 
le  doti  nel  suo  battesimo;  che  anzi 
in  queir  istante  il  Cristo  figliuolo 
di  Dio  era  disceso  sopra  di  lui,  e 
diveniva  la  ragion  della  sua  sapien- 
za e  de'  miracoli.  Di  più,  che  code- 
sto Cristo  nella  crocifissione  si  era 
separato  da  Gesù,  e  ritornato  al  Pa- 
dre. Insegnava  ancora,  che  dopo  la 
risurrezione  getierale  gli  eletti  avreb- 
bero goduti  mille  anni  di  piaceri 
sensuali  insieme  con  Gesù  Cristo. 
Giusta  l'asserzione  di  Pilastrio  (  Hae- 
res.  36  ) ,  il  concilio  apostolico  di 
Gerusalemme  nell'acquetare  le  dis- 
cordie di  Antiochia ,  ebbe  in  vista 
di  condannai'e  eziandio  gli  errori 
di  Cerinto.  Ma  è  certo,  secondo 
quanto  dicono  i  migliori  padri,  che 
s.  Giovanni    scrisse    il    vangalo    per 


CER 

opporsi  principalmente  a  queste  be- 
stemmie. Cerinto  fini  miseramente 
la  vita  sotto  le  rovine  di  un  bagno 
che  gli  cadde  sopra.  Lo  storico  IJer- 
nino,  Storia  dell' eres.  tom.  i,  e.  i, 
afferma  che  si  trovava  in  quel  ba- 
gno s.  Giovanni  evangelista  quando 
vi  entrò  Cerinto,  e  ch'egli  di  subito 
se  ne  partì  dicendo  :  partiamoci  di 
qua  per  non  rimanere  sotto  alle  ro- 
vine. Infatti  un  orribile  tremuoto 
ne  rovesciò  intieramente  la  fabbrica. 

CEROFERARI,  o  PORT ACE- 
RI (  Ceroferarii).  Sono  la  stessa  co- 
sa che  gli  accoliti  [Vedi).  Debbono 
essere  insigniti  dell'  ordine  dell'  ac- 
colitato,  richiedendo  ciò  il  loro  uffi- 
zio, mentre  il  loro  abito  è  sempre 
la  sottana,  e  la  cotta.  V.  Rauldry, 
par.  VII,  cap.  IV,  artic.  I,  num. 
1.  1.  ^.  5  e  IO.  Nelle  Cappelle 
pontificie  gli  Accoliti  o  Ceroferari 
sono  i  prelati  votanti  di  segnatura, 
ma  nelle  funzioni  ordinarie ,  fanno 
da  Ceroferari  i  cappellani  comuni 
del  Papa  (  Vedi).  All'  articolo  Cap- 
pelle Pontificie  si  tratta  degli  uf- 
fizi, che  esercitano  gli  uni  e  gli  al- 
tri in  tutte  le  sagre  funzioni.  V. 
Arci  ACCOLITO,  ed  il  Macri,  Notizia 
de'  vocaboli  ecclesiastici. 

CERRETO,  o  CERRITO  {Cer- 
nelum  ).  Città  vescovile  nel  regno 
delle  due  Sicilie,  nella  provincia  di 
Terra  di  Lavoro,  capoluogo  di  can- 
tone, sul  declivio  del  monte  Male- 
se, presso  la  riva  destra  del  Cusa- 
no, influente  del  Voltiu-no,  città  ben 
fortificata,  ed  una  delie  più  belle 
della  provincia.  Cerreto  ha  rimpiaz- 
zato il  luogo  dell'antica  Cernelnm, 
presso  cui  Pirro  fu  vinto  da  Curio 
nella  famosa  battaglia  della  guerra 
tarenlina,  combattuta  l'anno  277 
avanti  la  nascita  di  Gesù  Cristo. 
Nel  i656,  la  peste  rapì  quasi  la 
metà  della  popolazione,  e  nel  iGBiJ 


un  terremolo  rovi  noi  la  grandemen- 
te. La  sede  vescovile  di  Telese ,  e- 
retla  nel  secolo  X,  nell'anno  iGii 
fu  stabilita  a  Cerreto,  sufFraganea 
della  metropoli  di  Benevento.  Ma 
da  ultimo  il  Sommo  Pontefice  Pio 
VII  nel  1818,  con  lettere  apostoli- 
che, soppresse  la  sede  episcopale  di 
Cerreto,  e  l' incorporò  ad  Alife,  al- 
la quale  è  concatledrale  Telese.  Ma- 
gnifica è  l'antica  cattedrale,  deco- 
rata di  superbe  pitture,  avente  ol- 
tre una  collegiata ,  e  il  seminario , 
alcuni  conventi,  e  due  monti  di  pie- 
tà.   V.   A1.IFE  e  Telese. 

CERRI  Caelo,  Cardinale.  Carlo 
Cerri  nacque  a  Roma  nel  1 6 1  i . 
Nel  1629  si  laureò  nell'archiginna- 
sio di  Roma,  e  fu  annoverato  tra 
gli  avvocati  concistoriali;  poi  da  Ur- 
bano Vili  ebbe  un  canonicato  nel- 
la basilica  vaticana  ;  quindi  fu  fatto 
vicario  nel  tribunal  della  segnatura, 
e  nel  iGSg  uditore  di  Ruota;  poi 
sotto  Alessandro  VII  venne  scelto 
deputato  della  sanità,  decano  della 
ruota,  esaminatore  dei  vescovi.  Cle- 
mente IX,  a'29  novembre  del  i66g, 
lo  creò  Cardinal  prete  di  s.  Adria- 
no, legato  di  Urbino,  e  vescovo  di 
Ferrara.  Visitò  la  sua  diocesi,  e  la 
arricchii  di  molto  ;  nella  sua  legazio- 
ne si  rese  ammirabile,  segnatamente 
nell'orribile  terremoto  accaduto  in 
Pesaro  a'  i4  aprile  del  1672.  Ma  do- 
po il  conclave  di  Clemente  X,  ove 
ottenne  ventitre  voti  pel  Sommo 
Pontificato,  morì  a  Roma  di  settan- 
tanove anni,  e  venti  di  Cardinalato 
nel  1690,  e  la  sua  cappella  genti- 
lizia nella  chiesa  del  Gesù  ne  ac- 
colse la  fredda  spoglia.  Da  Pietro 
Sassi  fu  recitata  l'orazione  funebre 
per  morte  del  Cardinal  Cerri,  e  fu 
stampata  in  Ferrara  nel    1690. 

CERTOSA  {Monasterium  Car- 
thusianorumj  Carthusia  ).  Monistero 


CER  101 

di  certosini ,  cos'i  chiamata  dalla 
gran  "Certosa  di  Grenoble,  che  ha 
dato  il  nome  a  tutti  gli  altri  mo- 
nisteri  dei  certosini  (Fedi).  S.  Brii- 
none  costrusse  nel  1084  alcune  ca- 
panne intorno  ad  una  cappellelta 
dedicata  alla  B.  Vergine  Maria, 
chiamata  anche  in  oggi  s.  Maria  de 
CasalibitSj  ove  si  ritirò  con  alcuni 
suoi  compiagni ,  e  fondò  l' Ordine. 
Le  straoi'dinai'ie  alluvioni  di  neve 
avendo  poi  atterrale  e  sepolte  le 
medesime  capanne,  venne  formato 
nel  II 33  dal  p.  Guigues  quinto  ge- 
nerale dell'  Ordine,  un  nuovo  edi- 
ficio in  luogo  più  basso  del  primo, 
la  cui  chiesa  fu  consagrata  da  Ugo- 
ne  vescovo  di  Grenoble,  e  prima 
monaco  certosino.  Quest'  edifizio  ha 
costato  più  di  un  milione,  ed  è  di 
una  architettura  nobile  e  semplice, 
non  meno  che  soda. 

Il  generale  dell'  Ordine  porta  il 
nome  di  priore  della  gran  Certosa, 
e  vi  fa  la  sua  residenza.  Tale  cele- 
bre edificio  fu  bruciato  otto  volte  ,  e 
fra  le  altre,  nelle  guerre  di  religio- 
ne del  secolo  XVI.  Quindi  dopo  la 
rivoluzione  del  declinar  del  secolo 
XVIII,  il  governo  per  conservarlo 
vi  pose  un  custode,  ed  il  cenobio  fu 
ristabilito  ne'  primi  anni  di  quello 
corrente  dopo  la  restaurazione.  Nel 
dizionario  francese  delle  Origini  si 
legge  una  poetica  descrizione  della 
grande  Certosa  tratta  dal  libro  di 
Deslandes  :  la  natura  selvaggia  e 
piltoresca.  Ivi  si  descrive  la  Certo-  • 
sa,  collocata  su  di  una  cima  alpe- 
stre, intorno  alla  quale  regna  il  si- 
lenzio, ed  i  pii  eremiti  si  chiama- 
no i  compagni,  o  seguaci  di  s.  Bru- 
none.  Si  dice  quella  essere  una  nuo- 
va Tebaide  aperta  al  pentimento , 
ove  r  uomo  può  tranquillamente 
vegliare  sulla  sua  tomba  già  mezzo 
dischiusa.  Nel  tempio  di  s.  Brunone 


loa  CER 

si  rappresenta  un  solitario  ardente 
di  santo  zelo,  che  curvato  sotto  la 
cenere  ed  il  cilicio,  veglia,  prega, 
e  soffre.  Sì  dipinge  poi  l'orrore  se- 
polcrale dei  boschi  taciti  e  profon- 
di, il  terrore  muto  de' chiostri  lun- 
ghi, ed  in  parte  bianchi,  ed  in  par- 
te di  color  di  marmo  grossolano , 
come  è  la  volta  del  chiostro;  il 
santuario  oscuro,  e  le  volte  goti- 
che ,  le  faci  funebri ,  che  impalli- 
discono nell'ombra;  la  voce  dei 
bronzi,  che  risuona  nell'  aria,  e  il 
cimiterio  su  cui  ciascun  cenobita- 
in  cella  contempla  meditando  la 
tomba,  che  lo  attende,  mentre  tut- 
to scuote  e  commuove  il  suo  cuo- 
re pieno  di  spavento ,  e  la  morte 
stessa  lo  avverte  dell'  immortalità. 
Alla  vista  di  questo  quadro,  diflici- 
le  sarebbe  oltre  modo  il  ravvisare 
molte  delle  moderne  Certose,  spe- 
cialmente d'Italia,  alcune  delle  qua- 
li si  sono  piantate  presso  alle  città 
popolose,  come  a  Roma,  e  a  JVa- 
poli.  ì^.  Raffaele  Liberatore,  la  Cer- 
tosa di  Napoli,  Napoli  1 840  ;  l'ar- 
ticolo Bologna  per  la  rinomata 
Certosa  di  quella  città;  e  Bercastel, 
Storia  del  Cristi anesiniOj  lom.  XIII, 
p.  II.  intorno  ìa  fondazione  della 
Certosa  del  Delfìnato  nelle  monta- 
gne denominate  Certose.  Appren- 
diamo da  Bergier,  che  un  tempo 
ì'  Ordine  certosino  ebbe  cento  set- 
tantadue Certose  divise  in  sedici 
Provincie,  delle  quali  qu^  appresso 
nominaremo  le  piìi  rinomate. 

Urbano  II,  già  discepolo  di  san 
Brunone,  sei  anni  dopo  la  fondazio- 
ne della  Certosa,  obbligò  quel  santo 
a  recarsi  in  Italia,  ailine  di  aiutar- 
lo co' suoi  consigli,  ed  essendo  rima- 
sto vacante  l'arcivescovato  di  Reg- 
gio, il  Papa  lo  nominò  a  quella  se- 
de. Ma  egli  umilmente  si  ricusò , 
il  perchè  Urbano  lì  gli  permise,  che 


CER 

insieme  ai  discepoli,  i  quali  in  Ifaliji 
si  sentirono  da  Dio  chiamati  ad  ab- 
bracciare il  genere  di  vita  del  san- 
to, si  ritirasse  in  una  terra,  da 
Ruggiero  conte  di  Calabria  donata 
loro  nella  diocesi  di  Sqviillace ,  ove 
edificarono  sul  modello  della  gran 
Certosa  il  monistero  della  Torre, 
che  fu  il  primo  dal  santo  fondato 
dopo  la  gran  Certosa,  chiamandosi 
la  chiesa  s.  Maria  dell'  Eremo,  p 
del  Romitorio.  Questo  monistero  pe- 
rò era  per  quelli ,  che  menavano 
una  vita  più  austera,  mentre  un  al- 
tro chiamato  s.  Su^fano  in  Bosco ^  q 
de  Nemore  era  per  quelli,  che  non 
potevano  sostenere  tanto  rigore  . 
Questi  due  monisteri  erano  quasi 
contigui.  Si  diede  il  secondo  nel  i  192 
a' cistcrciensi,  ma  Leone  X,  nel  i5i3, 
lo  restituì  a' certosini. 

S.  Luigi  IX,  re  di  Francia,  asse- 
gnò ai  certosini  in  Parigi  l' antico 
palazzo  del  re  Roberto  I ,  i  quali 
ne  presero  possesso  nel  lO.S'j.  Il 
celebre  Cardinal  Talleyrand  de  Peri- 
gueux,  che  mori  nel  i  364,  fece  edi- 
care  la  famosa  Certosa  di  Vallechia- 
ra  in  Perigueux. 

Nicolò  Acciaiuoli,  gran  siniscalco 
de'  regni  di  Sicilia,  e  Gerusalemme, 
nel  1864,  eresse  la  Certosa  di  san 
Casciano  presso  Firenze,  arricchen- 
dola d'insigni  reliquie.  Fu  in  que- 
sta che  Pio  VI,  dopo  essere  stato, 
nel  1798  detronizzalo  dai  repubbli- 
cani francesi,  vi  fu  trasferito  nel  d'i 
primo  giugno,  e  venne  ivi  più  vol- 
te visitato  dal  gran  duca  Ferdinan- 
do III,  e  poi  da  Carlo  Emmanue- 
le  IV,  re  di  Sardegna,  in  uno  alla 
sua  consorte  ven.  Maria  Clotilde 
di  Borbone;  laonde  ])arccchi  brevi 
apostolici  sono  datati  dalla  Certosa 
di  Firenze,  ove  il  Papa  celebrò  al- 
cune funzioni,  e  consngi'ò  in  arci- 
vescovo di  Corinto  monsignore  Spina 


CER 
poi  Cardinale;  quindi  ai    -27    marzo 
I  rgc),  gli  stessi  francesi    Io    presero 
dal  sagro    recinto    della  Certosa  ,    e 
lo  portarono  in  Francia. 

Presso  I^isa,  nel  iSGy,  venne  fon- 
data la  magnifica  Certosa,  da  un 
sacerdote  chiamato  Nino  Pucci,  con 
bellissima  chiesa  ornata  di  colonne 
e  di  superbi  marmi.  Gregorio  XI , 
nel  iSyS,  tolse  i  benedettini  dall'an- 
tico monistero  dell'isola  di  Gorgo- 
na,  e  vi  trasferì  i  certosini  di  Pisa, 
donando  loro  l'isola;  ma  molestati 
dai  corsari  furono  costretti  nd  ab- 
bandonarla nel  pontificato  di  Marti- 
no V,  e  ritornarono  all'antica  loro 
sede. 

Gio.  Galeazzo  I,  duca  di  Milano 
nel  1378,  fece  erigere  la  celebratis- 
«ima  Certosa  di  Pavia ,  e  vi  volle 
essere  sepolto.  Le  fabbriche,  che 
compongono  questo  rinomato  moni- 
stero,  massime  la  chiesa  edificata  a 
foima  di  croce,  sono  degne  di  ve- 
nerazione. Nel  parco  grande,  che 
cinge  la  Certosa  nel  i535  fu  fatto 
prigioniero  dall'esercito  di  Carlo  V, 
il  re  di  Francia  Francesco  I. 

Fra  le  numerose  Certose,  o  ino- 
nisteri,  che  ì  certosini  avevano  in 
Inghilterra,  la  più  celebre  fu  quella 
di  Gesù  di  Betlemme  sul  Tamigi 
nella  contea  di  Surry,  fondata  nel 
i4i4  d^l  ^"6  Enrico  V,  ed  egual- 
mente rinomata  fu  l'altra  di  Lon- 
dra presso  West-Smithfield,  fonda- 
ta dal  cav.  Waltero  Manny,  indi 
distrutta  nel  regno  di  Enrico  Vili, 
seguita  dalla  strage  de'  religiosi  in 
odio  del  catlolicismo.  Dipoi  aven- 
dola ,  nel  1 6 1  I  ,  acquistala  Tom- 
maso Sutton ,  vi  fondò  un  ricco 
ospedale. 

L' isola  delle  lagune  di  Venezia, 
chiamata  già  di  s.  Andrea  del  Lido, 
e  data  ad  abitare  sino  dai  primi 
tempi  della  repubblica    agli   eremiti 


CER  Jo3 

di  s.  Agostino,  poscia  nel  14^2  fu 
accordata  ai  certosini,  che  vi  ave- 
vano un  comodo  monistero,  ed  una 
bellissima  chiesa. 

Giacomo  I,  re  di  Scozia ,  fondò 
nel  i43o  in  uno  de' sobborghi  di 
Perth  una  gran  Certosa  chiamata 
Valley,  ossia  Casa  della  virtù,  e 
vuoisi,  che  fosse  la  più  bella  abba- 
zia di  tutta  la  Scozia,  la  quale  venne 
devastata  insieme  ad  altre  Certose 
nella  liforma  religiosa  del  reame. 

Finalmente  il  Sommo  Pontefice 
Pio  IV,  con  disegno  di  Michelan- 
gelo Buonarroti,  fece  ridurre  una 
parte  delle  vaste  terme  di  Tito  in 
Roma,  ad  uso  di  chiesa,  dedicando- 
la nel  i56i  a  s.  Maria  degli  An- 
geli, e  chiamandovi  alla  custodia  i 
monaci  certosini ,  che  abitavano  il 
monistero  unito  alla  basilica  di  san- 
ta Croce  in  Gerusalemme  loro  da- 
to nel  1369  da  Urbano  V,  ove 
l'alia  alloi-a  era  poco  salubre,  ed 
insieme  diede  ad  essi  la  contigua  vasta 
Certosa  edificata  dallo  stesso  Michel- 
angelo ,  la  cui  corte  o  chiostro  è 
singolare  per  la  sua  grande  qua- 
dratura, circondata  da  lUì  portico 
sostenuto  da  cento  colonne,  avendo 
intorno  le  celle  i  certosini,  co' quali 
risiede  il  procuratore  generale  del- 
l'Ordine, ch'è  sempre  priore  di  que- 
sta Certosa.  F.  il  Rinaldi  all'  anno 
1 ')62,  numero  189,  e  l'articolo 
Chiesa  di  s.  Maru  degli  Angeli, 
Nello  stesso  stato  pontifìcio  evvi  an- 
che la  Certosa  di  Trisulti  presso  la 
città  di  A  latri.  In  una  solitudine, 
fra  i  boschi  e  i  burroni,  ove  zam- 
pilla un  ruscello  di  acqua,  si  ritirò 
s.  Domenico  Loi'icato  nel  secolo  de- 
ci moprimo,  fuggendo  la  barbarie  di 
quel  secolo,  avanzo  del  precedente. 
Quivi  egli  fondò  un  monistero,  che 
quale  abbate  governò  per  dieci  an- 
ni. L'abbazia  prese  il  nome   di  san 


io4  CER 

Barlolommeo ,  cui  venne  dedicata. 
Dopo  averla  lungamente  posseduta 
i  monaci  benedettini,  il  sommo  Pon- 
tefice Innocenzo  III,  verso  l'anno 
1208,  la  concesse  a' religiosi  certo- 
sini, che  vi  formarono  la  Certosa, 
che  tuttora  è  in  florido  stato.  L'ospi- 
talità, cui  essi  esercitano,  fa  ammi- 
rai'c  ai  passeggieri  le  loro  virtù;  ed 
il  maestoso  ed  insieme  semplice  edi- 
lizio, che  in  sé  raccoglie  le  incan- 
tatrici  bellezze  della  natura ,  ed  i 
conforti  soavi  della  religione,  merita 
di  essere  ricordato. 

CERTOSINE.   Ordine    di  mona- 
che. Non  si  conosce  l'origine  di  que- 
ste religiose  perchè  non  istituite  da 
s.  Brunone  ;    però  si    sa    di    certo , 
cheilloi'o  primo  monistero  fu  fonda- 
to mentre  viveva  il  p.  Guigues  quin- 
to   generale    de'  certosini ,    come    si 
legge  nel    catalogo    de'  monisteri  di 
quest'  Ordine ,  inserito  in  fine  degli 
Statuti  stampati  nel    i5io,    in    cui 
pur  trovasi  quello  delle  Monache  di 
Bertaud  j    eretto    nel     11  16.    Dalla 
cronaca    del    certosino    Pietro    Or- 
^   landò  inoltre  si  apprende  ,    che  nel 
1207  nella  Certosa    di    Destoges  vi 
era  una    donna    chiamata    Marghe- 
rita, di  santa  vita,  e  che  nel    1 2  1 5 
Agnese  priora  di  quel  monistero  fu 
celebre  per  le  venerande  sue  virtù, 
e  pei  miracoli,  che    Dio  volle    ope- 
rare a  di  lei  intercessione.  II  Bonan- 
ni  nel  suo   Catalogo  capo  XXXV , 
Delle  monache  certosine ^  coli' auto- 
rità di  Carlo  Giuseppe  Morotio,  nel 
Teatro  cronologico  eli  quest'  Ordine, 
parte    VI,    dice    che    nel    1282    fu 
fondato    il    monistero    di     monache 
certosine  nel  Delfinato  in  un  luogo 
chiamato    Prato   Molle    o    PremoI , 
per  opera    del    Delfino    Ugo ,    e    di 
.sua  moglie  Beatrice   di  Monferrato, 
figlia  di   Pietro  conte  di  Savoja.  Ne- 
gli statuii  scritti    nel     i258   dal   p. 


CER 

RifTerio,  procuratore  generale  de'cer- 
tosini,  non  si  fa  parola  delle  osser- 
vanze delle  monache ,    forse   per  la 
conformità    di     quelle     de'   monaci  , 
benché  scriva  il  p.  Tutin  nella  Sto- 
ria dell'  Ordine  certosino,  che  il  b. 
Giovanni-  spagnuolo    diede   alle  mo- 
nache alcune  costituzioni  da  lui  fatte 
pel  monistero  di  Pre-Bajon,  fondato 
nel    i23o.   Osserva  il    Bergier ,    che 
a'  suoi  tempi  vi  erano  soltanto  quat- 
tro monisteri  di  certosine    in  Fran- 
cia, ed  uno  in  Savoja,    fondati  nei 
secoli  XIII,  e  XIV.  Il  piccolo    nu- 
mero de'  loro    monisteri    vuoisi    di- 
pendere dall'  estrema  solitudine,  che 
l' istituto  prescrive,  il  quale  non  può 
in    generale    convenire    alle    donne, 
ed  è  perciò,  che  le  certosine  hanno 
più  orazioni  vocali  dei  religiosi.  Ul- 
timamente si  contavano  quattro  ca- 
se di  certosine,  cioè  di  Salette  pres- 
so Lione ,    di    PremoI    presso    Gre- 
noble, di  Melan  in  Savoia,  e  di  Gos- 
nay  presso  Bethune  nella  diocesi  di 
Arras ,     ritenendosi     per     principale 
quello  di    PremoI.  Però  attualmente 
le  certosine  hanno  un  solo  moniste- 
ro denominato  di  s.   Croce  di  Beau- 
regard,  nella    diocesi    di    Grenoble , 
poco  distante  dalla  gran  Cei'tosa. 

Le  certosine ,  per  quanto  è  pos- 
sibile, sono  conformi  ai  certosini 
neir  osservanza  domestica  e  religiosa, 
tanto  neir  uflizio  divino,  che  nei  ri- 
ti e  ceremonie  della  Chiesa,  quan- 
to in  molte  austerità  ed  astinenze, 
eccettuato  però,  che  mangiano  in- 
sieme nel  comune  refettorio,  e  non 
sono  obbligate  ad  osservare  con 
tanto  rigore  il  silenzio  e  la  ritira- 
tezza nelle  celle.  Una  volta  nel  ri- 
cevere le  fanciulle  non  prendevano 
dote  di  sorte  alcuna,  ma  se  ne  am- 
mettevano tante,  quante  ne  poteva- 
no mantenere  le  rendite  del  moni- 
stero.  Avanti  il  concilio    di    Trento 


CER 
facevano  la    professione    regolare  di 
(lodici  anni,  ma  di   poi  la  ridussero 
ad  anni  diciotto.   Siccome  poi  i  cer- 
tosini  hanno    mantenute    molte  an- 
tiche pratiche  della  Chiesa,  così  an- 
che    le    monache    di    quest'  Ordine 
hanno  conservata    fino    al    presente 
l'antica  consagrazione  delle    vergini, 
le  quali,  dopo  aver  fatto  la  profes- 
sione solenne,   portano  il   velo  bian- 
co sino  alla  loro  consagi-azione,  che 
non  si   fa   prima  di  quattro  anni  di 
professione ,    e    di    venticinque  anni 
di  età.  Secondo  gli  antichi    Pontifi- 
cali, il  vescovo,  che  le  consagra,  dà 
loro  la   stola  sacerdotale,   il  manipo- 
lo nel  braccio  destro  ,    l' anello    nu- 
ziale, la  croce,  la  corona,  ed  il  velo 
nero,  pronunziando  a  un  di   presso 
le  stesse  parole,  che  dice   nell'  ordi- 
nazione dei  diaconi ,    e    dei  suddia- 
coni. Le  vergini  così  consagrate  can- 
tano r  epistola  alla  loro  messa  con- 
ventuale, usano  la  stola  quando  can- 
tano il  vangelo    all'  ufllzio  notturno 
di  dodici  lezioni  ,  non  essendo  vero 
che ,  quando    cantano    1'  epistola  in 
altri   tempi,  assumano    i  sagri  orna- 
menti .  Bensì   vengono  dalle    mona- 
che conservati  presso  di  loro,  e  con 
essi  sono  sepolte  dopo  la  morte.  V. 
il   Pontificale  romano,  col  commen- 
tario del   Catalano,   Slilling    Disser- 
talio  de  Diaconissis  ed  Arn.  Raisse, 
Origin.  Carthiisianarum  Beigli,  Dua- 
ci    i632. 

Le  priore  e  le  religiose  promet- 
tono ubbidienza  al  capitolo  generale 
dell'  Ordine,  e  sono  obbligate  a  man- 
dare ogni  anno  una  lettera  della 
promessa  ubbidienza.  Sono  inoltre 
tenute  le  priore  ad  ubbidire  ai  pa- 
dri vicari,  che  sono  i  direttori  dei 
loro  monisteri  ;  ma  le  altre  mona- 
che promettono  ubbidienza  solo  alla 
priora,  benché  tutte,  anche  le  con- 
verse,   professino  alla    presenza    del 


CER  to5 

vicario ,  che  nominano  in  quell'atto 
insieme  colla  priora.  Tal  vicario  or- 
dinariamente abita  con  uno,  o  piìi 
religiosi  in  una  casa  vicino  al  mo- 
nistero  delle  monache,  per  sommi- 
nistrar ad  esse  i  sagramenti ,  diri- 
gerle nello  spirito,  ed  aver  cura  dei 
loro  interessi  temporali.  Però  negli 
statuti  dei  certosini  dell'anno  i368 
fu  proibito  ai  medesimi  di  ricevere 
o  d'  incorporare  nuovi  monisteri  di 
monache ,  il  che  dipoi  venne  ap- 
provato dal  sommo  Pontefice  Inno- 
cenzo XI. 

Le  vesti  delle  religiose  sono  si- 
mili a  quelle  de'  certosini  ,  cioè  di 
lana  bianca ,  a  cui  aggiungono  un 
manto  bianco ,  il  velo  nero ,  e  il 
soggolo  come  quello  delle  altre  mo- 
nache. Ne  riportano  la  figura  il  cita- 
to Conanni,  e  il  Capparroni  nella  sua 
Raccolta  degli  Ordini  religiosi  a 
pag.  33.  Quando  parlano  con  per- 
sone secolari  ,  anche  parenti,  locchè 
si  concede  di  rado,  lo  lànno  in  pre- 
senza della  priora,  ovvero  di  una, 
o  di  due  religiose,  e  coperte  di  ve- 
lo neio.  I  loro  monisteri  hanno  i 
termini  come  quelli  dei  religiosi , 
oltre  i  quali  dai  mentovati  statuti 
è  proibito  con  gravi  pene  ai  vica- 
ri, ed  alle  priore  d'intromettere  i 
religiosi  destinati  alla  loro  cura  , 
senza  la  licenza  del  capitolo  genera- 
le. Di  quest€  religiose  scrissero  an- 
cora Pietro  Sutore,  nel  suo  trattato 
sopra  la  vita  àp'  certosini,  e  Teodo- 
ro Petreo  nella  Cronaca  della  Cer- 
tosa, lib.  V,  cap.  4- 

CERTOSINI.  Ordine  monastico. 
S.  Brunone  fondatore  di  esso ,  na- 
tivo di  Colonia,  era  prima  canoni- 
co di  s.  Cuniberto  nella  sua  patria, 
poi  della  chiesa  di  Nostra  Signora 
diReims,  ed  uno  de'  più  dotti  teo- 
logi del  suo  tempo.  Molti  storici  rife- 
riscono intorno  a  lui  un  avvenimento 


io6                   CER  CER 
impresso  nelle  sue  Opere  pubblica-  rispetlo  ed  ammirazione,    e   venne- 
te  nel    l 'ìi^y  in  Parigi  ;  avvenimen-  ro    abbelliti    i    ricoveri    della    peni- 
to    di  cui    trattano    egregiamente    i  tenza,  ed  assegnate   ad    essi  reudite 
Bollandisti,  y4ct.  Ss.   OrlohrÌM,  t.  Ili,  cospicue.    E  ben    il  meritarono,  es- 
tit.    6.    Si    racconta    pertanto ,    che  scudo  questo   uno    dei    pochi  Ordi- 
trovantlosi  Brnnone  nel  1082  in  Pa-  ni,  che  non  ebbero  mai  bisogno  di 
rigi  presente  all'  esequie  del  suo  ami-  riforma     Delle    ricchezze    loro   face- 
co  Raimondo  Diocre,    dottore  pari-  vano  un  lodevole    uso  a  vantaggio 
gino,  mentre  gli  si  x'ecitava  l'ufllzio  de'  miseri,   e  vivevano    eglino    sem- 
de'  morti,  alle     parole     di    Giobbe:  pre  colla  mirabile  frugalità  prescrit- 
Jlesponde  ìmlii,  alzò    il   cadavere  il  ta  dalle  rigide  regole  [V.  Certosa). 
capo,    e    con   voce  tremenda  disse:  Adunque  all'anno    1084,  o  a[  1086 
Al  giusto  tribunale  di  Dio  sono  ac-  da  s.  Brunone  e  da'  suoi  compagni 
elisalo j  quindi    nel  secondo    giorno  si  diede  incoininciamento    all'Ordi- 
deir  esequie ,  disse  :  Dal  giusto  gin-  ne.   Superando  1'  asprezza,  e  la  ste- 
dizio  di  Dio  sono  stato  giudicato  j  rilità  della  selvaggia  posizione  della 
poi  in  quelle  del  terzo  giorno ,  Dal  Certosa,  pieni    di    fervore    incomin- 
giusto  giudizio    di   Dio    sono    stato  ciarono  essi  a  fabbricare   la  chiesa , 
condannato.    Perciò  Brunone  si   de-  e   nelle    sue    vicinanze    alcune   celle 
terminò  di  abbandonare  il   mondo,  distinte,  e  separate  una  dall'altra, 
e  ritirarsi  a    vivere    religiosamente,  a    somiglianza    delle    antiche    laure 
Altri   vogliono,  che  la  di  lui  risolu-  della  Palestina,  e  degli    eremi    pri- 
zione  di  recarsi  in  un  deserto  fosse  mitivi  di    s.    Romualdo.    Quindi    il 
avvenuta  dopo  una  visione,  che  ne  santo  prescrisse  a' suoi  monaci  l'a- 
lo invitava.  Certo  è  che    s.    Bruno-  stinenza  dalle  carni,  sebbene    infer- 
ne  si   sentì    chiamato    da    Dio    alla  mi,  il  lavoro  manuale  in  ore  deter- 
vocazione  religiosa,  siccome  afferma-  minate,  un  perpetuo   silenzio    e    ri- 
no  tutti  gli  autori  dell'Ordine  cer-  tiramento,  per  attendere    più    libe- 
tosino,  e  eh'  egli,  insieme  a  sei  coni-  ramente  all'  orazione ,    e  alla  medi- 
pagni,  andò  a  visitare   Ugo  vescovo  tazione  delle  cose  celesti,    al    canto 
di   Grenoble,   Io  consultò  sul  conce-  delle  lodi  divine,  alla  mortificazione 
pito    disegno ,     e    gli    domandò    un  del  proprio  corpo ,    ed    all'  esercizio 
qualche  deserto  nella  sua  diocesi.  Il  di  tutte  le  virtìi.    Le    celle  de'  cer- 
ve^scovo  lo  condusse  attraverso  delle  tosini  sono  tutte  distribuite  nel  chio- 
montagne    in    una    vallata    che    gli  stro  maggiore,  con    una    medesima 
donò,  presso  un  villaggio    chiamato  distanza  tra  loro,  ti'ovandosi   in  cia- 
dal  nome  delle  montagne    Cci-tosa  ,  scuna  quanto  è  necessario  all'uomo, 
che  in  seguito  diede    la  denomina-  che  rinunzia  al    mondo;    cioè    una 
7Ìonc  all'Ordine  certosino   o  cartu-  camera     con     camino,     che    serve 
siano,  pel  quale  denominati  pur  ven-  anco    per    mangiare ,    altra    camera 
nero  Certose  i  monisteri,  che  in  prò-  per  dormire,  una    piccola    galleria, 
gresso  fondò  quel  santo,  concorren-  un  gabinetto  per  lo  studio,  una  sof- 
dovi  vari  sovrani    e  personaggi  con  fìtta ,    alcune     guardarobe ,     ed    un 
.sorprendente    magnificenza.     Perchè  giardinetto.     Quivi     si    danno    loro 
essendo    allora    in    somma     venera-  lutti  quegli  strumenti ,    che    richie- 
7Ìone  la  vita  ritirata    e   contempla-  dono  per  lavorare,  e  tutti    i   libri, 
ti  va,  que'  monaci  ottennero  ovunque  che    bramano,    non    uscendo    dalle. 


CI'LR 

celle  che  tre  volte  al  giorno  por 
4-ecarsi  in  coro  al  mattutino ,  che 
recitasi  a  mezzanotte,  alia  messa 
ponventuale,  ed  al  vespero.  Nel  ri- 
manente del  tempo  stanno  i  certo- 
sini costantemente  rinchiusi,  e  man- 
giano soli  nelle  celle ,  ove  per  un 
finestrino  esteriore  e  chiuso  è  loro 
somministrato  il  vitto  necessario  , 
fuorché  ne'  giorni  festivi ,  ne'  quali 
vanno  in  coro  a  dire  tutte  le  ore  car 
noniche,  e  poscia  mangiano  unita- 
mente nel  comune  refettorio ,  ove 
però  non  mai  viene  dispensato  il 
silenzio,  venendo  loro  solo  permes- 
so in  determinati  giorni  alcun  ra- 
gionamento fra  religiosi,  nell'  inter- 
vallo che  corre  da  nona  a  vespero. 
In  altri  giorni  dell'  anno  è  ad  essi 
accordato  di  uscire  dal  monistero 
una  volta  la  settimana  per  andare 
a  spasso  fuori  della  città,  o  in  luo- 
ghi appartati ,  non  essendo  lecito 
uscire  in  ogni  giorno  che  ol  supe- 
riore, e  al  procuratore  pegli  affari 
dell'Ordine.  Alle  donne  è  vietato 
di  entrare  anclie  nelle  loro  chiese  ^ 
eccettuata  quella  di  s.  Maria  degli 
Angeli  di  Roma,  per  non  essere  in- 
teriore ,  come  lo  sono  quelle  delle 
altre  Certose. 

Decorsi  circa  sei  anni  dacché  s. 
Brunone  esemplarmente  viveva  nella 
Certosa  di  Grenoble,  l'antico  suo 
discepolo  Ottone  da  Chatillon  ,  di- 
venuto nel  1088  l'ontefjce  Urbano 
li,  il  chiamò  a  Roma  con  precetto 
di  ubbidienza  per  valersene  nel  go- 
verno della  Chiesa,  e  della  sua  co- 
scienza. Il  santo  fu  .seguito  da  al- 
cuni compagni,  a'  quali  venne  nella 
città  assegnata  una  decente  abita- 
zione ;  ma  non  poteiido  .snifrire  le 
distrazioni,  ed  i  disturbi,  dopo  al- 
cun tempo  fecero  ritorno  alla  Cer- 
tosa, il  possesso  della  quale  venne 
^d  essi  confermato  da  mi  bieve  apo- 


CER  107 

stolico  di  Urbano  II  intanto  che  il 
lor  fondatore  gli  animava  a  pi'ose- 
guire  nel  primitivo  fervore  e  peni- 
tenza ,  mercè  frequenti  lettere.  Ma 
non  andò  guari,  che  il  medesimo 
santo,  annoiato  dal  tumvillo  inse- 
parabile da  upa  corte,  in  cui  si 
trattavano  tutti  i  grandi  affari  del 
cristianesimo ,  con  alcuni  discepoli 
che  avea  adunati  in  Roma,  passò 
in  Calabria,  e  si  fermò  nel  deserto 
della  torre,  per  dedicarsi  all'orazio- 
ne, e  all'osservanza  del  suo  istituto, 
ed  avendo  ricevuto  il  territorio  in 
dono  da  Ruggiero  principe  della 
provincia,  ivi  .santamente  movi  nel 
I  IO  r. 

S,  Brunone  non  lasciò  regola  par- 
ticolare ai  religiosi  del  suo  Ordine, 
ed  i  loro  statuti  furono  compilati 
dal  ven.  Ouigiies,  quinto  generalo 
de'  certosini ,  formandoli  a  tenore 
di  quanto  aveva  veduto  praticare 
dai  primi  discepoli  del  .santo.  Li 
chiamò  Co.sttnni  della  gran  Cerlor 
sa,  e  li  rese  comuni  alle  altre  ca- 
se, che  allora  erano  tre.  Quindi  s, 
Antelmo,  settimo  generale  certosino, 
introdu.sse  l' uso  de'  capitoli  gene- 
rali, che  si  celebrano  .sempre  nell;^ 
Certosa  di  Grenoble,  ne'  quali  si  fl^- 
cero  diversi  regf)lamenti.  La  prima 
nppi'ovazionc  dell'Ordine,  per  parte 
della  Sede  apostolica,  .si  attribuisce 
ad  Urbano  li  ,  quando  ordinò,  col 
summentovato  suo  breve,  che  i  com- 
pagni di  s.  Brunone,  partendo  da 
Roma  ,  fossero  rimessi  in  possesso 
della  Certosa  di  Grenoble;  quindi  il 
Pontefice  Ales.sandro  IH  lo  confer- 
mò ai  2  settembre  i  i  76.  Quest'Or- 
dine professa  molte  regole  .sue  pro- 
prie, niente  ha  di  comune  cogli  Or- 
dini segnaci  di  s.  Benedetto  ,  meno 
!  iifìizio  divino,  eh'  è  (piasi  simile  a 
quello  di  detto  .santo,  pei'  cui  aflTatto 
si  con.sidera    come  un  istituto  parti- 


io8  CER 

col;\re,  poiché  quelli  che  il  gover- 
nano, hanno  il  titolo  di  priori ,  e 
non  di  abbati.  Il  loro  generale  ri- 
siede alla  Certosa  grande ,  prende 
il  nome  di  priore  di  essa ,  ed  è 
inamovibile  ed  a  vita.  Diverse  vol- 
te le  costituzioni  di  quest'Ordine  fu- 
rono corrette,  perchè  sebbene  fatte 
nel  capitolo  generale,  non  hanno 
forza  di  obbligare,  se  non  sono  con- 
fermate in  tre  capitoli  parimenti 
generali.  Quelle ,  che  attualmente 
sono  in  vigore ,  sono  le  medesime 
del  iSyB,  che  corrette  da  una  con- 
gregazione de'  Cardinali  furono  pub- 
blicate nel  i58r,  e  poi  confermate 
nel  1682  dal  Pontefice  Innocenzo 
XI.  Secondo  questi  nuovi  statuti, 
alcune  osservanze  presentemente  so- 
no più  austere  delle  antiche,  giac- 
cliè  il  canto,  e  l'uffizio  de' certosi- 
ni sono  di  rito  particolare,  essendo 
anzi  lunghissimo  questo  secondo ,  e 
seguendo  ancora  molte  cerimonie  e 
vili  antichi  della  Chiesa.  Oltre  le 
astinenze  ed  i  digiuni  frequenti,  por- 
tano per  camicia  una  tonaca  di  saja, 
loro  è  proibito  il  lino,  e  dormono 
sopra  un  saccone  con  lenzuola  di 
lana,  e  sulla  nuda  carne  usano  un 
cilicio  ed  una  cintura  di  corda. 

Il  Bonanni  riporta  la  figura  dei 
certosini  al  capo  CVIII  del  suo  Ca- 
talogo, facendo  altrettanto  il  Cappar- 
roni  nella  figura  X  della  Raccolta 
degli  Ordini  religiosi^  Roma  1826. 
Componesi  il  loro  abito  di  una  to- 
naca di  panno  di  lana  bianca,  le- 
gata con  cintura  di  cuoio  bian- 
co, o  con  una  corda  di  canape.  Usa- 
no la  cocolla  stretta,  a  cui  è  attac- 
cato un  cappuccio  quadrato,  che  si 
mettono  quando  vanno  a  letto,  e 
quando  stanno  in  letto;  però  nel 
coro,  ed  in  pubblico  portano  uno 
scapolare  largo,  che  è  il  loro  vero 
abito,  o  parte  di  esso.  Scende  quello 


CER 

scapolare  sino  a  terra ,  ed  ha  nei 
fianchi  due  liste  dello  stesso  panno 
bianco,  le  quali  uniscono  la  parte 
anteriore,  e  la  posteriore  dello  stesso 
scapolare  ,  che  chiamano  cocolla. 
Quando  escono  dal  monistero  fanno 
uso  di  vma  cappa  nera  col  cappuc- 
cio del  medesimo  colore.  I  conversi 
si  lasciano  crescere  la  barba ,  ed 
usano  la  cappa  di  color  bigio ,  o 
castagno. 

Un  tempo  (juest'  Ordine  contava 
cento  settantadne  monisteri  (  settan- 
tacinque de'  quali  in  Francia ,  di- 
visi in  sedici  provincie  ) ,  essendosi 
propagato  nell'  Italia,  nella  Spagna, 
nella  Germaiiia,  nell'  Inghilterra, 
nella  Francia,  nella  Fiandra,  e  in 
altre  parti. 

Abbiamo  inoltre  ,  che  Innocenzo 
UT,  agli  II  febbraio  i2o5,  col 
disposto  della  costituzione  ^1  Solet 
annuere.  Rullar,  t.  Ili,  par.  T,  pag. 
Ilo,  approvò  i  religiosi  di  Val  di 
Choux,  Vallis  Caullium,  instituiti  da 
Viardo,  monaco  converso  certosino 
di  Lugny  nella  diocesi  di  Langres 
nella  Borgogna ,  colla  regola  più 
stretta  de'  certosini.  Tal  monistero 
era  capo  d' un  Ordine  poco  consi- 
derevole, il  cui  generale  prendeva 
il  titolo  di  priore.  Tuttavolta  il  Car- 
dinal Giacomo  de  Vitri  contempo- 
raneo ,  nella  sua  Storia  occidentale 
capo  1 7 ,  dice  che  questi  religiosi 
piesero  l'abito  dei  cistcrciensi,  e  ne 
seguivano  gli  usi.  Il  Chopin  nel  suo 
Trattato  dei  religiosi,  e  dei  moni- 
steri,  parlando  di  quello  di  Val  di 
Choux,  dice  che  aveva  dipendenti 
ti'enta  piccoli  priorati.  V.  il  p.  He- 
lyot,  Storia  degli  Ordini  monasti- 
ci, t.   VI,  pag.    178. 

Questo  benemerito  istituto  ha  da- 
to alla  Chiesa  molti  uomini  grandi, 
prelati  e  scrittori,  come  s.  Ugo  ve- 
scovo di  Lincoln,  canonizzato  solen- 


CER 
nemente  nel  ìlio  da  Onorio  III, 
s.  Antelmo  vescovo  di  Bellay ,  ed 
altri  che  in  parte  diremo.  11,  certo- 
sino Ferrari  scrisse  un  trattato  per 
qual  ragione  in  quest'Ordine  pochi 
sieno  i  santi  canonizzati,  a  cui  rispo- 
se monsignor  Sarnelli  colla  lettera 
XCVIl ,  del  tomo  X ,  dicendo  che 
per  le  canonizzazioni,  oltre  le  virtù 
in  grado  eroico,  abbisognano  an- 
che i  miracoli ,  i  quali  per  lo  più 
non  si  fanno  ad  intercessione  di  que- 
sti santi  solitari,  allìnchè  non  venga 
sturbata  la  loro  religiosa  solitudine 
colla  frequenza  de'  concorrenti.  Di 
fatti  sappiamo  da  s.  Antonino,  Hist. 
EccL,  tit.  XV,  capo  11 ,  §  2  ,  che 
un  monaco  della  Certosa  operando 
nel  II 75  molti  miracoli  al  suo  se- 
polcro, pe'  quali  grande  era  il  con- 
corso delle  persone,  essendo  sturbata 
la  quiete  di  que' religiosi,  il  loro  priore 
andò  al  sepolcro  del  santo  defonto, 
<•  gli  comandò,  in  virtù  di  santa  ob- 
bedienza ,  che  in  avvenire  non  fa- 
cesse più  miracolo  alcuno,  come  pun- 
tualmente eseguì. 

Senza  mentovare  i  letterati,  e  gli 
uomini  illustri,  che  uscirono  da  que- 
st'Ordine, diremo  che  lo  stesso  certo- 
sino Petrejo  pubblicò  la  Biblioteca  de- 
gli scrittori  dell  Ordine. ,  nel  1 609, 
continuando  altri  autori  a  darci  le  suc- 
cessive notizie.  Al  Vaticano,  e  alla 
cattedra  di  s.  Pietro  diede  questo 
Oidine  Ottone  Chàtillon  francese , 
Cardinal  di  s.  Chiesa ,  e  poi  Papa 
Urbano  II,  il  quale  dopo  essere  sta- 
to monaco  cluniaccnse ,  divenne  di- 
scepolo di  s.  Brunone ,  come  si  ri- 
riferisce nella  sua  leggenda  nel  bre- 
viario romano  ai  6  di  ottobre;  e, 
secondo  alcuni,  anche  Guido  Gross 
di  s.  Gilles,  perocché  dopo  la  morte 
della  moglie  era  entrato  ne'  certo- 
sini, da'  quali  uscì  per  le  istanze  di 
Luigi  IX  re  di  Francia  per  esserne 


CER  109 

consigliere.  Creato  Cardinale,  e  nel 
1  %Q5  Papa  col  nome  di  Clemente 
IV,  al  dire  di  Novaes,  Dissertazioni 
storico-critiche  ,  tomo  I ,  pag.  84  , 
anche  nel  pontificato  conservò  sem- 
pre le  pratiche  del  certosino  istituto. 
Non  si  dee  però  tacere,  che  Clemen- 
te IV,  lungi  dall'essere  stato  di  que- 
st'  Ordine ,  fu  piuttosto  confuso  con 
Fulcodio  genitore  di  lui ,  che  real- 
mente tiopo  la  morte  di  Germana 
sua  consorte,  entrò  tra  i  certosini. 
In  fatti  il  p.  Benedetto  Trombi,  nel 
tomo  V,  pag.  246  dd'  suoi  Annali 
Certosini,  stampati  con  grande  cri- 
tica in  Napoli  nel  lyyS,  convenendo 
sul  monacato  di  Fulcodio ,  non  la 
parola  del  figlio ,  che  non  avrel)be 
ommesso  per  gloria  del  suo  Ordine, 
se  ne  avesse  professato  la  regola. 
Certo  è,  che  i  tre  seguenti  Cardi- 
nali appartennero  ai  certosini  ,  cioè 
il  b.  Nicolò  Albergati,  il  quale  era 
monaco  certosino  e  vescovo  di  B(j- 
logna  sua  patria,  e  nel  14^6  da 
Martino  V  fu  fatto  Cardinale.  Be- 
nedetto XIV  ne  approvò  per  la 
santità  di  sua  vita  il  culto  immemo- 
rabile :  Alfonso  Luigi  Duplessis  de 
Richelieu  ,  francese ,  fiatello  del  ce- 
lebre Cardinal  di  tal  nome,  visitato- 
re dell'Ordine  certosino,  e  da  Urba- 
no Vili ,  ad  onta  della  sua  ripu- 
gnanza ,  fatto  vescovo ,  e  poi  nel 
1629  Cardinale:  Stefano  le  Camus, 
di  Poitiers,  monaco  certosino,  ed  ar- 
civescovo di  Grenoble  per  volere  di 
Clemente  X,  e  nel  1686  creato  da 
Innocenzo  XI  Cardinale  prete  del 
titolo  di  s.  Maria  degli  Angeli,  ap- 
partenente al  suo  Ordine. 

Finalmente  la  storia  di  quest'Or- 
dine, che  tuttora  fiorisce,  viene  de- 
scritta copiosamente  dal  Monastico 
anglicano  di  Dugdale;  da  Dorlan 
Cron.  de  Certos.,  da  Petreio,  Biblio- 
teca de'  CerLosini,  succitato,  dal  Mi- 


no  CER 

leo  Origines  Carlhusianomni,  Colo- 
iiiae  1609,  da  Mcleagro  Pentimalli 
nella  Fila  di  s.  Brunone,  colla  cro- 
nologia di  tutti  i  priori  della  Certosa, 
Roma  1621  e  1622,  nonché  da  al- 
tri autori  della  storia  de^li  Ordini 
religiosi. 

Lo  stemma  de'  certosini  si  com- 
pone di  un  globo  sormontato  da 
una  croce,  circondato  da  sette  stelle, 
ed  avente  sotto  di  sé,  e  d'intorno 
in  giro,  questa  epigrafe:  stat  crux 
DUAi  voLviTUR  oUBis.  lu  Rouia  i  cer- 
tosini tuttora  stanno  nella  loro  Cer- 
tosa di  s.  Maria  degli  Angeli ,  resi- 
denza del  procuratore  generale,  prio- 
re di  essa.  Oltre  quanto  superior- 
tnente  dicemmo ,  aggiungiamo  qui 
sullo  stabilimento  de'  certosini  in 
Roma,  che  il  Pontefice  Urbano  li 
diede  a  s.  Briuione  per  residenza 
de'  suoi  religiosi  la  casa  annessa  alla 
chiesa  di  s.  Ciriaco  alle  Terme  diocle- 
ziane,  come  rilevasi  da  un  breve  pro- 
dotto dal  citato  p.  Trombi.  Così,  non 
senza  un'  amnjirabile  disposizione 
della  divina  Provvidenza,  questa  con- 
gregazione entrò  sino  d'allora  in  pos- 
sesso di  questo  luogo,  che  dopo  quat- 
tro secoli  dovca  servire  di  stabile 
abitazione  a'  suoi  religiosi ,  i  quali 
ivi  alzarono  vni  nobilissimo  altare  a 
s,  Brunone. 

In  questo  sito  il  conte  Napoleone 
Orsini  di  Manopello  avea  stabilito 
di  erigere  un  ampio  nionistero  ai 
certosini;  ma  essendo  morto  nel  i366 
il  conte  di  Nola  suo  fratello,  otten- 
ne da  Urbano  V,  a'  i8  luglio  iSyo, 
ira  breve,  che  dava  facoltà  ai  cer- 
tosini di  poter  fondare  una  Certosa 
presso  la  basilica  di  s.  Croce  in  Ge- 
rusalemme. L'aria  insalubre  però  di 
questo  luogo  faceva  solfrire  ogni  anno 
ai  monaci ,  massime  nell*  estate  ;  il 
perchè  ricorsero  essi  a  Bonifacio  IX, 
afìinchè  volesse  loio  concedere  il  ino- 


CER 

nistcro  di  Palazzuolo  nella  diocesi 
di  Albano  (f^edi) ,  per  ripararvisi 
nell'estate,  come  in  effetto  ottennero. 
Ciò  non  pertanto  per  l' inclemenza 
dell'aria  di  s.  Croce  in  Gerusalem- 
me, nel  capitolo  generale  del  14^9 
fu  deciso  rinunziare  il  monistero  a 
Papa  Martino  V,  come  narra  il  p. 
Trombi,  al  tom.  VIII,  §  yS.  Ma  il 
Pontefice  lungi  dall'accettare,  gì'  in- 
coraggi a  rimanervi;  laonde  nell'ai-  I 
tro  capitolo  generale  del  1 43 1,  ven- 
ne stabilito  a  maggior  decoro  del 
priore  della  Certosa  di  Roma  ,  che 
dovesse  in  lui  uniisi  la  carica  di  pro- 
curatore generale  dell  Ordine,  conni 
poi  si  è  stabilmente  praticato.  In 
progresso  di  tempo  i  cei'tosini  fissa- 
rono ospÌ2,io  in  Roma  avanti  la  chie- 
sa e  monistero,  ora  distrutto,  dietro 
s.  Pietro  ia  Vincoli,  ove  si  trasferi- 
vano nell'eslate  da  s.  Croce  in  Ge- 
rusaleunne  ;  finché  assunto  al  pon- 
tificato Pio  IV,  3 Tedici j  milanese, 
ai  27  luglio  i56i  inviò  al  priore 
della  gran  Certosa,  il  breve,  Mona-  ì 
sttria  .si/ignln,  e  concesse  a'  certosi-  1 
ni ,  come  dicemmo  superiormente 
all'articolo  Certosa,  la  chiesa  di  s. 
Maria  degli  Angeli  alle  Terme  di 
Diocleziano ,  facendovi  erigere  con- 
tigua la  Certosa ,  ove  tuttora  fio- 
riscono questi  esemplarissimi  re- 
ligiosi. 

CERVANTES  Giovanni,  Cardi- 
nale. Giovanni  Cervantes  nacque  a 
Lora  di  Andaluzia.  Ottenne  la  lau- 
rea in  ambe  le  leggi;  fu  arcidiaco- 
no di  Siviglia,  e  dopo  le  chiese 
di  Avila  e  Segovia,  ebbe  l'arcive- 
scovato di  Burgos.  Poi  nel  i4'JO,  ad 
istanza  del  re  cattolico,  da  Nicolò  V 
conseguì  quello  di  Siviglia;  essendo 
già  stalo  creato  Cardinal  prete  di 
s.  Pietro  a' Vincoli,  ai  24  maggio 
14-26  da  Martino  V.  Eugenio  IV,  nel 
j446,  lo  trasferì  al  vescovato  d'O- 


stia,  colla  legazione  al  concilio  di 
Uasilea,  col  1).  Nicolò  Carilinal  Al- 
bergati; e  poi  fu  inviato  a  titolo  di 
onore  da  quei  padri,  che  lo  temeva- 
no assai,  legato  al  Pontefice,  e  ad 
altri  principi  d'Italia,  per  sopire  le 
differenze  tra  la  repubblica  veneta,  e 
Gianmaria  Visconti  duca  di  Milano. 
Quindi  venne  spedito  alla  dieta  di 
Magonza,  nel  i43q,  per  gli  aflàri 
del  conciliabolo  di  Basilea,  Della  sua 
casa  in  Siviglia,  fece  uno  spedale 
capace  di  ottanta  infermi,  dedicato 
a  s.  Ermenegildo,  cui  arricchì  a  suf- 
ficienza ;  lasciò  un  fondo  per  l' an- 
nua dote  di  dodici  vergini  da  collo- 
carsi in  matrimonio  ;  nella  sua  chie- 
sa eresse  una  cappella  allo  stesso 
santo  con  fpiattro  cappellanie  ;  libe- 
rò dal  duro  assedio  di  Siviglia,  il 
re  di  Castiglia,  e  dopo  essere  inter- 
venuto alla  elezione  di  Eugenio  IV, 
e  Nicolò  V,  morì  a  Siviglia,  nel 
1^53,  contando  ventisette  anni  di 
Cardinalato ,  e  fu  sepolto  nella  sua 
metropolitana. 

CERVANTES  Gasparo,  Cardi- 
nale. Gasparo  Cervantes  nacque  a 
Cacei'es  di  Polenza  nel  1 5 1  i .  Eru- 
dito nelle  leggi,  e  nelle  facoltà  teo- 
logiche, era  vicario  generale  dell'ar- 
civescovo di  Siviglia,  inquisitore  del- 
la fede ,  arcivescovo  di  Messina  sot- 
to Pio  IV  nel  i56i  ;  poi  nel  i568 
ebbe  la  metropoli  di  Tarragona.  Al 
concilio  di  Trento  fu  altamente  sli- 
mato, trattò  presso  al  Pontefice  la 
causa  dell'arcivescovo  di  Toledo;  e 
a  mezzo  di  Filippo  li,  lo  stesso 
s.  Pio  V,  a'  17  maggio  del  iSyo,  lo 
creò  Cardinal  prete  di  s.  Bartolommeo 
ali  Isola.  Poscia  nel  iSya  venne  spe- 
dito legato  al  medesimo  Filippo  a 
conchiudere  gravissimi  affari.  Anche 
a  Tarragona  celebrò  un  sinodo,  sta- 
bdì  un  seminario  e  un  noviziato  ai 
gesuiti,  ed  una  università,  la  <juak 


CER  iTf 

volle  poi  erede  di  tutto  il  suo  avere 
quando  morì  nel  i5j5  dì  sessanta- 
quattro anni,  e  cinque  di  Cardina- 
lato. Fu  sepolto  in  quella  metropo- 
litana con  magnifico  elogio. 

CERVIA  (Cervien.).  Città  con 
residenza  vescovile  nello  stato  pon- 
tifìcio, legazione  di  Ravenna,  posta 
sulla  spiaggia  del  mare  Adriatico , 
con  piccolo  porto,  al  quale  si  giun- 
ge per  mezzo  d' un  canale,  avente 
i  dintorni  lidondanti  di  slagni,  dai 
quali  si  ricava  molto  sale,  massime 
dalla  vasta  palude  chiamata  Valle 
di  Cervia.  L' aria  è  perciò  alquanto 
mal  sana,  quantunque  nel  lyoSsia 
stata  trasportata  la  città,  coll'erezio- 
ne  di  vari  edilìcii  ,  nel  luogo  ove 
trovasi,  avendo  gettata  la  prima  pie- 
tra nei  fondamenti  il  vescovo  Ric- 
camonti  ai  24  gennaio,  nel  pontifi- 
cato d'Innocenzo  XII.  Era  dnppriuìa 
un  quarto  di  miglia  più  discosta  dal 
mare,  in  un  sito  ove  l'aria  era  no- 
cevolissima.  Antichissima  n'  è  l'ori- 
gine, dappoiché  Ficocle,  o  Phyroclc , 
cui  succedette  Cervia,  trae  l'origine 
dai  pelasgi ,  a'  quali  si  dee  la  sua 
erezione  in  vuio  a  varie  altre  città 
della  regione  lungo  la  costa  adriati- 
ca, tutte  floride  e  potenti.  Cervia 
si  repula  per  una  delle  cinque  città 
più  nobili  componenti  la  pentapoli 
dell'esarcato  di  Ravenna.  In  quanto 
all'origine  del  suo  nome,  è  a  sapersi 
che  Cerere  era  la  divinità  più  di 
tutte  venerata  in  Ficocle  in  sontuo- 
so tempio,  i  cui  ruderi  si  osservano 
in  Cervara ,  possidenza  de'  vescovi 
cervesi,  chiamata  già  Caereris  Ara. 
Con  egual  denominazione  corrotta- 
mente denominossi  la  città,  che  surse 
dopo  Ficocle  per  trovarsi  eziandio 
nella  via  di  Cerere  ;  laonde  fu  detta 
prima  Caereria,  quindi  Ceraia.  La 
opinione  poi  di  alcuni,  i  quali  ne  fì\nno 
derivare  il  uome  dagli  acervi  di  sale. 


112  CER 

ch'ebbe  sempre  Ficocle,  non  è  am- 
messa dai   critici. 

Cervia  soggiacque  ai  destini  dell'e- 
sarcato ,  e  alle  vicende  della  Roma- 
gna, perdendo  i  pregi,  che  la  distin- 
guevano. Fu  soggetta  al  dominio  dei 
bolognesi,  poi  dei  forlivesi,  indi  di 
diversi  polentani  signori  di  Ravenna. 
Appartenne  in  seguito  ai  Malatesta 
signori  di  Rimini.  Di  fatti  si  ha, 
che  il  Pontefice  Nicolò  V,  ai  29  ago- 
sto 1449  j  naturalizzò  Malatesta  fi- 
glio spurio  di  Sigismondo,  e  dipoi, 
ai  23  maggio  14^0,  gli  conferì  il 
vicariato  di  Cervia  ,  che  aveva  già 
dato  al  di  lui  genitore  ai  i4  giu- 
gno i448j  con  annuo  censo,  ed  inol- 
tre lo  assolvette  di  quello  da  Sigis- 
mondo non  soddisfatto  alla  camera 
apostolica;  ma  in  seguito  con  diplo- 
ma del  primo  marzo  i4^2,  aggiun- 
se alla  città  di  Cesena  l'agro  di  Cer- 
via. Finalmente  nel  pontificato  di 
Clemente  VII,  e  nell'anno  1527, 
mentre  l'esercito  di  Carlo  V  asse- 
diava Roma ,  la  repubblica  di  Ve- 
nezia s' impadronì  di  Cervia ,  ma 
dopo  la  pace  conchiusa  nel  i53o 
fra  il  Papa,  l'imperatore  e  i  vene- 
ziani ,  Cervia  tornò  stabilmente  al 
soave  dominio  della  Chiesa  Roma- 
na, sotto  la  quale  incominciò  ad  es- 
sere soggetta  sino  da  quando  nel 
secolo  Vili  l'esarcato  divenne  do- 
minio de'  sovrani  Pontefici ,  e  nella 
ultima  vicissitudine  fu  partecipe  di 
quelle  della  Romagna. 

E  tradizione  costante,  avvalorata 
dagli  statuti  della  città ,  essere  ve- 
nuta Cervia  alla  fede  l'anno  5o  del- 
l' era  cristiana ,  per  opera  di  Eleu- 
terio ,  che  ne  fu  primo  vescovo  in- 
viatovi dall'apostolo  dell'Emilia  san 
Apollinare,  discepolo  di  s.  Pietro. 
Provasi  ciò  con  un  manoscritto  ap- 
partenente al  Cardinal  Paolo  Cesi,  ve- 
scovo di  Cervia  nel  1 69  j,  di  cui  vuoisi 


CER 

autore  Ciistoforo  di  s.  Marcello,  vesco- 
vo egli  pure  di  Cervia  nel  1 43  i, cele- 
bre non  meno  per  dottrina,  che  per 
la  qualifica  di  nunzio  apostolico  presso 
il  concilio  di  Basilea,  ove  si  legge: 
»»  His  accedit  quod  in  locum  Fla- 
>»  minum  diis  Phycoclensium  sub 
«  ethnica  superstilione  famulantiuin, 
»  promulgata  jam  Christi  fide,  suc- 
»  cessit  episcopalis  honor  ....  Eleu- 
»  therius  qui  ex  Ravenna  huc  ac- 
»  cessit,  a  sancto  Apollinare  episco- 
»  pus  ordinatus  per  octo  fere  annos, 
»  ecclesiam  Phycoclensem  rexit  ". 
Questa  sede  rimase  suffraganea  del- 
la metropoli  di  Ravenna  ;  senon- 
chè,  avendo  Gregorio  XIII  colla  bol- 
la Universi,  elevato  al  grado  ar- 
civescovile Bologna  sua  patria ,  vi 
sottomise  il  vescovato  di  Cervia,  al 
quale  precedentemente,  nel  iSyg, 
avea  estinto  un  censo,  che  gli  paga- 
va la  camera  apostolica.  Di  poi  il 
Pontefice  Paolo  V  liberò  Cervia  dal- 
la giurisdizione  metropolitica  di  Bo- 
logna, e  la  restituì  a  quella  di  Ra- 
venna ,  di  cui  è  tuttora  sutlra- 
ganea. 

Cervia  venera  sugli  altari  due  dei 
suoi  vescovi ,  cioè  s.  Paterniano  e 
s.  Geronzio ,  e  la  sua  sede  illustre 
venne  occupata  successivamente  da 
personaggi  chiari  per  virtìi ,  dottri- 
na e  natali.  E  primieramente  abbia- 
mo, che  Eugenio  IV  nel  i446  f^^e 
vescovo  commendatario  di  C«rvia  il 
suo  nipote  Cardinal  Pietro  Barbo 
veneziano,  che  nel  14^4  salì  sul 
trono  pontificale  col  nome  di  Pao- 
lo II ,  mentre  gU  altri  vescovi  di 
Cervia  fregiati  della  dignità  Gu-di- 
nalizia ,  sono  i  seguenti  :  Antonio 
Corraro  veneto  nipote  di  Gregorio 
XII  ;  Isidoro  Ruteno  greco,  chiama- 
to l'apostolo  de'  greci  e  ruteni  ;  Pie- 
tro Ficschi  de'  conti  sovrani  di  La- 
vagna; Guglielmo  Alidosi  dei  signori 


CER 
d' Imola  ;  Paolo ,  ed  Ottavio  Cesi 
romani;  Scipione,  ed  Ottavio  Santa 
Croce,  pure  romani  ;  Decio  Azzolini 
di  Fermo  ;  Alfonso  A^isconti  mila- 
nese; Bonifacio  Bevilacqua  di  Fer- 
rara ,  e  Gio.  Francesco  di  Bagno 
mantovano.  Furono  poi  nunzi  della 
Santa  Sede  in  Francia  per  la  causa 
di  Lotario  I ,  il  vescovo  Giovanni 
Tanno  86 1  ,  e  al  concilio  basileese 
il  mentovato  Cristoforo  ;  mentre  il 
Cardinal  Bonaventura  Gazola,  fino 
al  1820,  era  stato  vescovo  di  Cer- 
via, donde  venne  trasferito  alla  sede 
di  Montefiascone. 

La  cattedrale  è  un  buon  edificio, 
rifabbricata  da  ultimo  dal  zelante 
vescovo  Ignazio  Gio.  Cadolini,  ed  è 
dedicata  ai  santi  suoi  vescovi  Pater- 
niano  e  Geronzio,  ed  il  suo  capitolo 
si  compone  di  due  dignità,  cioè  l'ar- 
cidiacono, e  il  prevosto,  di  dieci  ca- 
nonici con  due  prebende ,  quattro 
mansionari ,  e  di  altri  preti,  e  chie- 
rici pel  divino  servigio.  L'arcidiaco- 
no esercita  le  funzioni  di  parroco 
nella  cattedrale,  die  è  l'unica  par- 
rocchia della  città,  sebbene  in  essa 
vi  sieno  delle  altre  chiese  ben  orna- 
te, e  r  episcopio  è  unito  alla  catte- 
drale. Sonovi  un  monistero  di  reli- 
giosi, l'ospedale,  e  il  seminario  da 
ultimo  ripristinato  nel  1828  dal  pre- 
lodato vescovo.  La  mensa  è  tassala 
nei  libri  della  camera  apostolica  in 
fiorini  duecento. 

Fra  i  cittadini  di  Cervia ,  che 
in  essa  fiorirono,  merita  qui  spe- 
cial menzione  Lorenzo  Caleppi  , 
il  quale  fornito  di  grande  inge- 
gno, e  delle  più  belle  virtù,  dopo 
luminosa  caniera  ecclesiastica,  bene- 
merito della  Santa  Sede,  ne  rice- 
vette il  premio  da  Pio  VII,  che  lo 
esaltò  alla  dignità  Cardinalizia. 

Sui  vescovi  di  Cervia  è  a  vedersi 
rUghelli  nel  tomo  II  della  sua  Italia 


CES  ii3 

sagra^  e  Pier  Luigi  Galletti,  Lettera 
intorno  alle  serie  de'  vescovi  di  Cer- 
via ^  Roma  1760.  Abbiamo  poi  da 
Giuseppe  Pignocchi  il  Catalogo  del- 
le notizie  sinora  rilevate  dai  libri 
storici,  archivi  e  mss.  sopra  le  sa- 
line di  Cervia,  e  loro  sali,  i  domi- 
nanti suoi  e  gli  appaltatori,  Raven- 
na lySo,  e  da  Pietro  Antonio  Za- 
nonio,  De  Salinis  Cerviensibus  car- 
mina, Caesenae   1788. 

CERVINI  Marcello,  Cardinale, 
V.  Marcello  II. 

CESARE  DE  BUS  (ven.),  Fonda- 
tore della  Congregazione  della  Dottri- 
na Cristiana.  Questo  santo  sacerdote 
nacque  li  3  febbraio  del  i544  a  Ca- 
vaillon  o  Cavaglione,  città  della  con-" 
tea  Venesina,  ove  altre  volte  avea 
sede  un  vescovo,  ed  ora  è  soggetta 
alla  diocesi  di  Avignone.  Il  padre 
di  lui  chiamavasi  Giovanni  Battista, 
e  la  madre  Anna  de  la  Marc,  am- 
bedue discendenti  da  illusU'i  fami- 
glie. Questi  conjugi,  scorgendo  in 
Cesare  le  più  felici  disposizioni,  si 
diedei'o  a  coltivarle  con  ogni  pre- 
mura, e  poiché  si  mostrò  desideroso 
di  abbracciare  lo  stato  ecclesiastico, 
lo  mandarono  al  collegio  di  Avi- 
gnone, ove  si  distinse  per  amore 
allo  studio,  ed  alle  pratiche  di  cri- 
stiana mortificazione  e  carità.  Egli 
era  fornito  di  pronto  ingegno,  e  di 
solido  giudizio,  modesto,  compiacen- 
te, e  soprattutto  geloso  della  purez- 
za. Pi'ima  però  che  avesse  compito 
i  suoi  studi,  fu  richiamato  dal  padre 
a  Cavaglione,  a  motivo  delle  tur- 
bolenze insorte  nella  Francia  per 
opera  degli  eretici.  Cesare  pieno  di 
zelo  per  la  fede  si  armò  contro  i 
nemici  della  religione,  e  non  appena 
questi  furono  umiliati,  fece  ritorno 
alla  casa  paterna.  Senonchè  non  an- 
dò guari ,  che  volle  ripigliare  la 
carriera  delle  armi ,  ed  a  tal  fine 
8 


ii4  CES 

recossi  a  Bordeaux,  ove  suo  fratello 
Alessandro  apparecchiava  un'armata 
navale  contro  la  Roclielle,  Dopo  una 
grave    malattia    sofferta    in    cotesta 
città,    per    cui  dovette    ritornai'e  in 
patria,    pensò    di    andare  a  Parigi, 
ove  si  trattenne  tie  anni,  menando 
una  vita  del  tutto  mondana.  Ritor- 
nato  a  Cavaglione,   perdette   il  pa- 
dre,   ed  un  fratello    canonico   della 
collegiata  di  Salon,    il    quale  lasciò 
vacanti    alcuni    benefizi    ecclesiastici. 
Cesare,  quantunque  cingesse  la  spa- 
da, non   ebbe   orroi'e  di  entrare  in 
possesso  di  questi  beni ,   e  continuò 
a  condurre  una  vita  oziosa  e  dissi- 
pata. Ma  Dio,  che  lo  avea  destinato 
a  grandi    cose,    mise    in    animo  ad 
una    povera    vedova    di    campagna, 
chiamata  Antonietta,  e  ad  un  sem- 
plice chierico,  di  nome  Luigi  Guyot, 
di  adoperarsi  a  convertirlo,  come  di 
fatti  avvenne.  Cesare  aprì  gli  occhi 
.suir  infelice  suo  stato,   e  cangiò  te- 
nore di  vita.  Ma  per  difendersi  da- 
gli assalti  de'suoi  vecchi  amici,  recossi 
ad  Aix,    donde    passò  ad  Avignone 
affine  di  approfittare  del  santo  giu- 
bileo. Distaccato  col  cuore  dai  beni 
di  questa  terra,  rinunziò  tutti   i  suoi 
benefizi  ,    e    recatosi    in    patria ,    si 
diede    alla   pratica  di  ogni   maniera 
di  cristiane    virtù,    senza  punto  ba- 
dare   alle    beffe,  che  di  lui    faceano 
i  seguaci  del    mondo.    Meditava  del 
continuo  la  morte ,    leggeva  le  vite 
de'  santi ,   che   molto  aveano  contri- 
buito   alla    sua    conversione ,    e    si 
mortificava  con  tanta  asprezza ,  che 
ne    cadde    malato.    Né    contento  di 
faticare    alla     sua    santificazione,    si 
diede  con  mollo  zelo  a  pi-aticare  le 
opere  di  misericordia.  Gì'  indigenti, 
e  gì'  infermi    furono   gli  oggetti  del 
suo  tenero  amore,    e   coloro  segna- 
tamente, che  alle  malattie  corporali 
c^uellc  aggiungevano  dell'anima.    K 


CES 
per  meglio   riuscire  in   questo  divi- 
samento,  pensò  di  ripigliare    i   suoi 
studi,   e  di  consecrarsi   a  Dio  nello 
stato  ecclesiastico.  Il  vescovo  di  Ca- 
vaghone,    conoscendo    il    merito   di 
Cesare,    gli    conferì    un  canonicato, 
e    nel    iSSa     lo    ordinò    sacerdote. 
Tanta    era    la    divozione ,    con    cui 
offeriva  l' incruento  sacrifizio,  che  il 
suo  volto  si  accendeva ,   e  gli  occhi 
suoi  versavano  lagrime  di  tenerezza. 
11  ministero  della    parola   fu  da  lui 
esercitato    con    frequenza,    ed    egli 
ebbe  il  conforto  di  veder  molti  tra- 
viati rimessi  sul  sentiero  della  salute, 
e  molti  eretici    ritornati  in  seno  al- 
la Chiesa.  La     sua  carità  poi    verso 
i  peccatori  era  mirabile,  e  fu  osserva- 
to,   che  sovente   un  solo  suo  sguar- 
do bastava  a  convertirli.   Legatosi  in 
amicizia  con  Alessandro  Canigien,  pio 
arcivescovo  di  Aix,  intervenne  ad  un 
concilio  l'accolto  da  quel  prelato,  e  cer- 
cò di  ridestarlo  spirito  di  pietà  fra  i  mi- 
nistri del  santuario.  Fondò  una  con- 
fraternita,   che    fu   il  modello  della 
congregazione  della  Dottrina  Cristia- 
na,   e   ne  fu  eletto   a  superiore;  si 
diede     alla    riforma    dei    monisteri  ; 
incoraggiò  il  vener.   Giovanni  de  la 
Barriere    a   proseguire  nell'  impresa 
di  far  rivivere   lo  spirito  di  s.  Ber- 
nardo nella  sua  abbazia  di  Feuillans; 
aiutò  de'  suoi  consigli  un  commissa- 
rio   incaricato    dalla    santa    Sede     a 
regolare  in  varie  provincie  l'Ordine 
di    s.  Francesco  ;    provvide    affinchè 
fossero  tolti  alcuni  abusi  in  un  con- 
vento  di  domenicani  a    Cavaglione, 
ove  riformò    anche    il    monistero  di 
benedettine,  e  bandì  gli    spassi  pro- 
fani   del    carnevale.     Desideroso    di 
attendere  alla  sua  perfezione,  si  ri- 
tirò presso  una  cappella  intitolata  di      ■ 
s.  Giacomo,    posta  sopra  un    monte     'IJ 
poco    distante    da    Cavaglione.     Ma 
ben  presto  i  fedeli    mossi   dalla  sua 


CES 

santità,  si  recarono  a  quella  solitu- 
dine, ed  egli  fattosi  tutto  a  tutti 
esercitava  il  santo  ministero.  Sei  an- 
ni ei  visse  in  tal  guisa,  e  in  questo 
tempo  insegnò  la  legge  di  Dio  nei 
borghi  e  nei  villaggi  vicini,  e  dedi- 
cossi  all'assistenza  degli  appestati  in 
un  borgo  chiamato  Tauro.  Addolo- 
rato nel  vedere,  che  l'eresia  e  la 
ribellione  infestavano  la  Francia , 
radunò  alcuni  suoi  discepoli,  e  sta- 
bifi  di  fare  con  essi  delle  processioni, 
affine  di  calmai'e  la  collera  del  Si- 
gnore. Né  contento  a  ciò,  concepì 
il  disegno  di  fondare  una  società, 
la  cui  principale  incunibenza  fosse 
d' insegnare  e  spiegare  il  catechismo 
del  concilio  di  Trento.  Ottenutone 
l'assenso  dal  vescovo  di  Cavaglione, 
convocò  i  suoi  confratelli  nella  chiesa 
collegiata  dell'  Isola,  e  fece  un  di- 
scorso per  eccitarli  a  dar  mano  con 
zelo  ad  im'  opera  di  tanta  impor- 
tanza. Così  ebbe  principio  la  congre- 
gazione della  Dottrina  Cristiana  (  Ve- 
di) ne\  giorno  29  settembre  del  1592. 
Avignone  fu  la  prima  città  ,  in  cui 
si  stabilì ,  e  l' arcivescovo  Taurigio 
ne  ottenne  dalla  santa  Sede  l'appro- 
vazione. Poscia  fu  propagata  nelle 
Provincie  del  mezzodì  della  Francia, 
e  in  appresso'  Papa  Clemente  YllI 
emanò  un  breve,  con  cui  permise 
se  ne  fondassero  da  per  tutto  degli 
stabilimenti.  Dapprincipio  i  membri 
di  questa  congregazione  la  governa- 
vano a  vicenda;  ma  siccome  colla 
bolla  di  conferma  si  ordinava,  che 
fosse  eletto  un  capo  stabile,  tutti 
concordemente  fregiarono  di  tal  di- 
gnità il  santo  istitutore.  Questi  ri- 
volse le  sue  cure  eziandio  a  fondare 
una  società  di  persone  pie,  le  quali 
si  occupasseio  ad  istruire  le  giovani 
nelle  cose  di  religione,  e  vi  riuscì 
in  modo  che  nel  1 592  ne  fondò  una 
congregazione  nella    città  dell'  Isola , 


CES  ii5 

e  poscia  in  Avignone,  e  nelle  pro- 
vincie  tutte  della  Francia  meridio- 
nale. 

Ma  le  infermità  di  Cesare  anda- 
vano di  giorno  in  giorno  auraen-. 
tando.  Egli,  anziché  procurarsi  qual- 
che sollievo,  si  mortificava,  e  rasse- 
gnato alla  volontà  di  Dio,  reputa- 
vasi  felice  di  poter  espiare  così  i 
peccati  della  sua  giovinezza.  Da  ul- 
timo, dopo  aver  predetto  il  giorno 
della  sua  morte,  placidamente  spirò 
li  i5  aprile  del  1607,  in  età  di 
63  anni.  Il  sommo  Pontefice  Pio 
VII,  agli  8  dicembre  182 1,  lo  di- 
chiarò venerabile.  Questo  santo  sa- 
cerdote compose  un  libro  intitolato  : 
Istruzioni  familiari  sulle  quattro  par- 
ti del  Catechismo  romano.   P~.  Ì)oT- 

TRINARH. 

CESARE  {Caesar).  Titolo,  che 
si  dà  agi'  imperatori,  così  detti  dal 
nome  di  Giulio  Cesare.  La  Scrittura 
indica  ordinariamente  V  imperatore 
regnante  col  nome  di  Cesare,  senza 
esprimere  il  suo  altro  nome.  Abbia- 
mo dalla  storia  romana,  che  il  pri- 
mo a  portare  il  nome  di  Cesare 
fu  Giulio  Cesare  pretore  nell'  anno 
di  Roma  544-  Comunemente  si  cre- 
de derivato  questo  soprannome  dalla 
nascita ,  ed  indicante  un  fanciullo 
per  la  cui  estrazione  fu  duopo  apri- 
re il  ventre  della  madre,  e  quindi 
si  disse:  Ccesar  a  cceso  matris  utero. 
Tuttavolta  non  é  chiaro  se  dopo 
quel  Sesto  Giulio,  il  quale  appunto 
fu  r  estratto  dall'  utero  materno, 
tutti  quelli  della  famiglia  Giulia 
prendessero  il  nome  di  Cesare.  P'. 
Il  Propìnomio  isterico  ec.  Venezia 
1676,  alla  parola  Cesare,  ove  si 
leggono  le  diverse  opinioni  sull'ori- 
gine di  tal  nome. 

Allorquando  poi  il  senato  romaiìo 
ordinò  con  decreto,  che  il  sopran- 
nome   di    Cesare    portato    da    Cajo 


n6  CES 

Cesare  dittatore,  e  primo  imperato- 
re romano,  sarebbe  stato  attribuito 
all'erede  dell'  impero,  questo  nome 
divenne  un  distintivo,  e  un  titolo 
di  onore.  Quindi  sotto  i  successori 
di  Cajo  Giulio  Cesare,  essendo  pro- 
prio degl'  imperatori  il  nome  di  Au- 
gusto (  J^edi  ) ,  quello  di  Cesare  fu 
deferito  alla  seconda  persona  dell'im- 
pero ,  senza  che  per  ciò  1'  impera- 
tore cessasse  di  portarlo.  Si  osserva, 
che  da  Marco  Aurelio,  il  quale  di- 
venne imperatore  l' anno  di  Cristo 
i6i,  sino  all'  imperatore  Valenfe, 
che  lo  fu  nell'anno  364}  nessuno 
venne  dichiarato  Augusto,  avanti  di 
essere  nominato  Cesare.  Lucio  Vero 
è  il  primo  ad  esser  chiamato  Ce- 
sare avanti  di  essere  imperatore.  Il 
p.  Aicher,  Chronol.  iinù'ers.  tom.  I, 
pag.  2,  ann.  189,  parlando  del  ti- 
tolo di  Cesare  non  d'  imperatore, 
ma  di  successore  nell'  impero,  ecco 
come  si  esprime  :  »  Tuncque  pri- 
>»  mum  Caesaris  nomen  imperatori- 
»  bus  proprium,  imperii  tessera  fuit, 
'>  adeo  ut  idem  esset  Caesar,  ac  im- 
"  perii  candidatus ,  relieta  ipsis  im- 
M  peratoribus  prserogativa,  ut  Au- 
»   gusti  dicerentur.  " 

In  progresso  anche  gli  imperatori 
d'occidente  adottarono  il  titolo  di 
Cesare,  onde  si  dice  Maestà  Cesarea 
r  imperatore.  Prima  che  quello  di 
Russia  assumesse  il  titolo  imperiale, 
portava  quello  di  Czar,  che  alcuni 
credono  formato  dalla  corruzione 
del  nome  Cesare,  attribuito  agli 
imperatori  romani;  mentre  il  primo 
principe  russo,  che  adottò  il  titolo 
di  Czar  fu  Basilio,  figliuolo  di  Gio- 
vanni Basilide,  il  quale  nel  i47o 
scosse  il  giogo  de' tartari,  e  quindi 
])ose  i  primi  fondamenti  di  quella 
potenza,  a  cui  è  ora  giunto  il  rus- 
so impero.  Chiama  vasi  poi  Czarina 
la  moglie  del  monarca.  V.  Cassar, 


CES 

nohiUssimus  Imperntor  nel  Hierole- 
Xìcon  del  Macri  ,  Bononiae  1765, 
ed  il  Porcellini  Lexicon  tothis  lati- 
nitatìs,  Patavii    1827. 

CESAREA  {Ccpsa rea  Julia).  Città 
metropolitana  d'Africa  nella  Mauri- 
tiana  Cesariana ,  capitale  un  tempo 
della  medesima,  e  già  grande,  illu- 
stre e  celebre  città,  ornata  da  gran- 
diosi edifizi ,  con  magnifico  porto 
sul  Mediterraneo.  Gli  africani  la 
chiamarono  Tiqaident 3  o  la  città 
vecchia,  e  vuoisi  che  sia  la  Jole 
rammentata  dai  più  rinomati  geo- 
grafi. Si  pretende  edificata,  ovvero 
chiamata  Cesarea  da  Juba  l'e  della 
Numidia,  perchè  egli  vi  faceva  resi- 
denza, e  situata  presso  il  luogo  chia- 
mato oggidì  Tenes  nell'  impero  di 
Marocco,  mentre  altri  credono  che 
presentemente  sia  Algeri ,  Algerian. 
sivc  Julia  Ccesarea,  dal  Papa  re- 
gnante nel  i838  eretta  in  sede  ve- 
scovile, e  fatta  sufifraganea  di  Aix. 
Siccome  poi  divenne  la  metropoli 
civile  di  una  porzione  della  Mauri- 
tiana  nell'Africa  occidentale,  essa 
prese  il  nome  di  Cesariense. 

L' imperatore  Claudio  le  diede  il 
titolo  di  colonia  romana,  mentre  i 
romani  per  la  sua  fortezza,  larghez- 
za, ed  altezza  delle  sue  mura  non 
eranvi  potuti  giungere  che  per  la 
via  di  mare.  Allorquando  gli  arabi 
scorsero  vittoriosi  tutta  l'Africa,  Ce- 
sarea era  considerabile  non  .«solo  per 
la  sua  opulenza,  ma  per  illustri  ac- 
cademie, da  cui  uscirono  filosofi  e 
poeti  eccellenti,  venendo  saccheggia- 
ta ,  e  ridotta  quasi  in  cenere  nel 
873  da  Firmo,  il  quale  prese  il  ti- 
tolo di  re;  ma  che  poi  dovette  sot- 
tomettersi, allorché  Valentiniano  li 
mandò  Teodosio  nell'  Africa  Cesa- 
riense. Tuttavia  cinquanta  anni  do- 
po, mentre  incominciava  a  rimet- 
tersi dalle   sue    disgrazie,    cadde  in 


CES 

potere  de' vandali,  che  barbaramente 
la  bruciarono. 

Cesarea  divenne  metropoli  eccle- 
siastica della  Mauritiana  Cesariense 
nel  IV  secolo,  e  Commanville  ne 
registra  le  sedi  vescovili  suffraganee, 
le  quali  ascendevano  al  rilevante 
numero  di  cento  ventuna,  delle  quali 
si  fa  menzione  ai  relativi  articoli  del 
Dizionario.  Sappiamo,  che  Emerito 
suo  vescovo  donatista,  era  uno  dei 
sette  attori  nella  famosa  conferenza 
di  Cartagine  pel  partito  di  Donato, 
come  si  legge  in  s.  Agostino,  lib.  de 
gestis  Clini  Emerito  cap.  i.  E  Deu- 
terio cattolico  fu  uno  dei  custodi 
delle  tavole  per  i  cattolici.  Per  ter- 
minare le  differenze  di  questa  chiesa, 
il  sommo  Pontefice  s.  Zosimo  spedi 
a  Cesarea  s.  Agostino  stesso,  della 
quale  incumbenza  questo  dottore 
parla  nelle  epistole  109,  e  209,  e 
Possidio  ne*  fa  parola  in  f^ù.  s.  Àti- 
giist.   cap.   1 4. 

CESAREA.  Sede  vescovile  d'Afri- 
ca, nella  provincia  di  Numidia,  sotto 
la  metropoli  di  Cirta.  Deuterio  suo 
vescovo  fu  presente  alla  conferenza 
di  Cartagine.   Coli.   Cari. 

CESAREA.  Città  vescovile  dell'A- 
sia minore,  nella  prima  provincia 
di  Bitinia,  eretta  nel  secolo  quarto, 
e  sottoposta  alla  metropoli  di  Nico- 
media,  situala  secondo  Tolomeo  tra 
il  fiume  Ryndace  ,  ed  il  monte 
Olimpo,  molto  prossima  al  mare. 
Fu  chiamata  anco  Smiralca,  ovvero 
Smirdeana.  UOriens  Christ.  vi  enu- 
mera sette  vescovi,  e  quattro  latini. 

CESAREA,  CAEPAREA,  o  CI- 
PARA.  Sede  vescovile  di  Tessaglia, 
la  cui  erezione  rimonta  al  secolo  IV. 
E  suffraganea  della  metropoli  di  La- 
rissa,  e  secondo  Procopio  fu  riedi- 
ficata dall'  imperatore  Giustiniano. 

CESAREA  DI  Cappadocia  [Ccesa- 
rea  ad  Jrgoeiim).    Città    metropo- 


CES  117 

litana  in  parlibnsj  vanlaggiosamen" 
te  situata  in  una  bella  pianura,  a 
piedi  del  monte  Argeo,  distante 
quaranta  stadi  dal  fiume  Melas.  An- 
ticamente si  chiamò  Mazaca ,  ed 
Eiisebia  j  e  successivamente  la  do- 
minarono gli  assiri,  i  medi,  e  i  per- 
siani, insieme  colla  Cappadocia,  che 
avea  i  suoi  re  particolari ,  i  quali 
continuarono  a  governarla  ad  onta 
che  Alessandro  il  Grande  avesse 
reso  indipendenti  i  cappadoci.  Alla 
morte  di  Archelao,  ultimo  di  tali 
re,  Tiberio  um  la  Cappadocia  al- 
l'impero, e  qual  provincia  romana 
la  fece  governare  da  un  magistrato 
romano.  Dopo  essere  stata  la  città 
chiamata  anche  yépaniia,  e  Tisa- 
ria,  ricevette  il  nome  di  Cesarea 
ad  onore  di  Augusto,  locchè  av- 
venne verso  r  anno  20  di  Cristo. 
Avendo  essa  adorato  il  fuoco  nella 
persiana  dominazione,  e  i  numi  della 
Grecia  sotto  i  successori  di  Alessan- 
dro, si  abbandonò  poscia  al  culto 
degl'  imperatori  romani,  il  perchè 
si  ebbe-  il  titolo  di  Neocere,  o  guar- 
diana dei  templi  innalzati  in  onore 
di  essi.  Ricevette  altresì  il  titolo  di 
metropoli  della  Cappadocia,  come  la 
principale  città  dell'esarcato  del  Pon- 
to, che  comprendeva  undici  provin- 
cie  nell'Asia  minore,  e  nell'Arme- 
nia, essendo  stata  per  lo  più  ordi- 
naria residenza  dei  re  cappadoci  . 
Poiché  la  maggior  parte  de'  suoi 
abitanti  abbracciò  la  religione  cri- 
stiana ,  e  distrusse  i  templi  ido- 
latri, incontrò  lo  sdegno  di  Giu- 
liano r  Apostata ,  che  la  degra- 
dò de'  suoi  privilegi,  obbligò  gli  abi- 
tanti a  pagare  duecento  lire  d'oro 
al  tesoro  imperiale,  e  le  tolse  il  nome 
di  Cesarea,  volendo  che  si  chiamas- 
se con  quello  antico  di  Mazaca. 
Tuttavolta  rifiorì  sotto  gl'imperatori 
greci,  e  quando  nel  VII  secolo  do- 


ii8 


CES 


pò  il  regno  di  Eraclio  V  impero  fu 
diviso  in  vari  dipartimenti  militali, 
la  Cappadocia  con  Cesarea  sua  ca- 
pitale, fu  compresa  in  quella  del- 
l' Armenia.  Allorché  poi  fu  saccheg- 
giata da  Sapore  re  di  Persia,  con- 
teneva quattrocento  mila  abitanti. 
Distrutta ,  e  rifabbricata  per  ben 
quattro  volte,  nel  XIII  secolo  nuo- 
vamente fu  ristabilita  per  opera  di 
un  sultano  Selgiencide,  ma  più  al 
nord  un  quarto  di  lega  dell'  antica. 
Fu  posseduta  ora  dai  sultani  d' Ico- 
nio, ora  dai  principi  della  Carama- 
nig ,  ed  in  fine  dal  gran  signore. 
Attualmente  è  piccola  città  cinta 
di  mura,  e  dominata  da  un  castel- 
lo rovinato ,  ha  alcune  moschee ,  e 
si  chiama  Kaiseriech ,  o  Kaj'serie. 
Si  vuole,  che  1'  apostolo  s.  Pieti'o 
vi  abbia  annunziato  il  vangelo,  giac- 
ché essendo  certo,  che  lo  diffuse  per 
la  Cappadocia,  non  si  deve  dubita- 
re, che  lo  abbia  fatto  anche  nella 
capitale.  Abbiamo  inoltre  da  s.  Lu- 
ca, Act.  i8 ,  che  quando  egli  da 
Efeso  si  recò  in  Cesarea,  vi  rinven- 
ne già  una  chiesa  formata,  ed  ai 
tempi  di  Costantino  e  di  Costanzo 
suo  figlio,  i  cristiani  erano  si  nu- 
merosi e  zelanti ,  che  il  mentovato 
Giuliano  s' indusse  alla  punizione 
suddetta.  Prima  però  di  tal'  epoca  , 
questa  chiesa  soggiacque  ad  altre 
persecuzioni,  il  perché  leggiamo  ii^ 
s.  Basilio,  epist.  70  al.  220,  tomo  III 
p.  164,  che  il  Pontefice  s.  Dioni- 
sio, il  quale  governò  la  Chiesa  uni- 
versale sino  all'anno  372,  scrisse 
lettere  consolatorie  all'abbattuta  chie- 
sa di  Cesarea  in  Cappadocia,  ed  in 
oltre  inviò  del  danaro  per  persone 
siciu'e ,  acciocché  fossero  riscattati 
gli  schiavi  di  essa.  Indi  nell'anno 
363  dopo  la  morte  di  Giuliano , 
essendosi  il  successore  Gioviano  mo- 
strato favorevole  pcgU  oppressi  cat- 


CES 

tolici,  si  adunò  in  Cesarea  un  con- 
cilio concernente  la  fede ,  come  si 
ha  dal  Fabricio  in  Synodico  veteri. 
Verso  l'anno  535 ,  col  favore  del- 
l' imperatrice  Teodora,  riuscì  a  farsi 
nominare  arcivescovo  di  Cesarea 
Teodoro  Ascida,  il  quale  indusse 
r  imperatore  Giustiniano  a  condan- 
nare le  opere  di  Teodoro  di  Mop- 
sueste ,  la  lettera  d'Iba,  e  lo  scritto 
di  Teodoreto  contro  i  dodici  ana- 
temi di  s.  Cirillo.  Quindi  si  condan- 
narono i  tre  capitoli  [Vedi),  che  Teo- 
doro Ascida  si  era  adoperato  affinchè 
fossero  sottoscritti  dai  vescovi  greci , 
facendo  punire  quei,  che  si  ricusa- 
vano. Recatosi  a  Costantinopoli  nel 
552  il  Papa  Vigilio,  fulminò  la  sco- 
munica a  chi  ubbidisse  all'  impera- 
tore, che  ad  intuito  di  Teodoro 
avea  emanato  altro  editto  contro  i 
tre  capitoli,  e  sebbene  l' imperatore 
procurò  pacificarsi  col'  Pontefice , 
Vigilio  nel  palazzo  placidiano  ai  1 4 
agosto  scomunicò  Teodoro,  privollo 
del  vescovato ,  e  della  comunione 
cattolica,  ordinandogli  attendere  al- 
la penitenza;  e  ad  onta  di  quanto 
fece  Teodoro  nel  quinto  concilio 
generale,  i  tre  capitoli  vennero  con- 
dannati. 

Cesarea,  chiamata  anche  Caìsa' 
rij  e  Kaiserièy  divenne  metropoli- 
tana nel  terzo  secolo,  e  nel  seguen- 
te esarcato  del  Ponto,  coi  seguenti 
dieci  vescovati  per  suffraga  nei  :  Ni- 
sa,  Canmlianay  Thenna  Basilica, 
Cissus,  Teodosio fìoli,  Evaissiis,  Se- 
riasj  Arathia,  Epolia,  e  Metodi O' 
poli.  Non  si  conosce  qual  fosse  l'au- 
torità del  vescovo  di  Cesarea ,  nei 
tre  primi  secoli  della  Chiesa  ;  sem- 
bra però,  che  nei  concili  si  sotto- 
scrivesse pel  primo,  forse  perchè 
allora  aveasi  più  riguardo  all'  anti- 
chità dell'  ordinazione,  che  alla  pree- 
minenza   della   sede.    Ma   già  nella 


CES 

metà  del  terzo  secolo ,  sì  sa  che 
Firmiliano,  suo  vescovo,  avea  adu- 
nato in  Iconio  iu  un  concilio  i  vesco- 
vi di  Galazia,  e  di  Cilicia ,  ove  si 
decretò  che  il  battesimo  degli  eretici 
essendo  nullo  bisognava  ripeterlo. 
A  stento  i  vescovi  di  Cesarea  si 
sottoposero  al  patriai'ca  di  Costan- 
tinopoli, pel  canone  XXVIII  del 
concilio  di  Galcedonia;  ma  aven- 
dolo fatto  prima  di  quelli  di  Efe- 
so, e  di  Asia,  furono  considerati  pei 
primi  metropolitani  del  patriarcato 
costantinopolitano  :  ed  è  perciò,  che 
in  mancanza  del  metropolitano  di 
Eraclea ,  consagravano  e  intronizza- 
vano il  nuovo  patriarca.  I  vescovi 
di  Cesarea  portarono  il  titolo  di 
eccellentìssimi y  distinguendosi  fra  essi 
molti  per  dottrina  e  santità,  fra  i 
quali  meritano  special  menzione  s. 
Firmiliano  morto  nel  269,  s.  Leon- 
zio che  intervenne  al  primo  conci- 
lio niceno,  e  da  cui  fu  consagrato 
il  primo  patriarca  di  tutta  l' Arme- 
nia, s.  Gregorio  Illuminatore ,  che 
ricevette  la  sua  educazione  in  Ce- 
sarea; e  s.  Basilio  il  Grande,  che 
morì  nel  379. 

Questa  città  ebbe  un  arcivescovo 
armeno ,  ed  un  arcivescovo  greco 
per  le  rispettive  nazioni,  benché  an- 
ticamente quello  greco  estendeva  la 
sua  giurisdizione  anche  sugli  arme- 
ni. Tali  arcivescovati,  secondo  Com- 
manville,  avevano  per  suffragane! 
due  vescovati,  uno  sotto  il  titolo  di 
s.  Maria  Dei  Genitrix,  e  l' altro 
sotto  quello  d'  Hisia.  Difatti  la  chie- 
sa intitolata  a  s.  Maria  Dei  Geni- 
trix, fu  dagli  armeni  risarcita,  ed 
ingrandita,  nel  i834  nel  qual  an- 
no restaurarono  pur  quella  di  s. 
Sergio,  però  piccola.  Presentemente 
gli  armeni  scismatici  vi  hanno  un 
vescovo  e  tre  chiese,  oltre  due  al- 
tre fuori  della  città  con  due  piccoli 


CES  119 

raonisteri,  ove  dimorano  quegli  ar- 
meni scismatici,  che  vivono  religio- 
samente. Poco  distante  dalla  città 
vi  è  un  villaggio  chiamato  Evohe- 
rè,  ove  esiste  un  bello  e  ricco  con- 
vento con  chiesa  sagra  a  s.  Gio.  Bat- 
tista, residenza  del  vescovo  armeno 
di  Kajseriè,  con  circa  otto  sacerdo- 
ti detti  Vartabet,  ed  il  convento  ha 
circa  ottanta  camere.  Quel  villag- 
gio è  abitato  dagli  armeni ,  e  da 
pochi  turchi.  Nel  vicino  villaggio 
chiamato  Belehgessi,  vi  sono  la  chie- 
sa ed  il  convento  di  s.  Daniele  con 
circa  trenta  stanze ,  abitandovi  da 
otto  Vartabet ,  ma  gli  abitanti  sono 
tutti  armeni.  Questi  dimorano  pure 
neir  altro  villaggio  Derevank,  ossia 
convento  della  valle,  ed  hanno  la 
chiesa  e  convento  di  s.  Sergio,  già 
residenza  di  un  vescovo  armeno;  in 
somma  gli  armeni  ascendono  a  no- 
ve mila,  ma  lo  ripetiamo  ancora,  so- 
no tutti  scismatici ,  dimorandovi  i 
cattolici  soltanto  di  passaggio. 

Anche  i  greci  scismatici  vi  han- 
no un  villaggio  chiamato  Singilde- 
rè,  ossia  Valle-catena.  Vi  sono  un 
convento,  e  la  chiesa  di  s.  Gio.  Batti- 
sta, residenza  del  vescovo  greco  di 
Cesarea ,  con  sotterraneo ,  in  cui  si 
venerano  le  reliquie  del  santo,  fre- 
quentato pei  prodigi ,  che  in  virtù 
di  Dio  vi  si  operano.  Presso  poi  la 
città,  nella  montagna  chiamata  Ali- 
daghi,  o  monte  di  s.  Basilio,  si  tro- 
va una  chiesa  oretta  in  onore  della 
beata  Vergine  Maria,  e  di  s.  Basi- 
lio, uffiziata  dagli  armeni,  e  dai  gre- 
ci a  un  tempo,  ma  in  due  altari 
separati.  Si  dice,  che  in  questo  luogo 
s.  Basilio  vescovo  di  Cesarea  vi  me- 
nasse la  sua  vita  anacoretica,  tra  la 
rupe  della  montagna,  ed  ivi  morisse 
e  fosse  sepolto.  Questo  luogo  è  mol- 
to venerato  da  ambedue  le  nazioni. 

La  santa  Sede   riguarda    Cesarea 


120  CES 

di  Cappadocia,  come  una  metropoli 
in  parlibus,  colle  seguenti  diciasset- 
te sedi  suffraganee:  Maxiniianopoli, 
Arat,  Diocossareay  Dora,  Emao, 
Jcifjfa,  Lidda,  Salda,  Samaria,  Si- 
gea, Terme,  Tipasa,  Tricomia,  Zoa- 
ra,  Antipatra,  Aze,  ed  Issa,  alcu- 
ne delle  quali  appartenevano  a  Ce- 
sarea di  Palestina.  Laonde  i  sommi 
Pontefici  conferiscono  tali  titoli  ai 
■vescovi  in  partibus ,  come  fanno 
della  metropoli  Cesarea.  Gli  ultimi, 
che  ne  furono  investiti,  sono  Anto- 
nio Maria  Trigona  ;  d.  Carle  Em- 
manuele  Sardagna  de  Hohenstein , 
che  dalla  chiesa  vescovile  di  Cremo- 
na dal  regnante  Pontefice,  nel  con- 
cistoro dei  2  1  febbraio  iBSg  ,  fu 
trasferito  all'  arcivescovile  di  Cesa- 
rea. Da  ultimo,  per  morte  del  pre- 
cedente, il  medesimo  Gregoi-io  XVI 
nel  concistoro  de'  27  aprile  1840, 
fece  arcivescovo  di  Cesarea  d.  Gio- 
vanni Emmanuele  Trisarri  e  Peral- 
ta,  canonico  decano  della  metropo- 
litana di  Messico,  coli' indulto  della 
ritenzione  di  tal  dignità. 

CESAREA  DI  PALESTINA  {Cce- 
farea  Palestine^,  o  Pyrgos).  Città 
metropolitana  della  Palestina,  in  una 
vantaggiosa  situazione  lungo  il  mare, 
chiamata  già  Tiirris  Stratonis,  fin- 
ché avendola  rifabbricata  Erode  il 
grande,  le  impose  il  nome  di  Cesa- 
rea in  onore  di  Augusto,  facendovi 
eziandio  costruire  un  vasto  porto, 
ad  onta  degli  ostacoli  opposti  dalla 
natura,  che  chiamò  Sebaste.  Sopra 
un'  eminenza  poi  fece  innalzare  un 
superbo  tempio,  in  cui  collocò  una 
statua  di  quell*  imperatore,  grande 
come  quella  di  Giove  Olimpico,  a 
segno  che  Cesarea  sembrava  piut- 
tosto una  città  pagana,  che  città 
della  Giudea.  Infatti,  nella  guerra 
sotto  Vespasiano,  i  numerosi  pagani 
che    r  abitavano,     fecero    strage   di 


CES 

tutti  i  giudei.  Erode  impiegò  dieci 
anni  per  abbellirla  con  isplendidi 
edifici,  e  rare  magnificenze.  Diven-> 
ne  pertanto  metropoli  della  Palesti- 
na, fu  onorata  del  titolo  di  colonia 
romana,  ed  assunse  il  nome  di  Fla- 
via Augusta  Caesarea.  In  seguito, 
essendo  fino  dalla  fondazione  Cesarea 
unita  alla  Siria,  l'imperatore  Clau- 
dio donolla  ad  Agrippa,  iiglio  di 
Erode;  ma  alla  di  lui  morte  tanto 
la  Giudea,  che  questa  città,  furono 
riunite  al  romano  impero  verso 
r  anno  44  ^i  Cristo,  separandosi  da 
esso  soltanto  nel  VII  secolo,  per 
opera  degli  arabi.  Al  tempo  delle 
crociate,  s.  Luigi  IX,  re  di  Fran- 
cia, fece  rialzare  le  sue  mura,  di- 
venendo il  soggiorno  dei  re  di  Ge- 
rusalemme. Ma  terminate  le  guerre 
de'  crociati ,  per  le  gravi  vicende 
che  soffri ,  poco  a  poco  fu  abban- 
donata dagli  abitanti.  Questa  illu- 
stre città ,  la  quale  dopo  l' unione 
all'  impero  era  divenuta  capitale  del- 
la Palestina,  servì  di  ordinaria  resi- 
denza ai  governatori  romani  ;  ma  de- 
cadde dal  suo  splendore,  e  mentre  un 
tempo  era  una  delle  più  grandi  e 
belle  città  dell'oriente,  non  ne  ri- 
masero che  rovine,  conosciute  sotto 
il  nome  di  Caisar  o  Cassarla,  ed 
anche   Caisarich. 

Il  principe  degli  apostoli  s.  Pietro 
vi  recò  pel  primo  la  luce  del  van- 
gelo, allorquando  vi  andò  a  battez- 
zare il  centurione  Cornelio ,  con 
r  intera  sua  famiglia.  Cornelio,  il 
quale  era  di  guarnigione  co'  suoi 
cento  uomini  nella  città,  fu  il  primo 
gentile,  che  ricevette  il  battesimo, 
come  osservano  s.  Gio.  Crisostomo, 
Homil.  2  3  in  Act.  Aposlol.  p.  609, 
e  s.  Girolamo,  Ep.  IX,  pag.  74, 
divenendo  in  seguito  vescovo  di  Ce- 
sarea, siccome  abbiamo  da  Sangallo, 
Gest.  Rom.  Pont.  tom.  Ili,  art.  X, 


CES 

pag.  IO 5.  Laonde  Cesarea  fu  costi- 
tuita sede  vescovile  nel  piiuio  secolo 
della  Chiesa.  Quindi,  dopo  che  Gerusa- 
lemme "venne  distrutta  dai  romani, 
i  diritti  metropolitani  furono  trasferiti 
in  Cesarea,  riguardata  come  la  più 
ragguardevole  della  Palestina,  e  vi 
rimasero  sino  alla  metà  del  secolo  V, 
quando  Giovenale  di  Gerusalemme 
li  rivendicò  alla  sua  chiesa  nel  ge- 
nerale concilio  Calcedonese.  Magni- 
fica fu  la  di  lei  chiesa ,  dedicata  a 
s.  Tommaso  apostolo,  ed  è  noto 
quanto  grande  fu  il  mimerò  de'  fe- 
deli, che  vi  sparsero  il  sangue  pel 
vangelo,  contandosi  trentadue  vesco- 
vi, i  quali  successivamente  la  gover- 
narono. Il  profeta  Agabbo,  il  dia- 
cono s.  Filippo,  Procopio,  ed  altri 
illustri  personaggi  l' ebbero  per  pa- 
tria. Commanville  registra  le  sue 
trentaquattro  sedi  vescovili  suffraga- 
nee ,  però  egli  dice  che  divenne 
metropoli  nel  III  secolo,  che  nel 
tempo  delle  crociate  la  governò  un 
vescovo  latino,  e  che  poscia  fu  un 
arcivescovato  titolare  greco.  Il  nome 
pertanto  de' vescovati  sulfiaganei  so- 
no :  Gaza,  Lidda ,  Ascalona,  Bet- 
lemme y  Joppe,  Anlcdona,  Diocle- 
zianopolij  Eleuterìopoli ,  Neapolis, 
Samaria j  Ebron,  Dora,  Alsur,  Za- 
nia,  Nicopoli,  Oniiz,  Sozuza,  Rha- 
phia,  Gerico^  Livins,  Azoto,  Syca- 
niinon,  Archclais ,  Zàbulon,  Sodoma, 
Petra,  Toxus,  Tricomi  a,  Regeon, 
Daron,  Hippina,  Ettilium,  Salton, 
e  Gè  rasa. 

Concila  di  Cesarea  in  Palestina. 

Il  primo  fu  celebrato  nell'  anno 
197,  o  198,  nel  pontificato  di  san 
Vittoi'e  I,  sul  tempo  della  celebra- 
zione della  pasqua.  Teofilo,  arcive- 
scovo di  Cesarea  ,  e  Narciso  di  Ge- 
rusalemme vi  presiedettero,  colf  in- 


.  C  E  S  1 9. 1 

tervenlo  di  molti  vescovi,  ed  in  esso 
fu  stabilito,  che  la  pasqua  si  cele- 
brerebbe nella  domenica  dopo  il  i4 
della  luna  di  marzo.  Reg.,  Labbé, 
ed  Arduino  tom.  I,  Eusebio  in 
Chronicon. 

Il  secondo  concilio,  per  altro  non 
riconosciuto,  si  adunò  nell'anno  334 
dagli  Eusebiani  per  giudicare  s.  Ata- 
nasio, il  quale  temendo  delle  loro 
violenze,  non  v'  intervenne;  il  per- 
chè Costantino  imperatore  lo  trasferì 
a  Tiro,  acciocché  il  santo  vi  si  di- 
fendesse con  libertà.  Eusebio  di  Ni- 
comedia,  ed  Eusebio  di  Cesarea  vi 
si  trovavano.  Arduino  tom.   I. 

CESAREA  Pancas.  Sede  vescovile 
di  Palestina  nella  Fenicia  marittima 
nel  patriarcato  d'Antiochia  alla  sor- 
gente del  Giordano  in  Siria,  eretta 
nel  quinto  secolo,  sulfraganea  alla 
metropoli  di  Tiro.  Al  tempo  delle 
crociate  si  chiamò  Bellina,  o  Belinas, 
fu  presa  da  Folco  successore  di  Bal- 
dovino dopo  la  disfatta  de'  saraceni 
presso  Antiochia  nel  11 35,  e  ripre- 
sa ai  cristiani  da  Noradino  allorché 
vinse  Raimondo  nel  1169.  Ebbe  un 
vescovo  latino ,  e  poi  fu  rovinata 
dai  successivi  avvenimenti.  Baudrand 
la  chiama  Cesarea  di  Filippo,  Cae- 
sarea  Philippi ,  perchè  Filippo  il 
tetrarca,  figlio  di  Erode  il  Grande, 
la  fece  edificare  in  onore  di  Cesare 
Caligola.  Portò  anche  i  nomi  di  Pan- 
caa,  o  Paniac,  e  quando  lo  cambiò, 
le  fu  aggiunto  a  quello  di  Cesarea 
l'altro  di  Germanica,  in  onore  di 
Germanico  padre  dell'  imperatore. 

CESAREI  LEONI  Francesco,  Cvr- 
dinale.  Francesco  Cesarei  Leoni  nac- 
que in  Perugia  da  nobile  famiglia, 
il  primo  di  gennaio  dell'anno  lySG. 
Dopo  di  avere  con  lode  compito  in 
Roma  gli  studi  nella  nobile  iiccade- 
mia  ecclesiastica ,  sulla  proposizione 
della  sua  provincia  fu  dal  Pontefice 


Ili  CES 

Pio  VI  nominato  nel  ì'jS^  uditore 
del  tribunale  della  sagra  Rota  ro- 
mana, e  dal  suo  successore  nel  i8o4 
fu  dichiarato  reggente  della  sagra 
penitenzieria  apostolica.  Giunto  ad 
essere  decano  del  medesimo  tribu- 
nale della  Rota,  Pio  VII,  Chiara- 
monti,  nel  concistoro  degli  8  marzo 
i8t6,  lo  creò  Cardinale  dell'ordine 
de'  preti,  riservandolo  però  in  petto: 
quindi  lo  pubblicò  nel  concistoro  dei 
5.8  luglio  1817,  preconizzandolo  nel- 
lo stesso  tempo  vescovo  di  Jesi ,  e 
poi  gli  conferì  il  titolo  presbiterale 
di  s.  Maria  del  Popolo.  Fu  aggre- 
gato alle  congregazioni  Cardinalizie 
del  s.  officio,  de'  vescovi  e  regolari, 
del  concilio  ,  de'  riti ,  e  della  laure- 
tana.  Pio,  benefico,  amato  dai  suoi 
diocesani,  dopo  lunga  infermità,  vide 
tranquillo  avvicinarsi  il  suo  fine, e  ri- 
cevuti con  esemplar  divozione  i  ss.  Sa- 
gramenti,  spirò  nel  bacio  del  Signore 
ai  25  luglio  i83o.  Venne  esposto,  e 
tumulato  nella  cattedrale  di  Jesi,  e 
lasciò  degna  memoria  di  se,  come 
sollecito  e  zelante  pastore,  dotto  nel- 
la scienza  legale,  e  soprattutto  aman- 
te della  giustizia,  senza  alcun  vima- 
no  riguardo ,  ed  anco  a  discapito 
de'  suoi  personali  vantaggi. 

CESAREO  (s.).    F.  Cesario  (s.). 

CESARIANA  [Caesariana).  Sede 
vescovile  dell'  Africa  occidentale  ,  la 
cui  provincia  è  incerta.  Se  ne  fa 
menzione  nella   Coli.   Carthag. 

CESARINI  Giuliano,  Cardinale, 
Giuliano  Cesarini,  nato  a  Roma  nel 
1 398,  accoppiava  alla  più  distinta 
nobiltà,  non  comune  acutezza  d'in- 
gegno. Frequentò  le  università  di 
Perugia,  Bologna  e  Padova,  nella 
quale  ultima  fu  professore  di  dirit- 
to. Quindi  passato  alla  corte  del 
Cardinal  Branda  Castiglioni,  andò 
con  lui  in  Boemia  ;  poi  tornato  a 
{ionia,  divenne  uditore  di  Ruota,  ed 


CES 

in  progresso  cherico,  ed  uditore  di 
camera  ;  quindi  nunzio  in  Francia  ed 
Inghilterra,  ove  a  meraviglia  sosten- 
ne i  diritti  della  Chiesa.  Martino  V, 
ai  24  maggio  del  1426,  lo  creò  Car- 
dinal diacono  di  s.  Angelo,  donde 
passò  al  titolo  di  s.  Sabina;  arci- 
prete della  basilica  vaticana ,  pro- 
tettore dell'Ordine  serafico ,  vescovo 
di  Grosseto ,  e  legato  a  latere,  in 
Germania  e  Boemia,  a  domare  gli 
eretici  ussiti,  cui  assali  con  nume- 
roso esercito ,  proponendo  indulgen- 
ze a  chi  guerreggiasse  le  guerre 
del  Signoi'e.  Cadde  però  negli  a- 
guati  de' nemici,  e  nulla  potè  otte- 
nere. Dipoi,  nel  i43i,  andò  legato 
al  famoso  concilio  di  Basilea ,  ove 
corse  pericolo  di  porsi  a  capo  dei  re- 
frattari; senonchè  per  alcune  vicende, 
tornò  in  Italia  ad  Eugenio  IV,  che  spe- 
dillo  ad  incontrar  Giovanni  Paleologo 
imperator  de'greci,  presso  cui  ebbe  tan- 
to potere  da  condurlo  a  Ferrara . 
Fu  poi  al  concilio  generale  di  Firenze 
col  patriarca  di  Costantinopoli,  ed 
altri  vescovi,  e  principi  d'  oriente, 
ove  segnatamente  a  merito  di  lui , 
si  conchiuse  per  l' undecima  volta 
r  unione  della  chiesa  greca  e  latina. 
Dappoi  fu  spedito  legato  nei  regni 
di  Polonia  e  d'  Ungheria,  ad  indur- 
re il  re  Uladislao  ad  armarsi  con- 
tro Amuratte  gran  signore  dei  tur- 
chi, ed  andato  con  quel  monarca  al- 
la funesta  battaglia  di  Varna,  restò 
con  lui  ucciso  nel  i444>  di  quaran- 
tasei anni,  e  diciotto  di  Cardinalato, 
essendo  vescovo  Tusculano.  Altri  vo- 
gliono, che  escito  dalle  mani  dei  Tur- 
chi, restasse  trucidato  dagli  Ungari. 
Divotissimo,  esercitava  molti  atti  di 
cristiana  mortificazione,  per  cui  fu 
altamente  commendato  da  parecchi 
gravissimi  uomini,  e  da  Pio  li  ap- 
pellato coir  epiteto  di  ammirabile. 
Venne  da  tutti  compianto  per  la  sua 


CES 

afiàbilltà,  integrità,  e  scienza.  La 
vita  di  questo  Cardinale  raccol- 
ta da  Vespasiano  ,  fu  pubblica- 
I  ta  in  Roma  nell'anno  1763.  Se 
ne  ha  un'altra  da  Giambattista  Ale- 
giani,  che  nell'anno  stesso  fu  divul- 
gata in  Roma  colla  vita  della  beala 
Gabriela  Sforza.  V.  Sforza,  Ferviti, 
Conti  e  Savdli,  i  beni  prerogative, 
ed  onorificenze  de' quali  vennero  in 
progresso  ereditate  dalla  nobilissima 
ed  illustre  famiglia  romana  Cesari- 
ni,  distinta  colia  qualifica  di  Gon- 
faloniere perpetuo  del  popolo  rO' 
mano  (F^edi). 

CESARINI  GnjtiANO,  Cardinale. 
Giuliano  Cesarini,  barone  di  Roma, 
per  la  sua  indole  assai  virtuosa  rie- 
sci caro  a  tutti.  Era  protonotario 
apostolico,  e  canonico  di  s.  Pietro, 
quando  ai  ar  agosto  del  149^3  A." 
lessandro  VI  lo  creò  Cardinal  dia- 
cono dei  ss.  Sergio  e  Bacco  ,  arci- 
prete della  basilica  liberiana,  e  nel 
i5oo  vescovo  di  Ascoli.  Poi  da  Giu- 
lio II  ebbe  l'abbazia  di  Nonantola, 
che  rendeva  mille  e  seicento  fiorini 
d'oro  di  camera  ;  ma  nel  1 5 1  o  mo- 
rì a  Roma,  dopo  i  comizi  di  Pio 
III  e  Giulio  II.  Fu  sepolto  a  s.  Ma- 
ria in  Araceli. 

CESARINI  Alessandro,  Cardinale. 
Alessandro  Cesarini,  romano,  era  ami- 
co al  Cardinal  de'  Medici,  poi  Papa 
Leone  X  ;  fu  protonotario  apostolico, 
e  dal  detto  Leone  X,  nel  primo  luglio 
1 5 1 7,  fu  creato  Cardinal  diacono  dei 
ss.  Sergio  e  Bacco ,  diaconia  cui  poscia 
cambiò  nel  i5^i  col  vescovato  di  Pa- 
lestrina,  sotto  Paolo  III.  Benemerito 
della  Santa  Sede,  consegui  i  vesco- 
vati di  Pamplona  e  Cuenca  nella 
Spagna,  nel  1 5 1 9  da  Leone  X  ebbe 
quelli  di  Oppido  e  Gerace;  nel  iS-ìG 
da  Clemente  VII  ottenne  l'ammini- 
strazione della  chiesa  di  Alessano,  e 
dell'arcivescovato    di    Otranto.    Wel 


CES 


123 


sacco  di  Roma  fu  dato  in  ostaggio. 
Nel  i53i  pubblicò  gli  statuti  sino- 
dali della  chiesa  di  Pamplona  ;  ed 
eletto  assente  dal  conclave  Adria- 
no VI ,  il  sagro  Collegio  iiiviol- 
lo  a  Saragozza  per  esibire  al  Pon- 
tefice il  dovuto  omaggio  a  nome 
del  venerando  senato,  e  del  popolo 
romano.  Paolo  III  nel  i537  lo  in- 
viò legato  a  Carlo  V  perchè  si  con- 
gratulasse con  lui  della  vittoria  ri- 
portata sopra  i  tunisini  ;  poi  al  re 
di  Francia  per  riconciliailo  con  (ce- 
sare, quindi  coi  Cardinali  Campeggi 
e  Grimani  ebbe  ordine  di  tener  iu 
dovere,  e  punire  i  ministri  dello 
stato  ecclesiastico.  Mecenate  ai  lette- 
rati, ne  albergava  parecchi  nella  pro- 
pria casa  ;  fu  uno  dei  deputati  so- 
pra gli  affari  del  concilio  di  Trento, 
e  dopo  i  conclavi  di  Adriano  VI, 
Clemente  VII,  e  Paolo  III,  mori  a 
Roma  nel  i5^2,  avendo  compiti 
venticinque  anni  di  Cardinalato.  Fu 
sepolto  nella  tomba  di  sua  famiglia  a 
S,  M.  in  Araceli. 

CESARINI  Alessandro,  Cardinal 
le.  Alessandro  Cesarini  nacque  a  Ro- 
ma nel  1590,  e  discendeva  dai  du- 
chi di  Civitanuova.  Studiò  nella  uni- 
versità di  Parma,  poi  a  Roma,  ove 
fu  laureato  j  divenne  cherico  di  ca- 
mera ,  governatore  del  conclave  in 
cui  fu  eletto  Urbano  Vili ,  che  ai 
3o  agosto  del  1627  lo  creò  Car- 
dinal diacono  di  s.  Maria  in  Do- 
mnica  ;  poscia  ebbe  l' altra  diaco- 
nia di  S.  M,  in  Vialata ,  e  nel 
i636  fu  vescovo  di  Viterbo,  chiessi 
cui  dopo  trenta  mesi  rinunziò.  Du- 
rante il  suo  governo,  gettò  la  prima 
pietra  pel  tempio  di  s.  Leonardo , 
fondò  il  seminario  e  l'arricchì.  A 
Roma  consacrò  la  chiesa  delle  mo- 
nache di  s.  Caterina  nel  Quirinale,  e 
poco  dopo  morì  nel  1644}  di  cinqnan- 
tqquattro  anni,  e  diciassette  di  Cai> 


1^4  CES 

dinalato.    Fu  sepolto   a  s.  Maria  in 
Araceli  nella  tomba  di  sua  famiglia. 

CESARIO  (s.)  medico  di  profes- 
sione, compiti  gli  studi  in  Alessan- 
dria, passò  la  maggior  parte  della 
sua  vita  alla  corte  dell'imperatore 
Giuliano.  Il  fratello  di  lui  s.  Grego- 
rio di  Nazianzo  ne  lo  richiamò,  per 
timore  che  il  lungo  usare  con  gente 
pagana  recasse  danno  alla  purità 
della  sua  fede,  e  santità  de'suoi  co- 
stumi, ed  egli  ben  volentieri  vi  ac- 
consentì, restituendosi  in  seno  alla 
famiglia,  in  Cappadocia.  Morto  Giu- 
liano, tornò  alla  corte  e  fu  appres- 
so questore  in  Bitinia.  Mori  in  sul 
finire  dell'anno  368 ,  lasciando  ai 
poveri  ogni  sua  sostanza.  La  sana 
critica  non  permette  di  crederlo  au- 
tore di  alcune  opere,  che  a  lui  si 
vogliono  attribuire,  perchè  in  quelle 
si  fa  menzione  di  autori ,  i  quali 
scrissero  molto  tempo  dopo  la  sua 
morte,  e  si  parla  di  popoli  ,  che  a 
que'  di  non  erano  conosciuti.  La 
Chiesa  onora  la  sua  memoria  nel 
giorno  25  febbraio. 

CESARIO  o  CESAREO  (s.),  mar- 
tire, era  diacono  africano,  e  fiori- 
va nel  secolo  terzo.  Egli  recossi  a 
Terracina,  ove  era  in  vigore  la 
barbara  usanza  di  gettare  in  ma- 
re un  giovane  dopo  aver  sagrifi- 
cato  ad  Apolline.  Cesario ,  che  un 
giorno  fu  testimonio  di  tale  infa- 
me misfatto,  non  potendo  contenere 
il  suo  zelo,  inveì  contro  queste  su- 
perstizioni. Arrestato  perciò  ,  venne 
condotto  innanzi  al  governatore,  il 
quale  avendo  fatto  arrestare  anche 
vm  sacerdote  di  nomeLuciano,  coman- 
dò che  ambedue  fosseio  rinchiusi 
in  un  sacco,  e  gettati  in  mare.  S. 
Gregorio  //  Grande  fa  menzione  di 
una  chiesa  in  Roma  intitolata  a  s. 
Cesario ,  la  quale  poscia  decadde 
per  la  vecchiezza.  Ma  Clemente  Vili 


CES 
ad  onore  del  santo  martire  la  restau- 
rò ,  e  l*  assegnò  per  diaconia  al 
Cardinal  Silvestro  Aldobrandini  suo 
pronipote.  Z-^.  Cìdesa  di  s.  Cesareo. 
CESARIO  (s.),  vescovo  di  Arles, 
nacque  nell'anno  4^9  o  ^^'jo  \n.  Chà- 
lons-sur-Saone.  Giunto  all'  età  di 
diciotto  anni,  abbracciò  lo  stato  ec- 
clesiastico, e  poco  dopo  ritirossi  nel 
monistero  di  Lerins,  poiché  deside- 
rava di  attendere  alla  propria  san- 
tificazione. Ma  non  andò  guari  che 
venne  assalito  da  forte  malattia,  per 
cui  dovette  abbandonare  il  suo  ritiro 
e  recarsi  ad  Arles,  ove  fu  accolto 
con  amore  dal  vescovo  Eonio.  Que- 
sti, non  appena  Cesario  riacquistò 
la  salute,  lo  promosse  al  sacro  or- 
dine del  sacerdozio,  e  poscia  lo  no- 
minò abbate  di  un  convento  situato 
a  poca  distanza  dalla  città.  Le  virtù 
esercitate  da  questo  santo,  gli  pro- 
cacciarono la  comune  estimazione, 
ed  essendo  rimasta  vacante  la  sede 
vescovile  di  Arles,  il  clero  lo  elesse 
ad  occupare  quella  dignità.  Egli 
studiossi  allora  di  rimettere  in  vigore 
r  ecclesiastica  disciplina ,  e  di  prov- 
vedere con  sollecitudine  paterna  ai 
bisogni  del  suo  gregge,  di  cui  si 
cattivò  ben  presto  l' affetto.  Senon- 
chè  uno  scellerato  congiurò  contro 
di  lui,  ed  accusollo  di  tradimento 
presso  il  re  Alerico.  Questi,  senza 
esaminar  la  causa,  lo  mandò  in  esi- 
lio a  Bordeaux,  dal  quale  per  altro 
poco  dopo  lo  richiamò,  condannan- 
do l'accusatore  ad  essere  lapidato, 
la  qual  sentenza  sarebbe  stata  ese- 
guita, se  il  vescovo  non  si  fosse  in- 
terposto a  vantaggio  di  lui.  Cesario 
assistette  a  diversi  concilii ,  e  nel- 
l'anno 5oG,  trovossi  a  quello  di  A- 
gole  in  qualità  di  presidente;  nel 
5 1 3 ,  andò  a  Roma  ove  ottenne  il 
pallio  dal  Sommo  Pontefice  Simma- 
co; e  nel  524  celebrò  un  concilio  in 


CES 

Arles.  E  celebre  anche  per  avere 
stabiJito  un  nionistero  di  vergini  in 
Arles,  e  per  parecchie  opere,  che 
furono  date  alle  stampe.  Compì  la 
sua  carriera  mortale  ai  27  agosto 
del  542. 

CESAPiIO,  Cardinale.  Cesario, 
vescovo,  Cardinal  di  Ostia,  fu  ascrit- 
to al  sagro  Collegio  da  Eugenio  II , 

I  che    fu  Papa    dall' 824  all' 827. 

^  CESARIO  (s.).  Monache.  S.  Ce- 
sario, monaco  prima  di  Lerins,  e 
poi  nell'anno  5o2  vescovo  d' Arles, 
risplendette  per  santità,  ed  ebbe  due 
sorelle  chiamate  Cesarie ,  tma  delle 
quali,  dopo  essere  stata  maestra  del- 
la regina  santa  Radegunda,  fu  de- 
stinata abbadessa  nel  monistero  , 
che  il  fratello  avea  fabbricato  in 
Arles,  e  istituito  con  regole  apposi- 
tamente scritte ,  ed  approvate  dal 
Pontefice  s.  Simmaco.  Dopo  la  mor- 
te di  tale  abbadessa.  s.  Cesario  vi 
pose  a  reggerlo  l' altra  sorella.  Le 
monache  vestivano  la  tonaca  bianca  , 
che  cingevano  ne'fìanchi,  e  si  ricuo- 
privano  il  capo  con  un  velo  nero. 
y.  Ludovico  Sammartani  pag.  4^, 
all'anno  543,  e  il  Bonanni,  Cata- 
logo degli  Ordini  religiosi,  p.  XXI. 
CESAROPOLI  {Caesaropolitan.). 
Sede  vescovile  in  parlibus  della  se- 
conda Macedonia  nell'  esarcato  del 
suo  nome,  eretta  nel  nono  secolo , 
e  sottoposta  alla  metropolitana  di 
Filippi.    Gli  ultimi    suoi    vescovi  in 

partibus  sono  Ludovico  Gorski  ,  e 
d.  Giuseppe  de' conti  Pecci  di  Gub- 
bio, prevosto  della  cattedrale  di  sua 
patria,  che  il  regnante  Gregorio 
XVI,  nel  concistoro  de' 2  2  novem- 
bre 1839,  dichiarò  vescovo  di  Ce- 
saropoli,  coll'indidto  di  ritenere  la 
detta  prepositura.  Quindi  il  mede- 
simo Pontefice,  nel  concistoro  del 
primo  marzo  1841,  lo  trasferì  alla 
sede  resideu/iale  di  Gubbio. 


CES  125 

CESENA  {Cesenalen.y  Città  an- 
tica con  residenza  vescovile,  dello 
stato  pontificio ,  nella  legazione  di 
Forlì,  situata  alla  destra  del  fiume 
Savio  in  perfetta  pianura,  sull'estre- 
ma falda  dell'ameno  colle  Garam- 
po,  di  cui  segue  l'incurvatura.  Il 
rio  Cesoia  scoiare  dall'alto,  e  dopo 
attraversato  il  suo  recinto,  va  a  con- 
giungersi col  fiume  principale.  Oltre 
la  cattedrale,  contiene  begli  edifizi, 
ed  è  degno  di  essei*e  ricordato  il  pon- 
te a  tre  arcate  per  cui  si  passa  il  Sa- 
vio, monumento  di  Clemente  Vili, 
Aldohrandini.  Nella  piazza  principa- 
le esiste  una  bellissima  fontana  di 
marmo,  con  istupendi  giuochi  d'ac- 
qua. La  celebratissima  biblioteca  dei 
codici  Malatestiani  fa  onore  al  fon- 
datore Malatesta  IV,  chiamato  an- 
che Domenico  Malatesta  Novello. 
Quella  fabbrica  fu  eretta  da  Nuni 
architetto  di  Fano,  fu  già  in  custo- 
dia de'  conventuali ,  e  perciò  detta 
di  s.  Francesco  ;  e  durante  il  govei*- 
no  Cisalpino ,  nelle  nuove  camere 
si  depositarono  i  libri  delle  soppres- 
se biblioteche  religiose,  e  vi  si  tras- 
portarono dal  pubblico  ridotto  i  ri- 
tratti dei  molti  ragguardevoli  cese- 
nati,  i  quali  illustrarono  la  patria. 
Alla  biblioteca  Malatestiana  trovasi 
unita  quella  della  comvmità;  e  vici- 
no a  questo  edifizio  non  ha  guari 
è  stato  eretto  un  locale  per  le  pub- 
bliche scuole.  Fra  i  palazzi  merita- 
no menzione  quello  della  comune , 
nonché  quelli  dei  Chiaramonti,  dei 
Dandini,  dei  Guidi,  dei  Chini,  dei 
Romagnoli,  de'  Locatelli,  e  dei  Ven- 
turelli.  Alla  patria  amorevolezza,  ed 
all'intelligenza  dei  due  privati  citta- 
dini Ragazzini  e  Guerra,  si  doveva 
la  pinacoteca  fondata  nel  convento 
del  Carmine,  cotanto  utile  per  lo 
studio  della  pittura  ;  ma,  attesa  la 
morte  dell'  ultimo,  e  la  partenza  da 


126  CES 

Cesena  del  primo,  vi  rimasero  po- 
chi quadri.  Una  volta  vi  fiorirono 
le  accademie  degli  offuscati,  dei  ri- 
formatori, poi  imite  ai  fìlomati,  ac- 
cademici tuttora  esistenti  :  sonovi  an- 
cora una  colonia  arcadica,  e  le  ac- 
cademie filodi'ammatica,  e  filarmo- 
nica. La  vecchia  rocca  si  vede  sul- 
l'erta del  monte,  da  dove  i  citta- 
dini discesero  al  piano,  e  vuoisi  e- 
retta  dall'  imperatore  Federico  II. 

L'origine  del  nome  Cesena,  Cae- 
senìa,  si  fa   derivare   da  una    selva 
tagliata,  e  dal  nome  Caesennula  da- 
to ad    un    suo  rivo,    e    nel    Calli s 
caesus,  oggi    Caliscese ,    parrocchia 
suburbana  lungo  il  Pisciatello.  E  qui 
appunto,  come  osserva  il  eh.  Castel- 
lano, lo  Stato  Pontificio^  pag.  588, 
sembra  doversi  riconoscere   la  vasta 
selva   Lituana,  ove  i  galli  boi,  2  1 6 
anni  avanti  l'era  cristiana,    riporta- 
rono una  strepitosa  vittoria  su  ven- 
ticinquemila   romani    capitanati    dal 
console  Lucio  Postumio,  rovesciando 
su  di  essi  tutti  gli  alberi,  che  fron- 
deggiavano la    via.    Postumio  vi  fu 
ucciso,  ed  il  suo    capo    qual    trofeo 
fu    collocato    nel    tempio    di    Giove 
Dolicheno,  situato  sul    monte    Cese- 
nate.  Divenuta  colonia  romana  colla 
residenza  di  un  pretore,  nel  IV   se- 
colo Costantino  imperatore    1'  onorò 
coll'aggiunta  di  Flavia,  come  si  pro- 
cacciò dalla  riconoscenza  degl'  italia- 
li  il  titolo  di    ospitale.    Nelle    inva- 
sioni barbariche  soffrì  più    delle  al- 
tre città  romagnole,  ed    essendo  in 
potere  degli  eruli,    invano  fu    asse- 
diata   da  Teodorico,    non    potendo 
egli  impadronirsene  se  non  che  do- 
po la  morte  del  re  Odoacre,  perchè 
Liberio,  il  quale  la  difendeva,  glie- 
la cedette  l'anno  49^  di  Cristo.  Al- 
la caduta  del  romano    impero,    Ce- 
sena .soggiacque  al  dominio  de' goti, 
dei  vandali,    e    de'  longobardi ,    che 


CES 
le  recarono  immensa  rovina;  e  non 
potendo  fare  resistenza  al  numeroso 
esercito  di  Totila,  gl'invio  Ignazio 
III  suo  vescovo,  il  quale  mediante 
fervorose  preghiere  salvolla  dalla 
totale  distruzione,  da  cui  era  minac- 
ciata. Soccorsa  poscia  da  Belisario, 
e  liberata  dalla  straniera  domina- 
zione, fu  cinta  di  mura,  e  posta 
sotto  il  comando  di  Longino  esar-  _ 
ca  di  Ravenna,  e  rimessa  sotto  il 
potere  degli  imperatori  di  Oriente, 
non  senza  provare  ulteriori  disastri, 
mentre  se  da  Narsete  fu  restaurata, 
Luitprando  la  fece  incendiare. 

Divenuti  i  romani  Pontefici,  vei*- 
so  l'anno  ySo,  sovrani    per    volon- 
taria dedizione    dei  popoli,    allorché 
sedeva  sulla  cattedra  di  s.  Pietro  il 
zelante  Pontefice  s.  Zaccaria,  venen- 
do minacciato    da    Luitprando    l'e- 
sarcato di  Ravenna,  si  pose  sotto  la 
protezione  del  Papa  qual  amico   di 
tal    re    possente.     A    questo    effetto 
Zaccaria  nel  'j^Z  si  recò    in    Pavia 
alla  corte  di  Luitprando ,  e  si  con- 
tenne con  tal  destrezza,    che    lo  in- 
dusse a  restituire  alcuni  territori    a 
Ravenna,  e  due  parti  del  territorio 
a  Cesena,  obbligandosi  inoltre  di  re- 
stituire la  stessa  città  di  Cesena,  ed 
il  rimanente  del  territorio,    dopo  il 
ritorno  degli     ambasciatori     da    lui 
spediti  a  Costantinopoli.    Non   andò 
guari,  che  nel  pontificato    di  Stefa- 
no III,    Astolfo  altro    re    de'  longo- 
bardi occupò  l'esarcato,  e    minacciò 
i  dominii  della  Chiesa  romana;  laon- 
de non  potendo  Stefano  III   indur- 
re il  re  a  desistere  dalle  sue    inva- 
sioni, né  ottenere  aiuto  dall'impera- 
tore di  oriente,  si  recò    in  Francia 
ad  invocar  quello  di  Pipino,  e  l' ot- 
tenne in  guisa,  che  Pipino  colla  for- 
za delle  armi  obbligò  Astolfo  a  re- 
stituire r  esarcato  ed  altre    terre,  il 
perchè   nel    yjy,    a    seconda    della 


CES 

convenzione  fatta  fra  il  principe  fran- 
cese e  il  Papa,  Pipino  ampliò  il 
principato  del  Romano  Pontefice , 
colla  donazione  dell'  esarcato ,  e  di 
ventidue  città  dell'  Emilia,  fra  le 
quali  Cesena,  come  si  ha  dal  To- 
massini,  De  vet.,  et  nov.  Eccl.  di- 
scipl.  tom.  Ili,  dal  Pagi,  da  Ana- 
stasio bibliotecario,  dal  Borgia,  e  da 
altri. 

Sebbene  questa  città  divenne  do- 
minio della  Sede  Apostolica,  ne'  suc- 
cessivi secoli  soffrì  non  poche    disa- 
strose vicende,  venendo  distrutta  da 
Berengario,  e  rifabbricata  da  tigo- 
ne duca    di    Toscana ,    rovinata    da 
Aiberico  altro  duca    di  Toscana,  e 
dal  Pontefice  s.   Gregorio    ^11  rin- 
novata ,    ed    accresciuta    nel    secolo 
XI.    Ora    si    governò    colle  proprie 
leggi  municipali,  ed  ora  le  ricevette 
dai    signori    delle    vicine    contrade. 
Si   difese  contro  la  forza    dei    bolo- 
gnesi, dei  polenlani,  e  degli  estensi, 
i  quali  però  in  epoche  diverse  po- 
terono dominarla.  Prestò  ajuto  alla 
repubblica  fìorenlina  molestata  dalle 
famose  fazioni  dei    bianchi    e    neri. 
Si  accrebbe  lo  stato  agitato  di  Ce- 
sena pei  tiranni ,    che    volevano  si- 
gnoreggiarla, allorquando    Clemente 
V  stabili  la  pontificia    residenza    in 
Avignone,  sebbene  i  Papi  non  man- 
carono di   tenerla    soggetta    al    do- 
minio della  Chiesa ,    deputandovi  a 
reggerla  dei  governatori,   con  titolo 
di  conti  di  Romagna.  Ma  anelando 
Cesena  il  libero  reggimento,    risolse 
di    rieopeiaie    col    resto    della  pro- 
■vincia  la  pristina  libertà,    la  quale 
però  fu  di  corta    durata,    dovendo 
piegare  davanti  la  fortuna,  e  pei  se- 
greti trattati    del    prode    Francesco 
degli    Ordelaffi,     signore    di    Forlì. 
Quindi  avendo    questi    usurpato  al- 
tre città    di    ragione    della    romana 
Chiesa,  Innocenzo  VI,  nel   iSSy,  in 


CES 


10.7 


Avignone  contro  di  lui  e  gli  altri 
nemici,  nominò  il  Cardinal  legato  Al- 
boi'noz  in  capo  dell'esercito  crocialo. 
Giunto  il  Porporato  in  Italia ,  Or- 
delaffi  affidò  la  difesa  di  Cesena  a 
sua  moglie  Maria,  conosciuta  ^otto 
il  nome  di  Cia,  e  figlia  di  Vanni 
Ubaldini,  la  quale  fece  prodigi  di 
valore,  degni  di  paragonarsi  a  quelli 
d'  un  gran  capitano.  Dappoiché,  rac- 
chiusasi nella  città  con  soli  due- 
cento fanti,  e  altrettanti  cavalli, 
guerreggiò  contro  numeroso  eserci- 
to, disputando  palmo  a  palmo  il 
terreno,  e  dall'ultima  torre,  ch'era 
già  prossima  a  rovinare ,  uscì  con 
onorevole  capitolazione    ai    2 1    giu- 


gno 


i3^ 


/  > 


e    per    altro   tratto  di 


eroismo ,  preservò  dalla  prigionia 
tutti  i  suoi,  offrendo  piuttosto  ai 
lacci   le  proprie  mani. 

Ne  qui  terminarono  i  disastri  : 
che  infuriando  nuovamente  le  fa- 
zioni de' guelfi,  e  ghibellini  per  !a 
Romagna,  il  Pontefice  Gregorio  XI 
da  Avignone  spedì  in  questa  pro- 
vincia un  corpo  di  truppe  per  con- 
tenere i  ribelli  ,  nominandone  le- 
gato il  Cardinal  Roberto  di  Gine- 
vra, poi  famoso  antipapa  Clemente 
VII;  ma  questi  non  potendo  otte- 
nere la  pacificazione,  si  recò  a  Ce- 
sena, ove  soverchiamente  condiscen- 
dendo alla  sfrenata  licenza  de'  sol- 
dati brettoni,  fu  cagione  che  costo- 
ro, autorizzati  dalla  sua  dissimula- 
zione, provocassero  i  cesenati  con 
insulti  così  gravi,  che  li  costrinsero 
a  prendere  le  armi.  Questi  uccisero 
ottocento  brettoni,  sebbene  il  Mura- 
tori, Annali  d' Italia,  t.  VIII,  par. 
II  p.  2 1  o,  dica  soli  trecento.  Per 
tanto  avvenimento  il  Cardinal  legato 
con  buone  maniere,  e  per  mezzo  di 
Galeotto  Malatesta,  quietò  il  tumulto, 
si  fece  consegnare  la  rocca  che  for- 
tificò, ed  indusse  gli  abitanti    a  de- 


128  CES 

porre  le  armi,  assicurandoli  con  giu- 
ramento di  poter  vivere  con  sicu- 
rezza ;  ma  non  passò  molto ,  che  i 
soldati  brettoni  esasperati  per  la 
morte  de'  compagni ,  uniti  ad  vm 
corpo  d' inglesi,  si  scagliarono  con- 
tro i  cesenati  inermi ,  e  ne  fecero 
sì  orrendo  macello,  che  non  perdo- 
nando nemmeno  a'  bambini,  donne 
e  sacerdoti,  uccisero  tre,  o  quattro- 
mila persone.  Tale  fu  la  sficnata 
licenza  militare,  che  i  monisteri  delle 
sagre  vergini  stesse  ne  provarono 
i  lagrimevoli  effetti.  Tutto  fu  posto 
a  ruba  e  a  sacco ,  chiese ,  e  case , 
cose  sagre  e  profane,  tutto  fu  ma- 
nomesso :  catastrofe ,  che  si  descri- 
ve dal  Chiaramonti  nella  Storia  di 
Cesena,  a  p.  655,  e  da  s.  Anto- 
nino, il  quale  paragona  il  legato  ad 
Erode  e  a  Nerone,  siccome  già  con- 
sapevole deli'  ordita  trama.  Quindi 
per  maggior  sciagura,  avendo  i  ce- 
senati chiamato  da  Faenza  Giovan- 
ni Aguto,  questi  col  più  nero  tra- 
dimento, cogli  ausiliari  faentini  pose 
a  ferro  e  a  fuoco  la  misera  città. 
Così  maltrattata  e  distrutta  in  mol- 
te parti,  fu  Cesena  da  Urbano  VI, 
che  nel  iSyS  era  successo  a  Gre- 
gorio Xr,  conceduta  in  vicariato  ed 
in  investitura  al  menzionato  Galeot- 
to Malatesta,  e  a'  suoi  discendenti , 
i  quali  la  conservarono  sino  al  1466. 
Tuttavolta  leggiamo  nella  vita  d'In- 
nocenzo VII,  che  nel  i4o5  essen- 
do morto  Fiancesco  Ordelaffi  signo- 
re di  Forlì  e  di  Cesena,  queste  due 
città  tornarono  al  pieno  dominio 
della  santa  Sede. 

Certo  è ,  che  i  Malatesta  conti- 
nuarono nel  vicarialo ,  e  furono 
grandemente  benemeriti  di  Cesena, 
perchè  dapprima  Galeotto  fabbri- 
covvi  le  mura,  e  disegnò  il  piano 
della  piazza;  ed  Andrea  vi  eresse 
la  magniiìca  caltedrulc    sul   di&cgno 


CES 

di  Undesualdo  tedesco ,  verso  il  de- 
clinare del  secolo  XIV.  Carlo  re- 
staurò r  antica  rocca ,  e  fabbricò  il 
bel  castello  s.  Giorgio,  del  quale 
non  rimane  che  una  semplice  tor- 
re ;  l'andolfo  l' accrebbe  di  nuove 
mura  dalla  parte  del  nord ,  e  dal 
di  lui  nome  la  porta  Cerviense  si 
chiamò  pandolfina;  finalmente  Do- 
menico Malatesta  ,  detto  Novello , 
in  Firenze  ottenne  da  Eugenio  IV 
la  conferma  degli  statuti  della  città, 
eresse  la  summentovata  biblioteca 
di  s.  Francesco,  e  terminò  il  ponte 
poi  rifatto  da  Clemente  Vili.  Il 
Pontefice  Nicolò  V,  a'  2q  agosto 
14495  confermò  a  Sigismondo  Ma- 
latesta il  vicariato  di  Rimini ,  di 
Cesena,  e  di  altre  città  con  deter- 
minato censo,  e  poi  con  diploma 
del  primo  marzo  i452,  aggiunse  a 
Cesena  l'agro  di  Cervia.  Nel  ponti- 
ficato però  di  Paolo  II,  estinguen- 
dosi la  linea  dei  Malatesta  vicari  di 
Cesena,  questa  città  ritornò  all'ub- 
bidienza totale  del  sovrano  Ponte- 
fice nel  1 465  :  il  perchè  vennero 
nuovamente  approvati  i  suoi  statuti 
e  privilegi,  fra'  quali  di  poter  con- 
tinuare a  celebrare  nella  città  ^  co- 
me si  praticava  da  un  tempo  rimo- 
to, la  giostra ,  o  torneo  con  armi 
grevi  da  battaglia  rappresentanti 
un'  azione  di  guerra,  con  tutta  so- 
lennità e  magnificenza ,  a  seconda 
de'  capitoli  della  medesima,  stabilen- 
do il  Pontefice  Paolo  II  vnj  premio 
al  vincitore;  giostra,  che  descrive 
il  Fiumana  nella  sua  Relazione  ec., 
di  cui  parleremo  appresso. 

Assunto  al  trono  pontificio  Inno- 
cenzo Vili,  nel  i4^4>  benevolo  a 
Cesena,  la  distinse  col  glorioso  epi- 
teto di  Propugnacolo  della  Roma- 
gna. Quindi  dall'immediato  suo  suc- 
cessore Alessandro  VI,  lìorgia ,  sr»a- 
ynuolo,  nella  città  fu  posto  un  pre- 


sidio  formato  di  suoi  connazionali, 
dipendente  da  Cesare  Borgia  suo 
figlio,  al  quale  nel  i5o2  donò  Cesena, 
come  avea  fatto  di  altre  città  di  Ro- 
magna ,  per  cui  r  avea  dichiarato 
duca  della  provincia ,  titolo  e  do- 
minio, che  perdette  colla  morte  del 
padre.  Fu  allora,  che,  assalita  dai 
veneziani  all'  improvviso,  conservan- 
dosi fedele  alla  santa  Sede,  valoro- 
samente fece  loro  resistenza;  laonde 
Giulio  II  in  premio  la  chiamò  fe- 
delissima cìtlàj  le  condonò  il  dirit- 
to daziario,  e  ne  affidò  il  governo 
ai  Cardinali,  fra  cui  si  annoverano 
Alidosio,  e  Medici,  il  quale  ultimo  vi 
eresse  qualche  edifizio,  facendovi  pu- 
re ambedue  la  loro  residenza.  Quindi 
nel  i5i7  dal  governo  dei  suoi  parti- 
colari legati  passò  a  quello  dei  presi- 
denti di  Romagna,  e  poi  all'altro  dei 
legati  apostolici  della  stessa  Roma- 
gna, il  primo  de'  quali  fu  il  Cardi- 
nal Cibo  Malaspina. 

Lo  stesso  Giulio  II,  ai  24  giu- 
gno i5o4,  concesse  diversi  privilegi 
al  collegio  dei  giurisconsulti  di  Ce- 
sena, i  quali  furono  approvati ,  ed 
ampliati  dai  Pontefici  successori,  co- 
me Clemente  VII  fece  ai  io  feb- 
braio ì5i^,  Paolo  III  ai  3o  dicem- 
bre i535.  Paolo  V  ai  5  settembre 
1610,  Alessandro  VII  ai  9  dicem- 
bi*e  16,57,  ^  Clemente  X  ai  28 
.settembre  1675.  Siccome  questo  col- 
legio componevasi  di  venti  dottori 
laici,  avendo  proibito  Paolo  III,  che 
vi  fossero  ammessi  i  chierici,  poiché 
il  priore  nell'  assenza  del  governato- 
re della  città  doveva  farne  le  veci 
(  la  qual  cosa  non  è  permessa  ad 
un  chierico  ),  nondimeno  i  chierici 
sempre  procurarono  di  esservi  am- 
messi. Ed  è  perciò,  che  Benedetto 
XUI,  agli  II  aprile  1 725,  colla  co- 
stituzione Ecclesiae  CalhoUcaej  Bull, 
rom.   t.  XI,  par,   II,  p.   890,    dero- 

VO!..     XI. 


CES  129 

gando  alla  costituzione  di  Paolo  IH, 
ordinò  che  il  collegio  dovesse  com- 
poi'si  di  dieci  dottori  chierici,  e  di 
dieci  dottori  laici,  del  quale  fosse 
priore  perpetuo  il  vescovo,  e  nella 
sede  vacante  il  vicario  capitolare:  e 
distribuì  gli  uffizi  ai  dottori  laici  in 
modo,  che  il  più  anziano  dovesse 
supplire  al  governatore  assente.  Di- 
poi colla  bolla  Ex  injuncto,  loc. 
cit.  p.  392,  dei  20  aprile  1725,  ac- 
cordò all'  accademia  della  medesima 
città,  la  facoltà  di  dare  la  laurea 
dottorale  in  teologia,  non  avendola 
fino  allora  se  non  che  per  1'  uno  e 
l'altro  diritto,  e  per  la  filosofia  e 
medicina.  Clemente  XII,  di  lui  im- 
mediato successore,  fu  grandemente 
benemerito  di  Cesena,  come  si  legge 
nella  bolla  Per  multa,  a  segno  che 
i  cittadini  a  perpetua  memoria  gli 
eressero  una  statua  di  marmo,  cui 
collocarono  nel  palazzo  pubblico.  Le 
permise  il  teatro,  die  le  era  stato 
sospeso,  e  la  celebrazione  della  tanto 
rinomata  giostra  ;  prese  cura  delle 
fonti  neglette,  ampliò  le  facoltà  del 
governatore,  rifece  quello  della  sa- 
nità, le  donò  quattro  mila  scudi  per 
risarcire  il  ponte  sul  fiume  Savio; 
le  restituì  gli  antichi  maestri,  che 
per  mancanza  di  stipendio  erano  di- 
minuiti nelle  scuole ,  ed  al  senato 
rinnovò  il  dominio  sul  porto  Cese- 
natico. Questo  sta  nel  borgo  Cese- 
natico, costruito  sotto  Giovanni  XXII 
sulla  spiaggia  dell'  Adriatico,  ed  è 
buon  porto,  col  quale  comunica  un 
piccolo  canale,  il  cui  ponte  nel  1578 
fu  fatto  edificare  da  Gregorio  XIII, 
in  uno  a  diverse  abitazioni.  Nelle 
sue  vicinanze  si  additano  le  Nuove 
Taverne  cossuziane ,  eh'  erano  le 
frontiere  cispadane  della  repubblica 
romana.  La  rocca  fu  incendiata  nel 
t8i3  dagl'inglesi,  allorché  vi  appro- 
darono;  ma  attualmente  non  è  pih 


r3o  CES 

seggetta  a  Cesena.  F.  la  Relazione 
di  quanto  opero  Cesena  in  rendi- 
mento di  grazie  a  Clemente  XII , 
di  ci.  Carlo  Fiumana  arciprete  Ce- 
senate,  Venezia    1732. 

Divenuto  Pontefice  Pio  VI,  Bra- 
schi,  di  Cesena,  nel  1776,  per  dare 
una  prova  di  attaccamento  alla  pa- 
tria, e  per  accrescere  ne'  concittadi- 
ni r  amore  alle  scienze,  con  un  bre- 
ve le  donò  la  sua  biblioteca,  cogli 
accrescimenti  che  vi  avrebbe  fatti 
dui'ante  il  suo  pontificato  ;  ed  ac- 
ciocché potesse  rendersi  pubblica  co- 
me quella  dell'  istituto  di  Bologna  , 
incaricò  il  suo  architetto  cav.  Cosi- 
mo Morelli  di  prendere  le  analo- 
ghe misure,  e  nel  disegno  velie  imi- 
tasse la  Casanatense  di  Roma  tanto 
per  la  forma  che  pel  resto,  doven- 
dovi essere  annesse  le  abitazioni  pei 
maestri  e  custodi.  L' edifizio  fu  ese- 
guito, ma  per  1'  occupazione  di  Ro- 
ma operata  da' francesi  nel  1798,! 
francesi  medesimi  subito  s' impadro- 
nirono della  libreria  privata  di  Pio 
VI,  e  venne  quindi  venduta  per 
il  vile  prezzo  di  dodici  mila  scu- 
di ,  mentre  avea  costato  ingenti 
somme. 

Quando  Pio  VI,  nel  1782,  parfi 
da  Roma  per  Vienna,  martedì  5 
marzo,  giunse  a  Cesena,  ed  alloggiò 
nel  palazzo  della  propria  famiglia , 
alla  cui  testa  con  dolce  soddisfazio- 
ne trovò  il  Cardinal  Bandi  suo  zio, 
sua  sorella  donna  Giulia  Onesti,  e 
tutto  il  nobile  parentado.  Smontò 
alle  ore  18  alla  chiesa  dei  pp.  ser- 
viti ricevuto  dal  menzionato  porpo- 
rato, dal  vescovo  Francesco  Agosel- 
)i,  non  meno  che  dai  vescovi  di  For- 
lì, Berti  noro,  Cervia,  Sarsina  ec. , 
dalla  magistratura,  nobiltà,  ed  im- 
menso popolo.  Orò  avanti  l'allaie 
di  s.  Carlo,  e  sulla  tomba  de'  suoi 
antenati,  quindi  a  piedi  andò  al  suo 


CES 

palazzo,  dalla  cui  loggia  compartii 
l'apostolica  benedizione.  Quivi,  depo- 
sta la  formalità  del  suo  grado,  volle 
tutti  i  suoi  congiunti  a  mensa,  com- 
prese le  donne  e  i  fanciulli.  Nel  giorno 
appresso  celebrò  la  messa  nella  cat- 
tedrale, lasciando  ivi  il  prezioso  calice 
d'  oro,  e  la  ricca  pianeta,  ed  ascoltò 
poi  quella  di  monsignor  Ponzetti  cau- 
datario, indi  ammise  al  bacio  del  pie- 
de il  capitolo,  visitò  i  monisteri  di  s. 
Chiara,  e  di  s.  Caterina^  e  nel  se- 
guente venerdì,  dopo  avere  ascoltata 
la  messa  nella  chiesa  de'  serviti,  pro- 
seguì il  suo  viaggio.  Quindi  vi  ritor- 
nò a'  29  maggio  in  giorno  di  mer- 
coledì, ad  ore  ventitre  ;  visitò  su- 
bito la  cattedrale,  di  poi  si  recò 
al  proprio  palazzo  ,  ove  trovò  i 
suoi  parenti.  Nel  dì  seguente ,  fe- 
sta del  Corpus  Domini^  celebrò  la 
messa  nella  cattedrale,  ed  assistito 
dai  monsignori  Bandi  e  Locatelli , 
portò  processionalmente  la  ss.  Eu- 
caristia, colla  quale  poi  diede  la 
trina  benedizione.  Volle  inoltre  con- 
sagrare la  chiesa  de'  serviti ,  essendo 
stata  rinnovata,  e  vi  lasciò  perpetua 
memoria  della  funzione,  con  una  iscri- 
zione composta  e  scritta  dallo  stesso 
Pio  VI,  che  si  legge  nel  Tavanti  , 
Fasti  dì  Pio  VI,  t.  I,  p.  i5i.  Nella 
sua  permanenza  in  Cesena,  il  Papa 
assistette  a  un  triduo  di  ringraziamen- 
to celebrato  pel  prospero  ritc)rno  nei 
suoi  stali,  ed  avendo  praticato  varie 
dimostrazioni  di  affetto,  e  beneficen- 
za co' suoi  concittadini,  partì  da  Ce- 
sena ai   4  ^^  gii'oii^- 

Accaduta  nel  declinare  del  secolo 
XVI II  la  rivoluzione  e  la  repubblica 
francese,  avendo  essa  decretato  l'oc- 
cupazione dello  stato  pontificio,  su- 
scitò pretesti  per  compierne  il  dise- 
gno; laonde  Pio  VI  dovette  accet- 
tare dure  condizioni  nell'armistizio 
di    Bologna,    e    coslretlo    poi    come 


CES 
principe  a  respingere  l'oppressione, 
oppose  ai  francesi  un  esercito.  Que- 
sto fu  da  quelli  sbandato  sulle  spon- 
de del  Senio,  per  cui  nel  febbi'aio 
1797  il  general  Victor  s'impadronì 
di  Cesena,  che  in  un  alla  Romagna 
dovette  cedere  Pio  VI  nella  pace  di 
Tolentino,  a'  2  3  febbraio  di  det- 
to anno;  perlocchè  col  nuovo  or- 
dine di  cose,  Cesena  prima  appar- 
tenne alla  repubblica  cisalpina  ,  e 
poi  al  regno  italico,  come  capo  di 
circondario  del  dipartimento  del 
Rubicone.  Quando  trionfalmente  l'al- 
tro Cesenate  Pio  VIF,  Chinramonti, 
nel  1814,  fece  ritorno /»e' suoi  stati, 
Cesena  era  ancoj-a  soggetta  al  do- 
minio straniero:  tuttavia  accolse  tri- 
pudiante  frale  sue  mura  l'augusto 
concittadino  nel  giorno  20  aprile. 
Durante  il  suo  soggiorno,  nel  dì 
primo  maggio,  si  recò  al  santuario 
per  coronarvi,  come  diremo,  l'im- 
magine della  Madonna.  Nel  giorno 
5  maggio  celebrò  la  messa  nella  cat- 
tedrale all'  altare  della  b.  Vergine 
del  popolo,  quindi  ammise  nella 
.stanza  capitolare  al  bacio  del  piede 
le  dame ,  e  i  nobili  della  città  ;  e 
recatosi  al  palazzo  comunale  ,  da 
una  ringhiera  compartì  al  numero- 
so popolo  r  apostolica  benedizione. 
A  Cesena  Pio  VII  ricevette  il  re 
Gioacchino  Murat,  e  da  Cesena  scris- 
se a  Luigi  XVII I  re  di  Francia. 
Questi  due  memorabili  avvenimenti 
meritano  leggersi  per  la  loio  impor- 
tanza, nella  applaudita  Storia  di 
Pio  VII,  tradotta  in  italiano  dal 
Rovida,  nel  voi.  II,  alla  pag.  2  33, 
e  seg.  Quindi  ai  4  maggio  da  Ce- 
sena Pio  VII  diresse  ai  suoi  suddi- 
ti una  paterna  allocuzione  sulle  sue 
disgrazie,  prigionia  ,  liberazione  ,  e 
sulle  disposizioni  militari  in  Italia , 
che  ritardarono  il  suo  ingresso  in 
Roma  sino    ai  24    maggio,    stante 


CES  i3i 

la  lenta  marcia  delle  truppe  austria- 
che per  gli  stali  della  Chiesa,  e  per 
le  difficoltà,  che  apponeva  Murat 
nell'evacuare  i  distretti  occupali  dal- 
le sue  truppe  :  il  perchè  Pio  VII  si 
trattenne  in  Cesena  sino  ai  7  di  mag- 
gio. Finalmente  nell'  anno  appresso 
18  i5.  Cesena  fu  restituita  al  gover- 
no pontificio,  e  compresa  nella  pro- 
vincia forlivese,  essendo  stata  tolta, 
e  resa  alla  Chiesa  Romana  sotto 
due  Pontefici  cesenati. 

Il  vangelo  fu  predicato  in  Cesena 
nei  primi  tempi  della  Chiesa,  da  s. 
Timoteo  discepolo  di  s.  Paolo,  o  da 
s.  Apollinare  discepolo  di  s.  Pietro, 
divenendone  primo  vescovo  s.  File- 
mone d'Asia,  altro  discepolo  di  san 
Paolo,  la  cui  morte  si  pone  nell'an- 
no 92  dell'era  cristiana  ;  quindi  la 
sede  vescovile  fu  dichiarata  sufFra- 
ganea  di  Ravenna ,  ciò  che  alcuni 
fanno  incominciare  nel  terzo  secolo. 
Fra  i  più  celebri  suoi  vescovi  sono 
a  rammentarsi  principalmente ,  san 
Severo  alemanno,  fatto  l'anno  ^^'^•, 
s.  Mauro  romano  vescovo  del  934, 
nipote  del  Pontefice  Giovanni  IX; 
Giovanni  li  di  Cesena,  il  quale  nel  1 042 
ai  2  di  giugno,  vi  celebrò  un  concilio, 
e  vi  fondò  una  comunità  di  chierici 
regolari  pel  servizio  della  sua  chiesa, 
concilio  che  il  Lenglet  l'egistra  all'an- 
no precedente  i  o4 1  •  11  Labbé  ne  tratta 
nel  tomo  IX,  l'Arduino  nel  tom.  VI 
e  rUghelli  nel  tom.  II.  Il  Garampi 
nelle  sue  Memorie ,  a  pag.  276,  e 
3  IO,  parla  di  tal  convitto  claustrale 
de' canonici,  che  durò  sino  al  r335, 
in  cui  ai  9  novembre  Francesco  Oi- 
delaffi  costrinse  i  canonici  ad  abban- 
donai'e  la  canonica.  Il  vescovo  Ge- 
bizo ,  Cardinale  di  s.  Chiesa,  nel 
1078,  e  Folcuino  di  Fossorabrone  fu- 
rono spediti  da  Papa  s.  Gregorio  VII, 
quali  legati  apostolici,  a  Demetrio 
principe  di  Dalmazia,  e  di  Schiavo- 


i32  CES 

nia,  per  dichiararlo  re  di  queste  pro- 
vincia ,  ed  imporgli  la  corona,  e  le 
insegne  reali;  Benno,  o  Bennone  ,  dei 
Coditi  venne  fatto  vescovo  nel  i  i  26 
da  Onorio  li,  e  Cardinale  ;  Fazio  San- 
torio  viterbese,  fu  fatto  vescovo  e  Car- 
dinal nel  1 5o4  da  Giulio  II  ;  Mi- 
chelangelo Tonti  riminese  da  Paolo  V 
venne  creato  Cardinale,  e  nel  1 6og 
vescovo  di  Cesena;  Francesco  Sacrati 
ferrarese  da  Gregorio  XV  venne  ele- 
vato al  Cardinalato,  e  nel  1622  a  que- 
sto vescovato;  Pietro  Bonaventura 
Nosile  di  Urbino,  nel  i638,  pubblicò 
le  ordinanze  sinodali  ;  Giovanni  Ca- 
simiro Denhoff,  Cardinale  d'Innocen- 
zo XI,  e  vescovo  Cesenate,  dopo  il 
seguente,  celebrò  il  sinodo  dioce- 
sano, che  fu  stampato  nel  1698 
in  Cesena.  11  Cardinal  Vincenzo  Ma- 
ria Orsini ,  che  da  arcivescovo  di 
Manfredonia  ,  da  Innocenzo  XI ,  ai 
22  gennaio  1680  fu  trasferito  alla 
sede  di  Cesena,  cui  egli  governò  con 
esemplar  pietà ,  e  zelo  pastorale  , 
dallo  stesso  Pontefice  nell'anno  1686 
fu  traslocato  a  quella  di  Beneven- 
to, e  poi  nell'anno  1724  diven- 
ne supremo  Gerarca  col  nome  di 
Benedetto  XIII.  Ricordando  nel  pon- 
tificato la  sua  antica  diocesi  di  Ce- 
sena, come  pure  che  il  seminario  pei 
chierici  secolari  da  cento  e  più  an- 
ni fondato  appena  aveva  centocin- 
quantatre annui  scudi  di  rendita , 
e  che  non  essendovi  gesuiti,  o  sco- 
lopi,  i  quali  potessero  istruire  nella 
pietà  e  nelle  lettere  la  gioventù,  era 
perciò  più  necessario  di  altrove  che 
il  seminario  fosse  in  fiore,  collii  bolla 
dei  3o  maggio  1724,  yid  ^posto- 
lìcacy  Bull.  Roni.  tom.  XI,  par.  II, 
p.  4^2>  ordinò  che  le  confraternite 
di  s.  Tobia,  della  Madonna  del  Suf- 
fragio, e  della  Madonna  del  Popo- 
lo, vi  concorressero  ognuna  con  cin- 
quanta scudi  all'anno,  ed  in  ricom- 


CES 

pensa  accordò  a  ciascuna  di  esse  <li 
poter  nominare  un  alunno  cesenate 
per  esservi  ammesso  gratis.  Oltre 
a  ciò  Bendetto  XIII  soppresse  un 
piccolo  convento  degli  agostiniani 
fuori  della  città,  perchè  eranvi  due 
soli  religiosi,  e  la  confraternita  del 
Rosario  presso  la  chiesa  de'  dome- 
nicani, per  le  ragioni  che  dice  nel- 
la bolla,  applicando  i  beni  di  ambe- 
due allo  stesso  seminario.  E  sicco- 
me quando  era  vescovo  di  Cesena, 
aveva  osservato  la  cattiva  ammini- 
strazione del  monte  di  pietà,  e  dei 
due  ospedali  del  ss.  Crocefisso,  e  di 
s.  Tobia,  COSI  ai  i5  agosto  1726, 
col  disposto  della  bolla  Quotiescuin- 
que,  Bull.  Rom.  tom.  XII,  p.  ii3, 
stabiPi  diversi  regolamenti,  co'  quali 
provvide  ai  danni  anteriori ,  ed  al 
futuro.  Finalmente  merita  di  essere 
rammentato  il  vescovo  di  Cesena 
Carlo  Bellisomi ,  da  Pio  VI  creato 
anche  Cardinale  ,  al  quale  nel  con- 
clave per  la  di  lui  morte  mancò  un 
voto  per  divenir  Papa  ,  sebbene  le 
votazioni  in  suo  favore  durassero 
costantemente  per  più  di  trenta  gior- 
ni, ma  sempre  mancanti  d'  un  voto 
necessario  al  compimento  della  ca- 
nonica elezione.  Morì  nel  1808,  e 
dopo  lunga  sede  vacante,  Pio  VII 
gli  diede  in  successore  nel  18 16 
Francesco  Savorio  Casliglioni  di  Cin- 
goli, ornandolo  altresì  della  porpora 
Cardinalizia.  Egli  governò  la  diocesi 
con  dottrina,  zelo  e  prudenza ,  ma 
la  dovette  lasciare  nel  1821  per 
quella  di  Frascati,  donde  nel  1829 
ascese  alla  veneranda  cattedra  di  s. 
Pietro  col  nome  di  Pio  Vili.  Allo- 
ra nel  breve  apostolico,  che  indiriz- 
zò alla  città  di  Cesena,  la  chiamò 
patria  di  adozione,  per  essere  stato 
anteriormente  acclamato  patrizio  ce- 
senate ;  ed  alla  cattedrale  mandò  in 
dono  un  calice  d'oro  per  supplire  a 


I 


CES 

quello  di  Pio  VI,  eh'  era  stato  de- 
rubato, non  che  alcuni  ricchi  para- 
menti sagri.  V.  Series  epìscoporum 
caesenatium,  composta,  aumentata, 
e  compita  dall' Ughelli ,  dal  Coleto, 
e  dal  Zaccaria,  Cesena    1779- 

L'antica  cattedrale  fu  edificata  sul 
monte  Garampo,  consagrata  ,  e  de- 
dicata in  onore  di  s.  Gio.  Battista, 
dal  Pontefice  s.  Eleutero  nell'anno 
igi.  Quindi  dovendosi  rifabbricare 
nel  pontificato  di  Urbano  VI  ,  si 
eresse  quella,  che  ora  esiste  con  ar- 
chitettura gotica,  egualmente  dedi- 
cata al  s.  Precursore  di  Cristo,  ed 
ove  si  venerano  varie  insigni  reli- 
quie, fra  le  quali  una  mano  di  san 
Gregorio  Magno,  ed  i  corpi  dei  ss. 
Severo  e  Mauro,  già  vescovi  di  Ce- 
sena. Merita  poi  special  menzione  la 
nobilissima  cappella,  in  cui  venerasi 
con  singoiar  pietà  un'antica  immagine 
della  Madonna  del  Popolo,  protettrice 
insigne  della  città,  solennemente  co- 
ronata, come  diremo,  da  Pio  VI  ai  3 
giugno  1782.  Il  capitolo  si  compone 
di  tre  dignità ,  cioè  del  prevosto , 
dell'arciprete  ,  e  dell'arcidiacono  ,  di 
undici  canonici,  otto  de'  quali  sono  as- 
segnatari, cos'i  detti  perchè  percepi- 
scono un'  annua  pensione  dal  gover- 
no, e  tre  sono  di  giuspatronato  par- 
ticolare, fra'  quali  il  canonico  cura- 
to. I  loro  distintivi  sono  il  rocchet- 
to, la  cappa  magna,  la  mitra  bian- 
ca, il  canone,  la  bugia,  il  collare,  e 
il  fiocco  di  seta  paonazza  al  cap- 
pello :  però  ne'  pontificali  usano  la 
mitra  gialla ,  ed  ogni  altro  distin- 
tivo proprio  de'  vescovi,  meno  il  pa- 
storale. Sono  vi  inoltre  tre  mansio- 
nari, che  hanno  per  distintivo  la 
mozzetta  di  color  violaceo,  col  ro- 
vescio di  seta  rossa;  otto  cappellani, 
sei  dei  quali  sono  assegnatari,  e  due 
di  particolare  giuspatronato,  con  si- 
mile mozzetta,  ma  col  rovescio   ne- 


CES  i33 

ro  ;  ed  altri  preti,  e  chierici  pel  di- 
vino servigio.  Tutti  i  mentovati  pri- 
vilegi vennero  concessi  al  capitolo 
dai  Pontefici  Pio  VI,  e  Pio  VII, 
quindi  Leone  Xlf,  nel  1828,  li  e- 
stese  a  monsignor  vicario  generale 
prò  tempore.  Nella  cattedrale  cvvi 
la  parrocchia,  amministrata  da  un 
vicario  perpetuo  eletto  dal  capitolo 
fra  i  suoi  canonici,  ed  oltre  a  ciò, 
ve  ne  sono  altre  undici  nella  città, 
compi'ese  le  suburbane.  Il  cimitero 
è  fuori  della  città,  ed  è  costruito  in 
modo,  che  dopo  quello  di  Bologna, 
è  forse  il  più  bello  delle  provincie 
dello  stato  pontificio.  La  comune  vi 
spese  pili  di  trenta  mila  scudi  ;  ed 
in  capo  all'  arcata  ettagona  sorge 
una  bella  chiesa  in  forma  di  croce 
greca,  ed  evvi  qualche  rimarchevole 
monumento  di  marmo.  L' episcopio 
è  contiguo  alla  cattedrale,  e  la  men- 
sa nei  registri  della  camera  aposto- 
lica è  tassata  di  2  36  fiorini.  Elsiste 
tuttora  fiorente  il  seminario,  e  vi  sono 
due  ospedali,  ma  presentemente  si  con- 
tano due  soli  monisteri  di  monache 
benedettine  e  cappuccine,  nonché  due 
conservatori i  per  le  donzelle  esposte, 
pericolanti ,  ed  orlane ,  e  diverse 
confraternite.  Sull'alto  di  fuori  di 
Cesena  trovasi  il  celebre  santuario 
della  Madonna  del  monte  de'mona- 
ci  cassinosi ,  ove  il  Pontefice  Pio 
VII,  coll'assumervi  la  cocolla  mona- 
stica incominciò  la  sua  carriera,  e  fu 
visitato  nella  cella  da  Pio  VI,  il  quale 
volle  permutarla  coli'  appartamento 
dell'abbate  di  governo,  siccome  troppo 
incomoda ,  esprimendosi,  che  fra  i 
cenobiti  doveva  l'cgnar  sempre  l'im- 
parzialità, e  la  condiscendenza.  Me- 
more Pio  VII  di  questo  suo  anti- 
co monistero,  per  testamentaria  dis- 
posizione gli  lasciò  la  sua  privala 
libreria.  Belle  e  grandi  sono  pure  le 
chiese  di  s.  Domenico,  di  s.  Agosti- 


i34  CES 

no,  e  de' Serviti,  non  che  quella  di 
s.  Cristina,  edificata,  come  diremo, 
da  Pio  VII. 

Cesena  vanta  non  poche  nobili , 
e  distinte  famiglie ,  dalle  quali  usci- 
rono personaggi  celebri  per  santità, 
per  le  ragguardevoli  dignità  soste- 
nute nella  ecclesiastica  gerarchia, 
per  valor  militare  e  letteratura. 
Conta  di  fatti  tra  i  santi  s.  Manzio 
martire  vescovo  d' Ebora ,  s.  Ilde- 
brando vescovo  e  protettore  di  Fos- 
sombrone,  s.  Urbano  della  congre- 
gazione cassinese,  oltre  a  diversi'  bea- 
ti claustrali.  Per  mezzo  secolo  •  la 
Chiesa  universale  fu  governata  da 
due  suoi  concittadini  ,  immortali 
Pontefici,  il  cui  nome  sarà  in  etei-- 
na  benedizione,  Pio  VI,  Braschì,  e 
Pio  VII,  Chiarainond j  il  primo 
creato  nel  l'/'jS,  e  il  secondo  nel- 
l'anno 1800.  I  cesenati  nella  loggia 
del  pubblico  ridotto  eressero  al 
Bi'aschi  una  statua  colossale  di  bron- 
zo. Egli  ingrandì  la  diocesi  di  nove 
parrocchie,  dell'  antica  giurisdizione 
riminese,  e  di  quattro  della  raven- 
nate. Il  Chiaramonti  poi  prese  cu- 
ra della  propria  parrocchia,  fabbri- 
cando la  chiesa  di  s.  Cristina ,  ed 
imitando  il  disegno  del  Pantheon 
romano,  e  ad  essa ,  non  meno  che 
alla  cattedrale ,  e  ad  altre  chiese, 
lasciò  morendo  preziose  suppellettili 
sagre.  Ne  deve  tacersi,  che  Pio  VI 
coronò  l'immagine  di  s.  Maria  del 
Popolo  con  corona  d'oro  nella  cat- 
tedrale; e  Pio  VII  fece  altrettanto 
con  quella  dell'  Assunta  nel  tempio 
di  s.  Maria  del  Monte.  Compresi  i 
detti  due  Pontefici,  tredici  Cardinali 
diede  Cesena  al  sagro  Collegio,  che 
sono  ì  seguenti  :  Gehizzo  o  Gebiz- 
zone  degli  Ottardi,  fatto  da  s.  Gre- 
gorio VII  del  loyS;  Bennont  del- 
la nobilissima  famiglia  de'  Coeliti 
del   1127  di  Onorio   li  ;    Gitone,  o 


CES 

Odone  de'  Fatlibonì,  dopo  il  1 1  3o, 
creato  da  Innocenzo  li  ;  Girolamo 
Dandini  di  famiglia  patrizia,  del 
i55i,  di  Giulio  III  ;  Francesco  Al- 
bizi  egualmente  patrizio  cesenate , 
del  1632,  d'Innocenzo  X;  Gio. 
Carlo  Bandi  del  lyyS,  del  nipote 
Pio  VI;  Romualdo  Guidi  del  1778, 
di  Pio  VI  ;  Romualdo  Braschi  One^ 
sii,  del  1786,  dello  zio  Pio  VI; 
Aurelio  Roverella  ferrarese,  nato  in 
Cesena,  del  i  794  j  di  Pio  VI  ;  Fran- 
cesco Maria  Locatelli  del  180 3, 
di  Pio  VII;  e  Pier  Francesco  Ga- 
leri, del  i8o3,  egualmente  di  Pio 
VII.  Evvi  chi  enumera  fra  i  Car- 
dinali cesenati  Gianfrancesco,  e  Ni- 
colò de'  conti  Guidi  di  Bagno;  ma 
il  primo  nacque  a  Firenze,  e  solo 
fu  ox'iundo  dell'Emilia  dei  marchesi 
di  Montebello,  e  il  secondo  nacque 
in  Mantova,  o  nei  dintorni  di  Rimi- 
ni,  ove  la  famiglia  godeva  dei  feudi. 
Finalmente  i  cesenati  illustri  nel- 
la guerra,  sono  Teodoro  Calisesi 
del  1266,  Rinaldo  Cinzio  del  i3o3, 
Agusello  Aguselli  del  1 353  ,  Ger- 
mano Buono ,  Polidoro  Tiberi ,  e 
diversi  altri.  Fiorirono  fra  i  moltis- 
simi letterati,  Ambrone  Ugolini,  cele- 
bre giureconsulto,  Lambertino  Ram- 
poni, Fr.  Michelino  da  Cesena,  An- 
tonio Tiberti ,  Giovanni  Angniscio- 
la ,  Carlo  Verardi ,  Benedetto  da 
Cesena,  Bonifacio  Martinelli,  Anni- 
bale e  Giuliano  Fanlaguzzi,  Giaco- 
mo Mazzoni  ed  altri.  Sono  pure 
rinomati  il  pio  e  dotto  canonico 
Rosi  ni,  il  giurisconsulto  Grazioso 
Uberti,  e,  per  dii-e  dei  celebri  scrit- 
tori non  molto  lontani,  rammente- 
remo il  dottissimo  Scipione  Chia- 
ramonti ,  monsignor  Gio.  Battista 
Braschi  vescovo  di  Sarsina ,  ed  il 
conte  Ercole  Dandini.  F.  Bernar- 
dino Manzoni,  Caesenae  chronologia, 
in    qua  Ecc.  a/Uisdlcs,    et    civilatis 


CES 

domini  ab  origine  ad  haec  usqiie 
tempora  recensenlur,  civesque  cae- 
senates  illustres ,  Pisis,  i643.  Gli 
autori,  che  scrissero  la  storia  di  Ce- 
sena, sono  riportati  dalla  Bibliogra- 
fìa storica  dello  sialo  pontifìcio  : 
laonde  qui  solo  ricorderemo,  Gio. 
Battista  Braschi  Memoriae  caesena- 
tes  sacrae  et  prophanae  per  saecu- 
la  dislributae ,  Roma  e  17  38;  Si- 
mone Chiaramonti,  Cesena  trion- 
fante apologetica  ec,  in  difesa  di 
essere  stata  Cesena  stanza  primiera 
de'  galli  senoni ,  e  che  la  colonna 
dell'  ospitalità  non  fu  mai  di  Cese- 
na, ma  di  Bertinoro,  Cesena  1 66 1  ; 
Scipione  Chiaramonti  Caesenae  Hi- 
sloria  ab  initio  civitatis  ad  haec 
tempora j  Caesenae  1 64 1  ;  e  Zacchi- 
roli  Saggi  sopra  V  aria  del  Cese- 
natico nel  territorio  di  Cesena,  Ce- 
sena   1782. 

CESI  Famiglia.  Vuoisi  che  questa 
antica    nobiUssima    famiglia   romana 
sia    proveniente    da    Ceso    figlio    di 
Temeno   re   de' greci,  i    cui    discen- 
denti   non    conservando    più    che  il 
nome  di  re ,    furono    discacciati  dal 
reame.     Dicesi    inoltre,    che  questi, 
seguiti   da    alcuni  parenti    della    pri- 
maria    nobiltà  ,     siano     discesi     in 
Italia  in    quella    parte,    la    quale  si 
cliiama  Magna  Grecia,  pel  nome  ira- 
postole  da  loro,  e    poi  fu  provincia 
di   Abruzzo,   indi  si  recarono   anche 
a  Roma,    ove    abitarono    nel  rione 
de'  monti    nella    rinomata    contrada 
Suburra ,    ed   occuparono    le    prime 
dignità.  Ditàtti  abbiamo  un  Publio, 
un  Marco,   un  Cajo,  un  Quinto,   nn 
Lucio,  e  un  Tito,  ch'ebbero  il  pre- 
nome di   Cesi.    Degli    illustri  perso- 
naggi della  famiglia  Cesi,  per  quello 
che  riguarda  i  tempi  antichi,  scrisse 
Gio.  Battista  Fontei,  De  prisca   Cce- 
sioriim    gente    libri    duo,     Bononiae 
i583,    a' quah   Giuho  Jucoboni  ag- 


CES  i35 

giunse  una  copiosa  appendice.  L' o- 
pera  di  1  Fontei  è  dotta ,  e  ci  dà 
la  storia  della  famiglia  Cesi  sì  cele- 
bre nell'antica  Roma  sino  all' Vili 
secolo  della  Chiesa.  Passarono  poscia 
nella  Francia ,  ed  ivi  conservato 
r  illustre  tronco  ,  s'  imparentarono 
co' duchi  di  Aquitania,  e  co' Carlo- 
vinghi .  Da  essi  discesero  i  Cesi 
conti  di  Marsi ,  i  principi  dell'  Um- 
bria ,  e  di  Spoleto,  i  fondatori  del 
aistello  Aquilano,  Cesi,  ed  altri,  tra 
i  quali  i  duchi  d'Acquasparla  [Fedi), 
che  divennero  i  capi  della  famiglia, 
i  duchi  Cesi,  principi  di  s.  Agosti- 
no, e  di  s.  Polo,  signori  del  castello 
di  Civitella  Cesi,  di  cui  parleremo 
per  ultimo,  marchesi  di  Monticelli, 
Olivetano,  Rignano,  e  Riano  nella 
Comarca  di  Roma ,  il  quale  fu  nel 
iSyo  comperato  dal  Cardinal  Pier 
Donato  Cesi  per  settanta  mila  scudi 
d'oro,  e  rimasto  al  ramo  d'Acqua- 
sparla venne  poi  acquistato  dai  Bon- 
compagno  principi  di  Piombino.  V. 
Nibby,  Analisi  de'dintorni  di  Roma, 
tom.  Ili,  pag.  II,  dal  quale  si  ap- 
prende a  p.  i3,  che  Rignano  posto 
egualmente  nella  Comarca  di  Roma 
(  Fedi  )  non  appartenne  ai  Cesi  , 
ma  ai  Savelli,  da  cui  passò  ai  Muti, 
e  da  questi  ai  Massimi  delti  di  Ara- 
celi,  dal  palazzo,  che  in  Roma  han- 
no presso  la  chiesa  di  tal  nome ,  e 
i  quali  r  eressero  in  ducato  a  favore 
del  primogenito  della  famiglia,  che 
ha  ereditato  molte  cose  appartenenti 
ai  Cesi. 

Però  è  certo,  che  il  castello  di 
Rignano ,  anticamente  detto  Ara 
Jani,  appartenne  ai  Savelli  nel  se- 
colo XVI,  dai  quali  passò  ai  Bor- 
ghese, per  cui  Paolo  V  l'eresse  in 
ducato.  Dai  Borghese  passò  quindi 
nei  Muli  a  titolo  di  permuta,  e  dai 
Muli  nei  Cesi  per  titolo  di  dote. 
Esliulasi   questa   famiglia   nel   1799 


i36                   CES  CES 

in  Federico  Cesi  juniore,  passò  Ri-  gna,  il  tutto  acquistato  da' monaci 
gitano  in  casa  Conti  a  titolo  di  di  s.  Antonio  abbate  di  monte  Li- 
ildecommisso,  e  dai  Conti  nei  Cesa-  bano,  con  chirografo  di  Clemente 
vini,  i  quali  lo  vendettei'o  al  duca  XIH,  che  autorizzò  l'alienazione  co- 
Massimo  di  Araceli,  succeduto  già  me  fidecommisso,  a  benefìzio  delle 
al  detto  Federico  in  tutti  i  beni  li-  missioni  d'Oriente;  nonché  l'altro 
beri  della  famiglia  Cesi,  fra  i  quali  palazzo  situato  nella  via  Maschera 
si  contavano  molti  fondi  in  Rignano,  d'oro,  incontro  a  quella  casa,  sulla 
e  la  cappella  di  s.  Caterina  in  santa  facciata  della  quale  si  dipinsero  a 
Maria  Maggiore,  e  di  s.  Francesco  chiaro-oscuro  Niobe,  ed  altre  storie 
nella  chiesa  del  Gesù.  per  opera  del  famoso  Polidoro  da 
Questa  celeberrima  famiglia  ora  Caravaggio  scolare  di  Raffaello.  Fu 
estinta,  che  s' imparentò  colle  fami-  questo  il  palazzo  appartenente  ai 
glie  d'Este,  Varani,  Liviani,  Azzi,  conti  di  s.  Secondo  di  Parma ,  che 
Gaetani,  Anguillara,  Savelli,  Orsini,  nel  iSGy,  fu  comperato  dalla  fami- 
Colonna,  Salviati,  Pico,  della  Ro-  glia  Cesi;  palazzo  in  cui  nel  i6o3, 
vere,  Altemps,  Peretti ,  Ghislieri,  il  celebre  principe  Federico  Cesi  i- 
Borromei,  Conti,  ed  altre  le  più  stituì  l'accademia  de' Lincei  [Fedi), 
illusti-i  sì  di  Roma,  che  di  tutta  e  si  celebrarono  da  lui  parecchie 
l'Italia,  vanta  il  gran  Pontefice  Sii-  accademie;  anzi  dal  contiguo  giardino 
▼estro  II,  creato  l'anno  999,  perso-  ancora  esistente,  dal  detto  principe 
naggio  il  più  dotto  de'  suoi  tempi,  dedicato  agli  studi  botanici  degli  ac- 
Tanto  affermano  l'autore  àeW Histoi-  cademici  ,  furono  tratte  le  super- 
re  des  Conclaves,  dell'  edizione  di  be  statue  rappresentanti  due  re  tra- 
Colonia  1624,  tom.  II,  pag.  899,  ci,  o  numidi,  fatti  schiavi  da  Cle- 
ed  il  Bzovio  nella  Fila  di  Silvestro  mente  XI,  che  le  acquistò  e  pose 
II3  di  cui  diffusamente  descrive  la  nel  Campidoglio.  /^.  Odescalchi , 
genealogia.  Inoltre  la  famiglia  Cesi  Memorie  islorico-critiche  dell' Acca- 
diede  al  senato  apostolico  cinque  demia  de^ Lincei,  Roma  1806. 
Cardinali,  le  cui  notizie  biografiche  Sul  palazzo  Cesi  aggiungeremo, 
si  riportano  qui  appresso.  Il  ducato  che  attualmente  appartiene  ai  mar- 
di  Cesi  posseduto  da  questa  famiglia,  chesi  Pentini  ,  avendolo  acquistato 
nella  delegazione  di  Spoleto,  è  un  Ulisse  Pentini  nel  179B  da  Angelo 
cospicuo  borgo,  che  forse  ebbe  origi-  Cesi.  La  facciata  esterna  era  dipinta 
ne  dagli  avanzi  di  Garsoli,  ed  è  con-  da  Polidoro  da  Caravaggio  come  il 
siderato  come  capo  delle  terre  Ar-  palazzo  incontro;  ma  essendo  assai 
nolfe,  dall'antico  loro  signore  così  danneggiata  la  pittura  rappresentan- 
chiamate,  come  disposero  Alessandro  te  il  ratto  delle  Sabine,  fu  ricoper- 
VI,  e  s.  Pio  V.  Fu  governato  lun-  ta  con  imbiancatura.  Ora  vi  è  la 
gamente  dai  cavalieri  gerosolimitani  Deposileria  Urbana,  ma  la  pro- 
perchè  eravi  una  rocca  importante,  prietà  è  dei  Pentini. 
e  si  ha,  che  il  castellano  cav.  fr.  Per  altre  notizie  su  questa  fami- 
Giovanni  era  anco  rettore  delle  glia  si  possono  consultare  Felice 
terre  Arnolfe.  In  Roma  la  famiglia  Gontelori,  Memorie  storiche  della 
Cesi  possedeva  molti  edifizi,  come  terra  di  Cesi,  perciò  che  riguarda 
era  sua  proprietà  il  palazzo  presso  la  casa  Cesi,  Roma  iG?*);  Risposta 
il  Vaticano   col  contiguo  orto  e  vi-  a  tale    opera,    stampata    nel     !{};^G 


I 


CES 

in  Najjoli  per  Giacinto  Pass.  Con- 
telori  :  Antirisposta  apologetica  per 
le  Memorie  sloriche  ec.  Napoli  1680; 
Gio.  Battista  Fontei  ,  De  prisca 
Ccesiorium  gente,  Commentariorum 
libri  duo,  cum  Julli  Jacoboni  ap- 
pendice, Bononiae  i583.  Ma  meglio 
di  tutti,,  tanto  per  la  famiglia  Cesi, 
che  per  la  famiglia  Massimo  erede 
in  parte  della  medesima,  egregiamen- 
te trattò  il  conte  Pompeo  Litta, 
nell'applaudita  opera  che  si  pubbli- 
ca in  Milano,  intitolata  Famiglie  ce- 
lebri d' Italia. 

Per  dire  poi  alcuna  cosa  del  sum- 
mentovato  feudo  di  Civitella  Cesi , 
ora  principato  di  d.  Alessandro  Toi- 
lonia,  è  a  sapersi,  che  il  castello  è 
situato  nella  provincia  del  Patrimo- 
nio, ora  delegazione  apostolica  di 
Viterbo.  Fu  edificato  il  castello 
•verso  l'anno  1024  dai  conti  Bovac- 
cini  o  Bovacciani,  sebbene  altri  cre- 
dono nel  1026  dalla  flimiglia  Mo- 
naldeschi.  Quindi  prese  il  nome 
anche  di  Cesi  dai  suoi  possessori 
Cesi,  e  le  prime  capitolazioni  a  fa- 
vore degli  abitanti  furono  fatte  ai 
18  marzo  1608  dal  duca  di  Acqua- 
sparta  Federico  Angelo  Pier  Donato 
Cesi,  che  n'era  signore.  Con  chiro- 
grafo de' 2  aprile  1674  d'Innocenzo 
XI,  dal  duca  l'acquistò  il  principe 
Giambattista  Borghese;  ma  ai  4  giu- 
gno, e  con  altro  chirografo  pontifi- 
cio, Civitella  Cesi  dai  Borghesi  passò 
a  Nicolò  Pallavicini  nobile  genovese, 
in  favore  del  quale  e  de'  suoi  suc- 
cessori, Innocenzo  XI  con  motopro- 
prio  dei  7  del  medesimo  mese  ed 
anno,  la  stabilì  ed  eresse  in  nobile 
e  perpetuo  principato.  Finalmente 
nel  18  r  3,  il  principe  d.  Luigi  Pal- 
lavicini lo  vendè  a  d.  Giovanni  Tor- 
lonia  romano,  con  trasferirgli  lutti 
i  diritti,  privilegi,  immunità,  domi- 
nii ,    e    giurisdizioni    annesse.     Ed  è 


CES  i37 

perciò,    che   a    cagione    di    tal  pro- 
prietà Pio  VII,  con  chirografo  degli 
II   settembre    181 4,  fece  e  nominò 
principe  di  detto  castello,  e  luoghi  an- 
nessi, il  duca  d.  Gio.  Torlonia,  e  suoi 
successori    con    esso;    concedendogli 
tutte  le  singole  prerogative,  preemi- 
nenze,  ed  insegne  comuni  agli  altri 
principi ,     con    privilegio    apostolico, 
e  con    suprema    imperiale     e    reale 
potestà.    Neil'  istituire    poi    il    duca 
Torlonia  un'ampia    secondogenitui'a 
a    favore    del    figlio    d.    Alessandro, 
unì    per    essa    agli    altri    beni    1'  ex 
feudo  di  Civitella  Cesi  ;  ed  in  occa- 
sione   che    d,    Alessandro     Torlonia 
si  unì    in    matrimonio    colla    princi- 
pessa d.  Teresa  Colonna,  il  regnante 
Pontefice  in  premio  delle  virtù,  delle 
benemerenze  colla  santa  Sede,  ed  in 
pegno  di  sovi-ana    benevolenza,    con 
onorifico    breve    de'  7    luglio    1 840, 
creò,  nominò,    e  riconobbe  d.   Ales- 
sandro, non  meno  che  i  posteri  suoi 
primogeniti,  in  perpetuo  principi   di 
Civitella-Cesi. 

CESI  Paolo  Emilio,  Cardinale. 
Paolo  Emilio  Cesi,  nato  neh'  Um- 
bria nel  1481  da  nobile  famiglia, 
fu  notaio  nel  concilio  lateranese  sotto 
Giulio  li.  Quindi  divenne  canonico 
nella  basilica  liberiana,  poi  nella  va- 
ticana, protonotario  apostolico,  prefet- 
to della  cancelleria,  e  da  ultimo  Car- 
dinal diacono  di  s.  Nicolò  tra  le  imma- 
gini, creato  nel  primo  luglio  i5i7 
da  Leone  X.  Poi  sotto  Clemente 
Vii,  nel  i52  3,  fu  vescovo  di  Todi, 
e  di  Narni ,  nel  i  SiiS  di  Orte,  nel 
1528  di  Cervia,  nel  i52g  di  Massa; 
quindi  ebbe  le  cattedrali  di  Lunden 
nella  Danimarca,  e  di  Sion  nella 
Vallesia ,  cui  poscia ,  ad  istanza  di 
Carlo  V ,  rinunziò.  Di  più  sotto 
Paolo  III  fu  arciprete  di  s.  Maria 
Maggiore ,  prefetto  della  segnatura 
di  giustizia    e  di  grazia ,    protettore 


i38  CES 

del  ducato  di  Savoia  presso  la  s. 
Sede,  vicepro lettore  dei  regni  d'In- 
ghilterra e  d' Ibernia  ,  giudice  nella 
causa  del  Cardinal  Soderini,  depu- 
tato da  Paolo  III  alla  riforma  de- 
gli ecclesiastici ,  ed  al  buon  anda- 
mento del  concilio  di  Trento.  Eres- 
se nella  basilica  liberiana  la  cap- 
pella di  s.  Caterina,  ora  della  fami- 
glia Massimi  di  Araceli,  cui  dotò  ricca- 
mente, assegnandole  anche  quattro 
sacerdoti.  Nel  sacco  di  Roma  soffrì 
assai,  essendo  dato  in  ostaggio  agl'im- 
periali, ma  per  voto  fatto  alla  Vergi- 
ne ss.  di  Loreto,  riebbe  la  salute.  Se- 
nonchè,  dopo  i  conclavi  di  Adriano  VI, 
Clemente  VII,  e  Paolo  III,  morì  a 
Roma  nel  i537,  di  cinquantasei 
anni,  e  venti  di  Cardinalato.  Egli 
fu  sepolto  nella  cappella  di  sua  fa- 
miglia nella  basilica  liberiana.  Era 
il  vero  amico  degli  uomini,  l' uo- 
mo generoso,  il  padie  dei  poveri , 
mecenate  a'  dotti ,  sostegno  a  chi 
abbisognava  di  lui. 

CESI  Federico,  Cardinale.  Fede- 
rico Cesi  nacque  a  Roma  nel  i5oo 
da  nobile  famiglia.  Peritissimo  in 
diritto,  nel  i534,  Clemente  VII  lo 
promosse  al  vescovato  di  Todi,  cui 
governò  per  dieci  anni  ;  quindi  fat- 
to chierico  di  camera,  ai  ly  dicem- 
bre del  i544>  Paolo  III  lo  creò 
Cardinal  prete  di  s.  Pancrazio.  Giu- 
lio 111  nel  i55o  gli  diede  l'ammi- 
nistrazione della  chiesa  di  Vultura- 
no  ;  ma  nel  i55i  passò  a  quella 
di  Cremona  ,  cui  rinunziò.  Poscia 
nel  I  564  sotto  Pio  IV  fu  fatto  ve- 
scovo di  Porto ,  ed  intervenne  ai 
conclavi  di  Giulio  IH,  Marcello  II, 
e  Pio  IV,  che  lo  elesse  a  giudice 
nella  fumosa  causa  del  Cardinal  Car- 
lo Caraffa.  Era  di  ottima  indole,  e 
generoso,  e  nella  cappella  a  s.  Maria 
Maggiore,  fondata  dal  Cardinal  fra- 
tello Paolo  con  quattro  cappellanie, 


CES 

egli  ne  accrebbe  due,  formando  così 
sei  cappellanie  ben  provvedute,  ed 
ivi  eresse  uno  splendido  mausoleo  al 
detto  Cardinal  suo  fratello  ;  ed  eres- 
se una  cappella  alla  ss.  Nunziata 
in  s.  Maria  della  Pace.  In  appresso, 
ad  insinuazione  di  s.  Ignazio  Loio- 
la ,  fondò  a  Roma  la  chiesa  di  s. 
Caterina  de'  Funari  per  le  fanciulle 
povere,  e  le  diede  dote  convenien- 
te. Lasciò  in  oltre  altre  opere  pie , 
e  morì  a  Roma  nel  i565  di  ses- 
santacincjue  anni  ,  e  ventuno  di 
Cardinalato.  Fu  sepolto  nella  sua 
tomba  gentilizia  alla  basilica  libe- 
riana, t^.  Chiesa  di  s.  Caterina  dei 
Funari,  e  chiesa  di  s.  Maria  Mag- 
giore. 

CESI  PiERDOXATo,  Cardinale.  Pier- 
donato  Cesi,  patrizio  ronmuo,  nacque 
nel  i52i.  Compiti  gli  studi  nelle  pri- 
me accademie  d' Italia,  fu  laureato 
nell'università  di  Ferrara  dal  celebre 
giureconsulto  Andrea  Alcialo;  poi  fu 
alla  corte  del  Cardinal  Federigo  suo 
zio,  quindi  Paolo  III  lo  fece  referen- 
dario delle  due  segnature,  e  nel  i546 
vescovo  di  Narni,  e  si  trovò  al  con- 
cilio di  Trento.  Sotto  Paolo  IV  di- 
venne preside  di  Ravenna,  ed  essen- 
do Pontefice  Pio  IV,  fu  vicelegato 
di  Bologna  ,  in  luogo  del  Cardinal 
Carlo  Borromeo.  Resse  da  ottimo 
ministro ,  e  si  guadagnò  il  favore 
comune;  sollevò  i  miseri,  e  benefi- 
cò Bologna  quanto  poteva.  Condot- 
ta r  ac<[iia  dai  monti  vicini,  fece  co- 
struire una  magnifica  fontana ,  riu- 
scendo bella  perchè  l'adornò  di  me- 
talliche statue;  e  rimpetto  all'univer- 
sità fece  collocare  una  statua  pure 
di  bronzo  a  Pio  IV,  perchè  compì 
il  concilio  di  Trento:  pei  quali  pre- 
gi mei'itò  i  gloriosi  titoli  di  propa- 
gatore della  religione,  difenditore 
de'  poveri  ,  ampliatore  della  cit- 
tà. Lo  stesso  fece  a    Ravenna,    ove 


I 


m 


CES      . 

sedò  gravissimi  tumulti.  Allorché 
governava  la  Chiesa  s.  Pio  V,  fu 
cherico  di  camera,  presiedette  alle 
fabbriche  delle  fortezze  di  marina 
per  allontanare  i  corsari  ;  poi  fu 
nunzio  ai  principi  cattolici  per  in- 
durli a  difender  Carlo  IX  re  di 
Francia  dagli  ugonotti  ;  quindi  a 
Parigi  sostenne  tale  incarico  collo 
stesso  Carlo,  e  fu  a  merito  di  tante  pre- 
stazioni, che  ai  17  maggio  iSyo,  dal- 
lo stesso  Pontefice  venne  creato  Car- 
dinal prete  di  s.  Agnese  nel  Foro  Ago- 
nale ,  nonché  deputato  alla  congre- 
gazione della  lega  contilo  il  turco , 
e  a  quella  di  alienare  i  censi  della 
Chiesa,  per  le  spese  della  guerra. 
Nel  Pontificato  di  Gregorio  XIII 
ebbe  la  legazione  di  Bologna ,  ove 
fece  costruire  alcune  fabbi'iche  ;  con- 
tribuì alla  erezione  della  chiesa  di 
s.  Maria  in  Vallicella  di  Roma,  cui 
ornò  di  volta  e  tribuna,  ed  acqui- 
stò parecchie  case  ai  preti  dell'ora- 
torio. Amante  dell'antichità,  raccol- 
se monumenti  di  marmo,  e  meda- 
glie a  formare  un  museo,  a  cui  ag- 
giunse scelta  biblioteca  di  rari  codi- 
ci, e  manoscritti.  Alla  fine,  dopo  la 
elezione  di  Gregorio  XIH  ,  e  Sisto 
\,  mori  a  Roma  nel  i586  di  ses- 
-santacinque  anni,  e  sedici  di  Cardi- 
nalato, e  fu  sepolto  in  chiesa  a  s. 
Maria   in  Vallicella. 

CESI  PiERno.WTo,  Cardinale.  Pier- 
donato  Cesi  dei  duchi  di  Acquaspar- 
ta,  nacque  a  Roma  nel  i585  da 
nobili  genitori.  Affidato  ai  padri 
dell'oratorio,  crebbe  nella  pietà  e 
nelle  lettere  ,  e  laureatosi  in  giuris- 
prudenza, ebbe  tre  pingui  abbazie: 
quindi  Paolo  V  lo  ascrisse  ai  pro- 
toiiotari  apostolici,  e  Urbano  Vili 
nel  i6'25  ai  chierici  di  camera,  colla 
prefettura  del  porlo,  e  della  fortezza 
di  Civitavecchia;  poi  nel  i634  fu 
fatto  tesoriere,  e  a'  16  dicembre  del 


CES  i39 

i64i  dal  medesimo  Urbano  Vili 
venne  creato  Cardinal  prete  di  s. 
Marcello.  Lo  stesso  Urbano  lo  asso- 
ciò alle  congregazioni  del  buongo- 
verno, di  propaganda,  dei  vescovi  e 
regolari,  ed  altre  ;  poscia  lo  spedi 
legato  a  latere  a  Perugia  nella  guer- 
ra del  Papa  coi  principi  d'Italia; 
indi  colla  dispensa  del  Papa,  ven- 
ne nominato  canonico  di  Toledo  dal 
re  di  Spagna.  Dopo  i  conclavi  d'In- 
nocenzo X ,  e  di  Alessandro  VII, 
morì  a  Roma  nel  i656  di  settantaim 
anno ,  e  quindici  di  Cardinalato, 
ed  ebbe  tomba  in  chiesa  a  s.  Pras- 
sede. 

CESI  Bartolommeo  ,  dei  duchi 
d'  Acquasparta,  Cardinale  .  Barto- 
lommeo Cesi  nacque  in  Roma  nell'an- 
no 1567,  e  fatti  gli  studi  nell'u- 
niversità di  Perugia,  nel  i587  ot- 
tenne la  laurea  in  ambe  le  leggi. 
Dal  numero  de'  protonotari  aposto- 
lici cui  fu  ascritto,  fu  anche  avan- 
zato a  quello  de'  chierici  di  ca- 
mera, e  da  Sisto  V  venne  promosso 
nel  1 1190  alla  carica  di  tesoriere  e 
collettore  degli  spogli  dove  dando 
saggi  di  prontezza  d'ingegno  e  zelo 
per  la  giustizia,  nell'età  d'anni  ven- 
tinove meritò  d'essere  creato  nel- 
r  anno  iSgG  da  Clemente  Vili  Car- 
dinale colla  diaconia  di  s.  Maria  in 
Portico,  che  in  appresso  cambiò  col 
titolo  di  s.  Lorenzo  in  Lucina.  Prov- 
veduto di  molte  e  pingui  abbazie, 
e  tra  le  altre  di  quella  di  s.  Pasto- 
re nella  diocesi  di  Rieti,  fu  ordina- 
to sacerdote  da  Clemente  Vili  nel- 
la s.  Casa  di  Loreto  nell'  occasione 
che  quel  Pontefice  si  restituiva  da 
Ferrara  a  Roma.  Nel  pontificato  di 
Leone  XI  ottenne  il  governo  della 
città  e  fortezza  di  Benevento;  ma 
nel  pontificato  di  Paolo  V ,  scor- 
gendo che  poco  conto  facevasi  di 
lui,  se    ne   stette    per  lo    più    fuori 


r4o  CES 

di  Roma.  Mutossi  però  la  scena  nel 
pontificato  di  Gregorio  XV,  della 
cui  esaltazione  era  stato  il  Cesi  vi- 
vo promotore.  Il  Cardinale  Ludovi- 
si  nipote  del  nuovo  Papa  adope- 
rollo  in  molte  commissioni  impor- 
tanti non  solo  pubbliche,  ma  anche 
domestiche.  Promosso  era  già  stato 
da  Paolo  V  nel  1608  all'arcivesco- 
vato di  Conza,  di  cui  dopo  sei  an- 
ni fece  rinunzia.  Gregorio  XV  nel 
1621  il  passò  al  vescovato  di  Tivo- 
li; ma  non  appena  erano  cinque 
mesi  spirati  ,  che  mori  nell'  an- 
no 162 1  pieno  di  meriti  e  di  vir- 
tù, nell'età  d'anni  cinquantaquattro  e 
venticinque  di  cardinalato.  Trasferi- 
to a  Roma,  fu  collocato  nella  basi- 
lica di  s.  Maria  Maggiore  nella  tom- 
ba di  sua  famiglia.  Fu  egli  il  pri- 
mo a  promuovere  l' introduzione 
degli  archivi  tanto  nel  Vaticano  che 
in  Castel  s.  Angelo.    V.   ARCHivr. 

CESLAO  (s.).  Religioso  dell'Or- 
dine di  s.  Domenico,  discendeva  dai 
conti  d' Odrovans.  Avendo  abbrac- 
ciato lo  stato  ecclesiastico,  fu  cano- 
nico di  Cracovia,  e  poi  conservato- 
re di  Serdomir,  nei  quali  impieghi 
si  distinse  per  pietà,  dottrina,  e  ca- 
rità verso  i  poveri.  Nel  12 18,  vestì 
l'abito  domenicano  in  Roma  insie- 
me con  suo  fratello  Giacinto;  poi 
annunziò  le  verità  del  vangelo  in 
Germania  ed  in  Polonia;  nel  1222, 
fondò  due  conventi  in  Pi-aga,  e  spe- 
dì 27  religiosi  del  suo  Ordine  nella 
Bosnia  affinchè  vi  predicassero  la 
fede,  i  quali  subirono  la  palma  del 
martirio.  In  appresso  predicò  nella 
Slesia,  e  fermò  lunga  dimora  in  Bi'es- 
lavia.  Per  lui  i  regni  del  nord  fu- 
rono illustrati  da  parecchi  pii  per- 
sonaggi, e  Bi'eslavia  fu  salvata  dal 
furore  de' tartari.  Questo  santo  uo- 
mo, favorito  da  Dio  dello  spirito  di 
profezia,   e    del  dono  de'    miracoli, 


CET 

morì  nel  mese  di  luglio  del  1242. 
Clemente  XI,  nell'  anno  1 743,  ap- 
provò il  culto,  che  da  tempo  imme- 
morabile si  rendeva  a  questo  servo 
di  Dio. 

CESSERON  {Cesstroy  o  Cessa- 
rion).  Antica  città  della  Gallia  nar- 
bonese  prima,  nella  Linguadoca  ti'a 
Agde,  e  Pezenas,  in  una  valle  pres- 
so l'Auraris,  vicino  ad  un  luogo 
distante  cinque  leghe  da  Beziers , 
in  cui  s.  Tiloerio,  che  il  volgo  chia- 
ma s.  Tubery,  pàti  il  martirio.  In 
questo  luogo  appartenente  alla  dio- 
cesi di  Ayde  ,  eravi  un'  abbazia  di 
monaci  benedettini  denominata  di 
s.  Thibery,  nella  quale  si  celebrò 
un  concilio  nell'anno  907.  V  inter- 
vennero dodici  vescovi,  e  vi  fu  di- 
chiarata la  chiesa  di  Ausonne  esen- 
te da  un  tributo ,  che  pagava  a 
quella  di  Narbona.  Gali.  Christiana^ 
tom.  VI,  pag.  2  3. 

CESSITA.  Sede  vescovile  di  Afri- 
ca. Vi  sono  due  città  di  questo  no- 
me, Cissita  nella  provincia  cartagi- 
nese proconsolare ,  sottoposta  alla 
metropoli  di  Cartagine.  Coli.  Casi. , 
e  Cìssac  nella  provincia  della  Mau- 
ritiana  Cesariense,  sotto  la  metro- 
poli di  Cesarea  Giulia,  Coli.  Casi. 
Nella  conferenza  di  Cartagine  v'  in- 
tervennero i  loro  vescovi ,  Quod- 
vult-Deus,  e  Fiavolo. 

CESTRO,  o  CESTRA  {Cistra 
seu  Cistra).  Sede  vescovile  d'Isau- 
ria,  nel  patriarcato  di  Antiochia, 
eretta  nel  XII  secolo ,  e  fatta  suf- 
fraganea  della  metropoli  di  Seleucia. 
Epifanio  suo  vescovo  intervenne  al 
concilio  calcedonese. 

CETIVO  Alano,  Cardinale.  Ala- 
no Cetivo  nato  nel  1407  dai  signo- 
ri (li  Talliebaur  nella  Brettagna,  pei 
suoi  meriti  e  talenti,  da  Eugenio  IV, 
nel  1438,  fu  promosso  alla  chiesa  di 
Quimper  ;  poi,  nel  1 444>  ^  quella  di 


CET 

Avignone,  di  cui  fu  1' ultimo  vesco- 
vo, perchè  sollevata  da  Sisto  IV  al- 
l'onor  di  metropolitana.  JXel  i44i> 
vi  tenne  il  sinodo ,  e  vi  fece  co- 
struire, a  comodo  dei  vescovi,  un  pa- 
lazzo; dipoi  a'  19  febbraio  del  i44^5 
Nicolò  V  lo  creò  Cardinal  prete  di 
s.  Prassede,  lo  fece  protettore  del- 
l'Ordine de' predicatori ,  e  si  ado- 
però di  quietare  la  controversia  sor- 
ta sino  dall'anno  i436  contro  i 
minori  circa  il  -  Sangue  di  Cristo. 
Ebbe  quindi  1'  amministrazione  di 
Dol,  e  di  Nimes;  poi  Calisto  III 
lo  spedì,  nell'anno  1/^56,  alla  Bret- 
tagna, per  riconoscere  il  corpo  di  s. 
Vincenzo  Ferreri,  cui  avea  canoniz- 
zato l'anno  prima  a' 29  giugno;  di 
là  andò  legato  a  Intere  a  Carlo  VII 
re  di  Francia  per  indurlo  alla  guer- 
ra sagra,  ove  dicesi,  che  colla  sua 
eloquenza  radunasse  una  flotta  di  ven- 
tiquattro galere,  per  cui  si  raccolse- 
ro le  decime  del  clero,  ma  morto 
Calisto ,  andò  a  vuoto.  Poscia  ac- 
compagnato Pio  II  nel  viaggio  di 
Mantova,  passò  nuovamente  in  Bret- 
tagna, Savoia,  e  nel  Delfinato  a  rac- 
cor  decime  per  la  guerra  col  turco. 
Già  fino  da  Eugenio  IV  si  riguar- 
dava come  vero  Cardinale ,  perchè 
quel  Papa  gli  avea  promesso  di 
crearlo  tale,  se  avesse  ottenuto  dal- 
la Francia  che  venisse  tolta  di 
mezzo  la  prammatica  sanzione.  Men- 
tre era  vescovo  di  Avignone,  si 
tenne  il  concilio  provinciale  ,  nel 
quale  tutti  segnarono  il  decreto  del 
concilio  di  Basilea  a  favore  dell'Im- 
macolata Concezione  di  Maria  Ver- 
gine ss.  Da  ultimo,  dopo  i  conclavi 
di  Calisto  III,  Pio,  e  Paolo  II,  e  Si- 
sto IV,  mori  a  Roma,  nel  i4745 
di  sessantaselte  anni,  e  ventisei  di 
Cardinalato,  vescovo  di  Sabina,  e  fu 
sepolto  in  thiesa  a  s.  Prassede.  Al- 
cuni l'accusano  di  troppo  libero  nel 


CEU  i4i 

parlare,  come    riporta    il    Novaes , 
tom.  V,  p.    143. 

CEUTA  {Seplen.  in  Àfrica).  Cit- 
tà con  residenza  vescovile  sulle  co- 
ste di  Barbaria  ,  e  dell'  impero  di 
Marocco,  sotto  il  dominio  della  Spa- 
gna. Occupa  una  penisola  all'estre- 
mità orientale  dello  stretto  di  Gi- 
bilterra, la  cui  costa  scoscesa  esten- 
dendosi semicircolarmente  al  nord- 
est per  lo  spazio  d'  una  lega,  forma 
due  baie  poco  profonde.  La  parte 
nord-est  di  questa  penisola  è  coper- 
ta dalla  Sierra  Almina,  donde  il 
monte  Acho  s' innalza  ad  una  con- 
siderevole altezza.  All'ovest  di  que- 
sti monti ,  ed  in  una  bella  pianu- 
ra, si  estende  Ceuta  propriamente 
detta,  formidabile  piazza  di  guerra , 
le  cui  inespugnabili  fortificazioni  si 
prolungano  sulla  detta  Sierra,  e 
principalmente  sulla  sommità  del- 
l' Acho,  per  sorvegliare  i  movimen- 
ti de'  mori,  e  i  vascelli  che  passano 
lo  stretto.  La  sua  cittadella  posta 
.sull'istmo  è  circondata  da  una  fos- 
sa d'acqua,  comunicando  colla  cit- 
tà per  un  ponte  levatoio.  La  por- 
zrone  della  città,  che  estendesi  sul- 
r  Almina,  e  ne  prende  talora  il  no- 
me, è  piuttosto  un  delizioso  sobbor- 
go, e  residenza  degl'  impiegati  e  ne- 
gozianti. 

Ceuta  rimpiazza  Seplem,  o  Septa, 
di  cui  non  si  fece  menzione  avanti 
di  Giustiniano  I,  che  ascese  all'im- 
pero l'anno  527  dell'era  cristiana.. 
Fu  un  tempo  capitale  della  Mauri- 
tiana  Tingitana,  e  dai  romani  fu 
chiamata  Civita.f,  volendo  l' Orte- 
lio,  che  possa  essere  l'antica  Essilis- 
sa.  Dopo  i  goti,  che  la  tolsero  ai 
romani,  ne  divennero  padroni  gli 
arabi,  finché  la  conquistò  nel  i^i5 
Giovanni  I  i-e  di  Portogallo,  che  la 
fortificò,  e  vi  accrebbe  gli  abitanti.  Il 
Pontefice  Martino  V,   per    facilitare 


i42  CEU 

al  pio  monarca  la  guerra  contro  i 
nemici  del  nome  cristiano,  fece  ban- 
dire la  crociata,  il  perchè  vennero 
fatti  in  Africa  altri  importanti  ac- 
quisti ;  ma  per  la  morte  del  re  Se- 
bastiano, e  del  Cardinal  Enrico  suo 
zio,  occupava  il  trono  portoghese  il 
re  di  Spagna  Filippo  II:  laonde 
Ceuta  passò  in  potere  degli  spa- 
gnuoli  nel   i58o. 

Dopo  la  rivoluzione  del  i64o,  in 
cui  il  Portogallo  si  sottrasse  dalla 
dominazione  spagnuola,  a  questa 
monarchia  rimase  Ceuta,  e  gliene 
fu  confermato  il  possesso  nel  1668 
col  trattato  di  Lisbona.  Questa  cit- 
tà e  fortezza  importante  dovette  sos- 
tenere per  parte  dei  barbareschi 
diversi  assedi,  massime  dal  1694  al 
1720.  Fu  Papa  Clemente  XI,  che 
accordando  al  re  Filippo  V  grandi 
soccorsi  dalle  rendite  ecclesiastiche, 
liberò  Ceuta  dal  continuato  assedio 
di  circa  ventisei  anni.  Finalmente 
riuscì  alle  truppe  reali  con  diverse 
battaglie  sconfiggere  i  mori,  e  Fi- 
lippo V  scrisse  lettera  di  ringrazia- 
mento al  Pontefice,  e  gl'invio  al- 
cune bandiere  guadagnate  sui  ne- 
mici. Da  tal' epoca,  Ceuta  servi  di 
detenzione,  o  luogo  di  esilio,  essen- 
do lo  stabilimento  il  più  importan- 
te, che  gli  spagnuoli  hanno  in  Afri- 
ca, da  loro  appellato  presidios.  Ol- 
tre un  governatore  militare,  e  poli- 
tico, ha  un  tribunale  civile  e  crimina- 
le, ed  un  intendente  di  finanza. 

La  luce  del  vangelo  fu  predicata 
in  Ceuta  nei  primi  tempi  del  cri- 
stianesimo. Commanville  vuole  che 
la  sede  vescovile  vi  fosse  fondata 
nel  quarto  secolo,  e  soltanto  rista- 
bilita, per  le  preghiere  di  Alfonso 
V  re  di  Portogallo,  dal  Sommo 
Pontefice  Eugenio  IV  nel  i444>  ^ 
dichiarata  sufTraganea  di  Lisbona. 
Quindi    nel    seguente    secolo   venne 


CEV 

unita  a  Ceuta  la  sede  di  Tanger 
Tìngis,  ed  in  seguito  fu  tolta  dalla 
soggezione  di  Lisbona,  e  sottoposta 
alla  metropoli  di  Siviglia,  di  cui  è 
tuttora  suffraganea.  In  Ceuta  non 
pochi  missionari  e  cristiani  sparse- 
ro il  sangue  per  la  fede,  e  Leone 
X,  con  un  breve  del  i5i6,  ripor- 
tato dal  Wadingo,  Annal.  Òrd. 
Minor,  tom.  XVI,  p.  7,  approvò  il 
culto  dei  sette  martiri  francescani, 
Daniele,  Samuele,  Angelo,  Donno, 
Leone,  Nicolò,  ed  Ugolino  martiriz- 
zati nel  1221  in  Ceuta  di  Mauri- 
tiana  per  la  confutazione  della  setta 
maomettana.  Poco  dopo  il  loro  mar- 
tii'io,  Dionisio  figlio  primogenito  di 
Alfonso  II  re  di  Portogallo,  otten- 
ne dal  re  di  Marocco,  che  i  coi-pi 
di  questi  martiri  fossero  trasportali 
nella  Spagna,  ove  avevano  incomin- 
ciato ad  avere  culto,  con  celebrarne 
la  festa  agli  8  ottobre,  venendo  le- 
gistrati  i  loro  nomi  nel  martirolo- 
gio l'omano  ai    1 3   ottobre. 

La  cattedrale  di  Ceuta  è  ampia, 
bella,  e  guarnita  di  sagre  suppellet- 
tili, ed  è  dedicata  alla  beatissima 
Vergine  assunta  in  cielo.  Il  capito- 
lo si  compone  di  quattro  dignità , 
la  prima  delle  quali  è  il  decano, 
di  undici  canonici  senza  prebenda , 
di  quattro  benefiziati,  e  di  altri  sa- 
cerdoti, e  chierici  addetti  al  divino 
servigio,  ed  ufìiziatura.  L'  unica  par- 
rocchia è  la  cattedrale,  ove  evvi  il 
fonte  battesimale,  ed  il  cimiterio. 
Non  ha  seminario,  né  monte  di  pie- 
tà; vi  sono  però  due  conventi  di 
religiosi,  tre  ospedali,  ed  alcune  con- 
fraternite .  L'  episcopio  trovasi  in 
buon  stato,  ma  è  distante  dalla 
cattedrale.  La  mensa  vescovile  paga 
cento  trentatre  fiorini  alla  camera 
apostolica,  secondo  le  tasse. 

CE  VA  Francesco  Adriano,  Car- 
dinale. Francesco  Adriano  Cova  nac- 


i 


e  li  A 

que  nel  Mondovi  del  Piemonte  nel 
i585.  Andò  alla  corte  del  Barberini, 
che  fu  poi  Urbano  Papa  Vili,  cui  a- 
vea  seguito  da  Cardinale  nella  legazio- 
ne di  Francia ,  come  segretario,  e  da 
cui  conseguì  un  canonicato  nella  ba- 
silica lateranese,  e  la  carica  detta  il 
Concessum.  In  appresso  fu  segretario, 
maestro  di  camera,  e  nunzio  straor- 
dinario a  Luigi  XIII,  per  istabilire 
la  pace,  e  segretario  di  stato,  quindi 
lo  stesso  Papa  lo  creò  Cardinal  prete 
di  s.  Prisca  ai  i3  luglio  del  i643. 
Viveva  sempre  economicamente,  ed 
era  anche  di  mal  ferma  salute,  e 
dopo  i  conclavi  d'Innocenzo  X,  e 
di  Alessandro  VII,  morì  nel  i655 
di  settanta  anni,  e  dodici  di  Cardi- 
nalato. Fu  sepolto  nella  sua  cappella 
gentilizia  dedicata  alla  nascita  di 
M.  V.  nella  basilica  lateranese ,  cui 
beneficò  sommamente  ,  ove  sorge 
a  memoria  di  lui  magnifico  avello 
con  nobile  epitafio.  Gli  eredi  eb- 
bero a  che  dire  sul  testamento  di 
lui,  perchè  scritto  da  ignota  mano, 
e  da  lui  solamente  sottosegnato ,  il 
perchè  dubitavano  dell'autenticità  del- 
la sottoscrizione;  però  si  divisero  poi 
in  buona  pace  quella  pingue  sostanza. 

CIIADIRA.  Sede  vescovile  della 
diocesi  di  Caldea,  nella  provincia  di 
Babilonia,  di  cui  si  hanno  poche 
notizie. 

CHALANT  (de)  Antonio,  Cardi- 
nale. Questo  nobile  savoiardo,  vesco- 
vo di  Sisteron  e  poi  arcivescovo  di 
Tarantasia,  fu  fatto  Cardinale  dal- 
l'antipapa Benedetto  XIII.  Abban- 
donato ch'ebbe  quest'ultimo,  fu  ri- 
conosciuto per  Cardinale  da  Ales- 
sandro V,  che  gli  assegnò  la  diaco- 
nia di  s.  Eustachio,  dalla  quale  Gio- 
vanni XXIII  lo  passò  al  titolo  di 
■prete  di  s.  Cecilia.  Morì  in  Losan- 
na nel    i4i8. 

CHALCIS,  o  CALCIS.    Sede  ve- 


CIIA  143 

scovile  di  Siria,  nel  patriarcato  di 
Antiochia,  eretta  nel  V  secolo,  e 
nel  XII  elevata  al  grado  di  arci- 
vescovato latino  onorario.  E  conosciu- 
ta anche  col  nome  di  Chinzerin  ,  e 
fu  già  capitale  della  Calcidica  o  Cal- 
cidene  in  Celesiria.  Ebbe  per  re 
Erode  fratello  di  Erode  Agrippa,  e 
Giustiniano  ne  rialzò  le  mura  ca- 
dute per  la  sua  antichità. 

CHALCIS,  o  EURIPUS.   A  Ne- 

GROPONTE,    e    CALCmE. 

CHALCIS  o  CALCIDE.  Sede  ve- 
scovile della  provincia  d' Europa, 
neir  esarcato  di  Tracia,  la  cui  ere- 
zione rimonta  al  nono  secolo,  sotto- 
posta alla  metropoli  d'Eraclea. 

CHALONS  SUR  M\RNE  [Catalau- 
nen.).  Città  con  residenza  vescovile 
in  Francia,  nella  provincia  di  Sciam- 
pagna, conosciuta  anche  col  nome 
di  Sciatoli  sulla  Marna,  come  ca- 
poluogo e  prefettura  del  dipartimen- 
to del  Marna,  Matrona,  i  cui  pri- 
mi abitatori  furono  i  calalauni.  Cha- 
lons,  città  considerabile,  è  situata  in 
mezzo  a  vaste  praterie  sul  fiume  Mar- 
na, che  ne  bagna  ima  parte  delle  mu- 
ra, le  quali  circondano  la  città.  Ol- 
tre la  cattedrale,  il  palazzo  della  pre- 
fettura è  uno  de'  più  belli  edifizi , 
quello  della  città  ha  un'  elegante 
facciata,  e  sono  considerevoli  la  por- 
ta detta  di  s.  Croce,  e  il  ponte 
sulla  Marna  costruito  nel  1787.  So- 
novi  un'accademia  agraria,  una  scuo- 
la reale  di  arti  e  mestieri,  ed  altri 
importanti   stabilimenti 

Chalons  sulla  Marna  è  una  an- 
tichissima città  ,  e  nel  regno  di 
Giuliano  r  apostata  figurava  fra  le 
pili  distinte  della  Gallia  Belgica  se- 
conda. Ebbe  il  nonie  anche  di 
Duro-  Catalaununi,  come  appartenen- 
te ai  catalauni.  Nelle  sue  pianure 
Aureliano  sconfisse  il  competitore  Je- 
trico  nel  terzo  secolo,  il    quale    es- 


i44  CHA 

sendo  presidente  dell'  Aqiii tarila,  era 
stato  proclamato  imperatore  dal  suo 
esercito.  Nelle  medesime  pianure , 
fu  pure  scondito  l'anno  45 1  At- 
tila coi  suoi  alleati  da  Meroveo  re 
de'  franchi.  Francesco  I  vi  operò 
molte  fortificazioni;  e  nel  1592  vi 
fu  trasferito  il  parlamento  di  Parigi; 
e  pei'chè  si  era  sottomessa,  e  con- 
servata fedele  a  Enrico  IV,  questo 
re  per  riconoscenza  fece  coniare  una 
fnedaglia  in  suo  onore.  Nel  secolo 
XYI,  molto  soffrì  per  le  guerre  ci- 
vili, e  sono  celebri  le  sue  vicinan- 
ze per  la  ritirata  dell'  armata  prus- 
siana nel  1792.  Appartenne  al  ba- 
liaggio  del  Vermandese.  Luigi  XIII 
r  eresse  in  baliaggio  regio  con  sede 
presidiale,  e  dipoi  fu  dichiarata  ca- 
po di  circondario  e  di  cantone. 

11  vangelo  fu  predicato  in  Cha- 
lons  da  s.  Memmio  l'omano,  il  qua- 
le ne  divenne  primo  vescovo.  Mori 
in  fine  del  terzo  secolo  ;  il  perchè 
da  molti  si  dice,  che  questa  sede 
vescovile  fu  fondata  nel  IV.  S.  Po- 
ma vergine,  sorella  di  s.  IVJemmio, 
è  altresì  venerata  in  Chalons.  Suc- 
cedettero al  detto  servo  di  Dio  nel- 
la sede  vescovile  i  ss.  Donaziano,  e 
Domiziano.  Nel  V  secolo  governò 
questa  chiesa  s.  Alpino,  e  perle  sue 
oi-azioni  vide  il  suo  gregge  liberato 
da  Attila.  S.  Elafio,  altro  vescovo, 
fiorì  verso  la  fine  del  sesto  secolo , 
ed  ebbe  in  successore  s.  Ludomiro, 
che  riposò  nel  Signore  l'anno  626. 
Questa  illustre  sede  fino  dalla  sua 
erezione  fu  sottoposta  alla  metropo- 
li di  Reim.s,  come  lo  è  tuttora.  I 
conti  di  Chalons  cedettero  i  loro  so- 
vrani diritti  ai  vescovi,  i  quali  di- 
vennero anco  duchi  e  pari  di  Fran- 
cia, col  diritto  di  portare  l' anello 
regio  nella  consagrazione  dei  re. 
Neiraniio  i  1  i5,  Conone  vescovo  di 
Palestrinp  ,  e  poi  legato  apostolico  di 


CHA 

Calisto  li  nella  Francia,  adunò  ai 
12  luglio  mi  concilio  contro  l'im- 
peratore Enrico  V,  scomunicato  dn 
Pasquale  11  per  la  famosa  contro- 
versia delle  investiture  ecclesiastiche, 
rinnovando  le  censure.  Labbé  t.  X, 
Arduinoj  tomo  VI.  Vi  furono  ce- 
lebrati diversi  sinodi,  negli  anni 
1559,  1641,  1647,  6  '"  ^^*^^'i  t^''^^" 
pi.  La  sua  grande  e  bella  cattedrale 
di  gotica  architettura  fu  rinnovata, 
e  nel  i  i47  consagrata  dal  Ponte- 
fice Eugenio  III,  ma  abbruciata  nel 
1 668,  venne  rifabbricata  con  abbel- 
limenti nel  1672,  colla  facciata  e- 
retta  nel  fine  del  regno  di  Luigi 
XIII,  con  greca  architettura,  e  con 
due  torri  laterali  di  forma  pii-ami- 
dale.  Essa  è  dedicata  a  s.  Stefano 
protomartire,  ed  aveva  un  numero- 
so capitolo,  con  nove  dignità.  Pre- 
sentemente n'  è  vescovo  monsignor 
Giuseppe  Maria  Francesco  Vittore 
de  Monyer  de  Prillj'  d'Avignone, 
(atto  da  Leone  XII  nel  concistoro 
dei  17  novembre  iSaS,  dagli  atti 
del  quale  si  rileva,  che  stante  le 
ultime  vicende  non  esisteva  capitolo, 
e  che  doveva  formarsi  dal  nuovo  ve- 
scovo. Nella  cattedrale  avvi  la  cura  di 
anime  con  parroco,  ed  altri  preti  in 
suo  ajuto;  e  presso  ad  essa  esiste  un 
conveniente  palazzo  vescovile.  Nella 
città  si  contano  altre  cinque  parroc- 
chie, un  inonistero  di  monache,  due 
ospedali,  il  piccolo  seminario ,  che 
contiene  circa  duecento  alunni  ;  ed 
inoltre  il  monte  di  pietà,  e  diverse 
confraternite.  I  frutti  della  mensa 
sono  tassati  nei  libri  della  camo 
ra  apostolica,  in  fiorini  trecento  sei- 
tanta. 

CHALONS  SUR  Saone.  Città  ve- 
scovile di  Francia  nella  provincia 
di  Borgogna,  posta  in  una  pianura 
fertile  sulla  destra  riva  del  fiiune 
Suona,  che  vi  forma  un'  isola,  in  cui 


CHA 

è  sifiialo  il  soblxjrgo  di  s.  Lorenzo. 
Essa  è  il  deposito  delle  merci ,  che 
.  dai  porti    del  Mediterraneo ,  e  del- 
l'ocenno  sono  dirette  all'interno  del- 
la Francia,  pel  canale  che  congiunge 
la   Saona  alla  Loira.    E  capo  luogo 
di  circondario ,    e    di  cantone ,    con 
tribunali,  ed  utili  stabilimenti,  e  va 
ornata  di  belli  edifìzi.  Chalons  sulla 
Saona    fu  chiamata    con  più  nomi , 
cioè    Cabìllonia ,    Cablilo ,    Aedue- 
riini  ec.  Le  statue,  i  vasi  e  le  iscri- 
zioni, che  si  rinvennero  negli  scavi, 
e    gli   avanzi    di    un    anfiteatro,  ed 
altri  edifìzi  dimostrano  la  sua  anti- 
chità.   In  origine   fu  un  castello ,  o 
borgo  degli  edui,  laonde  si   conosce 
anche  col  nome  Castrum.  Cesare  vi 
stabilì  i  suoi  magazzini,    e  vi  mtm- 
dava  a   riposare  le  affaticate  legioni; 
poscia  i  romani  vi  mantennero  una 
flotta  per  proteggere  le  due  rive  del- 
la Saona.  Vuoisi  che  fosse  distrutta 
da  Attila,    e   poi  ristabilita,    e  che 
abbia  sofferto  anche  l'invasione  dei 
vandali.    I    re  di  Francia  della  pri- 
ma stirpe  la  sottomisei-o  al  loro  im- 
pero:   e    sebbene    Cramno  figlio  di 
Clotario  I   l'abbia  posta  a  ferro  e  a 
fuoco  verso  l'anno  555,  pur  si  rieb- 
be. Quindi  Luigi  il  Buono    la  eresse 
in  contea,  e  da'  suoi  conti    partico- 
lari  discese    la    nobilissima    casa    di 
Chalons.  Nell'ottavo  secolo  i  sarace- 
ni vi  commisero    orrende    stragi ,   e 
nel  nono  fu  incendiata  da  Lotario  I 
per  vendicarsi  del  conte  Varin,  che 
avea   salvato  Carlo   il    Buono  dalla 
persecuzione  de'  suoi  figli.   Il   primo 
conte    di  Chalons    fu  Lamberto ,    il 
quale  viveva  sotto  Ugo  Capeto,  po- 
scia si   divise    fra    due    famiglie,    e 
Goffredo  di  Donzy ,  volendo  recarsi 
nella  Palestina,  verso  l'anno    1097, 
vendette  à  Góntiero  vescovo  di  (cha- 
lons  la  sua  parte    di  contea ,    sulla 
tjuale    dominarono    poscia  i  vescovi 

VOL,    XI. 


CHA  145 

suoi  successori,  rimanendo  alla  linea 
Savary    l'altra  porzione.  Guglielmo, 
discendente  da  questa,  venne  punito 
da  Luigi   il  Giovane,  che  prese  Cha- 
lons, e  le  sue  terre;  ma  rientrato  in 
possesso  de'  suoi  dominii,  lasciò  mo- 
rendo una  figlia  per  nome  Beatrice, 
la  quale  dicesi    sposata    da  Alessan- 
dro di  Borgogna.    La    figlia    di  lui 
Matilde  portt)  in  dote   la  contea  di 
Chalons  a   Giovanni   figlio  di  Stefa- 
no conte  di  Borgogna,  che  prese  il 
nome  di  Chalons.    Indi    nel    1247, 
Giovanni  cambiò  la  contea  per  altre 
terre  con  Ugo  IV    duca    di   Borgo- 
gna, alla  quale  in  tal  modo  si  unì 
Chalons,    finché  l'una    e    l'altra  nel 
1477  *^^  Lodovico  XI  vennero  riu- 
nite alla  corona  di  Francia.  A  nuo- 
ve sciagure  andò  soggetta  questa  cit- 
tà nel  XVI    secolo   per  parte  degli 
ungheresi,  e  dei  calvinisti,  che  profa- 
narono le  chiese ,   e  ne  derubarono 
le  sagre  suppellettili  ,    ed  in  seguito 
fu  a  parte  dei  destini  della  Francia. 
Il  vangelo  venne  predicato  in  Cha- 
lons dai   ss.  Marcello ,    e    Valeriano 
martiri  di  Lione,  i  quali  verso  l'an- 
no   1 79  patirono  gloriosa  morte.  La 
sede  vescovile,  sulfraganea  della  me- 
tropoli di  Lione,  fu  fondata  nell'an- 
no 340,  e  vanta  illustri  vescovi,  ed 
alcuni  santi,  fra'  quali  :  s.   Silvestro, 
che  nell'anno  49»  successe  al  beato 
Giovanni    di    Chalons   sulla  Saona; 
s.  Agricola,  eletto  l' anno  532 ,  che 
governò  la  sua  chiesa  sino  al  590,  e 
s.  Grato,  il  quale  fiorì  verso  la  me- 
tà del  settimo  secolo,   e  vuoisi  che 
morisse  l'anno  652.  Il  reGontrano, 
il  quale  faceva  l'ordinaria  sua  residen- 
za in  Chalons,  vei'so  l'anno  590,  vi  fon- 
dò l'abbazia  in  onore  di  s.  Marcel- 
Io  distante  un  quarto   di  lega  dalla 
città,  ove  cessò   di  vivere  il  famoso 
Abelardo,   mentre  era  priorato  clu- 
iiiacense.    Il  vescovo  per  cinque  se- 
io 


i46  e  II A 

coli  ebbe  il  dominio  di  Chalons  nel 
modo  che  dicemmo,  col  titolo  di 
conte,  e  sedeva  al  parlamento  di 
Borgogna,  e  agli  stati  della  provin- 
cia; ma  nel  concordato  del  1801, 
il  Sommo  Pontefice  Pio  VII  ne  sop- 
presse la  sede  vescovile.  La  catte- 
drale^  dedicata  dapprima  al  proto- 
martire s.  Stefano ,  prese  il  nome 
di  s.  Vincenzo  martire  di  Saragozza 
verso  l'anno  54 1,  allorquando  il  re 
Childeberto  recatosi  nella  Spagna , 
da  Saragozza  trasportò  in  Chalons 
le  reliquie  del  santo. 

Nel  i8o5,  quando  Pio  VII  da 
Parigi  ritornava  a  Roma,  dopo  aver 
coronato  imperatore  Napoleone  Bo- 
napai'te ,  ai  9  aprile  giunse  a  Cha- 
lons ,  ove  trovò  la  maggior  parie 
degli  abitanti  della  provincia  di  Bor- 
gogna desiderosi  di  prestargli  omag- 
gio. Vi  si  trattenne  negli  ultimi  gior- 
ni della  settimana  santa ,  e  cele- 
brò nell'antica  cattedrale  le  funzio- 
ni ecclesiastiche,  ed  il  Cardinal  An- 
tonelli  penitenziere  maggiore  celebrò 
quella  del  venerdì  santo.  In  oltre 
Pio  VII  visitò  l'ospedale  di  s.  Luigi, 
e  disse  messa  la  mattina  di  Pasqvia 
nella  medesima  cattedrale,  non  però 
pontificalmente  per  mancanza  dei  ne- 
cessari arredi ,  e  paramenti  sagri. 
Terminato  che  ebbe  il  santo  sagri- 
fìzio,  si  recò  processionalmente  nella 
chiesa  di  s,  Pietro,  dove  asceso  il 
palco  eretto  innanzi  la  porta,  diede 
ad  un  immenso  popolo  la  solenne  be- 
nedizione, indi  nel  seguente  lunedì 
proseguì  il  viaggio  per  la  città  di 
Macon. 

Il  capitolo  della  cattedrale  for- 
mavasi  di  sette  dignitari ,  oltre  di- 
ciotto  canonici ,  ed  altri  ecclesiastici 
per  l'ufficiatura.  Nella  città  oravi  mi 
celebre  monistero,  la  collegiata  di 
s.  Giorgio  superstite  al  fuoco ,  col 
quale  Lotario  I    incendiò    Chalons, 


CHA 

e  molti  religiosi  d' arabo  i  sessi  di 
parecchi  Ordini.  Si  noverano  sei  ab- 
bazie nella  diocesi ,  la  quale  sinché 
esistette  pagava  duecento  fiorini  di 
tassa  ad  ogni  nuovo  vescovo ,  che 
godeva  la  rendita  di  quattordici  mi- 
la lire. 

Finalmente  in  Chalons  o  Scialon 
sulla  Saona  furono  celebrati  i  se- 
guenti ventuno  concili,  conosciuti  col 
titolo  di  concili  Cabilonensi. 

Il  primo  si  tenne  nell'anno  ^'jo 
per  eleggere  il  vescovo  ,  e  il  beato 
Giovanni  eh'  era  allora  arcidiacono, 
fu  il  prescelto  e  consagrato  dal  me- 
tropolitano di  Lione  s.  Paciano.  Lab- 
bé,  tomo  IV. 

Il  secondo  nell'anno  Syg  per  co- 
mando del  re  Gontrano ,  contro  i 
vescovi  Solone  d'Embiim,  e  Sagit- 
tario di  Gap,  deposti  per  delitti  di 
lesa  maestà ,  ed  altre  incolpazioni. 
Gali.  Christ.  tomo  IV,  p.  866.  IVIa 
siccome  furono  poi  dallo  stesso  re 
ristabiliti  a  richiesta  del  Papa,  e  de- 
posti di  nuovo  a  Chalons,  evvi  ar- 
gomento di  credere ,  che  in  detto 
anno  vi  fossero  celebrati  due  concili. 
Greg.  di  Tours,  lib.  V,  Hist.  e.  2 1 . 

11  terzo  vuoisi  adunato  l' anno 
589,  o  590,  in  cui  si  esaminarono 
le  accuse  di  Basina  figlia  del  re  Chil- 
perico  I ,  e  di  Cronielda  figlia  del 
re  Amberto,  religiosa  del  monistero 
di  Poitiers ,  contro  V  innocente  ab- 
badessa  Lubovora.  Greg.  di  Tours, 
lib.  IX,  et  X  Hist. 

Il  quarto  l'anno  594,  sopra  l'uf- 
ficio divino.  Reg.  XlV,  Labbé  t.  V, 
Arduino  tom.  III. 

Il  quinto  r  anno  Co3  presieduto 
dal  metropolitano  di  Lione,  pegli 
intrighi  della  regina  Brunelda.  Vi 
fu  deposto  s.  Didiero  o  Desiderio, 
vescovo  di  Vienna,  perchè  le  avea 
rimproverati  i  suoi  disordini.  Reg. 
t.  XIV,  Labbè  t.  V,  Arduino  t.  111. 


CHA 

Il  sesto  nell'anno  644  ai  25  ot- 
tobre d'ordine  di  Clodoveo  II,  pre- 
sieduto da  Candorico  arcivescovo  di 
Lione,  che  lo  adunò  nella  cattedrale. 
Vi  si  fecero  venti  canoni  sottoscintti 
da  trentanove  vescovi  presenti ,  da 
sei  deputati  degli  assenti,  da  altret- 
tanti abbati ,  e  da  un  arcidiacono. 
Il  primo  canone  comanda  l' osser- 
vanza della  fede  nicena  confermata 
nel  concilio  di  Calcedonia;  il  quarto 
proibisce  l'ordinazione  di  due  vesco- 
vi nella  medesima  chiesa;  il  quinto 
vieta  ai  laici  dirigere  le  chiese ,  e 
amministrarne  i  beni  ;  il  nono  proi- 
bisce di  rendere  gli  schiavi  cristiani 
agli  sti-anieri,  ed  agli  ebrei;  il  deci- 
moquarto ordina  ai  chierici  addetti 
alle  cappelle  piena  soggezione  al  ve- 
scovo ;  il  decimosesto  vuole  la  sos- 
pensione de'  preti,  che  si  fecero  or- 
dinare per  danaro;  il  decimonono  proi- 
bisce alle  donne  di  cantare  canzoni 
profane  nel  recinto  delle  chiese,  per 
la  loro  dedicazione  e  feste,  così  le 
danze.  Agapio,  e  Bobone  vescovi  di 
Digne,  vi  furono  deposti  come  vio- 
latori de'  canoni,  e  Teodosio  d'Arles 
vi  fu  .sospeso.  S.  Eligio ,  e  s.  Onco 
assistettero  a  questo  concilio,  che  al- 
tri dicono  celebrato  nel  648  ,  ed  è 
il  medesimo  di  quello,  che  alcuni 
registrano  nel  6 io.  Gali.  Ckrist. 
tom.  I,  pag.  898  ,  FI.  tom.  VI , 
Reg.  tom.  XV,  Labbé  tom.  VI, 
Arduino  tom.  III. 

Il  settimo  si  adunò  nell'anno  8  1  3 
per  ordine  dell'  imperatore  Carlo 
Magno,  per  ristabilire  la  disciplina 
ecclesiastica  ,  al  qual  fine  si  forma- 
rono sessantasei  canoni .  Fu  con- 
vocato da  tutta  la  Gallia  lionese , 
meno  la  provincia  di  Tours,  che 
adunossi  separatamente.  I  primi  un- 
dici riguardano  i  vescovi ,  la  loro 
istruzione,  esempio,  provvidenze,  di 
stabilire  scuole,  e  di  difendere  i  po- 


CHA  i47 

veri.  Gli  altri  vietano  ai  preti,  dia- 
coni, e  monaci  di  essere  fittaiuoli, 
di  ricevere  più  d'una  volta  la  con- 
fermazione ;  esorta  i  sacerdoti  a  dare 
penitenze  proporzionate ,  condanna 
quelli,  che  avendo  avuto  proibizione 
di  mangiar  carne  e  bere  vino  in 
mortificazione  delle  loro  colpe,  pro- 
curano deludere  la  disciplina  della 
Chiesa;  ordina  che  in  tutte  le  messe 
si  debba  pregare  pei  defonti  ;  pre- 
scrive la  reclusione  ne'  monisteri 
pei  chierici  degradati ,  condanna  i 
pellegrinaggi  sotto  pretesto  della  re- 
missione de'  peccati,  perchè  era  inval- 
so l'abuso  di  commetterli  più  fa- 
cilmente ,  e  in  vece  loda  quelli  in- 
trapresi con  retto  spirito  ;  ordina  a 
tutti  i  cristiani  di  ricevere  l'Eucari- 
stia nel  giovedì  santo,  meno  quelli 
cui  era  proibito  pe'  loro  delitti  ;  proi- 
bisce la  celebrazione  della  messa 
nelle  case  private;  ingiunge  alle  ab- 
badesse  di  non  far  mancare  il  ne- 
cessario alle  monache ,  ed  alle  une 
e  alle  altre  vieta  di  parlare  ad  ore 
indebite  sì  cogli  ecclesiastici,  che  coi 
secolari,  proibendo  in  oltre  alle  ab- 
badesse  uscire  dai  mopisteri  senza 
il  permesso  del  vescovo,  o  del  vica- 
rio generale  ;  così  espressamente  vie- 
ta agli  ecclesiastici ,  e  secolari  l' in- 
gresso ne'  monisteri ,  tranne  il  caso 
di  necessità.  Reg.  tom.  XX,  Labbè, 
t.  VII,  Arduino  tom.  IV. 

L'ottavo  concilio  si  celebrò  nel- 
r  889  su  alcuni  affari  ecclesiastici 
e  politici ,  massime  per  calmare  la 
rivolta  di  Luigi  contro  il  padre  Lo- 
dovico il  Pio.  Reg.  XXI ,  Labbc 
t.  VII,  Arduino  t.  IV. 

Il  nono  nell'SyS  presieduto  dal- 
l'arcivescovo  di  Lione  Remigio,  fu 
tenuto  nella  chiesa  di  s.  Lorenzo,  la 
quale  venne  restituita  ai  benedettini 
dell'abbazia  di  s.  Marcello.  Reg.XXIV, 
Labbé  t.  IX,  Arduino  tom.  VI. 


i48  CHA. 

II  dorimo  neir870j  per  i  beni 
dell'abbiizia  bencdeltina  di  Tournus, 
alla  quale  ne  fu  confermato  il  pos- 
sesso. Labbé  toni.  IX,  Arduino 
lom.  IV. 

L' undecime  nell'  880,  in  cui  il 
vescovo  di  Langres  rivendicò  la  chie- 
sa di  s.  Martino,  e  si  confermarono 
i  beni,  che  possedeva  l'abbate  di 
Charlieu.  Gali.  Christ.  tom.  IV, 
pag.  G&. 

Il  deciniosecondo  nell' 886,  con- 
vocato ai  i8  maggio  da  otto  vesco- 
vi per  ristabilire  la  pace,  e  regola- 
re gli  affari  della  Chiesa,  laonde 
venne  concesso  il  privilegio  di  esen- 
zione all'abbate  di  Charlieu  dell'Or- 
dine di  s.  Benedetto,  nella  diocesi 
di  Macon.  Reg.  tom.  XXIV,  Labbé, 
tom.   IX,  Arduino  tom.  VI, 

Il  decimoterzo  concilio  ebbe  luo- 
go nell'anno  887,  per  l'immunità, 
e  beni  della  Chiesa.  Marlene ,  in 
The  sauro  tom.   IV. 

Il  decimoquarto  nell'  894  ,  adu- 
nato il  primo  maggio  nella  chiesa 
di  s.  Gio.  Battista^  presieduto  da 
Aureliano  di  Lione,  qual  primate 
di  tutta  la.  Gallia.  Il  monaco  Go- 
fredo  di  Flavigny  si  discolpò  dalla 
accusa  di  aver  avvelenato  il  vesco- 
vo d'Autun  Adalgerio.  Reg.  tom. 
XXIV,  Labbé  tom.  IX,  Arduino 
tom.  VL 

Il  decimoquinto  nell'  anno  9 1 5, 
nella  chiesa  di  s.  Marcello,  sopra  le 
differenze  di  alcuni  curati.  Fu  re- 
stituito un  podere  alla  chiesa  di  s. 
Clemente,  ed  altrettanto  fece  il  con- 
te di  Macon  per  quelli ,  che  avea 
tolti  alla  chiesa.  Reg.  XXV,  Labbé 
tom.  IX,  Arduino  tom.  VI,  Marle- 
ne in  The  sauro  tom.  IV. 

Il  decimosesto  nel  io56  in  favo- 
re dei  canonici  di  Romans.  Mar- 
t^-ne  in  Thesauro  tom.  IV. 

Il    decinioseltimo    nel    io63  pre- 


CHA 

sieduto  dal  Cardinal  s.  Pier  Damia- 
ni, legato  della  Santa  Sede ,  con 
tredici  vescovi,  in  cui  si  corressero 
diversi  abusi,  e  vennero  riconosciu- 
ti e  confermati  i  privilegi  della  ce- 
lebre abbazia  di  Cluny,  violati  dal 
ve.scovo  di  Macon,  col  quale  si  pa- 
cificò l'abbate.  Labbé  tom.  IX.  Ar- 
duino tom.  III. 

Il  decimo  ottavo  nel  1064.  Gali. 
Christ.  tom.  IV,  p.  43- 

Il  decimonono  nel  1072,  in  fa- 
vore dei  canonici  di  Romans.  Mar- 
lene in  Thesauro,  tom.  IV.  p.  445' 

11  vigesimo  nel  loyS.  Gali.  Christ. 
tom.  IV,  pag.  885. 

Il  vigesimo  primo  nel  1 129,  con- 
vocato ai  2  febbraio,  nel  quale  En- 
rico di  Verdun ,  per  consiglio  di 
s.  Bernardo,  rinunziò  il  vescovato. 
Pagi  ad  hutìc  an. 

CHAMBERY,  o  CIAMBERI 
(  Camborien.  ).  Città  con  residenza 
arcivescovile  degli  stati  Sardi,  capi- 
tale del  ducato  di  Savoja,  capohu>- 
go  della  divisione  e  della  provincia 
di  questo  nome,  con  residenza  d'un 
regio  senato,  d' un  tribunale  di  pre- 
fettura di  seconda  classe  ec.  E  si- 
tuata sul  Leisse  e  svili'  Albano  fra 
due  montagne,  e  suU'  orlo  di  una 
pianura  fertile  ed  elevata,  ove  la 
frequenza  dei  gelsi  le  dà  un  aspet- 
to selvoso.  La  pubblica  istruzione 
della  Savoia  è  regolata  dal  consi- 
glio di  riforma  creato  ai  25  novem- 
bre 1768,  che  qui  risiede,  e  vi  è 
fondato  il  più  illustre  collegio  reale 
della  monarchia.  La  .società  accade- 
mica non  solo  nel  1820  fu  appro- 
vata e  poi,  nel  1824,  incoraggila 
con  dotazione  dalla  munificenza  so 
vrana ,  ma  fu  anche  onorata  cf>l 
titolo  di  corrispondente  dall'  acca- 
demia reale  delle  scienze  di  Tori- 
no, Era  questa  città  un  tempo  cin- 
ta di  mura,  e  da  una  fossa  ;  e  tut- 


e  II A 

torà  la  domina  un  castello  foiiifi- 
cato,  ovesj  trova  una  bellissima  chie- 
sa. Cliainbeiy  è  ben  fabbricata,  non 
manca  di  rispettabili  edifizi  moderni, 
di  biblioteca  pubblica,  di  magnifica 
caserma,  ed  assai  vivo  è  il  suo  com- 
mercio. 

Non  risale  a  grande  antichità  la 
sua  origine.  Trovasi  denominata  an- 
che Camberiacum,  Civaro,  Canieri- 
nuni,  e  Laminconim,  perchè  diver- 
si paesi  ora  distrutti  si  trovano  de- 
scritti ne' rimoti  tempi  in  questa  con- 
trada. Vuoisi  che  Civaro  occupasse 
r  area  di  Ciamberi ,  e  non  lungi  si 
trova  Leminco,  o  Villa  Lemensis , 
ove  i  prossimi  Abissi  di  Mians  fan- 
no testimonianza  di  altra  città,  che 
vi  sorgea.  Alcuni  signori  particola- 
ri la  possedettero  dal  secolo  decimo 
sino  ai  iiZo,  epoca  in  cui  fu  ce- 
duta a  Tommaso  I  conte  di  Savo- 
ia, il  quale  su  di  una  collina  fece 
fabbricare  il  castello,  in  cui  risiedet- 
tero gli  altri  conti,  e  principi  della 
nobilissima  casa  di  Savoia,  sino  alla 
traslazione  del  loro  governo  a  Tori- 
no. Questo  castello  fu  incendiato  nel 
i74t',  e  poi  nel  1798,6  venne  re- 
staurato nel  i8i>3.  Vittorio  Ama- 
deo  primo  re  di  Sardegna  vi  si  ri- 
tirò nel  lySo,  dopo  aver  abdicato 
al  trono.  I  fi-ancesi,  e  gli  spagnuoli 
s' impadronirono  di  Chambery,  e  di 
una  gran  parte  della  Savoia  nel  174^, 
ma  la  resti tmrono  sei  anni  do- 
po. Quindi  nel  1'  anno  1  792  ,  i  pie- 
montesi, presso  Sanparelliano,  ten- 
tarono resistere  all'  armata  repub- 
blicana fi'ancese  ;  ma  assalili  nella 
notte  del  2 1  settembre  dal  general 
Laroque,  furono  superale  le  gole 
savoiarde  ,  e  aprirono  il  passo  a 
Chambery,  che  dal  general  Montes- 
quieu fu  tranquillamente  occupata 
ai  24  settembre,  ed  in  uno  alla  Sa- 
voia venne  ceduta  alla  Francia  pel 


CU  A  149 

trattato  del  1 796.  Incorporala  al- 
l' impero  francese,  fu  dichiarata  ca- 
poluogo del  dipartimento  del  Monte 
liianco,  sino  al  secondo  trattato  di 
Parigi  de' 20  novembre  181 5,  pel 
quale  ritornò  al  suo  legittimo  prin- 
cipe. 

La  sede  vescovile  di  Chambery , 
ad  istanza  del  re  di  Sardegna  Vit- 
torio Amadeo  III,  venne  eretta  nel 
concistoro  dei  18  agosto  1779»  dal 
Sommo  Pontefice  Pio  VI,  che  la 
dichiarò  immediatamente  soggetta 
alla  Santa  Sede;  quindi,  in  quello 
dei  IO  marzo  1780,  vi  preconizzò 
per  primo  vescovo  Michele  Con- 
scil  di  Megera  diocesi  di  Ginevra. 
Dipoi  Papa  Pio  VII,  che  ne' suoi 
viaggi  avea  onorato  di  sua  presen- 
za Chambery,  per  le  premure  di 
Vittorio  Emmanuele  re  di  Sardegna, 
elevò  la  sede  vescovile  di  Chambe- 
ly,  con  bolla  de'  17  luglio  1817,  al 
grado  di  metropolitana,  assegnando- 
le per  sufl'raganei  i  vescovati  di  Ao- 
sta, e  di  Annecy,  mentre  anticamen- 
te «"a  soggetta  alla  diocesi  di  Gre- 
noble nel  Delfinato.  Ne  divenne  pri- 
mo arcivescovo  Ireneo  Ivone  Des- 
solles  di  Auch,  che  dal  medesimo 
Pio  VII  era  stato  trasferito  dalla 
chiesa  di  Digne  a  questa  di  Cham- 
bery, sino  dal  concistoro  de'22  mar- 
zo i8o5,  da  lui  tenuto  in  Parigi. 
In  appresso  vi  fui'ono  aggiunte  per 
suffraganee  anche  le  sedi  vescovili 
di  Tarantasia,  e  di  s.  Giovanni  di 
Moriana.  La  cattedrale,  bell'edifi- 
zio  gotico,  è  dedicata  a  s.  France- 
sco di  Sales  vescovo  e  confessore ,  e 
vicino  avvi  l*  episcopio.  Il  capitolo 
si  compone  di  quattro  dignità,  la 
maggiore  delle  quali  è  il  prevosto, 
di  nove  canonici  senza  prebenda,  ed 
altri  preti,  e  chierici  addetti  al  di- 
vino servizio.  Oltre  la  cattedrale,  che 
ha  la   cuia    di  anime,    vi  souo    tre 


i5o  CHA 

parrocchie.  Il  cimiterio  sta  fuori 
della  città.  Sonovi  inoltre  un  colle- 
gio de' padri  della  compagnia  di  Ge- 
sti, una  casa  de'  fratelli  delle  scuole 
cristiane,  un  convento  di  cappuccini, 
e  tre  monisteri ,  cioè  delle  dame  del 
sagro  cuore  di  Gesù,  delle  sorelle  del- 
la carità,  e  delle  salesiane.  Inoltre 
vi  sono  diverse  pie  congregazioni  di 
ambo  i  sessi,  e  confraternite ,  1'  ospe- 
dale, e  il  seminario.  La  mensa  è 
tassata  ne'  libri  della  camera  apo- 
stolica in  fiorini  trecento  settanta. 

CHAMBRE  (della)  Filippo,  Car^ 
ditiale.  Filippo  della  Chambre,  no- 
bile savoiardo,  era  parente  della 
jegina  di  Fi'ancia  Caterina  de' Me- 
dici, fu  monaco  benedettino,  abbate 
di  Gorbia,  indi  vescovo  di  Terovana, 
e  poscia  nell'anno  i533  da  Clemente 
VII ,  nella  sua  decimaterza  promo- 
zione ,  venne  creato  prete  Caidina- 
le  di  s.  Martino  a' Monti.  Il  Papa 
permise  a  lui  di  portare  nella  Fran- 
cia e  nella  Savoia  le  vesti  rosse,  co- 
mechè  monaco.  Fu  fatto  nel  i543 
vescovo  di  Frascati,  e  mori  in  Ro- 
ma nel   i55o. 

CHANACH  (de)  Guglielmo,  Car- 
dinale. Guglielmo  de  Chanach,  nato 
in  Parigi  di  nobile  famiglia,  si  fece 
monaco  benedettino,  e  più  volte  fu  ab- 
bate e  pubblico  professore  di  canoni 
neir  università  di  Parigi.  Eletto  ve- 
scovo di  Chartres  nel  i  368,  passò  a 
Mande  nel  iSyi.  Fu  creato  poscia, 
nell'anno  stesso,  prete  Cardinale  di 
s.  Vitale  da  Papa  Gregorio  XI,  e 
mori  in  Avignone. 

CHANIGIARA.  Sede  vescovile 
della  provincia  di  Beth-Garmè,  nella 
diocesi  di  Caldea,  di  cui  si  conosco- 
no due  vescovi. 

CHAPPES  Pietro,  Cardinale. 
Pietro  Chappes,  o  de  Capis,  appel- 
lato cosi  dal  luogo  di  nascita  a 
Trojes,  era  canonico  delle  chiese  di 


CHA 

Reims,  e  di  Amiens;  indi  fu  fitto 
tesoriere  di  quella  di  Laon,  cancelliere 
di  Filippo  V  re  di  Francia,  vescovo 
di  Arras  nel  i3ao, epoinel  iZiQ  di 
Chartres.  Da  ultimo  ai  i8  dicem- 
bre del  i327,  Giovanni  XXII  lo 
creò  Cardinal  prete  ;  ma*  dopo  no- 
ve anni  mori  in  Avignone  nell'  an- 
no  i336. 

CHARAGMOBA,  o  CHARACH. 
MUCHA  seu  Parachmucri.  Sede  epi- 
scopale della  terza  Palestina,  nel 
patriarcato  di  Gerusalemme,  sotto- 
posta alla  metropoli  di  Petra ,  ed 
eretta  nel  nono  secolo.  Bollando  re^ 
gistra  due  vescovi  di  questa,  t.  III 
Jul.  ad  dieni  1 3. 

CHARCAS.  Arcivescovato  nell'A- 
merica meridionale.  V.  Plata  (  de 
la). 

CHARLESTOWN  (  CarolopoU- 
tan.  ).  Città  con  residenza  vescovile, 
negli  stati  uniti  nell'  America  setten- 
trionale, la  più  ragguardevole  fra  le 
città  della  Carolina,  e,  dopo  Nuova- 
Orleans,  la  maggiore  degli  stati  me- 
ridionali, e  capoluogo  del  distretto, 
che  da  essa  prende  il  nome.  Giace 
su  di  una  penisola  e  lingua  di  terra 
formata  dall' Ashley,  e  dal  Cooper, 
che  dipoi  riviniti  formano  la  bella 
rada  con  vasto ,  e  comodo  porto. 
Dal  lato  del  mare  ne  difendono  l'ac- 
cesso tre  forti ,  e  dopo  gì'  incendi 
del  1 796  e  1 797 ,  che  distrussero 
le  sue  case  di  legno,  la  riedificazio- 
ne venne  eseguita  con  opere  lateri- 
zie. Sono  osservabili  i  palazzi  dello 
stato,  della  comune,  della  dogana, 
e  la  casa  penitenziaria.  Una  volta 
si  vedeva  sulla  piazza  la  statua  di 
Guglielmo  Pitt,  conosciuto  anco  col 
nome  di  Lord  Chatham.  Vi  hanno 
degli  stabilimenti  letterari ,  e  sono 
rinomati  i  collefji  Charles-Town,  ed 
il  medico,  nonché  altre  scientifiche 
società.  Vivo   è    il    commercio    pel 


CIIA 
canale,  che  unisce  il  Cooper  al  San- 
tec.  Quantunque  però  Charlestown 
sia  riguardata  come  il  luogo  il  più 
salubre  dei  bassi  paesi  degli  stati 
raeridionali,  la  febbre  gialla  vi  ope- 
rò grandi  stragi ,  come  è  frequente 
anche  quella  catarrale. 

Charlestown,  o  Charleston,  fu  fon- 
data nel  1671  ,  da  coloni  inglesi 
sotto  la  condotta  del  governatore 
William  Vogle,  e  da  qualche  emi- 
grato bianco  e  nero,  che  sir  John 
Yeamans  vi  trasse  dalla  Barbada , 
isola  la  più  orientale  delle  Antille; 
ed  il  governatore  britannico  vi  face- 
va r  ordinaria  sua  residenza,  prima 
della  proclamazione  dell'  indipenden- 
za. Nella  guerra ,  che  dopo  questa 
ebbe  luogo,  gl'inglesi  tentarono  più 
volte  di  riconquistarla,  massime  ne- 
gli anni  1776,  e  1779,  Clichè  do- 
po un  lungo  assedio  si  arrese  per 
capitolazione  al  generale  Clinton  nel 
dì   I  I   maggio   1780. 

La  sede  vescovile  in  Chai'lestoven 
fu  eretta  dal  Sommo  Pontefice  Pio 
VÌI ,  che  la  dichiarò  suffraganea 
della  metropoli  di  Baltimore,  e  per 
primo  vescovo  vi  nominò  l' attuale 
dotto  e  zelantissimo  pastore,  monsi- 
gnor Giovanni  England  irlandese , 
mediante  il  breve  apostolico  spedito, 
ad  istanza  della  sagra  congregazione 
di  Propaganda,  agli  11  luglio  1820. 
A  questo  vescovo  il  regnante  Pon- 
tefice, per  mezzo  della  stessa  con- 
gregazione Cardinalizia  con  breve  dei 
3o  ottobre  i834,  diede  per  coad- 
iutore con  futura  successione,  mon- 
signor Guglielmo  Clancy  della  dio- 
cesi di  Corck,  che  fece  inoltre  ve- 
scovo di  Oria  in  parlihiis.  Questa 
diocesi  comprende  le  Caroline  del 
sud  e  del  nord,  e  la  Georgia.  La 
chiesa  cattedrale  dedicata  a  s.  Mi- 
chele è  fabbricata  di  legno ,  lunga 
ottanta  piedi,  e  quarantacinque  lar- 


CHA 


i5i 


ga,  con  un'alta  torre  di  bella  ar- 
chitettura per  le  campane.  Havvi 
un  convitto  di  donne  pie  per  l' e- 
ducazione  delle  femmine ,  partico- 
larmente delle  negre,  non  che  un 
seminario,  ed  il  cimiterio  pei  cat- 
tolici sta  nelle  vicinanze.  Nella  Ca- 
rolina australe,  in  Columbia  vi  ha 
una  bella  chiesa  ed  un  collegio, 
nella  Carolina  settentrionale  vi  so- 
no due  chiese ,  nella  Georgia  tre 
antiche  chiese  da  ultimo  restaurate, 
ed  in  Goergcstown  avvi  il  collegio 
de'  gesuiti.  I  cattolici  superano  i  do- 
dici mila,  e  vanno  sempre  più  au- 
mentando mediante  l'attività  del  ve- 
scovo, che  per  lo  spiritual  vantag- 
gio della  sua  diocesi,  si  recò  in  Ro- 
ma diverse  volte.  Il  clero  vive  del- 
le pie  oblazioni ,  che  riceve  dai  fe- 
deli. 

CHARLIEU  (Carilocus).  Borgo 
della  contea  di  Charolois  nella  Bor- 
gogna, diocesi  di  Macon,  già  abba- 
zia e  priorato  de'  benedettini.  Nel- 
r  anno  926  vi  si  celebrò  un  concilio, 
presieduto  dall'  arcivescovo  di  Lione 
Anscherico,  qual  metropolitano  di 
Macon,  ove  si  presero  provvidenze 
sui  santuari  rovinati  dai  ladroni  e 
dai  malvagi,  ed  ordinossi  che  fossero 
all'abbazia  restituite  dieci  chiese, 
eh'  essa  aveva  in  vari  luoghi.  Reg. 
tom.  XXV.  Labbé  tom.  IX,  ed 
Arduino  tom.  VI. 

CHARLOTTETOWN  (  Carolino- 
politan.).  Città  con  residenza  vesco- 
vile nell'isola  del  principe  Edoardo, 
nella  nuova  Brettagna  dell'America 
settentrionale,  ossia  Città  di  Carlotta^ 
capo-luogo  dell'  isola  di  s.  Jean,  o 
del  principe  Edoardo,  nel  centro 
della  quale  è  situata  sulla  baja  di 
Hillsborug.  E  questa  una  città  na- 
scente, disegnata  con  regolarità,  e 
situata  vantaggiosamente  pel  com- 
mercio. Il  suo  comodo  porto  è  uno 


-')2 


CHA 


de'  migliori  dell'  America  settentrio- 
nale ,  per  cui  forse  venne  chiamato 
un  tempo  Port  de-la  Joje.  Vi  si 
trova  istituita  la  società  di  agricol- 
tura, ed  ha  pure  delle  buone  scuole 
normali. 

La  sede  episcopale,  ad  istanza  della 
sagra  congregazione  di  Propaganda, 
fu  istituita  dal  sommo  Pontefice  Pio 
Vili,  col  dismembiare  alcune  regioni, 
che  formano  la  diocesi ,  dalla  chiesa 
di  Quebech,  dichiarandola  immedia- 
tamente soggetta  alla  santa  Sede. 
Quindi,  col  breve  apostolico  degli 
I  I  agosto  1820,  vi  nominò  per  pri- 
mo vescovo  monsignor  Bernardo 
Agostino  Mac-Eacheru,  traslato  dalla 
sede  vescovile  di  Rosa  in  pardbusj 
e  tanto  il  vescovo,  che  il  clero  vi- 
vono delle  pie  oblazioni  de'  fedeli. 
Pertanto  questa  diocesi  si  compone 
dell'  isola  Edoardo,  del  nuovo  Bruns- 
wick, e  dell'isole  della  Maddalena. 
Neil'  isola  del  principe  Edoardo  vi 
sono  dodici  chiese  di  legno,  due  nel 
nuovo  Brunswick,  e  altrettante  nel- 
r  isola  della  Maddalena.  11  numero 
de' cattolici  ascende  a  circa  quaranta 
mila,  ed  il  numero  maggiore  è  nel 
nuovo  Brunswick,  e  nella  predetta 
isola. 

CHARROUX.  F.  Caroffe\ 
CHARTRES  (Carnuten.).  Città 
con  residenza  vescovile  della  Fran- 
cia, nella  provincia  Orleanese,  già 
capitale  dello  Sciartrese,  e  della 
Beauce ,  ed  ora  capo  luogo  di  pre- 
fettura del  dipartimento  di  Eure  e 
Loir.  Giace  parte  in  feracissipia  pia- 
nura presso  il  fiume  Eure,  e  parte 
sopra  un'altura,  per  cui  si  divide 
in  alta  e  bassa,  essendo  cinta  di 
mura  e  fosse.  Ha  una  società  rea- 
le di  agricoltura,  biblioteca  pub- 
blica, e  parecchi  scientifici  stabili- 
menti, ed  è  patria  di  molti  uomini 
dotti.    Grande  è  il  suo  commercio, 


CHA 

particolarmente  di  grano  e  di  lane, 
ma  non  si  distingue  negli  edifizi , 
meno  alcuni  pochi;  ha  inoltre  diverse 
importanti  antichità  relative  ai  tem- 
pi de' Druidi,  e  da  ultimo  vi  fu  eretto 
un  monumento  onorifico  al  suo 
concittadino  general  Marceau, 

Questa  antichissima  città,  chiama- 
ta  anche    Sciartres,    CarniUum  Au- 
tricum,    era  la  capitale  dei  carnuti , 
e  prima    che    i    romani    la    conqui- 
stassero,  veniva  considerala  come  la 
capitale  della  Gallia  Celtica.  Fu  sede 
del  collegio  de'  sanguinarli  sacerdoti 
Druidi,  che  vi  tenevano  le  loro  assem- 
blee,   sotto    il    nome    di    Aulricum, 
proveniente    da    quello    di    Auturaj 
Eure,  che  nel  IV  secolo  venne  so- 
stituito dall'  altro  di    Carnutum.  Gli 
abitatori  di  questi  paesi,  per  conser- 
var  la    propria    libertà,  con    valore 
resistettero  ai  romani,  sinché  diven- 
nero  loro    alleati    quando  Cesare  li 
soggiogò.    Chartres  sotto    i    re  della 
prima     stirpe     soggiacque     a    molte 
vicende,    venendo   varie  volte  presa 
e  saccheggiata,    particolai-mente  dai 
normanni    negli    anni    858,  e  911, 
mentre      nell'  anno    i  o  1 9     fu  quasi 
ridotta  in  cenere.   Nel  secolo  X  di- 
venne   contea    ereditaria,    e    i    suoi 
conti  lo  furono  pure  di  Blois,  e  di 
Sciampagna;  poscia  passò  nel  domi- 
nio della   casa  di  Chatillon,  indi  fu 
acquistata  nel  XIV  secolo  da  Filip- 
po //  Bello,    re  di  Francia,    che  la 
diede  al  fratello  conte  di  Vaiois,  il 
quale,  divenuto    re,    l'aggiunse  alla 
corona.  Nel    regno  di  Carlo  VI,  gli 
inglesi    se   ne    impadronirono,    e   la 
conservarono    fino  al    i/jSa.    Fran- 
cesco   I     la    eresse    in    ducato    nei 
i5i8  a  favore  di  Renata  di  Francia 
duchessa   di    Ferrara   cui    la    donò, 
dalla    quale    passò    al    duca    di  Ne- 
mours, che  la  vendette  nel    1623  a 
Luigi  XIII;    onde    da    quel    tempo 


I 


CtìX 

venne  conferita  per  appannaggio  al 
secondogenito  del  duca  d' Oileans. 
Invano  nel  i568  V  assediarono  i 
protestanti,  come  partitante  della 
celebre  lega.  Enrico  IV,  nel  1591, 
la  prese,  e  vi  si  fece  consagrare  re 
di  Francia  tre  anni  dopo,  perchè 
Reims  seguiva  ancora  il  partito  della 
lega,  che  lo  escludeva  dal  trono. 

Nel  III  secolo  vuoisi  predicato  il 
vangelo  in  Chartres,  e  fondata  la 
sua  chiesa  dai  santi  Potenziano,  e 
Saviniano,  che  con  s.  Aitino  furono 
mandati  dalla  santa  Sede  nelle  Cal- 
ile. 11  Butler  dice,  che  s.  Aitino  con 
s.  Edoaldo  si  recarono  a  Chartres 
ad  annunziarvi  la  fede  cristiana, 
mentre  Commauville  è  di  opinione, 
che  questa  sede  avesse  origine  nel 
declinar  del  III  secolo,  o  nei  pri- 
mordi del  IV.  Tuttavolta  altri  dico- 
no, che  ciò  avvenisse  nel  V  secolo, 
giacché  quando  vi  si  recò  s.  Cerau- 
no,  scarso  era  il  numero  de'cristiani. 
Essa  fu  illustrata  da  parecchi  santi 
vescovi ,  come  da  s.  Solenne  eletto 
nel  cadere  del  V  secolo.  Ma  essendo 
questi  per  umiltà  fuggito  dopo  la 
sua  ordinazione,  gli  fu  dato  in  suc- 
cessore s.  Aventino,  il  quale,  quando 
ritornò  il  predecessore  a  Chartres, 
rimase  corepiscopo.  Nel  554,  ^^  ^^' 
scovo  Eterio  succedette  s.  Lubino , 
dopo  la  morte  del  quale  nel  55'j 
fu  eletto  in  vescovo  s.  Caletrico.  Ma 
Golfredo  venendo  deposto  nel  1091 
da  Urbano  II,  il  clero,  ed  il  popo- 
lo vollex'o  per  vescovo  il  b.  Ivone, 
che  recossi  in  Roma  per  farsi  con- 
sagrare. 

Dalla  sua  erezione  sino  al  1621 
Chartres  fu  sullraganea  dèlia  metro- 
poli di  Sens ,  finché  avendo  Grego- 
rio XV  ai  1 2  marzo  elevata  Parigi 
al  grado  metropolitico,  fra  i  vesco- 
vati, che  le  assegnò  per  suffraganei, 
vi  comprese  questo  di  Chartres,  che 


CHA  i53 

Io  è  tuttora.  Mentre  però  era  ve- 
scovo Ciò.  Battista  Giuseppe  de  Lu- 
lìcrsac  di  Limoges ,  pel  concordato 
fatto  nel  1801  da  Pio  VII  colla 
Francia,  venne  la  diocesi  soppressa, 
avendo  allora  un  capitolo  composto 
di  diciassette  dignitari,  e  settantasei 
canonici,  senza  comprendervi  gli  ab- 
bati di  Cluny,  e  di  s.  Giovanni  di 
Vallea,  che  vi  avevano  una  preben- 
da. Nelle  solennità  il  decano  vestiva 
di  colore  paonazzo,  e  i  canonici  di 
rosso;  il  primo  veniva  nominato  dal 
capitolo,  e  i  secondi  dal  vescovo,  la 
cui  diocesi,  fino  al  secolo  XVII,  era 
una  delle  più  estese  del  regno,  for- 
mandosi dai  suoi  smembramenti  il 
vescovato  di  Blois.  Però  nello  stesso 
pontificato  di  Pio  VII ,  sotto  il  re- 
gno di  Luigi  XVIII,  la  sede  di  Char- 
tres fu  ristabilita  ,  nominandosi  per 
vescovo  nel  concistoro  del  primo  ot- 
tobre 18 17,  Gio.  Battista  Maria  An- 
na Antonio  de  Latil ,  che  poi  Leo- 
ne XII  trasferì  alla  metropolitana 
di  Reims,  e   creò  Cardinale. 

Attualmente  la  cattedrale  dedicata 
alla  beatissima  Vergine ,  che  vuoisi 
la  più  antica  di  Francia  ,  e  la  più 
bella  forse  del  regno  per  essere  un 
capo  d'opera  di  architettura  gotica, 
pel  suo  coro ,  confessione ,  e  i  due 
campanili ,  ha  il  capitolo  composto 
di  dieci  canonici  titolari ,  e  di  altri 
canonici  onorari  addetti  al  servigio 
divino,  ed  ufficiatura  della  medesima. 
In  essa  si  venera  il  corpo  di  s.  Piato, 
e  vi  è  la  cura  amministrata  da  un 
parroco.  Ampio  e  bellissimo  si  am- 
mira l'episcopio,  contiguo  alla  catte- 
drale. Vi  sono  inoltre  nella  città 
due  parrocchie,  diversi  monisteri  'di 
monache,  due  ospedah,  il  monte  di 
pietà ,  il  seminario ,  e  il  cimiterio. 
La  lassa  de'  registri  camerali  ascen- 
de per  questa  mensa  episcopale  a 
fiorini  trecento   settanta ,   perchè  le 


1%  CHA 

rendite  del  vescovo  si  funno  arrivare 
a  quindici  mila  franchi. 

Tre  concili  furono  in  divei'si  tem- 
pi celebrati  in  Cliartres,  sebbene,  co- 
me descriveremo  ,  il  Lenglet ,  nelle 
sue  Tavole  cronologicliej  ne  registri 
quattro. 

Il  primo  fu  adunato  l'anno  849, 
ed  in  esso  venne  data  la  prima  ton- 
sura a  Carlo,  minor  fratello  di  Pi- 
pino re  d'Aquitania ,  e  nipote  di 
Carlo  j'I  Calvo.  Reg.  tom.  Vili,  Ar- 
duino tom,  V. 

Il  secondo  nel  11 28  sopra  la  di- 
sciplina. Mabillon,  Jnnal.  s.  Bened. 
t.  VI,  p.  99,  et  646. 

Il  terzo  nel  1 124,  in  cui  si  ordi- 
nò, cBe  il  visconte  di  Mans  col  toc- 
care un  ferro  l'ovente,  dovesse  assi- 
curare di  esser  stato  violentemente 
espulso  da  una  chiesa.  Mansi  t.  II, 
p.  358,  e  Lenglet  p.  32  3.  11  Dizio- 
nario da'  concila  dice ,  che  fu  pre- 
sieduto dal  Cardinal  Pietro  di  Lio- 
ne, poi  antipapa  col  nome  di  Ana- 
cleto li. 

Il  quarto  concilio,  che  alcuni  chia- 
mano piuttosto  un'  assemblea,  ebbe 
luogo  a'  2 1  aprile  del  i  1 4^  »  nella 
terza  domenica  di  Pasqua,  nel  pon- 
tificato di  Eugenio  III.  Si  volle  eleg- 
gerne per  capo  s.  Bernardo,  ma  egli 
si  sottrasse  costantemente.  V'inter- 
venne il  re  di  Francia  Lodovico  VII, 
con  tutti  i  vescovi  del  regno ,  e  vi 
fu  stabilita  la  crociata  per  la  guerra 
santa  di  Palestina.  Reg.  t.  XXVII, 
Labbè  t.  IX,  Arduino  t.   VL 

Finalmente  Chartres  fu  onorata 
dalla  presenza  di  diversi  Sommi  Pon- 
tefici. Per  tacere  degli  altri,  l'icorde- 
remo,  che  Pasquale  II  nell'anno  1 1 07 
vi  celebrò  le  feste  di  Pasqua  ;  e  nel 
ii3r   vi  si  recò  Papa  Innocenzo  II. 

CIIARTZETUNA ,  o  RARTZE- 
TANA  scu  Cortzena.  Sede  episco- 
pale della  quarta   provincia    di  Ar- 


di A 

menia,  nell'  esarcato  di  Ponto,  sotto 
la  metropoli  di  Keltezene,  la  cui 
erezione  rimonta  al  nono  secolo. 
Commanville  aggiunge ,  che  si  um 
alla  medesima  metropolitana. 

CHATEAU-THIERRY  {Castrum 
Theodorici  ).  Città  della  Francia , 
nel  dipartimento  dell' Aisne,  in  riva 
al  Marna,  inclusa  un  di  nella  Sciam- 
pagna, ed  ora  capoluogo  di  circon- 
dario, posta  in  una  situazione  deli- 
ziosa. Vuoisi  fabbricata  nel  720  da 
Carlo  Martello.  Ebbe  il  titolo  di  du- 
cato, appartenne  alla  casa  di  Bouil- 
lon,  fu  presa  dal  duca  di  Mayenne 
a  nome  della  lega  nel  XVI  secolo, 
e  saccheggiata  dagli  spagnuoli ,  ma 
poscia  venne  decorata  di  ampli  pri- 
vilegi. Ai  1 2  febbraio  1 8  1 4,  i  fran- 
cesi vi  batterono  il  general  russo 
Sacken.  Neil'  anno  933  ,  mentre 
Raoul  assediava  la  città,  l'arcivesco- 
vo di  Reims  Artaut  vi  celebrò  un 
concilio,  in  cui  Ildegario  fu  consa- 
grato vescovo  di  Beauvais.  Reg.  t. 
XXV,  Labbé,  t.  IX,  Arduino  t.  VI. 

CIIATEAUX  GOxNTIER  (  Ca- 
strum Goiiterii).  Città  di  Francia, 
nella  provincia  del  Maine ,  nel  di- 
partimento di  Mayenne,  capoluogo 
di  circondario,  e  di  cantone,  situa- 
ta sul  Mayenne ,  e  ben  fabbricata. 
E  degna  di  menzione  la  sua  chiesa 
principale  per  l'architettura  gotica. 
Dicesi,  che  prima  si  chiamasse  Ba- 
silica^ che  fu  rifabbricata  nel  i3o7, 
e  che  molto  soffrì  nella  guerra  della 
Vandea.  In  essa  furono  celebrati  i 
cinque  seguenti  concili: 

11  primo  nell'anno  1221,  come 
vuole  il  Bochel,  Nomencl.  Synod. 
edit.   1609. 

11  secondo  nel  i23i  dall'arcive- 
scovo di  Tours,  e  da  suoi  suffraga - 
nei,  per  affari  riguardanti  la  disci- 
jilina.  Vi  si  formarono  trentasetle 
canoni,  in  cni  fra    le    altre    cose  si 


CIIA 
dichiara  :  che  i  matrimoni  clandesti- 
ni devono  cssei'e  dichiarati  nuUi ,  e 
che  per  prevenirh  è  proibito  il  con- 
trarli con  parole,  senza  averli  pub- 
blicali prima  in  chiesa,  giusta  il  co- 
stume :  che  i  curati  pi-esentati  dai 
patroni  far  dovessero  giuramento  di 
non  aver  dato,  né  promesso  cosa  al- 
cuna per  ottenere  la  cura,  e  quando 
il  vescovo  gliela  avrà  conferita,  giu- 
rare di  obbedirgli ,  e  di  conservar 
i  diritti  della  Chiesa  :  che  in  avve- 
nire non  si  provvederanno  i  cano- 
nicati delle  chiese  cattedrali  per  la 
prima  prebenda  vacante ,  e  che  i 
monaci  dovranno  osservare  le  loro 
regole,  e  non  si  porranno  soli  nei 
priorati.  Finalmente  si  rileva  dal 
medesimo  concilio ,  che  gli  usurai 
si  scomunicavano  tutte  le  domeni- 
che, che  i  tribunali  ecclesiastici  an- 
davano moltiplicandosi ,  e  che  gli 
arcipreti,  arcidiaconi,  ed  abbati  go- 
devano di  una  giurisdizione  partico- 
lare.  Labbe  t.  XI,  Arduino  t.   VII. 

Il  terzo  concilio  fu  celebrato  nel 
1253  dall'arcivescovo  di  Tours,  coi 
suoi  suffraganei ,  nel  quale  si  pro- 
nunziò la  sentenza  di  scomunica  con- 
tro quelli  ,  che  non  osservassero  la 
costituzione  Quia  nonnulli  di  Gi'e- 
gorio  IX. 

Il  quarto  nel  1268  convocato 
dall'  arcivescovo  di  Tours,  e  dai  ve- 
scovi suffraganei,  che  vi  formarono 
otto  canoni,  in  cui  vengono  scomu- 
nicati coloro  ,  che  si  appropriano  i 
beni  di  Chiesa,  o  che  disturbano  la 
giurisdizione  di  questa  ;  si  privano 
della  sepoltura  quelli,  che  da  un  anno 
erano  scomunicati  ;  si  vieta  di  spo- 
ghar  i  priorati  vacanti.  Si  rinnova- 
rono inoltre  i  regolamenti  de'  prece- 
denti concili,  e  vi  si  trattarono  altre 
cose  riguardanti  la  disciplina  ecclesia- 
tica.  Reg.  t.  XXVI II,  Labbé  t.  XI, 
Arduino  t  VII. 


CIIA  i55 

11  quinto  concilio  fu  tenuto  nel 
i336  egualmente  dall'  arcivescovo 
di  Tours,  e  dai  suoi  suffraganei,  ed 
in  esso  si  pubblicarono  dodici  ca- 
noni. Venne  pertanto  proibito  d'in- 
quietar quelli,  che  hanno  affari  pen- 
denti ne'  tribunali  ecclesiastici ,  di 
usurpare  1'  ecclesiastica  giurisdizione, 
di  esigere  pedaggi  dai  chierici;  si 
scomunica  chi  desse  scandalo  in  chie- 
sa, e  chi  impedisse  le  oblazioni,  ec, 
Labbé  t.  XI. 

CIIATELUS  (de)  Almerico,  Car- 
dinale. Almerico  de  Chatelus,  co- 
sì si  appellava  dal  castello  di  sua 
nascita  nella  diocesi  di  Limoges  in 
Francia.  Era  consanguineo  del  Papa 
Clemente  VI,  e  fu  canonico  di  Li- 
moges, presidente  di  Ferrara  e  ret- 
tore dell'  Emilia.  Fatto  nel  i323 
arcivescovo  di  Ravenna,  nel  i332, 
passò  alla  chiesa  di  Chartres,  e  fu 
latto  uditore  delle  contraddette,  e 
quindi  nella  prima  promozione  dei 
Cardinali  fatta  nel  i342  da  Cle- 
mente VI  in  Avignone,  fu  ci'eato 
Cardinale  prete  di  s.  Martino  ai 
Monti,  legato  a  Roma,  nella  Tosca- 
na e  nell'isola  di  Corsica  e  Sarde- 
gna, che  sovente  procui-avano  di  mu- 
tar signore.  Eletto  amministratore 
e  vicario  della  Santa  Sede  nel  re- 
gno di  Napoli  e  di  Sicilia,  fu  inviai 
to,  nel  i335,  per  reggente  nella 
minorità  di  Carlo  Martello  figlio 
del  re  Roberto.  Mori  in  Avignone 
nel    i35o. 

CHATILLON  Odone,  Cardinale. 
V.  Urbajjo  II. 

CHATILLON  Ottone,  Cardina- 
le. Ottone  di  Chatillon  nato  a  Reims 
da'  signori  di  Castiglione  e  Basoc- 
chio ,  nipote  al  Pontefice  di  questo 
nome ,  e  monaco  di  Clugny ,  era 
specchiatissiino  in  pietà ,  non  meno 
che  in  sapere.  Creato  poi  vescovc» 
Cardinal  d'C>stia  dallo    zio    Urbano 


i56  CHE 

II,  consacrò  a  sommo  Pontefice  Pa- 
s({uale  II  ;  intervenne  al  concilio  di 
Clermont  per  la  spedizione  di  Ter- 
rasanta,  sotto  il  medesimo  Urbano,  e 
quindi  santamente  morì  nell'  anno 
I  lor. 

CHATILLON  Cherudini Francesco, 
Cardinale  Francesco  Cherubini.  Cha- 
tillon  nacque  da  nobilissima  ed  antica 
famiglia  di  Montalboddo  di  Sinigaglia 
nel  i58i.  Provveduto  di  buona  eru- 
dizione, dopo  svariati  offizi,  divenne 
aiutante  di  studio  al  prelato  Pamfili, 
cui  seguì  come  uditore  nelle  nunzia- 
ture di  Napoli  e  di  Spagna  ;  il  quale 
poi  divenuto  sommo  Pontefice  col 
nome  d'Innocenzo  X,  a'  7  ottobre 
dell'anno  1647,  creò  il  Cherubi- 
ni Cardinale  del  titolo  presbite- 
rale di  s.  Giovanni  a  Pòrtalatina,  e 
Io  confermò  a  prouditoi'e  pontificio. 
Quindi  sotto  Alessandro  VII ,  nel 
i655,  ebbe  il  vescovato  di  Sinigaglia, 
cui  governò  per  soli  otto  mesi,  ma 
molto  saggiamente,  e  si  distinse  assai 
nella  tenera  compassione  verso  i  po- 
veri. Nell'anno  1 656  morì  nella  sua 
patria,  di  settantacinque  anni,  e  nove 
di  Cardinalato.  Fu  poi  sepolto  nella 
parrocchiale  di  s.  Croce  di  Montal- 
boddo. 

CHATZINTZARIANI.  Eretici,  che 
rigettavano  il  Trisagio.  Teodosio  il 
Giovane  li  fece  scacciare  da  Costan- 
tinopoli, dove  si  erano  annidati. 
Questo  accadde  dopo  finito  il  tre- 
inuoto,  che  si  è  sentito  sotto  il  di 
lui  regno. 

CHA.VES  Martini  Antonio,  Car- 
dinale.  V.  Martini. 

CHELCHIT .  Luogo  del  regno 
d'Inghilterra,  nella  provincia  di 
Cumberland,  rinomato  pel  concilio, 
che  vi  si  celebrò  nell'anno  787  nel 
pontificato  di  Adriano  I.  Ne' suoi 
venti  canoni  si  contengono  molte 
provvidenze  riguardanti    la    discipli- 


CHE 

na  ecclesiastica,  la  celebrazione  del- 
la messa,  ed  il  sinodo  da  celebrarsi 
due  volte  l'anno,  la  proibizione  dei 
matrimoni  incestuosi ,  1'  esclusione 
dei  bastardi  alle  eredità,  l'abolizione 
dei  riti  del  paganesimo;  s'ingiunge 
l'adempimento  de' voti,  trattasi  del- 
la confessione,  della  penitenza,  e  si 
vietano  le  preghiere  pei  defonli  im- 
penitenti. Spelman  Cono.  Augi.  Reg. 
tom.  XVIII.  Labbé  tom.  VI.  Ar- 
duino tom.  III. 

CHELIDONIO  (s),  fu  compagno 
a  s.  Emetero  così  nel  servizio  del- 
le armi  romane  in  Ispagna,  che  nella 
gloria  del  martirio,  sostenuto  con 
istraordiiiario  coraggio  in  Calahorra. 
Prudenzio  ci  lasciò  scritto  di  questi 
santi  martiri,  che  nella  Spagna  era- 
no in  grande  venerazione,  ed  ope- 
ravano grandi  miracoli  a  vantaggio 
di  tutti  quelli,  che  ricorrevano  alla 
loro  intercessione.  Intorno  all'epoca 
del  loro  martirio  non  ci  è  perve- 
nuto alcun  che  di  sicuro,  perchè  i 
pagani  mandarono  alle  fiamme  i  ve- 
ridici documenti ,  che  riguardavano 
questi  due  santi. 

CHELLES  (Calac).  Borgo  della 
Francia,  nel  dipartimento  di  Senna 
e  Marna,  presso  la  riva  destra  della 
Marna.  La  sua  antica  abbazia  delle 
monache  benedettine,  una  delle  piìi 
celebri  della  Francia,  fu  fondata  l'an- 
no 662  dalla  regina  s.  Batilde  , 
moglie  di  Clodoveo  II.  Gli  antichi 
l'e  Merovingi  vi  avevano  un  palaz- 
zo, ed  il  re  Chilpenco  I  vi  fu  as- 
sassinato dalla  sua  moglie  Fredegon- 
da.  Nel  1008  tredici  vescovi  ten- 
nero un  concilio  nel  palazzo  del  re 
Roberto,  il  quale  vi  fu  presente,  ed  in 
esso  si  confermarono  le  donazioni , 
che  quel  pio  principe  avea  fatte  al- 
l'abbazia di  s.  Dionigi,  insieme  ai 
privilegi  concessi  dopo  la  riforma  del 
monistcro.  Questo  concilio  si  chiama 


CHE 

Cnlcnse,o  Kalense.  Lahbè  t.  IX.  Ar- 
duino  l.  VI. 

CIIELMA,  e  BELZT.  Vtscovafi 
imiti  di  rito  greco  ruteno  nella  Wo- 
linia.  Chelnij  o  Chelina  (Chelmen.), 
città  con  residenza  -vescovile  della 
Polonia,  nell'impero  russo,  voivo-^ 
dia,  sulla  riva  destra  dell'  Uber,  pro- 
tetta da  un  castello  edificato  su  di 
un'altura,  fu  già  capitale  del  pa- 
latinato  del  suo  nome,  era  assai  flo- 
rida ,  quindi  decadde  principalmente 
pei  saccheggi,  e  gì'  incendi  dei  mo- 
scoviti e  dei  tartari  ;  e  nelle  sue  vi- 
cinanze, agli  8  giugno  1794»  i  po 
lacchi  furono  sconfitti  dall'esercito 
prussiano. 

La  sede  vescovile  venne  istituita 
nell'anno  iSyS,  ed  il  vescovo  lati- 
no fu  dichiarato  sufFraganeo  della 
metropoli  di  Gnesna^  donde  poi  fu 
trasferito  sotto  quella  di  Leopoli, 
quando  nel  XV  secolo  fu  fatto  ar- 
civescovato. Poscia  il  vescovo  di  Chel- 
ma  portò  la  sua  residenza  in  Cra- 
nostau  o  Rranostaw,  borgo  della 
diocesi.  Vi  fu  pure  un  vescovo  greco 
sufFiaganeo  di  Kiovia.  L'ultimo  ve- 
scovo latino  fu  Alberto  Skarzewski 
di  Leopoli,  fatto  da  Pio  VI,  ai  29 
novembre  1790,  avente  per  sufFra- 
ganeo Melchiorre  Gio.  Kochonowski 
della  diocesi  di  Cracovia,  vescovo 
di  Dionisia  in  parlihiis.  Presente- 
mente il  vescovo  di  Chelma ,  e  di 
Belzi  o  Belzi,  è  di  rito  greco  rute- 
no, suffraganeo  del  metropolitano 
di  Posnania,  arcivescovato  anch'esso 
unito  a  Gnesna ,  sotto  la  giurisdi- 
zione della  sagra  congregazione  car- 
dinalizia di  Propaganda.   V.  Belzi. 

CHENE.  Borgo  vicino  a  Calcedo- 
nia,  ove  in  una  chiesa  fu  celebrato 
vm  conciliabolo  nell'anno  ^oZ,  con- 
tro s.  Gio.  Crisostomo,  arcivescovo 
di  Costantinopoli.  In  questo  conci- 
lialx)lo  Teofilo    di   Alessandria,  ne- 


CHE  i57 

mico  del  santo,  con  trentasei  vescovi 
della  sua  Dizione,  fece  deporre  quel- 
r  illustre  padre  della  Chiesa,  dando 
a  questo  conciliabolo  il  nome  di 
Sinodo  della  Quercia.  Acacio  di 
Berea,  Severiano  di  Gabales,  An- 
tioco di  Tolemaide,  e  Ciriaco  di 
Calcedonia  furono  ad  uno  testimoni, 
accusatori  e  giudici ,  esaminando  a 
capriccio  le  accuse  degli  altri  nemici, 
le  quali,  secondo  Fozio,  erano  divise 
in  XXVII  capi,  e  secondo  altri  in 
XXIX.  La  maggior  parte  erano  ca- 
lunniose, e  maligne  interpretazioni; 
come  di  aver  chiamata  Gezabele 
r  imperatrice  Eudossia  ec;  ma  il 
più  fiero  de' suoi  accusatori  fu  Gio- 
vanni, uno  de'  suoi  suddiaconi.  Si 
mandò  a  citare  s.  Gio.  Grisostomo 
acciocché  si  presentasse  al  concilio; 
ma  il  santo  avea  nel  medesimo 
tempo  un  concilio  di  quaranta  ve- 
scovi di  varie  provincie,  sette  dei 
quali  erano  metropolitani,  adunati 
per  ordine  dell'  imperatore  Arcadio, 
per  giudicare  lo  stesso  Teofilo  ales- 
sandrino, contro  di  cui  eranvi  set- 
tanta suppliche,  senza  che  mai  si 
fosse  giustificato  del  contenuto,  loc- 
chè,  a  tenore  delle  leggi,  il  rende- 
va incapace  di  essere  giudice  in 
persona,  massime  di  Grisostomo  suo 
giudice  naturale,  e  capo  riconosciuto 
da  tutto  r  oriente.  Palladio ,  che 
riporta  questo  concilio,  era  di  quel 
numero.  Lungi  il  santo  vescovo  di 
servirsi  di  questo  titolo,  fece  rispon- 
dere, che  era  pronto  a  giustificarsi, 
purché  Teofilo,  Acacio,  Severiano, 
ed  Antioco  fossero  tolti  dall'  assem- 
blea ,  e  che  altrimenti  avrebbe  ap- 
pellato ad  un  concilio  generale.  Non 
avendosi  niun  riguardo  alle  sue  ri- 
sposte, vennero  trattati  indegnamen- 
te i  deputati  da  lui  inviati,  e  si 
pronunziò  la  sentenza  di  deposizione. 
Arcadio,  in    conseguenza    della   sua 


i58  CHE 

piena  deferenza  per  Eudossia ,  che 
avea  giurato  la  perdita  del  santo, 
ne  confermò  la  deposizione,  e  lo 
esiliò  nella  Bitinia;  ma  questo  esilio 
durò  appena  un  giorno,  dappoiché 
un  terremoto,  che  sopravvenne,  in- 
cusse tale  spavento  nell'  imperatrice, 
che  prontamente  spedì  alcuni  uffi- 
ziali  per  supplicarlo  a  ritornare  in 
Costantinopoli,  ove  il  Crisostomo 
rientrò  come  in  trionfo,  ed  invano 
protestò  di  volersi  fermare  nei  sobbor- 
ghi sinché  fosse  dichiarato  innocente 
da  un  concilio.  Pìiol.  Cocl.  5c)  fin. 
Clirys.  ad  Intl.  Ap.  Pallad.  p.  i3. 
Pallad.  Dialog.  pag.  54,  70. 

CHENERINO  o  CHIERANO  (s.), 
vescovo  detto  dai  bretoni  s.  Pirano. 
Nacque  verso  1'  anno  352  ,  secondo 
alcuni  nella  contea  di  Ossory,  e  se- 
condo altri,  in  quella  di  Cork,  Gl'ir- 
landesi Io  chiamano  il  primogenito 
de'  loro  santi,  e  lo  reputano  il  più 
insigne  tra  quanti  fiorirono  in  Ir- 
landa qualche  tempo  prima  di  s. 
Patrizio.  Recossi  a  Roma  in  età  di 
trenta  anni,  e  dopo  essersi  in  essa 
perfezionato,  fece  ritorno  in  Irlanda 
con  Lugazio,  Colombano,  MeldanOj 
Lugado  e  Cassano*  che  poscia  fu- 
rono insigniti  della  dignità  1  episco- 
pale. S.  Patrizio  lo  ebbe  in  tanta 
estimazione,  che  lo  innalzò  all'  epi- 
scopato, e  lo  volle  suo  compagno 
nel  piantare  la  fede  in  Irlanda.  S. 
Chierano  si  ritirò  appresso  in  un  luo- 
go solitario  vicino  al  fiume  Fua- 
ran,  e  qui  fattasi  costruire  una  cella, 
si  diede  alle  pratiche  della  cristiana 
perfezione.  Ma  divulgatasi  la  fama 
di  sue  virtù,  molti  si  recarono  co- 
là, e  ben  presto  costruirono  un  mo- 
nistero ,  clic  fu  chiaro  per  molto 
numero  di  religiosi.  Quindi  si  fab- 
bricò ima  chiesa ,  che  poi  ebbe  il 
nome  di  Sier-Keran.  Questo  santo 
convcrfi  tutta  la  sua    famiglia    alla 


CHE 

fede,  ed  ebbe  il  conforto  di  illumi- 
nare molli  idolatri,  che  ricevettero 
il  battesimo.  Inoltre  fondò  vm  mo- 
nistero  per  svia  madi-e  Liadana  che 
vestì  l'abito  religioso,  ed  in  appresso 
si  condusse  nella  provincia  di  Cor- 
novaglia,  ove  visse  da  eremita  presso 
alla  Severna,  quindici  miglia  lungi 
da  Pakstow.  Dopo  aver  ammaestrati 
nella  pietà  alcuni  discepoli,  morì  in 
questa  solitudine,  nella  quale  fu  in- 
nalzata una  chiesa  ad  onore  di  lui. 

CHERANO  (s.),  abbate  in  Ir- 
landa, fioriva  nel  secolo  sesto.  Era 
chiamato  /"/  Giovane  per  distinguer- 
lo da  un  altro  santo  dello  stesso 
nome,  il  quale  viveva  a'  tempi  di 
s.  Patrizio.  Entrato  un  giorno  in 
vma  chiesa,  sentì  leggere  un  brano 
del  vangelo ,  e  ne  rimase  sì  alta- 
mente commosso,  che  decise  di  da- 
re le  spalle  al  mondo.  Postosi  per- 
tanto sotto  la  direzione  di  s.  Fir- 
miano ,  fece  maravigliosi  progressi 
nelle  cristiane  virtù ,  e  non  andò 
guari,  che  divenne  fondatore  di  un 
celebre  monistero  nell'  isola  d'  Inis- 
Aiugeau.  Il  re  Dermizio,  ammiran- 
do la  santità  di  Cherano,  gliene  die- 
de la  proprietà,  ed  inoltre  contri- 
buì colle  sue  largizioni  alla  fonda- 
zione di  un  altro  monistero  fatta 
dallo  stesso  santo  sulla  riva  del  Shan- 
non  nel  Meath  occidentale.  Questo 
fu  chiamato  Cluain-Macnois,  e  po- 
co dopo  divenne  sede  vescovile  col 
nome  di  Clunes.  S.  Cherano  mori 
ni  9  settembre  549,  ^^  ^  venerato 
col  titolo  di  patrono  principale  nel- 
la provincia  di  Connacia. 

CHERSO,  CHERSONA,  o  Cher- 
sonesìis  Taurica  .  Sede  vescovile 
in  parùlms ,  nella  penisola  europea 
sulle  paludi  Meotidi,  nell'istmo  del 
Chersoneso  di  Taurica,  che  si  avan- 
za nel  ponto  Eussino,  penisola  che 
oggidì    corrisponde    alla    Crimea    o 


CHE 
Tauride,  I  piti  antichi  suoi  abitanti 

(sono  i  Tauri,  da  cui  ricevette  il  no- 
me. Mitridate  re  di  Ponto  se  ne  im- 
padronì. Quindi   conquistata  dai  ro- 
mani ,    venne  da   loro  donata  ai  re 
del  Bosforo,  ed  in  seguito  passò  in 
dominio  di  alcuni  principi  della  fa- 
miglia di  Gengkis-Kan.  Questa  pen- 
isola   è  stata  celebre,   nei  primi  se- 
coli della  cristianità,    pel   gran  nu- 
mero de'  confessori  di  Cristo,  che  vi 
soffrirono  l'esilio  e  la  morte.  Secon- 
do Baudrand ,    ed    altri ,   il   quarto 
Pontefice  s.  Clemente  I  patì  il  mar- 
tirio   nella   terza    persecuzione  della 
Chiesa,    sommerso    nel    mare    della 
piccola    Tarlarla    ai    23    novembre 
dell'  anno    1 02  ,    presso    Chersoneso 
città  del  Ponto,   vicino  alla  palude 
Meotide,  ove  era  stato  esiliato;  ed 
il  suo  corpo  fu  trasportato  in  Roma 
nell'anno    867,    nel    pontificato    di 
Adriano  IL    II    Cecconi ,  Del  sagro 
rito  di  consagrare    le   chiese,    dice 
che  s.  Clemente  I  nel  suo  esilio,  con- 
sagrò molte    chiese    nel  Chei-soneso. 
Commanville   asserisce,    che   Cherso 
o    Chersonesus ,  città    rovinata    della 
Scizia    nel  Chersoneso  Taurico ,  di- 
venne  arcivescovato    onorario    sotto 
il  patriarcato   di  Costantinopoli,    la 
cui  erezione  rimonta  al  secolo  IX. 
CHERSONA ,  o  CHERSONESO 
la  Grande   (  Chersonesus    Magnus). 
Sede  vescovile  in  partihus  nella  pe- 
nisola meno  considerabile  della  Tau- 
rica  e  della  Cimbrica,  che  stava  sul- 
le coste  dell'Africa.  Scillace  afferma 
essere  in  prospetto  dell'  isola  di  Cre- 
ta o  Candia  :  altri  la  collocano  sulla 
costa  della  Marmarica,  poco  distante 
dal  promontorio    Drepanum.  Viene 
anche  chiamata   Chironis,  o  Spina- 
longa  y    e  nel  quinto  secolo  fu  fon- 
dala la  sua  sede  vescovile  suffraga- 
nea  di  Creta  o  Candia,  ove  si  tras- 
icrì  la  metropoli  di  Gortina,  nell'esar- 


CIIE  i59 

cato  di  Macedonia ,  di  cui  si  cono- 
scono otto  vescovi.  Attualmente  è 
vescovato  in  parLihus  sotto  la  me- 
tropoli di  Candia  o  Creta,  o  Gor- 
tyna,  pure  inparlibus.  ^.Baudrand, 
e  Mireo,  pag.  181.  Da  ultimo  il 
Papa  regnante  Gregorio  XVI,  ai  17 
settembre  iSSg,  conferì  questa  chie- 
sa con  breve  pontificio,  a  monsignor 
Giovanni  Laurent,  vicario  apostolico 
delle  missioni  settentrionali  di  Ger- 
mania. 

CHERSONESO  (  Cliersonesus , 
Cherronesiis  j  o  Cfiesronesui  ).  Gli 
antichi  con  questa  voce  indicavano 
una  penisola ,  significando  la  voce 
Chersoneso  Isola  di  terra ,  Isola 
terrestre.  Le  più  celebri  sono  Cher- 
soneso Cimbrica  nella  Germania , 
di  Taurica  o  Cherso  {Fedi),  la  pre- 
cedente di  Creta,  o  la  grande,  e  di 
Tracia  che  è  la  seguente,  mentre  la 
Chersoneso  d'  oro,  penisola  dell'  In- 
dia di  là  dal  Gange,  comprendeva 
la  penisola  di  Malaca  (  Vedi),  ove 
nel  XVI  secolo  fu  eretto  un  vesco- 
vato, e  quella  di  Sumatra ,  che  ne 
fu  poi  staccata.  Molti  credettero  che 
la  Chersoneso  d'oro  sia  VOpliir,  ove 
Salomone  inviava  i  suoi  vascelli. 

CHERSONESO  m  Tracia  {Cher- 
sonesus Thraciae).  Sede  vescovile, 
nella  penisola  europea ,  che  faceva 
parte  della  Tracia,  rinchiusa  dal  gol- 
fo di  Melas,  Mclanes  Siniis,  e  dal- 
lo stretto  chiamato  Bosforo  di  Tra- 
cia, avente  da  Abido  sino  all'  Arci- 
pelago il  nome  di  Ellesponto.  In 
progresso  fu  separata  dal  continen- 
te per  mezzo  di  un  muro.  Gli  ate- 
niesi la  dominarono ,  quindi  i  re 
macedoni  ;  e  dopo  Alessandro  Ma- 
gno appartenne  alla  Tracia.  La  se- 
de di  Chersoneso,  suffraganca  della 
metropoli  di  Ei*aclea ,  fu  chiamata 
pure  Caelcn ,  o  Carlos  seu  Cyla , 
e  venne    fondata    nel    nono    secolo. 


i6o  CHE 

Tultavolta,  siccome  la  penisola  chia- 
mossi  poi  Gallipoli,  o  della  Ro- 
mania, e  Commanville  riporta  fra 
le  sedi  dipendenti  dalla  metropoli 
di  Eraclea,  Gallipoli  eretta  nel  IV 
secolo,  e  divenuta  arcivescovile  nel 
XVI  ;  così  sembra  più  probabile , 
che  questa  sia  la  vera  sede  vescovi- 
le della  Chersoneso  di  Tracia,  e  ciò 
si  conferma  dall'  osservare  che  nel 
conciliabolo  Efesino  celebrato  nel 
449?  allorquando  Longino,  vescovo 
della  Chersoneso  Taurica  ebbe  dato 
il  suo  avviso ,  Pietro  vescovo  di 
Chersoneso,  parlò  per  Ciriaco  di 
Eraclea. 

CUESTER  (Ceslria  seu  Chestria). 
Città  vescovile  d' Inghilterra  ,  capo 
luogo  della  contea  di  tal  nome,  sulla 
Dee,  nel  sito  in  cui  questa  riviera 
si  allarga  in  forma  di  golfo;  edifi- 
cata su  di  una  altura  in  paese  fer- 
tile, e  cinta  da  vecchi  bastioni.  Il 
castello,  che  domina  la  Dee,  fu  eret- 
to da  Guglielmo  il  Conquistatore^ 
e  racchiude  la  corte  di  giustizia,  e 
la  prigione,  bellissimo  edilìzio.  Que- 
sta antichissima  città  fu  stazione  ro- 
mana, e  vi  ebbe  quartiere  la  ven- 
tesima legione,  detta  Falena  Vi- 
ctrix,  per  cui  si  rinvennero  oggetti 
di  notabili  antichità.  Nel  908  gì'  in- 
glesi vi  celebrarono  un'  assemblea 
generale  per  1'  elezione  d'  un  re. 
Quindi  nel  secolo  XVII  molto  soffrì 
per  essersi  dichiarata  a  favor-e  di 
Carlo  I.  Si  racconta  che  quivi  Ed- 
garo,  uno  de're  sassoni,  si  facesse 
condurre  in  una  piccola  barca  dalla 
chiesa  di  s.  Giovanni  sino  al  suo 
palazzo,  nella  quale,  come  suoi  vas- 
salli, remigavano  otto  re  brettoni  e 
scozzesi ,  ed  egli  per  mostiaie  la  sua 
superiorità,    ne  dirigeva  il  timone. 

La  sua  grande  e  bella  cattedra- 
le, che  ha  ima  tori'e  alta  cento  e 
▼entisette    piedi,    e    che    rinchiude 


CHE 

molti  sepolcri  ,  fu  fatta  edificare 
con  un  monistero  di  religiose,  e 
sotto  il  nome  di  s.  Verburgo  dal 
conte  Leufric;  poi  Ugo  il  Lupo  con- 
te di  Chester,  nel  1094,  ristabilì  il 
monistero,  e  vi  pose  dei  monaci,  e 
nel  secolo  XII  divenne  sede  vesco- 
vile suffraganea  di  Yorck.  Dappoiché 
Pietro,  vescovo  di  Lichtfield  verso 
l'anno  11 33,  vi  trasferì  la  sua  se- 
de, i  successori  di  lui  si  chiamaro- 
no ad  un  tempo  vescovi  di  Licht- 
field, di  Chartres,  e  di  Conventri  ; 
ma  Enrico  Vili  dopo  la  riforma, 
nel  i54i,  eresse  la  chiesa  di  san 
Verburgo  in  cattedrale,  separando- 
la dalla  metropoli  di  Yorck.  I  cat- 
tolici sono  soggetti  al  vicario  apo- 
stolico del  distretto  settentrionale 
d'Inghilterra. 

Tre  concili  furono  tenuti  in  Che- 
ster. Il  primo  nel  ix^'j  sopra  l'ab- 
bazia. Labbé  tom.  IX.  Arduino 
tom.  VIL 

Il  secondo,  chiamato  Cicestrense, 
si  tenne  nel  1 289,  in  cui  Gilberto  ve- 
scovo di  Chester  fece  quarantuno  ca- 
noni, o  regolamenti  di  disciplina  ec- 
clesiastica, riguardanti  i  doveri  dei 
parrochi,  e  la  loro  esemplar  condot- 
ta ,  gli  abiti  sacerdotali ,  la  recita 
dell'uffizio  divino,  la  visita  degli 
infermi,  ec.  Si  proibì  inoltre  di  ri- 
fiutare il  viatico,  o  la  sepoltura  per 
delitti  occulti;  s'ingiunse  di  sommini- 
strar la  comunione  il  giorno  di  Pa- 
squa gratuitamente  ;  si  comandò  di 
fornire  le  chiese  di  suppellettili,  e  che 
i  fonti  battesimali,  col  crisma  sieno 
chiusi  con  chiave  j  si  vietò  il  giura- 
mento di  fedeltà,  che  gli  ecclesiasti- 
ci esigevano  dai  religiosi ,  i  quali 
presentavano  ai  benefizi  prima  di 
essere  istituiti,  e  si  prese  provviden- 
za sui  matrimoni ,  e  sui  predicatori  ; 
si  fulminò  la  scomunica  ai  sediziosi , 
ai  calunniatori,  agli  invasori  de'  bc- 


CHI 

ni  di  Chiesa  ec.  Labbé   t.   XI,  Ar- 
duino t.  VII. 

Il  terzo  concilio  fu  celebrato  l'an- 
no 1292  dallo  stesso  vescovo  Gil- 
berto, che  vi  fece  sette  canoni  di- 
sciplinari. Fu  proibito  di  pascolare 
sui  cimiteri ,  di  limitare  le  oflerte 
volontarie  del  popolo  alle  chiese,  e 
si  esortò  a  stare  in  queste  con  rac- 
coglimento. Non  si  permise  la  se- 
poltura nelle  chiese  a  nessuno,  tran- 
ne ai  signori,  ai  patroni,  ai  parro- 
chij  ai  vicari,  e  si  vietarono  le  cas- 
sette per  l'elemosine  nelle  chiese, 
senza  la  licenza  del  vescovo.  Labbé 
t.  XI,  Arduino  t.  VII. 

CHIAPA  {de  Chiapa).  Città  con 
residenza  vescovile  dell'America  set- 
tentrionale, nel  Messico,  volgarmen- 
te chiamata  Chiapa  de  los  espano- 
les,  e  Ciudad  real,  capitale  dello 
stato  di  Chiapa  sull'oceano  pacifi- 
fico,  posta  in  amena  pianura,  il  cui 
lato  oiientale  viene  bagnato  dal 
Zeldales,  ed  è  di  bello  aspetto.  Po- 
co distante  avvi  una  singolare  sor- 
gente, che  scorre,  e  si  arresta  con 
una  intermittenza  di  tre  anni.  La 
città  fu  fondata  nel  i528,  sul  luo- 
go di  una  città  indiana.  Ricevette 
prima  il  nome  di  Filla  reale,  poi 
di  Filla-viciosa,  quindi  di  San-Cliri- 
sloval-de-los  Llanos,  ed  in  fine  quel- 
lo, che  porta  attualmente. 

Il  Sommo  Pontefice  Paolo  III, 
per  le  istanze  dell'  imperatore  Car- 
lo V,  monarca  della  Spagna,  eresse 
la  sede  vescovile  di  Chiapa  nel 
i538,  non  come  dicono  alcuni  nel 
i544  o  ''^47>  dichiarandola  sulfra- 
ganea  della  metropolitana  di  Mes.si- 
co.  Uno  de'  suoi  primi  vescovi  fu 
il  benemerito  dell'  umanità ,  Barto- 
lomtneo  di  Las-Casas,  il  cui  nome 
sarà  sempre  in  benedizione  presso 
gli  americani,  e  per  chi  ama  le  vir- 
tù, poiché  da  lui  ripete  non  solo  la 

VOL.    JK, 


CHI  i6f 

metropoli,  ma  tutto  lo  stato,  quel- 
la moltitudine  di  privilegi,  onde 
godette  per  tutto  il  tempo  della 
dominazione  spagnuola.  Di  poi,  nel 
1743,  Benedetto  XIV  tolse  Chiapa 
dalla  soggezione  di  Messico,  e  la 
sottopose  all'altra  metropolitana  di 
Guatimala;  ma  il  regnante  Grego- 
rio XVI,  col  disposto  della  bolla  Do' 
minìco  gregi  assidua  sollicitudine , 
emanata  nel  maggio  1887,  la  resti- 
tuì alla  metropoli  messicana.  La 
cattedrale,  cospicuo  edifizio,  è  dedi- 
cata a  s.  Cristoforo,  e  il  suo  capi- 
tolo componesi  di  quattro  dignità, 
delle  quali  il  decano  è  la  maggiore, 
di  un  canonico,  e  di  diversi  cap- 
pellani e  preti  in  servigio  della 
medesima.  Ha  il  fonte  battesimale , 
e  la  cura  d'anime,  che  si  esei'cita 
da  un  sacerdote  col  titolo  di  retto- 
re, ed  ha  contiguo  l'episcopio.  Nella 
città  non  vi  sono  altre  parrocchie, 
e  vi  hanno  tre  conventi  di  reli- 
giosi, un  monistero  di  monache ,  il 
seminario,  l'ospedale,  e  il  cimiterio. 
La  mensa  è  tassata  ne' libri  della 
camera  apostolica,  per  ogni  novello 
vescovo,  di   trenlatre  fiorini. 

CHIARA  (s.),  abbadessa  nacque 
in  Assisi  da  genitori  distinti  per  pietà 
e  per  ricchezze.  La  sua  fanciullezza 
fu  così  un  modello  di  santità,  che 
facilmente  potevasi  argomentare  co- 
me Iddio  l'avesse  prevenuta  colle  sue 
benedizioni.  Cresciuta  cogli  anni,  le 
fu  proposto  matrimonio  assai  van- 
taggioso; ma  ella  non  volle  altro 
sposo  che  GesLi  Cristo.  Aiutata  dal 
consiglio  di  s.  Francesco,  che  con 
lei  aveva  comune  la  patria,  pensò 
di  abbandonare  per  sempre  il  mon- 
do ,  e  perchè  quel  santo  non  aveva 
ancora  religiose  del  suo  Ordine,  ve- 
stita d' un  abito  di  penitenza,  entrò 
nel  monistero  delle  benedettine  di 
s.  Paolo.  Le  po\'ere  Clarisse  contano 
1 1 


i62  CHI 

«la  quest'  epoca  la  data  della  fonda- 
zione del  loro  Ordine.  Molto  dovette 
ella  soffrire  per  parte  della  sua  fa- 
miglia, che  coi  rimproveri  e  colla 
forza  volea  richiamarla  al  secolo; 
ma  il  Signore  la  rese  forte  nel  re- 
sistere a  somiglievoli  tentazioni.  La 
nostra  santa  si  ti-asferi  appresso  nel 
monistero  di  s.  Angelo  di  Panso, 
poco  lungi  da  Assisi,  e  seguita  nella 
stessa  vocazione  da  sua  sorella  A- 
gnese,  s.  Francesco  le  allogò  in  una 
piccola  casa,  contigua  alla  chiesa  di 
s,  Damiano,  creando  Chiara  supe- 
riora di  questo  nascente  monistero. 
Ella  ebbe  non  poca  allegrezza  nel 
vedere  la  sua  madi-e  medesima,  e 
molte  altre  donne  delia  sua  famiglia 
unirsi  a  lei  per  attendere  agli  eser- 
cizi di  penitenza,  e  in  breve  tempo 
la  sua  comunità  fu  composta  di  se- 
dici persone ,  tre  delle  quali  appar- 
tenenti alla  illustre  casa  Ubaldini  di 
Firenze.  Non  andarono  molti  anni, 
che  il  novello  Ordine  ebbe  monisteri 
a  Perugia,  ad  Arezzo,  a  Padova,  a 
Roma,  a  Venezia,  a  Mantova,  a 
Bologna,  a  Spoleto,  a  Milano,  a 
Siena,  a  Pisa,  e  nelle  primarie  città 
di  Alemagna.  Le  austerità  praticate 
da  s.  Chiara  e  dalle  sue  figlie  era- 
no state  infino  allora  interamente 
sconosciute  fia  le  persone  di  quel 
sesso.  Camminavano  a  piedi  nudi, 
dormivano  sulla  terra,  digiunavano 
quattro  quaresime,  e  non  parlavano 
se  non  quando  la  necessità,  o  la 
carità  le  obbligava.  S.  Chiara  alle 
mortificazioni  ordinarie  ne  aggiun- 
se per  sé  delle  particolari  a  tal 
segno,  che  fu  costretta  dalla  obbe- 
dienza a  non  portare  più  oltre  le 
asprezze  della  sua  penitenza.  La  sua 
meditazione  era  assidua  intorno  alla 
vita  e  morte  di  Gesù  Cristo;  e  la 
povertà  così  le  era  in  grado,  che 
mentre  tutti  gli  altri  Ordini  religiosi 


CHI 


^ 


domandarono  ad  Innocenzo  IV  la 
permissione  di  possedere  dei  beni, 
ella  supplicò  il  Pontefice  a  mante- 
nere il  suo  nel  privilegio  della  evan- 
gelica povertà.  Quantunque  fosse  la 
superiora,  era  tanto  umile,  che  la- 
vava per  sino  i  piedi  alle  converse, 
quando  ritornavano  dalla  cerca,  ser- 
viva in  tavola,  ed  assisteva  le  ma- 
late, comecché  fossero  affette  da 
malattie  le  più  nauseanti.  Neil'  ora- 
zione provava  ogni  conforto,  e  spesse 
volte  nell'atto  che  pregava,  dal  suo 
volto  usciva  una  luce,  che  movea 
a  divozione  insieme  e  a  maraviglia 
le  sue  figliuole.  Per  le  preghiere  di 
lei,  Assisi  venne  liberata  da  un 
esercito  di  barbari ,  che  le  aveano 
posto  l'assedio.  Non  appena  infatti 
s.  Chiara  conobbe,  che  il  monistero 
di  s.  Damiano,  situato  fuori  della  città, 
era  stato  assalito  da' nemici,  sentissi 
ripiena  della  più  ferma  fiducia  nel 
suo  Signore,  e  fattasi  condurre  alla 
porta  del  monistero  con  un  ciborio 
contenente  il  santissimo  Sacramento, 
mise  in  fuga  gli  assedianti  compresi 
da  subitaneo  terrore.  In  altra  cir- 
costanza, mercé  le  sue  orazioni  e 
quelle  delle  sue  religiose,  Vitale  A- 
versa,  generale  di  Federico  II,  levò, 
l'assedio  da  Assisi,  che  avea  divisato 
di  mettere  a  ferro  e  a  fuoco.  La 
pazienza  di  questa  santa  spiccò  so- 
prattutto nel  tempo  di  sua  malattia, 
in  cui  conservava  mai  sempre  la 
stessa  ilarità ,  ed  occupavasi  con 
maggior  divozione  a  meditare  i  mi- 
stei'i  della  vita  e  della  morte  del 
figliuolo  di  Dio.  Rinaldo,  Cardi- 
nal di  Ostia,  il  quale  divenne  Papa 
col  nome  di  Alessandro  IV,  la  ebbe 
in  tanta  estimazione,  che  le  scrisse 
una  lettera ,  ed  andò  a  visitarla. 
Anche  Innocenzo  IV  volle  vederla, 
e  perciò  da  Perugia  recossi  ad  As- 
sisi.   Neil'  ultima   malattia  s.  Chiara 


CHI 

confortò  le  sue  religiose  a  perseve- 
rare nella  pratica  della  santa  pover- 
tà, e  dopo  aver  impartito  ad  esse 
la  sua  benedizione,  morì  agli  1 1 
agosto  12,53,  in  età  d'anni  60.  Ai 
funerali  di  lei  assistettero  il  Papa 
Innocenzo  IV,  e  molti  Cardinali;  e 
Alessandro  IV  la  canonizzò  nel  i255. 

CHIARA  (s.)  DI  Monte  Falco, 
vergine,  nacque  intorno  al  l'xjS. 
L'amore  alla  pietà  ed  alle  peniten- 
ze si  manifestò  in  lei  fino  dai  primi 
anni,  ed  ella,  conosciuta  la  vanità 
dei  beni  di  questo  mondo,  stabili  di 
rinunziarvi.  Abbracciò  pertanto  la 
regola  delle  religiose  agostiniane,  e 
ben  presto  fu  innalzata  alla  dignità 
di  abbadessa,  sebbene  ancor  giova- 
ne. Nessuno  si  avvicinava  a  lei  sen- 
za sentirsi  acceso  dal  desiderio  di 
tendere  alla  pratica  delle  cristiane 
virili.  La  sua  anima  era  costante- 
mente unita  al  Signore,  e  ne  me- 
ditava mai  sempre  le  infinite  per- 
fezioni. Morì  a'  18  agosto  del  i3o8. 
Il  processo  di  sua  canonizzazione 
venne  ordinato  da  Giovanni  XXII, 
ma  fu  interrotto  per  la  molte  di 
lui. 

CHIARA  MONTE  Nicolò,  Cardi- 
fiale.  Nicolò  Chiaramonte  nacque  da 
nobile  ed  illustre  prosapia  nella  Si- 
cilia, e  lasciata  ogni  cosa,  professò 
tra  i  cistcrciensi.  Poscia  nel  dicem- 
bre del  12 16,  Onorio  III  lo  elesse 
vescovo  Cardinal  tusculano,  e  legato 
in  Germania  a  Federigo  H,  perchè 
promovesse  la  guerra  sacra,  ed  in 
appresso  ebbe  la  legazione  di  Na- 
poli, ove  nel  1222  consacrò  solen- 
nemente la  chiesa  di  Cosenza.  Da 
ultimo,  conseguita  dal  Pontefice  ad 
abitazione,  per  se,  e  pei  suoi  suc- 
cessori nel  vescovato  tusculano ,  la 
chiesa  di  s.  Maria ,  detta  del  moni- 
stero,  inori  nel  1227,  dopo  undici 
anni  di  Cardinalato. 


CHI  i63 

CHIARAMONTE  Francesco  Gu- 
LiELMO,   Cardinale.   F.  Clermont. 

CHIARAMONTI.  Famiglia.  Se- 
guendo le  eruditissime  notizie,  che 
di  questa  illustre  famiglia  italiana 
ci  ha  date  il  vivente  chiar.  Erasmo 
Pistoiesi ,  nella  Vita  del  Sommo 
Pontefice  Pio  VII,  Chiaraniontì , 
di  Cesena ,  pubblicata  in  Roma  in 
quattro  tomi  colle  stampe  di  Fran- 
cesco Bourliè  dal  1824  al  i83o,  le 
riuniremo  compendiosamente  ad  ono 
r^degli  antenati,  donde  uscì  l'im- 
mortale Pio  VII,  le  cui  gloriose 
gesta  saranno  in  eterna  benedizione 
nella  Chiesa  di  Dio.  Abbiamo  dato 
la  preferenza  al  lodalo  Pistoiesi,  dap- 
poiché da  sicura  sorgente  ci  fu  dato 
apprendere,  che  le  notizie  sulla  fa- 
miglia Chiai'amonti  da  lui  scritte, 
nel  tomo  I  della  citala  opera ,  sono 
in  tutto  consentanee  a  quelle,  che 
poti'ebbonsi  raccogliere,  e  dall'archi- 
vio di  tal  famiglia,  e  da  altri  scrii- 
tori.  Tuttavolta  ci  permetteremo  ag- 
giungere qualche  nozione,  che  tro- 
vammo in  altri  autori ,  e  che  por- 
tiamo lusinga  non  riuscirà  super- 
flua, e  del  tutto  inutile. 

Incominciando  dall'origine  del  co- 
gnome Chiaramonti,  si  vuole,  che 
certo  Dalmasio,  guerriero  cristiano, 
conquistasse  dai  maomettani  nella 
Catalogna  ,  prima  dell'  anno  1 000 
dell'  era  nostra ,  un  castello  detto 
ClaramontCj  dal  quale  egli  prese  il 
soprannome,  che  divenne  sino  d'al- 
lora, ed  in  seguito  particolar  casato 
de'suoi  discendenti.  Non  deve  tacer- 
si, che  nella  famiglia  de  Clermont 
Tonnerre,  uno  della  quale,  Anna 
Antonio  arcivescovo  di  Tolosa,  nel 
1822,  fu  creato  Cardinale  da  Pio 
VII,  evvi  costante  tradizione,  che 
i  Chiaramonti  d'Italia  appartengano 
a  quelli  di  Francia  ,  e  che  tut- 
ti   provengane    da    uno  stesso    cep- 


i64  CHI 

pò.  In  vei'O  tal  consanguinità  non 
venne  giammai  stabilita  perfetta- 
mente, non  bastando  l'analogia  del 
prenome  Chiaramonti  per  dire  , 
che  derivi  da  quello  di  Clermont, 
ad  onta  che  nella  famiglia  Chia- 
ramonti esista  un  antico  ritratto,  col- 
r  iscrizione  :  Simone  della  fami- 
glia francese  de'  Claraniond  dif- 
fusa in  tutta  l' Italia.  Un  contrario 
argomento  si  deduce  dagli  stemmi 
gentilizii  delle  due  famiglie,  dap- 
poiché la  francese  porta  due  chiavi 
incrociate,  e  quella  di  Cesena  ha  per 
arme  tre  teste  di  mori  bendati,  con 
altrettante  stelle.  Aggiungiamo  qui 
inoltre,  che  i  Clermont  ebbero  un 
altro  Cardinale,  nella  persona  di 
Francesco  Guglielmo  elevato  nel 
i5o3  alla  porpora  da  Giulio  li, 
che  divenne  decano  del  sagro  Col- 
legio. 

Per  conto  dell'origine  de' Chiara- 
monti,  essa  rimonta  all' Vili  secolo 
nella  Catalogna ,  una  delle  primarie 
Provincie  di  Spagna,  che  in  seguito 
conquistarono;  divenendo  poscia,  nel 
secolo  XII,  signori  d'una  città  d'Al- 
vergna,  rinomata  pe'suoi  molti  con- 
cili ,  e  pel  lustro  della  sua  antica 
sede  vescovile,  la  quale  dal  loro 
cognome  fu  appellata  in  lingua  pro- 
venzale Clermont  [Vedi).  Inoltre  i 
Chiaramonti  diventarono  celebri  in 
Barcellona  pei  segnalati  servigi  pre- 
stati alla  fede  dal  marchese  di  Gi- 
ronella,  che  equivale  a  Claramuntj 
contro  i  moi'i  maomettani  invasori 
della  Spagna.  Raimondo  III,  detto 
//  vecchio^  conte  sovrano  di  Barcel- 
lona, e  figlio  di  Berengario  II,  nel- 
l'anno 1068,  diede  a' suoi  sudditi 
un  codice  di  leggi ,  che  fece  appro- 
vare dai  grandi  de' suoi  stati,  ove 
si  legge  il  nome  di  Bernardo  figlio 
di  Amato  Claramonte.  Questo  è 
r  atto  più  antico,  in  cui  si  fa  nicn- 


CHI 

zione    di    questa    casa     in    maniera 
autentica. 

Il  Moreri  pretende,  che  i  Cler- 
mont di  Spagna  discendano  dal  conte 
Manfredo  di  Clermont,  ammiraglio 
di  Sicilia ,  verso  la  fine  del  secolo 
XIV.  Nella  vita  di  Onorio  III  si 
legge,  che  nel  12 19  creò  Cardinale 
Nicolò  di  Chiaramonte  ,  nobile  si- 
ciliano. 

Trapiantata  la  famiglia  in  Fran- 
cia, Napoli,  e  Sicilia,  s'  innestò  per 
mezzo  di  nobilissimi  maritaggi  alle 
reali  famiglie  d'Ungheria,  e  d'Ara- 
gona, dappoiché  Costanza  figlia  di 
Manfredo  sposò  nel  iSqo  Ladislao 
re  d'  Ungheria;  ed  Isabella  figlia  di 
Tristano,  donzella  di  grandi  speran- 
ze, si  uni  in  matrimonio  nel  i44^ 
con  r  infante  d.  Ferdinando  duca 
di  Calabria,  figlio  ed  erede  del  re 
di  Napoli  d.  Alfonso  V,  il  magnifico, 
d'Aragona.  Un  ramo  però  della  fa- 
miglia Chiaramonti,  a  cagione  di 
militari  imprese,  si  stabih  da  più 
di  tre  secoli  a  questa  parte  in  Ro- 
magna nella  città  di  Cesena  {  Vedi). 
Essendo  la  discendenza  de'  Chiara- 
monti  di  Napoli  sicura,  ed  avendo 
sempre  percorsa  la  carriera  delle 
armi,  si  crede,  che  un  esercito  na- 
politano sotto  le  armi  di  Aragona, 
soggiornando  verso  il  XV  secolo 
negli  stati  della  santa  Sede,  in  cui 
servivano  due  membri  di  questa 
famiglia,  si  sieno  stabiliti  con  van- 
taggiosi matrimoni  nella  detta  città 
di  Cesena. 

Molli  pure  credono,  che  ai  Cliia- 
i-amonti  possa  appartenere  quella 
invitta  donzella,  di  cui  parla  l'A- 
riosto nel  suo  Furioso  ec.  e  dalla 
quale  ebbe  origine,  sino  dai  tempi 
di  Carlo  Magno,  la  serenissima  casa 
d'£ste.  V.  Signahlf,  Storia  de' prin- 
cipi d' Esfej  Ferrara  i^yo.  Altri, 
seguendo  le  opinioni   di  Fazzelli,  di 


CHI 

Bonfigli,  e  di  Zazzeda,  fanno  deri- 
vare i  Chiaramonti  da  Enrico  dei 
Chiaramonti,  che  perseguitato  da  Fi- 
lippo /'  audace,  e  sbalzato  qua  e 
là  dall'  avversa  fortuna,  illusti-ò  po- 
scia la  sua  discendenza  colla  dimo- 
ra che,  nell'anno  1 271,  venne  a  sta- 
bilire in  Italia.  E  primamente,  in 
Napoli  entrò  al  servigio  del  re  Car- 
lo I  d'Angiò,  fratello  di  san  Luigi 
IX  re  di  Francia;  però  non  andò 
guari,  che  il  re  s' invaghì  della  sposa 
d'Enrico,  e  questi  della  figlia  del 
re.  Ma  lo  strepitoso  avvenimento 
del  vespero  siciliano  nel  1282,  aven- 
do posto  fine,  ovvero  d'assai  dimi- 
nuita la  possanza  de'  francesi  in 
Italia,  né  potendo  Enrico  ripatriare 
per  le  sue  vertenze  colla  corte,  si 
recò  in  Sicilia  presso  il  re  Pietro 
III  d'Aragona,  che  avea  conquistati 
que'  dominii  per  le  ragioni  di  Co' 
stanza,  figlia  superstite  di  Manfredi. 
Finalmente  i  Chiaramonti  si  fanno 
anco  discendere  da  Simone,  generale 
de'siciliani  sotto  il  re  d'Aragona,  ov- 
vero, come  altri  vogliono,  si  credo- 
no stretti  in  parentela  con  quel 
Chiaramente  colonnello  nella  guer- 
ra di  Piemonte,  diretta  e  coman- 
data da  de  Ghisa.  Altri  poi  dicono 
che  discendano  da  Gregorio,  il  quale 
combattendo  con  valore  contro  gli 
svizzeri,  sagrificò  sé  stesso  per  la 
patria;  ed  altri  infine  da  Muzio,  o 
da  Virginio  prodi  capitani. 

Certo  è_,  che  dalle  storie  di  Ce- 
sena si  rileva,  che  un  Lodovico  Chia- 
ramonti fu  vicario  imperiale  di  Ro- 
magna ;  un  Agostino  amministratore 
della  pubblica  annona  ;  e  un  Scipio- 
ne senatore  e  cavaliere  di  s.  Stefano. 
Onorata  memoria  lasciò  Cesare  pub- 
blico lettore  di  leggi;  così  Giacinto 
avvocato  di  gran  merito,  e  France- 
sco giusdicente  in  Bologna  e  in  Ge- 
nova.   Meritano    pur    menzione    un 


CHI  i65 

Tolomeo  camaldolese ,  e  Cosimo  ed 
Angelo  domenicani ,  mentre  Egidio 
e  Girolamo  appartennero  alla  com- 
pagnia di  Gesù,  come  vi  appartenne 
Giacinto,  poi  arcidiacono  della  catte- 
drale di  sua  patria  dopo  la  soppi*es- 
sione  della  compagnia ,  felicemente 
ripristinata  da  Pio  VII.  I  cappuc- 
cini vantano  due  individui  di  questa 
famiglia,  Stefano  ed  Antonio,  come 
i  precedenti,  chiari  per  sapere  e  vir- 
tù. Stefano  divenne  ministro  gene- 
rale del  suo  Ordine,  il  perchè  Car- 
lo II  lo  dichiarò  grande  di  Spagna 
di  prima  classe,  e  morì  santamente 
nel    1682. 

Fra  gli  uomini  illustri  di  questa 
famiglia  va  particolarmente  ricordato 
Scipione  filosofo,  e  matematico  insi- 
gne ,  fondatore  dell'  accademia  degli 
Offuscati  in  Cesena  sua  patria  ,  ed 
autore  di  molte  opere  date  alla  luce 
nello  spazio  di  pochi  anni  nel  secolo 
XVII,  che  in  numero  di  ventitré  sono 
accuratamente  riportale  da  M.  Jaen 
Pierre  Niceron,  nelle  sue  Mcmoìres 
polir  servir  a  V  histoire  dcs  liommes 
ìllustres  dan  la  republique  des  let- 
teres,  tom.  XXX,  p.  iSy.  Fra  tali 
opere  meritano  menzione  quella  Della 
ragione  di  slato,  l'Antiticone,  o  libro 
delle  tre  nuove  stelle ,  e  la  Scoria 
di  Cesena  divisa  in  XVI  libri  ,  la 
quale'venne  da  Simone  di  lui  figlio  lo- 
devolmente difesa  nell'opera,  che  por- 
ta il  titolo  :  Contentio  apologetica  de 
Caesena  triumphante  adversus  For- 
tunì  Lìceti  oppositiones ,  in  qua  de- 
fenditur  patriae  historia  fideliter  con- 
scripta  a  Scipione  Claramontio  in 
lib.  II  divisa,  quorum  prior  affir- 
mat  Caesenani  primuni  Senonuni 
fuisse  sedeni,  posterior  probat  colu- 
mnant  annulorunt,  seu  hospitalitatis 
nwnquam  Caesenae,  sed  Bertinori 
fuisse.  Avendo  vestito  il  sagro  abito 
de'  cappuccini    quattro    figli  di  Sci- 


i66  CHI 

pione,  volle  anch' egli  imitarli  dopo 
(li  essere  rimasto  vedovo,  ma  nun 
gli  fu  concesso,  ed  in  vece  divenne 
fondatore  d' una  congregazione  di 
Filippini  in  s.  Marino.  Venuto  a 
morte,  a'  20  giugno  i652,  ne'  suoi 
funei'ali  si  vide  il  commovente  e  sin- 
golare spettacolo,  che  i  quattro  figli 
cappuccini  portarono  sulle  loro  spal- 
le il  feretro,  il  quale  conteneva  la 
mortale  di  lui  spoglia.  P^.  Pier  An- 
tonio Serassi,  che  nella  P^ita  di  Ja- 
copo Mazzoni j  a  pag.  i58,  fa  l'elo- 
gio di  Scipione  ;  vita  che  fu  stam- 
pata in  Roma  nel  1790,  e  la  Cese- 
na trionfante  del  citato  Simone  Chia- 
ramonti ,  pubblicata  in  Cesena  nel 
1661.  Celebrò  poi  le  virtù  dei  men- 
zionati quattro  cappuccini ,  il  sud- 
detto arcidiacono  Giacinto  Ignazio 
Chiaramonti,  colla  composizione  :  De 
majorum  suoriim  laude,  excudebat 
Gregorius  Blasinius,  Caesenae  1786. 
La  qual  composizione  Giacinto  dedi- 
cò al  proprio  fratello  poi  Pontefice, 
ed  allora  Cardinal  vescovo  d'Imola. 
Gli  altri  illustri  individui  della  fa- 
miglia Chiaramonti,  che  si  distinse- 
ro per  lettere,  per  dignità,  e  santità 
di  vita,  trovansi  descritti  nelle  Me- 
moriae  Caesenates  ec,  le  quali  giun- 
gono sino  al  1700,  e  furono  com- 
poste da  monsignor  Gio.  Battista 
Braschi ,  vescovo  di  Sarsina ,  poscia 
arcivescovo  di  Nisibi ,  pubblicate  ir^ 
Roma  nell'armo    1738, 

Nel  secolo  decorso ,  capo  di  que- 
sta quanto  antica  altrettanto  nobile 
famiglia,  fiori  il  conte  Scipione,  com- 
mendevole per  le  più  rare  qualità 
di  cuore  e  di  spirito,  il  quale  si  uni 
in  matrimonio  con  Giovanna  Coro- 
nata de'  marchesi  Gbini.  L'anlica  e 
nobile  famiglia  Ghini  è  stata  altre 
volte  distinta  coi  nomi  di  Ghino,  e 
di  Ghilinj.  In  quella  de'  Ghini,  o 
Cini,  vi  fu  Mn  Andrea  canonico  di 


CHI 

Tournai ,  elemosiniere  del  re  Carlo 
IV  il  Bello,  quindi  creato  Cardinale 
nel  1342  da  Clemente  VI,  le  cui 
gesta  si  possono  leggere  all'  artico- 
lo Leonardo  Ghino.  Favorito  dalla 
natura  di  un  vivacissimo  ingegno , 
essendo  andato  Paolo  III  a  Perugia, 
recitò  alla  sua  presenza  un'  eloquen- 
te orazione ,  da  tutti  grandemente 
encomiata ,  e  tradusse  dal  greco  la 
storia  di  Eliodoro  delle  cose  etiopi- 
che. Riguardo  poi  ai  Ghilini  ,  Ca- 
millo fu  segretario  di  stato  del  duca 
di  Milano  ;  Girolamo  pubblicò  di- 
verse opere,  e  molte  ne  lasciò  ma- 
noscritte ;  e  Pietro  celebre  giuriscon- 
sulto  visse  sotto  Gio.  Galeazzo  Vi- 
sconti, primo  duca  di  Milano.  Senza 
dichiarare  se  appartengano  a  questa 
famiglia,  vi  furono  un  Girolamo 
Ghinucci  nobile  sanese,  che  Paolo 
IH  creò  Cardinale  nel  i535;  ed  un 
Tommaso  Maria  Ghilini  nobile  pie- 
montese, che  Pio  VI  nel  1778  fec^ 
Cardinale.  Prima  di  parlare  dei  figli, 
che  nacquero  da  sì  avventuroso  ma- 
trimonio, ci  permetteremo  dire  quan- 
to avvenne  di  Giovanna  Ghini  ap- 
pena rimase  vedova.  Essa  subito  ri- 
volse le  spalle  al  mondo,  e  si  recò 
in  Fano  nel  monistero  di  s.  Teresa 
a  prendere  l'abito  delle  carmelitane 
scalze;  e  nel  1763  fece  la  solenne 
professione,  assunse  il  nome  di  Ma- 
ria Teresa,  e  visse  specchio  di  virtù 
sino  al  sessantesimo  anno  di  sua  vita, 
terminando  santc^mente  1  suoi  giorni 
ai  22  novembre    1771. 

Da  Scipione  Chiaramonti,  e  Gio- 
vanna Coronata  Ghini ,  nacque  la 
seguente  prole:  i.°  Giacinto  Ignazio 
prima  gesuita,  poi  arcidiacono  della 
cattedrale  di  Cesena  ;  2.°  Tommaso, 
che  si  uni  in  matrimonio  colla  con- 
tessa Marianna  Aldini  di  Cesena,  dai 
quali  discese  l'odierna  generazione, 
di  cui  poi  parleremo;   3."  Bainab^, 


e  II I 
che  divenne  Pio  VII  ;  4°  Grego- 
rio ,  il  quale  per  quel  vivo  inte- 
resse, che  dimostrò  Pio  VI  pei 
Chiaramonti  suoi  parenti,  fu  chia- 
mato in  Roma ,  e  collocato  nel- 
l'accademia ecclesiastica ,  a  fare  il 
corso  degli  studi.  Ma  avendo  poscia 
Gregorio  manifestato  non  sentirsi 
chiamato  allo  stato  ecclesiastico,  pas- 
sò ad  abitare  con  monsignor  Ro- 
mualdo Braschi  nipote  del  Papa , 
quindi  si  restituì  a  Cesena,  e  morì 
celibe  in  Bologna  ;  5."  Ottavia  egual- 
mente morta  celibe  in  Cesena  ,  già 
delle   Celibate  di  Rimini. 

Barnaba  Nicola  Maria  Luigi  Chia- 
ramonti nacque  in  Cesena  a'  i4  ago- 
sto 1742,  e  dopo  una  saggia  e  re- 
hgiosa  educazione,  di  sedici  anni  nel 
monistero  de'  benedettini  cassinesi 
di  s.  Maria  del  monte  di  Cesena , 
prese  l'abito  monastico  nel  1758, 
ed  assunse  il  nome  di  Gregorio.  Fu 
scelto  a  voti  concordi  per  alunno 
nel  primo  chiericato  della  congrega- 
zione cassinese  nel  monistero  di  s. 
Paolo  fuori  le  mura  di  Roma.  Ivi 
attese  per  un  triennio  agli  studi  di 
teologia,  e  di  jus  canonico,  e  al  fine 
sostenne  con  sommo  applauso  una 
pubblica  disputa  nella  chiesa  di  san 
Calisto.  Quindi  lesse  filosofìa  nel  mo- 
nistero di  s.  Gio.  Evangelista  di  Par- 
ma. Poscia,  essendo  stato  richiesto 
per  maestro  di  filosofìa  pei  giovani 
del  suo  noviziato  dal  p.  abbate  di 
s.  Paolo,  tornò  a  Roma.  Poco  dopo 
fu  destinato  alla  lettura  di  teologia 
nel  collegio  di  s.  Anselmo,  che  con- 
tinuò per  un  intero  novennio.  Fu 
poi  promosso  alla  carica  di  priore , 
e  sostenne  la  cattedra  di  diritto  ca- 
nonico ;  e  per  le  premure  della  sua 
congregazione  venne  abilitato  con  un 
breve  speciale  al  grado  di  abbate  di 
reggimento  di  S.  M.  di  Castel  Buono 
dal  Pontefice  Pio  VI,  Braschi,  suo 


CHI  167 

parente,  il  quale  in  seguito  lo  dichia- 
rò vescovo  di  Tivoli  nel  dicembre 
del  1782,  e  poi  lo  traslatò  al  ve- 
scovato d' Imola,  occupato  prima  dal 
Cardinal  Bandi  zio  dello  stesso  Pio 
VI,  creandolo  Cardinale  ai  i4  feb- 
braio 1785,  e  conferendogli  il  titolo 
presbiterale  della  summentovata  chie- 
sa di  s.  Calisto.  Finalmente,  per  mor- 
te di  Pio  VI,  nel  conclave  tenuto  a 
Venezia,  fu  eletto  Papa  ai  1 3  n)ar- 
zo  del  1 800,  e  prese  il  nome  di 
Pio  VII,  in  memoria  del  suo  con- 
cittadino, parente,  benefattore  e  pre- 
decessore. F^.  Notizie  intorno  alla 
augusta  persona  del  Sommo  Ponte- 
Jice   Pio   VII,  Venezia    1800. 

Tale  esaltazione  del  Chiaramonti, 
non  che  i  lunghi  penosi  e  insieme 
gloriosi  affanni  sofferti  da  Pio  VII, 
vuoisi  che  fossero  stati  predelti  nel 
monistero  di  Fano  dalla  degna  e 
veneranda  di  lui  genitrice.  Prima  di 
narrare  il  contegno  tenuto  dal  Papa 
co'  parenti,  fa  duopo  avvertire,  che 
all'epoca  della  sua  assunzione  al  pon- 
tificato ,  il  di  lui  fratello  d.  Tom- 
maso era  morto,  ed  aveva  lasciata 
la  moglie  contessa  Marianna  Aldini, 
dal  cui  matrimonio  erano  nati:  i."  d. 
Scipione  ,  del  quale  riparleremo;  2.° 
d.  Nicolò  tuttora  celibe  ;  3."  d.  Au- 
relia  maritata  al  conte  d.  Camillo 
Carabetti  Cesenale  oriundo  di  s.  Ar- 
cangelo, morti  ambedue,  le  cui  vir- 
tù rivivono  ne'  figli  ;  4-°  d-  Barnaba 
tuttora  celibe  ;  5."  d.  Lodovico  mor- 
to celibe;  6.°  d.  Teresa  maritata  al 
conte  Antonio  Gaddi  di  Forlì,  i  figli 
de'quali  seguono  gli  edificanti  esempi 
de'  loro  defonti  genitori;  7.°  d.  Elena 
monaca  nel  monistero  delle  bene- 
dettine, al  secolo  Maria  Isabella,  di 
s.  Maria  della  Concezione  in  Campo 
Marzo ,  della  quale  ancor  vivente 
facemmo  onorata  menzione  al  volu- 
me IV,  pag.  3o6  del  Dizionario. 


i68  CHI 

Appena  eletto  Pio  VII,  racconta 
il  eh.  ab.  Giovanni  Bellorno,  Conti- 
nuazione della  storia  del  cristiane- 
simo, voi.  I,  pag.  5o,  che  distaccato 
egli  dalla  carne  e  dal  sangue,  e  mi- 
rando unicamente  a  promovere  il 
bene  della  cristianità,  fece  intendere 
alla  vedova  cognata,  contessa  Aldini 
Chiaramonti,  che  i  suoi  parenti  non 
si  dovessero  presentare  a  lui  ,  se 
non  chiamati.  La  lettei-a,  che  allora 
fu  pubblicata  dalle  notizie  relative 
al  Pontefice  Pio  VII,  inserite  nelle 
Notizie  del  mondo  stampate  a  Ve- 
nezia, e  diretta  dal  Papa  alla  me- 
desima sua  cognata,  è  del  seguente 
tenore  :  »  Essendosi  degnata  la  di- 
«  vina  Provvidenza  di  addossarci  il 
grave  incarico  del  supremo  go- 
verno della  Chiesa  ,  non  lasciamo 
di  darvene  l' avviso,  come  a  no- 
stra cognata,  e  diletta  figlia  in 
Gesù  Cristo.  Ciò  noi  pratichiamo 
non  già  a  fine,  che  ne  facciate 
esultazione,  ma  a  solo  oggetto, 
che  uniate  la  confusione  vostra 
alla  nostra  nel  vedere  la  nostra 
indegnità  esaltata  a  così  sublime 
onore.  Le  vostre  lagrime,  e  le  vo- 
stre preghiere  all'  Altissimo  ac- 
ciocché sostenga  la  debolezza  no- 
stra, saranno  più  accette  a  noi, 
che  qualunque  voce  di  gioia  e 
di  tripudio,  che  noi  non  deside- 
riamo. Vi  avvisiamo  esser  nostra 
volontà ,  che  nessuno  di  nostra 
famiglia  si  muova  per  venire  a 
noi,  senza  essere  da  noi  chiamato, 
ed  augurandovi  dall'Altissimo  ogni 
bene,  vi  diamo  l'apostolica  nostra 
benedizione  ". 
Leggiamo  poi  nei  Diari  di  Roma, 
numero  3i,  dell'anno  1800,  che 
Pio  VII  scrisse  due  lettere  di  pro- 
prio pugno,  partecipando  con  esse 
la  sua  esaltazione  non  solo  alla  con- 
tessa Aldini  di  Cesena,  ma  ben  an- 


CHI 

co  al  proprio    fratello    Gregorio    in 
Bologna. 

Tutta  volta  sebbene  Pio  VII  non 
volle  giammai  per  un'eroica  mode- 
razione, che  i  suoi  parenti  si  recas- 
sero a  Roma,  non  lasciò  di  bene- 
ficarli, e  permise  il  matrimonio  delia 
principessa  d.  Teresa  Barberini,  col 
di  lui  nipote  Scipione  Chiaramonti, 
il  quale  ultimamente  cessò  di  vive- 
re ,  compianto  per  le  sue  egregie 
doti.  Da  tal  matrimonio  nacquero 
i  seguenti:  i.°  d.  Tommaso;  2. "  d. 
Giovanna,  che  morì  d'anni  venti  nel 
i835;  3."  d.  Beatrice;  Z^."  d.  Co- 
stanza maritata  al  conte  Giammaria 
Palletta  di  Camerino  nel  decorso 
anno  1840;  5."  d.  Ottavia  maritata 
al  conte  Antonio  Castracane  degli 
Antelminelli  di  Cagli  nel  i838;  6." 
d.  Pio  morto  di  anni  diciotto  nel 
i83r;  7.°  d.  Urbano.  Allora  quan- 
do nel  18 14  Pio  VII  fece  senatore 
di  Roma  il  marchese  Giovanni  Pa- 
trizi, il  marchese  Rinaldo  del  Bufa- 
lo della  Valle ,  destinato  a  presen- 
tare al  santo  Padre  i  riconoscenti 
sentimenti  del  popolo  romano  per 
tale  elezione,  espi*esse  ancora  il  dis- 
piacere di  non  aver  avuta  la  sorte 
di  avere  Roma  per  senatore  un  in- 
dividuo della  rispettabile  di  lui  fa- 
miglia, come  più  volte  il  senato  ne 
aveva  fatto  istanza  in  nome  dello 
stesso  popolo  romano-  L'  edificante 
moderazione  di  Pio  VII,  e  quella 
de'  nobili  suoi  congiunti  non  fu  mai 
menomamente  alterata,  e  finalmen- 
te il  magnanimo  ed  inimortal  Pon- 
tefice terminò  la  sua  gloriosa  car- 
riera ai  20  agosto  1823,  cioè  ses- 
santacinque anni  dopo  che  nello 
stesso  giorno  avea  professato  la  re- 
gola di  s.  Benedetto.  F.  Pio  VII. 
1  di  lui  successori  ebbero  sempre  i 
più  alti  riguardi  alla  famiglia  Chia- 
ramonti ,    uno  de'  quali,  Pio    Vili , 


CHI 

Casliglìoni ,  nello  stesso  giorno  di 
sua  elezione,  ai  3t  marzo  1829, 
scrisse  di  proprio  pugno  una  lette- 
ra di  partecipazione,  e  benevolenza 
al  conte  Scipione  nipote  del  suo 
benefattore  Pio  VII,  in  memoria 
del  quale  ne  avea  assunto  il  nome, 
perchè  egli  i'avea  fatto  vescovo  di  Ce- 
sena, Cardinale,  e  penitenziere  mag- 
giore ;  tratto  che  onora  la  gratitu- 
dine di  Pio  Vili,  e  la  famiglia  Chia- 
ramonti.  Giovanni  Francesco  Mas- 
deu,  storiografo  della  Spagna,  colle 
slampe  del  Salvioni,  pubblicò  in  Ro- 
ma :  Origine  catalana  dell'  illustre 
funi iglia   Cliiarantontì. 

CHI  ARA  MONTI  Gregorio  Bar- 
naba,   Cardinale.   V.  Pio  VII. 

CHIARAVALLE.  Abbazia.  Tre  so- 
no le  pili  celebri  abbazie  di  questo 
nome,  da  cui  uscirono  molti  grandi 
uomini  illustri  per  santità,  virtù,  e 
dottrina  ;  la  prima  in  Francia ,  la 
seconda  nel  ducato  di  Milano ,  la 
terza  nello  stato  pontifìcio.  Appar- 
tenevano esse  ai  cistcrciensi,  ed  ora 
non  più  esistono  per  le  note  vicen- 
de degli  ultimi  anni  del  secolo  de- 
cimottavo ,  e  dei  primi  del  corren- 
te ;  il  perchè  ci  limiteremo  di  ognu- 
na a'  seguenti  compendiosi  cenni. 

Clairvaux ,  o  ChiaravaUe,  Clara- 
vallis  _,  Claraci'allense  Coenohium. 
Borgo  considerevole  di  Francia  nella 
Sciampagna,  dipartimento  dell'Aube, 
sulla  sinistra  del  fiume  di  questo 
nome,  presso  una  vasta  foresta,  cinta 
di  boschi  ed  alture ,  nella  diocesi 
di  Langres.  S.  Bernardo  [Fedi)  nel 
1  1 1 5  vi  fu  mandato  dall'abbate  ci- 
stcrciense Stefano  per  primo  abbate, 
e  vi  morì  nel  11 53,  per  cui  è  co- 
munemente chiamalo  V  abbate  di 
ChiaravaUe.  Divenne  celebre  abba- 
zia, e  primo  ceppo  di  una  filiazio- 
ne di  cistcrciensi,  venendo  conside- 
rato il  terzo  monistero  dell'  Ordine 


CHI  169 

dopo  Citeaux ,  e  Pontigny.  Dicesi 
da  alcuni  fondata  da  Tibaldo  IV, 
conte  di  Sciampagna,  e  secondo  al- 
tri da  Ugo  conte  di  Troyes,  e  dal 
mentovato  abbate  Stefano.  Chiara- 
valle  pertanto  divenne  figliale  del- 
l'Ordine cistcrciense,  elettiva,  e  re- 
golare. Fu  visitata  da  diveisi  Pon- 
tefici, e  da  Innocenzo  lì,  nel  1  i3i, 
il  quale  collocò  i  suoi  monaci  nel 
monistero  dell'  abbazia  nulUiis  de'  ss. 
Vincenzo  ed  Anastasio  alle  acque 
Salvie,  dette  le  tre  fontane,  presso 
Roma,  di  cui  è  abbate  commenda- 
rio  un  Cardinale,  e  lo  era  stato  Cle- 
mente VII. 

ChiaravaUe,  celebre  abbazia  e  mo- 
nistero de'  cisferciensi ,  nella  pieve 
di  s.  Donato,  regione  IV  della  dio- 
cesi di  Milano,  fu  fondata  da  s.  Ber- 
nardo nel  I  1 35,  arricchita  dalle  no- 
bili famiglie  milanesi ,  i  cui  abbati 
vennero  distinti  con  privilegi,  e  ado- 
perati in  affari  importanti.  Giovan- 
ni II,  Visconti,  arcivescovo  di  Mila- 
no, nel  1 242  >  dispensò  i  monaci 
dal  rito  ambrosiano.  Il  primo  ab- 
bate commendatario  fu  Gerardo  Lan- 
driani  de'  Capitani  milanese,  creato 
Cardinale  da  Eugenio  IV  nel  i43q. 
Leone  X,  nel  i5i8,  conferì  questa 
abbazia  in  commenda  al  suo  cugi- 
no Cardinal  Giulio  de'  Medici,  che 
nel  i523  divenne  Papa  col  nome  di 
Clemente   VII. 

ChiaravaUe,  nella  delegazione  apo- 
stolica di  Ancona ,  nella  diocesi  di 
Sinigaglia,  è  un  bel  borgo  sulla  si- 
nistra riva  del  fiume  Esino,  celebre 
anche  essa  per  esservi  stata  fondata 
nel  II 46  dai  monaci  cistcrciensi, 
l'abbazia  di  s.  Maria  in  Castagnuo- 
la, che  prese  poi  da  Clairvaux  il 
nome  di  ChiaravaUe.  Sino  da  tempo 
immemorabile  divenne  commenda 
di  vari  Cardinali  ,  col  privilegio  di 
un    vicario   nullius  dioecesis   Si  ve- 


J70  CHI 

dono  ancora  il  suo  grandioso  mo- 
nistero,  e  la  chiesa  di  architettura 
gotica,  con  due  magnifiche  cappel- 
le. Siccome  la  coltura  del  tabacco 
sempre  vi  prosperò,  nelle  circostanti 
campagne  ne  fu  eretta  una  vasta 
fabbrica,  che  divenne  accreditata.  V. 
Ciste  RciEivsi. 

CrilARENI,CHIARENlNI,o  Clv 
HENiNi.  Congregazione  dell'  Ordine  di 
s.  Francesco,  che  prese  il  nome  dal- 
la Clarena,  piccolo  fiume  della  Mar- 
ca d' Ancona,  ovvero  dal  suo  fon- 
datore fr.  Angelo  Chiareno,  da  al- 
tri chiamato  Cordon,  religioso  del- 
l' osservanza.  Nel  declinare  del  se- 
colo XIII,  egli  fondò  questa  congre- 
gazione colla  regola  di  s.  Fi'ancesco, 
i  cui  membri  vivevano  nell'eremo  ap- 
plicati soltanto  alla  vita  contemplativa, 
ed  il  Pontefice  s.  Celestino  V  1'  appro- 
vò nel  1294.  Di  poi  fr.  Angelo  si  uni 
agli  eremiti  celestini,  ed  allorché  fu- 
rono essi  dispersi,  si  ritirò  presso  il 
fiume  Clarena ,  ove  nei  primi  del 
XIV  secolo,  potè  riunirvi  alcuni  di- 
scepoli. Quindi ,  essendogli  riuscito 
confutare  le  calunnie  de'  nemici.  Pa- 
pa Giovanni  XXII  confermò  la  con- 
gregazione nel  1 3  1 7  ,  che  in  pro- 
gresso di  tempo  si  dilatò  nell'Italia; 
ma  nel  1472  sotto  Sisto  IV,  i  re- 
ligiosi, i  quali  sino  allora  erario  stati 
soggetti  ai  rispettivi  Ordinari ,  vol- 
lero dividersi  in  due  parti  ;  gli  uni 
si  unirono  a'  frati  minori,  gli  altri 
continuarono  a  vivere  colle  primi- 
tive regole,  finché  nel  i5io  Giulio 
JI  r  incorporò  agli  osservanti ,  ed 
essi  conservarono  il  loro  tenore  di 
vita ,  e  formarono  una  provincia 
particolare.  Ma  allorquando  s.  Pio 
V  riformò  vari  Ordini  religiosi,  sop- 
presse la  congregazione  Clarena , 
chiamata  pure  Amadea  o  della  Bec- 
ca, forse  per  essersi  gli  amadeisti 
ij'^cdi)  uniti  a  loro,  e  col  disposto 


CHI 

della  bolla  53  Beatiis  Chrisli,  ema- 
nata ai  2  3  gennaio  i568,  volle 
che  perpetuamente  rimanessero  uni- 
ti, ed  osservassero  le  costituzioni  dei 
minori  osservanti ,  come  abbiamo 
dall'annalista  Wadingo,  e  dagli  sto- 
rici degli   Ordini  religiosi. 

CHIARISSIMO  (  Clarissimus  ) . 
Titolo  di  onorificenza,  e  distinzione, 
superlativo  di  chiaro,  clarus.  Rile- 
viamo dalla  Crusca,  che  per  chia- 
rissimo vuoisi  intendere  notissimo, 
famosissimo,  celebratissimo,  nobilis- 
simo, ec.  come  anche  glorioso,  di 
grande  affare,  leale,  e  simili. 

Avverte  Francesco  Parisi ,  Istru- 
zioni, tom.  III,  cap.  II,  Dei  titoli 
in  specie,  che  prima  dell'  impero  in 
Roma  non  adoperossi  questo  ag- 
giunto, se  non  per  esprimere  la  chia- 
rezza del  sangue ,  e  delle  insigni 
qualità  della  persona.  Plinio,  nella 
Epist.  33,  lib.  VII,  chiama  Claris- 
sinii  i  consoli  ;  e  tali  anche  si  di- 
cevano i  prefetti  del  pretorio,  ed  i 
rettori,  i  quali  godevano  anco  il  ti- 
tolo d' Illustre,  come  si  legge  in  piti 
luoghi  del  testo  civile.  Il  p.  Lupi, 
nel  tomo  II  delle  sue  Dissertazio- 
ni, pubblicate  dal  Zaccaria,  pag.  33, 
aggiunse,  che  i  correttori  dell'  impe- 
ro romano  ebbero  il  titolo  di  Firi 
Clarissiini  in  tempo,  in  cui  il  cla- 
rissimato  non  si  dava  se  non  ai  pri- 
mi personaggi  dell'  impero.  La  di- 
gnità di  correttore,  che  fu  istituita 
nel  secondo  secolo,  mentre  regnava 
l'imperatore  Commodo,  ed  era  un  ma- 
gistrato destinato  al  governo  di  una 
o  più  Provincie,  col  gius  di  giudi- 
care in  tutte  quelle  cause  criminali 
e  civili,  nelle  quali  in  Roma  giudi- 
cavano il  prefetto  di  Roma,  o  del 
pretorio,  i  consoli,  i  pretori ,  e  gli 
altri  giudici  a  questi  inferiori. 

Verso  l'anno  879,  nella  medesi- 
ma Roma   il  titolo    di    Chiarissima 


CHI 
sì  (lava  dai  privati    a    persone   no- 
bilissime.  Si   legge  pertanto,    presso 
il  Galletti,   Del  Priinicero,    p.    189, 
che  un  certo  Gregorio  si  chiamava 
vir  cldrìssìinus^  e  dal  Zazzera,  Fani, 
di  s.  Eustachio^    abbiamo    che    nel 
ro^g  il  fratello  dell'antipapa  Bene- 
detto X,  della  famiglia  de' conti  del 
Tuscolo,  così  era  chiamato.    Inoltre 
si  sa    che  nel    secolo  XVI    il   chia- 
rissì'mo  era  un    distintivo    de' nobili 
veneziani;  ed  il  titolo  di  magnifico, 
che  era  pure    attributo  di    nobiltà, 
non     si     pregiava     quanto     il    chia- 
rissimo,    come    osserva     Piei*.    Cat. 
Zeno,    Note  alla  lett.  -2.5  del  Casa, 
tom.  II,  p.  i63,  edit.  Venet.   Quin- 
di il  chiarissimo  poco  a  poco    pas- 
sò ad  esser  proprio  de*  letterati    vi- 
venti. Ma  contro  l'abuso    di  questo 
titolo,  che    impropriamente    talvolta 
si  dà  a  chi  noi  merita,  inveì  il  ce- 
lebre Francesco  Peranda,  segretario 
della  casa    Gaetani,    in    una    lettera 
ad  Antonio  Ambrosi,  pag.  244>  edi- 
zione del    Ciotti     1601.    Altrettanto 
fece  ancora  colla  conosciuta  sua  gra- 
ziosa mordacità  il  Menchenio,    Orai, 
De   Ciarlai.  Erudit.  pag.   20,    edit. 
Lucen.,  di  cui  riportiamo  il  seguen- 
te brano  tradotto  dal  latino: 

»  In  vero  mi  sono  spesso  mara- 
»  vigliato  dell'ambizione  de' nostri 
'»  padri,  giacché  i  nomi  di  illustri, 
»  chiari,  e  ragguardevoli  un  tempo 
"  solo  dati  ai  principi,  ai  re,  ed  ai 
»  senatori  romani ,  essi  li  traspor- 
»  tai'ono  ne\\n  scuola.  Devi  oggi 
»»  osservare,  come  parla  Liental,  uo- 
»  mo  di  elegante  ingegno,  de  Mach, 
»  Lit.  3,  pag.  i53,  che  molti  vole- 
«  vano  essere  detti  chiarissimi,  '\ 
»  quali  sono  affatto  incogniti  fuori 
»  delle  mure  della  città;  magnifici 
"  quelli,  ch'erano  angustiati  dagli 
»»  altari  domestici;  pieni  di  consi- 
"  glio  coloro,    nei    quali  o  poco  o 


CHI  lyt 

»  niente  v'era  di  senno;  eccellen- 
>ì  tissimi  quelli,  i  quali  anche  dai 
"  principianti  si  superavano  nella 
"  scienza.  Difatti,  mentre  un  tem- 
»  pò  Carlomagno  imperatore  dei 
"  romani  nell'  intitolazione  del  li- 
»  bro,  che  dicesi  aver  scritto  sulle 
»  immagini  conti'o  i  greci,  è  con- 
»  trassegnato  coli'  elogio  di  uomo 
»  eccellentissimo  e  ragguardevole  ; 
»  chi  va  oggi  tra  i  dottori  ombra- 
»  tici,  cioè  di  cognizione,  o  di  ri- 
"  guardo  ec.  ".  V.  il  Bandisio, 
Disserlatìo  de  titulis  illustris,  spe* 
ctahilis,  clarissimi,  magnifici  y  e.  i, 
§3. 

CHIARO  (s.),  martire,  trasse  i  na- 
tali in  Rochester  d' Inghilterra  nel 
principio  del  secolo  nono.  Insignito 
del  carattere  sacerdotale,  si  recò  nel- 
le Gallie,  e  fermò  stanza  nel  Ves- 
sino, diocesi  di  Rouen.  Univa  alla 
vita  contemplativa  anche  l'  attiva,  e 
pieno  di  zelo  per  la  salute  de'  suoi 
fratelli,  predicava  ad  essi  le  celesti 
verità,  Una  rea  femmina  irritata 
perchè  non  avea  potuto  indurlo  a 
soddisfare  le  sue  brame,  lo  fece  uc- 
cidere da  due  malandrini  verso 
l'anno  894.  Nelle  diocesi  di  Rouen, 
di  Parigi  e  di  Beauvais  è  celebre 
il  suo  culto;  e  molti  si  recano  a 
visitare  per  divozione  il  luogo  ove 
egli  subì  la  palma  del  martirio, 
nonché  un  romitaggio,  nel  quale  è 
fama  che  abbia  dimorato.  La  ba- 
dia di  s.  Vittore  di  Parigi  ne  so- 
lennizza la  festa  ai  18  di  luglio,  e 
molte  chiese  della  Normandia  lo  ve- 
nerano come  patrono. 

CHIARO  (s.),  primo  vescovo  di 
Nantes.  Poche  notizie  ed  incerte  si 
hanno  di  questo  santo,  il  quale  il- 
lustrò la  Chiesa  di  Dio  nel  secolo 
terzo.  I  pili  accreditati  scrittori  ne 
assicui-ano,  eh'  egli  sia  stato  spedito 
nelle  Gallie    circa  V  anno    280    dal 


17-2  CHI 

Sommo  Pontefice  Eutichiano  in  una 
al  diacono  Adiodato.  Né  mancano 
alcuni,  i  quali  sono  d'avviso,  ch'egli 
sia  lo  smesso  s.  Chiaro  di  Aquitania, 
il  quale  recossi  nella  Brettagna. 
Quelli  di  Vannes  ritengono  che  san 
Chiaro  sia  morto  e  sepolto  nella 
loro  diocesi;  per  altro  egli  è  certo 
che  le  reliquie  di  lui  vennero  tras- 
portate all'  abbazia  di  s.  Albino  di 
Angers  nell' 878.  La  sua  festa  è 
stabilita  al  i,  al  io  ed  al  i5  di 
ottobi'e. 

CHIARO  (s.) ,  trasse  i  natali  in 
Vienna  del  Delfìnato,  ed  ancora  fan- 
ciullo rimase  privo  di  padre.  La  ma- 
dre di  lui,  donna  commendevole 
per  ogni  sorta  di  virtù,  diedesi  con 
tutto  l'impegno  alla  educazione  di 
questo  giovanetto,  il  quale  dava  di 
sé  le  più  belle  speranze.  Dopo  qual- 
che tempo  Chiaro  entrò  nel  moni- 
stero  di  s.  Ferreolo ,  e  la  madre 
rilirossi  in  quello  di  s.  Blandina. 
La  fama  delle  virtù  di  Chiaro  ben 
presto  si  divulgò,  ed  il  vescovo  di 
Vienna  lo  elesse  abbate  di  s.  Mar- 
cello; e  poco  dopo  gli  fu  affidata 
eziandio  la  direzione  delle  religiose 
di  s.  Blandina.  Egli  disimpegnò  con 
molta  lode  le  sue  incumbenze.  Fu 
da  Dio  favorito  del  dono  de'  mira- 
coli, e  prima  di  morire,  predisse  ai 
suoi  discepoli  le  .scorrerie  dei  van- 
dali e  dei  saraceni,  che  dopo  circa 
settanta  anni  infestarono  la  Francia. 
Verso  l'anno  660,  terminò  la  sua 
carriera  mortale,  e  fu  sepolto  nella 
chiesa  di  s.  Blandina.  Le  sue  reli- 
quie furono  poscia  trasportate  nel 
tempio  di  s.  Pietro,  ma  vennero 
disperse  dagli  ugonotti  nel  secolo 
decimosesto. 

CHIAVI  PoNTiFcciE.  Chiavi  della 
Chiesa,  o  potere  delle  chiavi  aposto- 
liche, si  chiama  in  un  senso  meta- 
forico il  pulcic  spirituale  di  legare, 


cm 

e  di  sciogliere,  di  aprire,  e  di  chiu- 
dere il  cielo,  di  governare  la  Chiesa 
universale.  Chiave  nella  sagra  Scrit- 
tura significa  podestà,  autorità  pro- 
pria, o  autorità  delegata  come  pro- 
pria. Abbiamo  che  Gesù  Cristo  disse 
a  s.  Pietro,  Matth.  e.  16,  v.  19:  io 
ti  darò  le  chiavi  del  regno  de'  cieli  j 
e  qualunque  cosa  avrai  legato  so- 
pra la  terra,  sarà  legala  anche  nei 
cieli;  e  qualunque  cosa  avrai  sciol- 
ta sopra  la  terra,  sarà  sciolta  anche 
nei  cieli.  Perciò  l'  origine  delle  chiavi 
è  tutta  celeste,  ed  è  manifesta  la  im- 
mensa autorità,  di  cui  Gesù  Cristo 
soltanto  investì  il  principe  degli  a- 
postoli  e  primo  Pontefice  s.  Pietro 
come  fondamento  e  capo  della  Chie- 
sa universale.  E  siccome  nello  stile 
della  Scrittura  le  chiavi  sono  il  sim- 
bolo del  governo,  e  dell'autorità,  e 
il  regno  de'  cieli  indica  la  Chiesa  ; 
così  è  duopo  conchiudere,  che  Gesù 
Cristo  diede  a  s.  Pietro  il  primato 
di  onore,  e  di  giurisdizione,  tanto 
sopra  gli  apostoli,  che  sopra  tutta 
la  Chiesa  universale.  E  quindi  sicco- 
me questa  santa  società  non  può  sus- 
sistere senza  un  governo ,  così  è 
pur  forza  convenire,  che  i  Papi  suc- 
cessori di  s.  Pietro  godono  piena- 
mente della  stessa  di  lui  suprema 
autorità  per  divino  diritto,  e  in  vir- 
tù dell'  istituzione  di  Gesù  Cristo , 
come  osserva  Bergier. 

Adunque  non  è  cosa  fra  i  catto- 
lici più  celebre  e  veneranda  della 
promessa  di  Cristo  fatta  a  s.  Pietro 
di  dargli  le  chiavi  del  regno  de'cie- 
li,  ed  a  suo  tempo  adempiuta,  non 
solo  nella  persona  del  santo  aposto- 
lo, ma  anco  de'  successori  i  Ponte- 
fici romani,  a'  quali  di  mano  in  mano 
passa  la  cura  del  gi'egge  di  Cristo,  e 
il  governo  universale  della  Chiesa. 
Le  chiavi  del  cielo,  secondo  varie 
spiegazioni,  sono  di  più  sorte.  S.  A- 


CHI 

gostino  diede  questo  titolo  ali'  ora- 
zione nel  seimone  226  de  icmpore, 
mentre  dice:  Orado  j'tisli  clavis  est 
coeli.  In  un  simile  senso  parlò  di 
quelle  chiavi  s.  Ambrogio  nel  ser- 
mone de  jejunio  ci  qaadrag.,  dicen- 
do, eh'  erano  la  fede  viva,  ed  eccel- 
lente di  s.  Pietro.  Eucherio  ancora 
iieir  omelia  de  iialali  aposloloruin  , 
cercando  come  potesse  s.  Paolo  sen- 
za queste  chiavi  date  a  s.  Pietro 
penetrare  sino  al  terzo  cielo,  ris- 
ponde, che  chiavi  del  cielo  sono  i 
meriti,  e  le  virtù  cristiane  ;  le  qua- 
li chiavi  sono  comuni  ai  santi  e 
virtuosi,  e  ciascuno  può  adoperarle 
per  aprirsi  il  paradiso.  Altre  più 
particolari  chiavi  essendo  quelle,  che 
furono,  come  dicemmo,  da  Cristo 
date  a  s.  Pietro,  Giansenio  primo 
vescovo  di  Gand,  al  cap.  66,  della 
sua  Concordia  Evangelica,  il  Lin- 
dano  nella  Panoplia,  lib.  1 5,  cap. 
8*,  ed  il  Bzovio  lib.  18,  de  signis 
Ecclesiae,  cap.  i,  stimano  che  con 
i|uesta  metafora  di  chiavi  si  signi- 
lichi  quello,  che  si  fa  dal  padre  di 
famiglia,  o  dal  principe,  il  quale 
all'economo,  che  governa  la  casa, 
consegna  le  chiavi  delle  stanze  e 
delle  officine,  acciocché  possa  dis- 
porre ciò  che  conviene,  e  piovvede- 
re  a' suoi  tempi  alle  bisogna.  Così 
Ciisto  diede  le  chiavi  metaforiche 
del  governo  della  Chiesa,  eh'  è  casa 
e  famiglia  di  Dio,  a  s.  Pietro,  men- 
tre con  somma  podestà  lo  costituii 
suo  vicario  in  terra.  Il  Sandero,  de 
davi  David,  lib.  i,  vuole  che  la 
simihtudine  sia  presa  dall'  uffizio  dei 
portinari,  incarico  de' quali  è  l'apri- 
re ed  il  chiudere  le  porte  secondo 
il  bisogno  ;  ed  il  medesimo  signifi- 
cato si  dà  ad  esse  da  s.  Bernardo 
nel  serni.  69  sopra  la  Cantica,  men- 
tre dice  che  le  chiavi  di  s.  Pietro 
sono,  potestas  aperiendi  et  claudeu^ 


CHI  173 

di,  altpie  ìnter  excludendos  et  ad- 
miUendos  discretio  j  ma  o  sia  presa 
la  metafora  dagli  economi,  o  dai 
portinari,  sempre  la  medesima  po- 
destà di  s.  Pietro  si  significa,  non 
che  quella  de' Pontefici  suoi  succes- 

SOl'i. 

In  quanto  al  numero  delle  chia- 
vi di  s.  Pietro,  Mariano  Vittorio , 
de  Coiif.  lib.  IO,  e.  12,  ed  altri  dis- 
tinguono tre  chiavi.  La  chiave  della 
scienza,  della  potenza,  e  della  giu- 
risdizione. La  prima  significa  la 
podestà  di  dichiarare  le  cose  che 
sono  di  fede ,  e  si  chiama  chia- 
ve della  scienza,  a  similitudine  di 
quella ,  che  avevano  il  Pontefice 
o  sommo  sacerdote,  e  i  dottori  del- 
la legge  antica,  de'  quali  disse  Cri- 
sto al  capo  XI  di  s.  Luca:  Vae  vO' 
bis  legispcritis ,  qui  tulistìs  da  veni 
scientiae  etc.  La  chiave  della  pode- 
stà significa  la  virtù  coercitiva  di 
castigare  i  contumaci,  e  quella  della 
giurisdizione^  il  governo  ordinario , 
la  facoltà  di  dispensar  nelle  leggi , 
di  amministrar  i  sagramenti,  e  cose 
simili.  Per  questo  forse  s.  Pietro  si 
soleva  dipingere  con  tre  chiavi,  co- 
me ha  gli  altri  avverte  1'  autore  del- 
le Annotazioni  sopra  il  IV  libro  di 
s.  Pier  Damiani,  fondato  su  quelle, 
che  abbiamo  dalle  antichissime  me- 
morie. Di  fatti,  fuori  della  cappel- 
la della  Madonna  della  Bocciata  nel- 
le grotte  vaticane,  si  vede  il  mosai- 
co, che  stava  nell'  atrio  della  basili- 
ca sopra  il  sepolcro  di  Ottone  li 
imperatore,  rappresentante  il  Salva- 
tore con  s.  Paolo  alla  destra,  e  s. 
Pietro  alla  sinistra  con  tre  chiavi, 
che  pendono  dalla  sua  mano.  Que- 
sto è  stato  illustrato  dal  Torrigio , 
Grotte  vaticane,  p.  35,  dal  Ciam- 
pini,  de  sacr.  aedif.  lab.  XXV,  e 
da  Filippo  Dionisi,  Sacr.  Vat.  Bas. 
cryptaruni  niouumcnta,  tab.  X,  p.  24. 


174  CHI 

Nicolò  Alemanni,  De  Parielinis  La- 
teranensibus,  p.  55,  tab.  VII,  ri- 
porta da  un  codice  della  vaticana 
11.  699,  un'immagine  di  s.  Pietro 
con  tre  chiavi  in  mano,  e  ne  de- 
scrive un'altra  consimile  esistente  nel 
Triclinio  Leoniano,  tab.  Vili,  p.  56, 
in  pui  ecco  come  ne  spiega  il  si- 
gnificato :  Senserunt  majores  pote- 
statetn  illam,  quae  ad  conti nendarii 
in  officio  christ.  rentp.  petra  con- 
cessa est,  jure  suo  longe  lateque 
manarCj  extendique,  qiiuni  opus,  ad 
civilein  quoque  statum  teniperanduni  j 
qui  tum  opU'me  teniperatus  ordina- 
tusque  putalur,quuni  ne  laluni  quidcni 
ungueni  a  polestate  discedit,  qua 
una,  et  uno  aniniarum  bono  civile 
omne  negotiuni  metiCur  chrisliana 
religio.  Tertia  igitur  clavis  munus 
est  illudj  quod  ex  ligandi,  alque  sol- 
vendi  furo  consequilur,  nenipe  sae- 
cularia  ad  spiritualia  dirigendi.  Il  p. 
Teofìlo  Raynaud,  nel  t.  X  Oper.  in 
corona  super  mitram  Rom.  Pont. 
Praenot.  4,  nelle  tre  chiavi  ricono- 
sce simboleggiata  la  scienza,  il  po- 
tere, e  la  giurisdizione  pontificia. 

Tuttavolta  si  osserva,  che  l'unio- 
ne delle  tre  chiavi  può  attribuirsi 
ad  un  arbitrio  dei  pittori,  e  mosaici- 
sti, trovandosi  molti  inoni unenti  di 
s.  Pietro,  con  una,  e  con  due  chia- 
vi, riportati  dal  citato  Alemanni  p. 
68,  dal  Ciacconio  nei  sigilli  di  Vit- 
tore II,  e  di  Alessandro  II,  nel  t. 
I,  col.  807,  e  833,  da  Ant.  Fran- 
cesco Gori,  in  Forileg.  nocliuni  co- 
rylan.,  e.  8,  p.  81,  e  dal  p.  Meno- 
chio  nella  parte  VI  delle  Stuore  ec- 
cles.  p.  1 63.  Il  Cancellieri,  de  secre- 
tariis,  p.  44^}  l'i  porta  i  gloriosi  ti- 
toli attribuiti  dai  santi  padri,  e  scrit- 
tori ecclesiastici  a  s.  Pietro  per  l'uso 
di  queste  chiavi,  il  cui  simbolo  vie- 
ne eziandio  spiegato  diffusamente  dal 
p.   Agostino  Maccdo,  De  clavibus  Pe- 


CHI 
tri,  Koma  1 66 1 ,  et  in  Biblici.  Pont.; 
da  Roccaberti  t.  XII,  p.  1  1 2  ;  da  Stef. 
de  Ni  vi  bus,  de  davi  pontificia  Pa- 
tavii  1697;  da  Bonanni  t.  I.  JVu- 
niisni.  Pont.  p.  234,  ^^  ^^'j  ^  ^^^ 
Bollandisti  nel  t.  V  di  giugno  p. 
453. 

Oggidì  costantemente  viene  rap- 
presentato il  primo  Sommo  Ponte- 
fice s.  Pietro  con  due  sole  chiavi 
una  d'  oro,  1'  altra  d'  argento  ;  colla 
prima  vuoisi  spiegare  la  chiave  del- 
la potenza,  colla  seconda  quella  del- 
la scienza,  o,  come  dice  il  Molano, 
De  Imoginibus,  lib.  Ili,  capo  2 1 , 
quella  d'oro  significa  la  podestà  di 
fulminare  le  scomuniche.  Queste  due 
chiavi  sono  inoltre  chiamate  da  Teo- 
doro Studila,  nella  Catechesi  i5, 
Claves  intelligibiles,  cioè  chiavi  spi- 
ri tuali^  simbolo  delle  quali  erano 
quelle  chiavi  d'argento,  che  secon- 
do r  autorità  del  medesimo  Studita 
si  esponevano  alla  pubblica  veneia- 
zione.  Altrettanto  significavano  quel- 
le piccole  chiavi  d' oro,  che  antica- 
mente solevano  farsi  con  rinchiuder- 
vi entro  la  limatura  delle  catene  di 
s.  Pietro  [Vedi),  e  dai  romani  Pon- 
tefici si  mandavano  in  dono  a 'gran- 
di principi,  e  personaggi  distinti,  in- 
cludendovi ancora  alcuna  parte  del- 
le reliquie  insigni.  Si  legge  perciò 
nella  vita  di  s.  Leone  III,  che  es- 
sendo stato  pregato  da  Carlo  Mar- 
tello, re  di  Francia,  di  confermargli 
il  titolo  di  patrizio  romano  conferi- 
togli da  Gregorio  III,  il  Papa  gli 
mandò  le  chiavi  di  s.  Pietro,  e  lo 
stendardo  di  Roma.  Queste  chiavi 
però  erano  teche  con  reliquie,  e  non 
fu  che  la  congettura  di  alcuni  l'af- 
fermare che  fossero  le  vere  chiavi 
con  cui  si  aprivano  e  serravano  le 
porte  della  basilica  vaticana:  molto 
meno  davano  diritto  alcuno  sulla  ro- 
mana Chiesa,  e    sulla    sovranità    di 


CHI 

Roma,  come  pretesero  i  novatori  , 
confutati  dal  Bzovio  de  Roman. 
Pont,  appresso  il  citato  Roccaberti, 
t.  VII,  p.  ig,  meravigliandosi  che 
essi  ignorino  l'antico  rito  di  man- 
dare tali  donativi  in  segno  di  divo- 
zione ad  imperatori,  e  principi  cri- 
stiani, i  quali  non  ebbero  mai  di- 
ritto alcuno  sulla  Chiesa  Romana  , 
come  scrissei'o  altresì  il  Baronie  ad 
ann.  796,  n.  16,  e  il  Pagi  nella 
critica  in  Annal.  Baron.  ad  on. 
eunidem  n.  4- 

Niuno  però  meglio  del  Cenni  esa- 
minò questo  punto,  giacche  avendo 
il   p.   Orsi,    nella    sua    Dissertazione 
dell'origine  del  dominio,  e  sovrani- 
tà   de"  romani    Pontefici    sopra    gli 
stati    loro    temporalmente     soggetti, 
abbracciata  ropinione  di  alcuni  sul- 
le chiavi  mandate  da    Gregorio   III 
a  Carlo  Martello,  il  medesimo  Cen- 
ni nella  ristampa,  cui  fece  nel  1724 
di  detta  Dissertazione,  in   due  note 
che  vi    aggiunse ,    cos'i    la    discorre. 
La  prima  lettera  del  codice  Caroli- 
no, descritto  dal   Tegnagelio,  biblio- 
tecario   dell'  imperiai    biblioteca     di 
Vienna,  ove  si  conserva  sì    prezioso 
codice,  pubblicato  dal  Gretsero,  par- 
la delle    chiavi    mandate    da    Carlo 
Martello  in   questa  forma:   »  Ne  des- 
>»    picias  deprecalionem   meam ,    ne- 
>»   que  claudas  aurcs  tuas    a    poslu- 
»>    latione  mea.     Sic  non    tibi    prin- 
»   ceps    AposJolorum    claudat    coele- 
»   stia  regna.     Conjuro  te  in  Deum 
»   vivum  et  veruni,    et  ipsas    siicra- 
»    tissimas  claves  confessionis  b.  Pe- 
»»   tri,    quas  vobis  ad  regnum  dire- 
"   xiraus,  ut  non    praepouas    amici- 
"   tiam  regum   longobardorum  amo- 
»   ri  principis    Apostolorum  ".    Non 
altrimenti    si    legge    nel     Duchesne, 
che  ristampò  l' edizione  del  Gretse- 
ro,   e  così    lesse  il  Baronio    all'an- 
no 740,  num.   20,   in  due  esempla- 


CHI  175 

ri  di  essa  lettera,  della  quale  il  cita- 
to periodo  ha  dato  luogo  alle  in- 
terpretazioni di  molti  ed  eruditi 
uomini,  che  meritano  tutta  la  scu- 
sa, siccome  son  degni  di  somma  lo- 
de il  Lambeccio  ,  e  il  Genti  lotti, 
bibliotecari  anch'essi  come  il  Tegna- 
gelio, ma  molto  più  diligenti  ed 
esatti  osservatori  del  medesimo  co- 
dice, i  quali  con  poca  diversità  l'uno 
dall'  altro  lessero  il  Lambeccio  ad 
togam,  ed  il  Gentilotti  ad  rogiim, 
parole  ambedue  ciedute  indifferenti 
dal  Ducange,  il  quale  con  vari  esem- 
pi di  carte  e  monumenti  dei  bassi 
tempi ,  fa  vedere  che  si  adoperava 
per  supplica,  o  per  memoriale,  che 
vogliam  dire.  Or  si  emendi  sulla 
fede  di  questi  due  valenti  uomini 
un  errore  sì  universale,  e  sì  paten- 
te con  restituire  ad  rogum  in  luo- 
go di  ad  regnimi,  e  si  vedrà  come 
cammina  bene  l' intiera  sentenza. 

Propugna  dunque  il  Cenni,  che 
le  chiavi  in  questione  altro  non  fos- 
sero che  reliquie.  Che  le  chiavi  fos- 
sero di  due  specie,  lo  insegnano  s. 
Gregorio  I  in  molte  lettere,  e  s.  Gre- 
gorio di  Tours,  De  Glor.  Mart. 
cap.  28  :  il  primo  tratta  delle  chia- 
vi colla  limatura  delle  catene  di  s. 
Pietro,  solite  a  mandarsi,  come  di- 
cemmo, a  sovrani,  a  gran  perso- 
naggi, a  vescovi  rimoti,  ec,  e  l'al- 
tro parla  d' altra  maniera  di  chia- 
vi, che  così  descrive  :  "  Multi  et 
M  claves  aureas  ad  reserandos  can- 
»  cellos  beati  sepulcri  faciunt,  qui 
»  ferentes  prò  benediclione  priores 
»  accipiunt,  quibus  infirmitati  tribu- 
»  latorum  medeantur  ".  Ambedue 
le  maniere  di  chiavi,  come  è  pale- 
se, erano  sante  reliquie,  ma  soltan- 
to della  prima  sorte  ne  mandavano 
i  Papi  ai  personaggi  illustri,  perchè 
le  portassero  al  collo,  facendo  lare 
chiavi  d'oro,  in  cui    mettevano    la 


176  CHI 

limatura  delle  catene  di  s.  Pietro, 
e  dall'altare  di  questo  santo  cava- 
vano le  medesime  chiavi,  delle  qua- 
li riportano  la  forma  i  Bollandisli 
loco  citato.  E  a  consultarsi  Adriano 
I,  nel  lib.  5,  epist.  6,  per  vedere 
quali  termini  usò  affine  di  definirle 
del  sepolcro  di  s.  Pietro,  contenenti 
le  sagre  catene  e  venerabili  reliquie, 
Lat.  Conc.  t.  Vili  col.  958,  delle 
quali  espressioni  fece  uso  parimenti 
s,  Gregorio  VII  quando  nel  1079 
mandò  una  di  tali  chiavi  ad  Alfon- 
so re  di  Castiglia,  lib.  VII,  epist.  1. 
Conchiude  pertanto  il  lodato  Cenni, 
che  i  sovrani  non  ricevettero  dai 
Pontefici ,  se  non  che  di  tal  sorta 
di  chiavi.  A  questa  divozione  per  le 
chiavi  di  s.  Pietro,  si  può  aggiun- 
gere la  pietà  di  quelli,  riferita  da 
s.  Gregorio  di  Tours,  Miraculonun 
lib.  I,  cap.  28,  che  mandavano  chia- 
vi d'oro  al  sepolcro  di  s.  Pietro, 
per  ricevere  in  cambio  quelle  di 
ferro,  che  avevano  servito  al  me- 
desimo sepolcro,  e  tenerle  con  ve- 
nerazione e  divozione  come  reli- 
quie, per  le  quali  il  Signore  operò 
non  pochi  mii-acoli,  di  cui  ne  racconta 
il  citato  Torrigio  uno  avvenuto  nel 
589  avanti  il  re  de'  longobardi  Au- 
tari,  come  si  legge  a  pag.  i35.  Né 
qui  si  deve  passare  sotto  silenzio  il 
pio  costume  de'  primi  secoli  della 
Chiesa,  ne'  quali  i  principi  deposi- 
tarono l'omaggio  della  loro  vene- 
razione sulla  medesima  tomba  di  s. 
Pietro,  col  rendere  tributari  i  loro 
stati  alla  santa  Sede ,  deponendovi 
sopra  le  chiavi.  Quando  poi  Pipino 
re  di  Francia  nel  ySS  costrinse  Ai- 
stulfo  re  longobardo  a  restituire  alla 
Romana  Chiesa  l' esarcato  di  Ra- 
venna, mandò  a  Roma  le  chiavi , 
che  furono  collocate  sul  sepolcro  di 
s.  Pietro,  in  signuni  veri  ci  perpe- 
tui dominii. 


CHI 

La  presentazione  delle  due  chia- 
vi, una  d' oro,  l'altra  d'argento,  che 
il  Cardinal  arciprete  della  basilica 
lateranense  in  un  al  vicario  di  essa 
fa  ad  ogni  nuovo  Pontefice,  allorché 
ivi  si  reca  a  prendere  il  solenne  pos- 
sesso (  Fedi),  vuoisi  derivata  dal- 
l'antico  rito  misterioso  di  cingere 
in  tal  funzione  il  novello  Papa  con 
una  fascia  avente  pendenti  sette 
chiavi,  e  altrettanti  sigilli,  forse  rap- 
presentanti i  sette  doni  dello  Spirito 
Santo,  di  cui  l'eletto  Pontefice  doveva 
essere  rivestito,  e  i  sette  sagramenti  che 
doveva  amministrare,  ovvero  l'essere 
egli  r  agnello  dell' Apocalisse.  Ninno 
più  eruditamente  del  Cancellieri  scris- 
se sui  possessi  dei  Papi,  e  sulla  ce- 
rimonia delle  chiavi.  Egli  dice  per- 
tanto, che  talora  le  pi'esentarono  i 
canonici ,  e  talora  il  vicario  della 
basilica  in  mancanza  dell'  arciprete; 
e  che  fiu'ono  presentate  in  un  ba- 
cile pieno  di  fiori,  figurando  pure  le 
chiavi  delle  porte  della  basilica,  l'una 
d'oro,  e  l'altra  d'argento,  con  cor- 
done tessuto  d'oro,  e  d'argento,  con 
due  fiocchi  simili  intrecciati  con  fiori 
tessuti  di  seta,  e  di  oro.  Il  gesuita 
lionanni,  Numismala  Ponlif.,  t.  II, 
p.  788,  in  una  dissertazione  sul  ri- 
to di  presentare  al  Pontefice  le  chia- 
vi della  basilica  lateranense,  con- 
chiude ,  che  il  principio  di  questo 
rito  sia  incomincialo  per  lo  meno 
dal  tempo  di  Pasquale  II,  nel  1099, 
dappoiché  descrivendo  Pandolfo  da 
Pisa,  suddiacono  apostolico,  l'elezio- 
ne di  detto  Papa,  presso  il  Baro- 
nio  all'anno  iioo,  dice  che  porta- 
to questo  alla  basilica  lateranense, 
»>  baltheo  succingitur  cum  septem 
»  ex  eo  pendentibus  clavibus,  et 
>i  septem  sigillis,  a  quo  sciai  se  se- 
»>  cundum  septiformem  Spiritus  San- 
>i  cti  graliam ,  sanctarum  ecclesia- 
»  rum,  quibus  Dco  auctore  praeest 


CHI 
>i  regimini,  in  claudendo,  aperiendo- 
5!  qiie  tanta  ratione  procedere  de- 
«  bere  ,  quanto  solcrtius  id  quod 
»  inlenditur  operatnr".  In  fatti  nel 
cerimoniale  compilalo  in  tempo  di 
Celestino  III,  verso  l'anno  1 191 ,  da 
Cencio  Savelli  poi  Pontefice  Onorio 
111,  eh' è  il  XII  nella  raccolta  defi,li 
Ordini  Romani  pubblicati  dal  Ma- 
billon,  come  nelTaltro  che  è  il  XIII, 
fatto  per  ordine  di  Gregorio  X  cir- 
ca l'anno  1271,  alti-ettanto  con  po- 
co divario  viene  prescritto:  »  ubi 
»  (nella  basilica  lateranense)  prior 
"  basilicae  s.  Laui'cntii  de  palatio 
'»  dat  ei  ferulam,  quae  est  signum 
>i  regiminis  et  correctionis ,  et  cla- 
»  ves  ipsius  basilicae,  et  sacri  late- 
"  ranensis  palatii ,  quia  speciali  ter 
M  Petro  principi  apostolorum  data 
»  est  potestas  claudendi  et  aperien- 
»  di,  et  ligandi  atque  solvendi  ,  et 
>y  per  ipsum  apostolum  omnibus 
>■>  Romanis  Pontifjcibus.  Et  cum  ipsa 
»  ferula,  et  clavibus  accedi t  ad  al- 
'>  teram  sedem  similem  (una  delle 
»  tre  sedie  porfìretiche  ove  il  Papa 
:ì  sedeva)  et  ejusdem  lapidis,  et  tunc 
-•»  reddit  eidem  priori  tam  ferulam, 
«  quam  ipsas  claves  ".  Del  qual  ri- 
to, e  delle  quali  chiavi  tratta  anche 
il  Garampi  nel  Sigillo  della  Gar- 
fagnanUj  alle  pag.  102,  io6  e 
107. 

Sebbene  questo  autore  asserisca  , 
che  il  Papa  teneva  in  mano  le  chia- 
vi soltanto  in  detta  circostanza,  ve- 
diamo le  statue  di  Bonifacio  Vili, 
e  di  Benedetto  Xll  nelle  grotte  va- 
ticane, tenenti  nella  mano  sinistra 
le  due  chiavi  papali  ;  ed  inoltre 
abbiamo  nella  vita  di  Bonifacio  Vili, 
clic  allorquando ,  mentre  stava  nel 
palazzo  apostolico  di  Auagni,  intese 
che  nel  i3o3  Nogaret,  con  Sciarra 
Colonna  ed  altri  partigiani  di  Fran- 
cia, ad  armata  mano  si  voleano  prc- 

VOL.    XI. 


CHI  177 

sentare  a  lui ,  egli  si  fece  trovare 
vestito  pontificalmente,  col  triregno 
in  capo,  e  colle  chiavi  della  Chiesa 
incrocicchiate  in  mano.  Ed  inoltre, 
siccome  fino  dagli  antichi  tempi  il 
segno  delle  chiavi  fu  frequente  per 
denotare  la  sovranità  ed  autorità 
pontificia,  lo  stesso  Garampi,  citato 
dal  Bolgia,  Memorie  ist.  t.  Il,  p. 
289,  avverte  alla  pag.  108,  che  nei 
libri  dell'archivio  segreto  vaticano, 
fra  le  spese  del  rettore  pontificio 
di  Benevento  fatte  nel  i33i,  sene 
nota  una  »  prò  XII  biretis  novis, 
»  et  uno  cappello  prò  servientibus 
»  curiae  de  panno  rubeo  cum  cla- 
"  vibus  Ecclesiae  Romanae ,  ed  a 
»  pag.  I  09  dice,  che  in  un  inventa- 
"  rio  del  i339  si  fa  menzione  di 
»  panni  XIV  de  serico  prò  paran- 
"  dis  cappella  seu  consistorio,  quo- 
"  rum  campus  est  viridis  coloris , 
"  seminalis  ibidem  armis  Romanae 
»  Ecclesiae  sub  figura  circulari  Bo- 
»  nifacii  PP.  Vili,  et  regum  Fran- 
»  ciac  et  Angliae  "  :  in  altro  del 
1371  si  legge:  »  tres  cortines  de 
»  sindone  rubea ,  folrate  alia  sin- 
»  done  viridi ,  quarum  altera  est 
»  ad  arma  Eccl.  rom.  ,  scilicet 
»  ad  claves  ";  e  finalmente  in  altro 
libro  di  simili  spese  del  i328,  si 
dice ,  che  »  consuctum  est  facere 
»  cialfardas  seu  biretos  panni  ru- 
»  bei,  cum  signo  Romanae  Ecclesiae 
"  servientibus  voctitis  de  cialfarda  ". 
De'  quali  cilFardi  parla  il  mentova- 
to Borgia,  loco  dialo,  chiamandoli 
Cijfardi  Clavcsegnati.  Il  Macii  poi 
riporta ,  che  Clavesìgnati  vennero 
anticamente  chiamati  i  soldati  del 
Papa,  perchè  difendevano  la  giuris- 
dizione della  Chiesa,  portando  negli 
stendardi,  e  nelle  sopravvesti  il  se- 
gno delle  pontificie  chiavi ,  e  cita 
il  Riccard,  ad  ann.  1228,  che  descri- 
vendo i  soldati  dell'esercito  adunato 
12 


178  CHI 

da  Gregorio  IX,  couli-o  Fetlorioo  II, 
dice  :   Clavium  signa  gercbant. 

Che  le  chiavi  pontifìcie  sieno  stale 
prese  dalla  Chiesa  Romana  per  sua 
propria  divisa ,  si  rileverà  ancora 
dalle  seguenti  testimonianze.  Aven- 
do Innocenzo  III  spedito  a  Calo- 
giovanni  re  de'  bulgari  il  vessillo 
di  s.  Pietro,  notò,  come  leggesi  nel- 
le sue  lettere  presso  il  Ilinaldi ,  al- 
l'anno 1204,  n.  36,  che  un  tal  ves- 
sillo M  praetendit  non  sine  mysterio 
«  crucem  et  claves,  quia  b.  Petrus 
>»  apostoluSj  et  crucem  prò  Christo 
>'  sustinuit ,  et  claves  a  Christo  su- 
»  scepit  ".  Quindi  nel  mosaico  del- 
l'abside vaticana  fatta  dal  medesimo 
Innocenzo  IH,  vedevasi  »  mulieris 
■•>  effigies  manicata  veste  usque  ad 
w  talos  demissa  induta ,  ac  super 
»  humeros  birrum  vulgo  mozzetta 
»  deferens  ;  caput  quodain  bireto , 
«  veluti  ducali  corona ,  redimitum 
«  habel;  in  dextera  manu  hastam, 
«  in  summitate  cruce  insignitam, 
«  gestat,  ad  cujus  pedem  vexillum 
«  volutal,  in  quo  duae  claves  expres- 
»  sae  cernuntur  ;  altera  vero  manu 
)■<  librum  ad  pectus  stringit.  Quid 
«  per  hanc  denotetur  flguram,  ap- 
«  positae  ibi  liltercC  demostrant,  sci- 
»  licet  Ecclesia  Romana  ".  Così  de- 
scrive il  Ciampini ,  De  sac.  cedìf. 
cap.  IV.  Innocenzo  IV,  dopo  di  aver 
ricevuto  nell'anno  1 248  sotto  l' im- 
mediata sua  tutela  uno  spedale  del- 
la diocesi  morinense ,  gli  concesse 
per  insegna  sìgnutn  clavis  b.  Petro 
a  Domino  Salvatore  nostro  collatcCj 
acciò  fosse  il  segnale  "  quod  idem 
»  hospitale  ad  jus  et  proprielatem 
»  b.  Petri  nullo  mediante  pertineat". 
Merita  qui  ricordarsi  un  diploma 
che  nel  1  3  1 6  concesse  ai  Viterbesi 
Bernardo  di  Cucujaco,  vicario  del 
patrimonio  di  s.  Pietro,  esistente  nel- 
l'archivio segreto  di  Viterbo,  ripro- 


CHI 

dotto  malamente  dal  Bussi,  p.  4'^» 
col  quale  concesse  loro  »>  ultra  ar- 
»  ma  vestra  propria,  qua?  habetis, 
>»  scil.  leonem  cum  palma,  vexillum 
5j  et  insignia  Romanae  Ecclesia?  pro- 
»  pe  ipsum  leonem  ";  e  nel  diplo- 
ma stesso  fu  espressa  in  miniatura 
la  detta  insegna,  che  consiste  in  vmo 
stendardo  i-osso,  il  quale  svolazza  e  fini- 
sce con  due  code,  e  da  una  gran  croce 
bianca  viene  diviso  tutto  in  quattro 
parti,  e  in  ognuna  vedesi  una  chia- 
ve bianca.  In  progresso  di  tempo  i 
romani  Pontefici  concessero  l' inse- 
gna delle  chiavi  a  città,  istituti,  cor- 
porazioni ec,  e  Nicolò  V  eletto  nel 
1447  ^""  volle  usare  nel  suo  pon- 
tificato di  altre  insegne  gentilizie , 
senonchè  delle  chiavi  di  s.  Pietro 
messe  in  croce.  Indi  poco  a  poco 
furono  adottate  dalle  famiglie ,  che 
ebbero  un  Papa  inserendo  ne'  loro 
stemmi  (^Vedi)  e  sigilli  le  chiavi  in- 
crociate, e  sovrastate  dal  padiglione, 
che  è  pure  l' insegna  della  Chiesa 
Romana  ;  come  ancora  venne  posto 
il  triregno  sulle  chiave  incrociate , 
una  d'oro,  e  l'altra  d'argento,  riu- 
nite talvolta  con  un  cordone  d' oro 
con  fiocchi;  insegna,  che  si  colloca 
su  tutte  le  cose  appartenenti  ai  Pon- 
tefici ,  ed  alle  loro  arme  gentilizie , 
non  che  alla  sede  apostolica ,  alle 
basiliche  patriarcali  di  s.  Gio.  in 
Laterano,  di  s.  Pietro ,  di  s.  Maria 
Maggiore  ec. 

Anche  nelle  monete  battute  dai 
Papi  nel  secolo  XIV  si  vedono  per 
insegna  le  chiavi ,  come  riporta  il 
Fioravanti,  Denar,  Pontif.  pag.  4^^> 
e  nel  sigillo  della  curia  pontificia 
del  contado  Venosino  dell'anno  i3o6 
v'  erano  da  una  parte  »  iinpressac 
»  duae  claves  cancellata;  ".  Osserva 
il  Borgia ,  Memorie  istorichc  della 
Pontificia  città  di  Benevento  ,  t.  II, 
p.   287,  il  singoiar  pregio  di  Bene- 


CHI 

vento,  cioè  che  Ira  tutte  le  città 
possedute  dalla  Santa  Sede ,  e  che 
aveano  il  privilegio  della  zecca,  nin- 
na coniò  moneta  colle  chiavi  della 
Chiesa  prima  di  Benevento,  anzi 
neppure  gli  stessi  Papi,  quantunque 
la  loro  zecca  sia  antichissima,  men- 
tre le  prime  monete  pontificie  col 
segno  delle  chiavi  incominciano  do- 
po Benedetto  XI  eletto  nel  i3o3. 
In  sede  vacante,  come  dicemmo  al- 
l'articolo Camerlengo  [Fedi),  questi 
conia  le  monete  d'oro  e  di  argento 
col  proprio  stemma  gentilizio,  e  con 
quello  della  camera  apostolica ,  che 
sono  due  chiavi  incrociate,  sotto  il 
padiglione  della  Chiesa  Romana.  Non 
riuscirà  discaro  che  qui  si  avverta, 
che  fra  quelli,  i  quali  nella  medesi- 
ma sede  vacante  coniano  medaglie 
per  aver  accesso  al  conclave ,  uno 
è  il  maresciallo  del  conclave  [F'edi), 
siccome  custode  di  esso,  e  delle  chia- 
vi esterne,  per  cui  nel  suo  stemma 
pone  lateralmente  due  chiavi  d'ar- 
gento, le  quali  in  sua  morte  si  pon- 
gono anche  a'  piedi  del  di  lui  ca- 
davere ,  qual  segno  del  suo  uffizio  ; 
e  siccome  dall'origine  del  conclave 
fino  al  1^12  la  famiglia  Savelli  avea 
esercitato  tal'  insigne  carica  ,  donde 
passò  nella  Chigi,  così  il  duca  Sfor- 
za Cesarini,  erede  del  cognome,  del- 
le proprietà,  e  dell'  insegne  di  quel- 
la nobilissima  prosapia,  nel  suo  stem- 
ma gentilizio,  usa  le  chiavi  del  ma- 
resciallato del  conclave. 

Finalmente ,  che  le  chiavi  sieno 
segno  di  sovranità,  lo  abbiamo  dal 
vedersi  piesentale  formalmente  a'mo- 
narchi  nel  loro  ingresso  nelle  città 
suddite,  ed  agli  stessi  Sommi  Pontefici 
quando  si  recano  in  alcun  luogo,  o 
città  del  loro  dominio,  o  a  visitare 
le  fortezze  di  esse,  come  avvenne  di 
quelle  di  Castel  s.  Angelo,  e  di  Ci- 
vitavecchia ,   per  non  dire  di  altre  ; 


CHI  179 

mentre  quando  il  Pontefice  prende- 
va il  possesso  con  nobile  cavalcata, 
nell'asccndcre  il  Campidoglio,  ivi  il 
senatore  di  Roma  in  un  bacile  gli 
presentava  le  chiavi  dello  stesso  Cam- 
pidoglio. Il  Cardinal  Albornoz  nel 
1 367  presentò  in  Viterbo  a  Papa 
Urbano  V  più  carri  pieni  di  chiavi 
delle  città,  e  castelli  da  lui  ricupe- 
rati al  dominio  della  Santa  Sede,  e 
di  già  lo  stesso  Urbano  V  aveva  ri' 
cevuto  a  Corncto  dai  deputali  del 
popolo  romano  la  presentazione  for- 
male delle  chiavi  di  Castel  s.  Angelo. 
Cesi  quando  Alessandro  V  ricuperò, 
nel  1 4  '  o  j  'a  signoria  di  Roma ,  i 
romani  gli  mandarono  a  Bologna , 
ove  trova  vasi ,  le  chiavi  delle  porle 
della  città ,  i  sigilli ,  e  lo  stendardo 
del  popolo  romano  ;  e  quando  nel 
i5i%  Adriano  YI,  eletto  a.ssente  dal 
conclave ,  fece  per  la  porta  di  san 
Paolo  il  suo  ingresso  in  Roma ,  ivi 
il  senatore,  e  i  conservatori  di  Roma 
gli  presentarono  le  chiavi  di  tal  por- 
ta. /^.  Nicola  Boerio ,  De  custodia 
claviuni  porlarwn  civilatuntj  in  to- 
mo XVI,  Tract.  jiir.  univ.  p.  281; 
Lor.  Rice.  Molin,  De  clavihus  vete- 
rani ,  Upsalae  i  G84  ;  Sallengre  in 
tom.  Ili ,  pag.  800  ,  Thes.  ;  Mich. 
Anf  de  la  Chausse ,  De  clavibus , 
tom.  Xll,  Thes  Graevi,  p.  929.  In 
oltre  Chrisliano  Goltlieb  Schwarzio 
scrisse  :  De  diis  clavigeris  ethnico- 
runìj  Alterdorfii    i528. 

CHICHESTER  (Gcestria).  Città 
vescovile  dell'  Inghilterra,  capoluogo 
della  contea  di  Sussex,  situata  sulla 
piccola  riviera  di  Lavant  presso  al- 
la sua  imboccatura,  nella  baja  di 
Chichestcr,  che  corrisponde  coi  ca- 
nali di  Arundel,  e  Portsmouth,  i 
quali  ne  facilitano  il  suo  importan- 
te commercio.  E  cinta  di  mura  ro- 
vinose, ha  una  bella  e  vasta  catte- 
drale di  architettura  gotica,  sormon- 


i8o  CHI 

tata  da  un'alta  toi-re.  Fra  gli  al- 
tri edifìzi  degni  di  particolare  men- 
zione, conta  il  palazzo  vescovile,  quel- 
lo della  città  ec.  Questa  città,  che 
ha  il  titolo  di  contea,  fu  chiamata 
anticamente  Rcgnum,  dai  regni  che 
ne  posero  le  fondamenta,  e  qualche 
autore  crede,  eh' essa  occupi  il  luogo 
di  una  stazione  romana,  anche  pe- 
gli  avanzi  di  un  tempio,  i  quali  vi 
si  scuoprirono  nel  lyaS.  Dopo  es- 
sere stata  saccheggiata.  Cessa  II,  re 
de'  sassoni  o  di  Sussex,  avendola 
rifabbricata,  le  diede  il  nome,  che 
porta,  e  la  fece  capitale  del  suo  l'egno. 
In  progresso  divenne  residenza  dei 
re  sassoni  meridionali ,  e  sotto  il 
regno  di  Guglielmo  //  ConquistalorCj 
verso  l'anno  1070,  vi  si  trasportò 
la  sede  episcopale  di  Selsey,  che  era 
stata  eretta  da  Cedwal  nell'  isola  di 
questo  nome,  ora  dal  mare  quasi 
interamente  inghiottita.  Fu  sufFra- 
ganea  della  meli'opoli  di  Gantorbeiy. 
Nel  1180  sotto  Riccardo  I  soggiac- 
que ad  un  furioso  incendio  ,  che 
interamente  la  distrusse.  Oi"a  i  cat- 
tolici di  Chichester  sono  sotto  la  giu- 
risdizione del  vicario  apostolico  del 
distretto  di  Londra,  e  la  città  ha 
il  diritto  di  mandare  due  deputati 
al  parlamento. 

CtUEMSEk  {C/ikmmm).  Città 
vescovile  della  Baviera ,  situata  in 
una  delle  tre  isole  del  la^o  Chiem- 
sea ,  anticamente  Bayerisckcinsec  , 
nel  circondario  dcU'Iser,  fra  Salisbur- 
go e  Monaco,  avente  sette  leghe  circa 
di  circuito.  Il  Pontefice  Innocenzo 
III,  neli2i4)  per  le  istanze  dell'ar- 
civescovo di  Salisburgo  Everardo, 
e  a  cagione  dell'ampiezza  della  sua 
diocesi,  eresse  un  vescovato  suflVa- 
ganeo  alla  metropolitana  di  Salisbur- 
go, a  cui  poscia  venne  unito.  Lo 
stesso  Everardo,  benemerito  di  tal 
fondazione,    ne  lasciò  la  uoinìua  ai 


CHI 

successori,  ma  col  diritto  di  esigere 
il  giuramento  di  fedeltà,  il  che  ven- 
ne confermato  nel  i568  con  decreto 
imperiale.  La  cattedrale  di  Chiem- 
sea,  dedicata  al  ss.  Salvatore,  ed  a  s. 
Sebastiano,  aveva  il  capitolo  di  ca- 
nonici regolari  di  s.  Agostino,  il 
monistero  de'  quali  era  stato  prima 
dipendente  dal  vescovo  di  Metz. 

CHIERANO  (s.).    V.  Ciienerino. 

CHIERICA,  o  CHERICA.  Rasu- 
ra rotonda,  che  si  fanno  i  chierici 
dei  capelli  [Vedi)  in  sul  cocuzzolo 
del  capo.  V^.  Tonsura.  Anticamente 
i  Cardinali  nuovi  per  farsi  la  pri- 
ma chierica  doveano  servirsi  dell'a- 
iutante di  camera  del  Cardinal  ni- 
pote, e  nelle  camere  di  questo.  Nei 
Diari  del  maestro  di  cerimonie  Pa- 
ride de  Grassis,  de' 21  dicembre 
i5oo,  si  legge  descritto  quest'uso: 
Coronas  autem  nisi  in  die  qua  ad 
concistoriuni  ire  debent,  vel  in  die 
anteriori,  non  debent  sibi  facere  la- 
tas  Cardinales.  Ma  in  progresso  di 
tempo,  fu  stabilito  farsi  questa  chie- 
rica nel  giorno  del  concistoro  d«illa 
creazione  o  pubblicazione ,  quando 
il  novello  Cardinale  si  reca  nelle 
stanze  del  Cardinale  nipote ,  o  del 
Cardinal  segretario  di  stato,  per  es- 
sere da  lui  accompagnato  a  ringra- 
ziare il  Papa,  e  ricevere  dalle  sue 
mani  la  mozzetta,  e  la  berretta  ros- 
sa. Ora  però  la  chierica  se  la  fanno 
fai'e  i  Cardinali  nuovi  dal  loro  bar- 
biere, e  più  grande  della  preceden- 
te, e  nel  recarsi  dal  Cardinale  men- 
zionato ,  lasciano  al  cameriere  la 
fascia,  e  il  cappello  che  usavano, 
assumendo  allora  la  fascia,  e  cap- 
pello usuale  Cardinalizio:  pagano  poi 
al  medesimo  la  propina  di  scudi 
venti,  come  se  realmente  loro  facesse 
la  cherica,  giusta  l'anlicu  consuetu- 
dine. V.  Nola  degli  emolumenti,  ec, 
che  devono   dare    i   novelli    Cardi- 


CHI  .                 CHI                  i8i 

nati,   a   seconda'  del   nuovo   piano  fa  menzione  del  chierico,  e  dell'  ar- 

di  rifonna,  dalla    quale  si    conosce  cichierico.    Di    questo    arcichiericato 

che  anticamente    la    detta   propina  egli  ti-atta    alle   pag.    208,    278,    e 

era  molto  maggiore.  274.   Osserva  il    Macri    alla    parola 

CH1ERICA.TO,  CHERICA.TO,  o  Clericus,  che  anticamente  molti  ab- 
CLERICATO  (Clericatus).  Ordine  bracciavano  tale  stato  non  per  di- 
chiericaie,  università  di  chierici,  che  vozione,  o  servigio  delia  Chiesa,  ma 
dicesi  anche  Clero  [Vedi).  Nel  chic-  per  essere  esenti  dagli  aggravi  e 
ricato  vi  sono  diversi  gradi,  dappoi-  tributi ,  o  per  non  essere  costretti 
che  col  nome  di  chierico  si  com-  di  andare  alla  guerra.  Laonde  di- 
prendono tulte  le  persone,  che  pel  poi  la  congregazione  dei  vescovi 
loro  stato  sono  consagrate  al  servi-  decretò,  non  dovere  il  clero  eccede- 
gio  divino,  dal  semplice  tonsurato  re  il  numero  necessario  al  servigio 
sino  ai  prelati.  I  gradi  pertanto  del  della  Chiesa,  per  non  pregiudicare  i 
chiericato  sono  :  i."  lo  stato  di  laici  poveri.  Ecco  come  si  espresse 
semplice  tonsurato;  2.°  quello  di  il  concilio  di  Trento  sulle  qualità, 
coloro,  i  quali  hanno  ricevuto  i  che  debbono  avere  quelli,  i  quali 
quattro  ordini  minori,  come  gli  bramano  essere  ammessi  alla  pri- 
ostiari,  i  lettori,  gli  esorcisti,  e  gli  ma  tonsura,  e  al  chiericato,  sess. 
accoliti;  il  3."  comprende  quelli,  24,  cap.  4=  ^c  quibus  probabilis 
che  sono  negli  ordini  maggiori  ,  conjectura  sit,  eos  non  saecularis 
come  sarebbono  i  suddiaconi,  i  dia-  fndicìi  fraude,  sed  ut  Deo  Jldelem 
coni  ,  e  i  preti  ;  il  4-"  fìnalmen-  cultuni  praestent,  hoc  vitae  genus 
te  si  compone  dei  vescovi,  degli  ar-  elegisse  .  Quindi  il  p.  Ledesma , 
civescovi,  e  di  tutti  quelli,  la  cui  tom.  IL  De  Sacr.  ad  e.  7,  conci.  3, 
dignità  è  al  di  sopra  del  sacer-  è  di  sentimento,  che  pecchi  colui, 
dozio.  Questi  quattro  gradi  formano  il  quale  abbia  animo  nell' ordinarsi 
la  gerarchia  ecclesiastica  (  Vedi),  di  non  passare  avanti  negli  ordini 
Vuoisi  che  i  monaci  fossero  chia-  sagri ,  ma  solamente  lo  faccia  per 
mali  al  chiericato  dal  Pontefice  san  godere  del  privilegio  del  foro.  Sono 
Siricio,  elevato  alla  cattedra  aposto-  anco  ripresi  da  s.  Gregorio  Magno 
lica  nell'anno  385,  il  quale  permi-  coloro,  che  abbracciano  lo  stato 
se  ad  essi  di  ricevere  l'ordine  sacci*-  chiericale,  per  ottenere  beni  eccle- 
dotale .  Difatti  si  legge  nella  epi-  siastici,  rassomigliandoli  alle  turbe, 
stola  63,  §  66  di  s.  Ambrogio,  che  le  quali  seguirono  il  Salvatore,  per- 
i  monaci  cominciarono  ad  ordinarsi  che  avea  miracolosamente  moltipli- 
sacerdoti  sulla  fine  del  quarto  seco-  cato  il  pane.  In  Job.  cap.  3o.  San 
lo,  essendo  s.  Atanasio  il  primo,  Girolamo  scrivendo  a  Nepoziano, 
che  dallo  stato  monacale  diede  sa-  nella  ep.  3,  piange  lo  stato  misera- 
cerdoti  al  clero  alessandrino,  nella  bile  di  costoro, 
qual  cosa  fu  imitato  neh'  occidente  Quanto  poi  sia  necessaria  allo  sta- 
da  s.  Eusebio  vescovo  di  Vercelli.  to    chiericale    la    dottrina    sagra,   si 

Nella  Sabina  Sagra  di  Speran-  rileva  ancora  dal  chiamarsi  antica- 
dio,  fra  i  ministri  ecclesiastici  della  mente  Clericatuni  la  scienza  delle 
chiesa  Foronovana  fondata  dal  prin-  sagre  Scritture  ;  anzi  Chierici  (  /Re- 
cipe degli  apostoli,  e  prima  sede  di)  erano  nominati  i  dottori,  i  Sa- 
de'vescovi  suburbicari  di  Sabina,  si  pienti.   F.    S.  Ilieronymi,  Epist.  de 


iBa  CHI 

vita  clericorum ,  et  sacerdotum,  Ro- 
mae    i74'- 

CHIERICT,  o  CHERICHETTI. 
Serventi  delle  chiese ,  e  de'  loro 
superiori,  non  insigniti  per  lo  più 
d'ordine  alcuno,  che  vestono  collare, 
sottana,  e  calze  nere,  e  la  cotta. 
Taluni  però  incedono  con  sottana 
d'una  forma,  e  di  un  colore  parti- 
colare ,  proprio  delie  consuetudini 
delle  singole  chiese  cui  appartengo- 
no, ed  esei'citano  uffizi  minori,  co- 
me la  nettezza  di  esse,  l'ornare  gli 
altari,  servire  la  messa,  assistere  alle 
sagre  funzioni,  ed  altro.  Il  Piazza 
nella  sua  Gerarchia  Cardinalìzia 
pag.  333,  dice  che  i  chierici  minori 
destinati  al  servizio  delle  messe,  fu- 
rono da  Anastasio  chiamati  Carnilli. 
Con  questo  nome  i  romani  chiamava- 
no quei  giovanetti  ingenui,  i  quali  ser- 
vivano ne'sagrifizi  ai  Flamini  Diah. 

CHIERICI  DI  Camera.  Collegio 
Prelatizio.  Si  compone  di  prelati 
di  mantelletta,  che  sono  dei  primari 
della  santa  Sede ,  per  le  cospicue 
cariche  esercitate  da  essi.  Vestono 
la  sottana,  la  fascia,  la  .mantelletta, 
il  collare,  e  le  calze  di  seta  pao- 
nazza, del  qual  colore  e  specie  è 
il  fiocco  del  cappello,  con  rocchetto. 
Neil'  inverno  la  sottana,  e  la  man- 
telletta sono  di  panno,  mentre  la 
cappa  di  saia  pur  paonazza  è  fode- 
rata in  tale  stagione  di  pelli  di  ar- 
mellini,  e  in  altri  tempi  di  seta 
cremisi;  ma  nelle  Cappelle  Papali , 
([uando  i  Cardinali  assumono  i  pa- 
ramenti sagri,  essi  invece  della  cappa 
sul  rocchetto,  assumono  la  cotta, 
facendo  l' uffizio  di  chierici. 

La  loro  origine  rimonta  al  XII 
secolo,  e  deriva  dall'essere  stali  pri- 
mari ed  intimi  famigliari  del  Sommo 
Pontefice,  a  cui  nel  palazzo  aposto- 
lico prestiirono  servigio,  donde  ven- 
nero chiamati  »  Procuratori  del  pa- 


CHI  ^_ 

»  trimonio  di  s.  Pietro,  cappellani  ^H 
>j  del  Papa,  consiglieri  del  Papa, 
»  e  consiglieri  della  camera  Aposto- 
»  lica,  "  e  più  comunemente  Chie- 
rici di  Camera,  Clerici  Cainercej 
per  distinguerli  dagli  altri  chierici 
addetti  al  servigio  delle  chiese  di 
Roma.  Si  chiamò  udienza  della  ca- 
mei'a ,  ed  udienza  del  Pontefice 
quella,  ch'egli  dava  particolarmente 
nella  sua  camera ,  trattandovi  gli 
affari  con  alcuni  prelati  domestici,  i 
quali  per  ciò  si  chiamavano  Chierici 
della  camera  apostolica,  quasi  eletti 
a  stare  nella  camera  dello  stesso 
Pontefice.  Quindi  si  fa  menzione 
nel  tom.  I,  pag.  2  3  degli  Archiatri 
del  Marini ,  di  Berengario  de  Su- 
curseto,  nel  Venaissino  ,  chierico  di 
camera,  e  vice-camerlengo  di  Papa 
Gregorio  X,  ai  ic)  luglio  1274- 
Inoltre  si  legge  presso  lo  stesso  au- 
tore, e  a  pag.  3c) ,  che  alcuni  per- 
sonaggi aveaiio  la  qualifica  di  con- 
siglieri de' Papi,  detti  il  piìi  delle 
volte  della  camera  apostolica,  e  che, 
secondo  Anastasio  bibliotecario  eil 
altri',  nei  secoli  precedenti  VI,  VII 
ed  Vili,  alcuni  portarono  il  titolo 
di  consiglieri  della  Sede  apostolica, 
e  de'  sommi  Pontefici. 

Questi  chierici  di  camera  nei 
primi  tempi  non  avevano  determi- 
nate incumbenze,  ma  solo  quelle, 
che  commettevano  ad  essi  i  Ponte- 
fici. Però  più  particolarmente  veni- 
vano esercitati  negli  affari  concer- 
nenti il  fìsco,  il  tesoro  pontifìcio,  e 
i  dominii  della  Chiesa  romana,  per 
cui  incominciarono  a  trattare  le  cose 
presiedute  dal  Cardinal  camerlengo. 
Altra  testimonianza  certa  della  loro 
esistenza  anche  nei  primi  del  secolo 
XIV,  l'abbiamo  nel  protocollo  degli 
atti  del  contado  Venaissino,  dominio 
della  sede  Apostolica,  e  rogati  negli 
auui   i3o2    e   i3o3,    nel  pontificalo 


CHI 

di  Bonifacio  \HI,  dal  barone  Al- 
cotti  iiotaro  della  curia  del  medcsi- 
iiio  contado,  ed  esistente  nell'archi- 
vio valicano  :  Magisler  Mnlhias  de 
Theaie  clericux  Domini  Papce.  Ac- 
cresciutesi progressivamente  le  mol- 
tiplici  ingerenze  del  Cardinal  camer- 
lengo della  santa  romana  Chiesa, 
massime  sulla  esigenza  delle  tasse, 
delle  oblazioni,  dello  decime,  dei 
censi,  della  battitura  delle  monete 
ec. ,  e  venendo  il  medesimo  Cardi- 
nale di  frequente  fregiato  della  di- 
gnità vescovile,  nei  primordii  del 
secolo  XIV,  incominciò  egli  a  pre- 
valersi dell'  opera  dei  detti  chierici 
assistenti  al  Pontefice,  incaricandoli 
di  parziali  incumbenze,  tanto  per 
Ja  diligente  custodia  delle  robe  ap- 
partenenti al  Papa,  ed  alla  sua  ca- 
mera apostolica  [Vedi),  quanto  alle 
rendite  spettanti  alla  santa  Sede, 
giacché  a  quell'epoca  per  anco  non 
ei'asi  stabilito  il  tribunale  camerale,  ed 
i  chierici  di  camera  non  erano  che  tre. 
In  tal  modo  i  chierici  di  came- 
ra incominciarono  a  dipendere  dagli 
ordini  del  Cardinal  camerlengo,  e 
vennero  riguardati  quali  consiglieri, 
e  coadiutori  dello  stesso  porporato, 
nelle  mani  del  quale  si  esercitava 
la  somma  degli  affari  temporali. 
Che  i  chierici  di  camera  nel  pon- 
tificato di  Clemente  V,  il  quale  di- 
venne Papa  nel  i3o5,  fossero  tre, 
chiaramente  si  rileva  dalla  quietan- 
za ,  cui  il  Cardinal  camerlengo  Ber- 
trando de  Bordis  fece  al  collettore 
di  Boemia,  Ohligat.  Canterai,  tom. 
II,  pag.  loo,  nella  quale  si  nomi- 
nano i  chierici  di  camera,  Magislro 
Oddoni  de  Sernionetaj  Johanni  de 
Regio,  et  Johanni  de  F^endis.  Nel 
rendimento  di  conti ,  che  fece  al 
camerlengo  il  chierico  di  camera 
Guglielmo  Alberto,  si  legge  nel  Cod. 
Canterai.    4^8,  pag.   i,die    4  ^"g- 


CHI  i83 

i368;  »'  Venerabilis  vir  dominus 
»  Guillclmus  Alberti  quondam  apo- 
»  stolicaj  cameraj  clericus,  et  the- 
"  saurarius  omnium  gabellarum  ci- 
»  vitalis  Avenionensis  (  a  que'tempi 
"  residenza  pontificia  )  prò  Domino 
»    nostro  Papa  specialiter  deputatus." 

Quindi  nel  1 869  dovendo  Gau- 
ccllino,  tesoriere,  rimettere  a  Papa 
Urbano  V,  allora  residente  in  Italia, 
una  somma  di  duemila  fiorini,  ne 
stipidò  co'  banchieri  il  cambio  de 
mandato  Domini  Nostri  Papce,  et 
gentiuni  suce  cavicrce.  Verso  quel- 
l'epoca incominciarono  i  chierici  di 
camera  ad  unirsi  in  corpo,  ed  assi- 
stere quindi  ai  contratti  camerali,  e 
a  formare  tribunale.  Come  ancora 
abbiamo  dai  capitoli  della  pontificia 
zecca  di  Avignone  del  iSgS  nell'an- 
tipontificato  del  falso  Pontefice  Cle- 
mente VII,  che  v'intervenne  Pietro 
Borrerio  chierico  di  camera,  e  com- 
missario specialmente  deputato  dal 
camerlengo  Francesco  Conzy.  Da  ciò 
si  conferma  la  dipendenza  dei  chie- 
rici di  camera  dal  Cardinal  camer- 
lengo, e  r  introduzione  del  rilevante 
uffizio  di  tesoriere ,  esercitato  nella 
sua  prima  istituzione  da  un  chierico 
di  camera,  il  perchè  in  seguito  i 
sommi  Pontefici  ne  affidarono  la 
carica  quasi  sempre  ad  un  prelato 
di  questo  rispettabile  collegio,  come 
afferma  il  Lunadoro,  Relazione  della 
Corte  di  Roma,  cap.  XXXIH,  Del 
Tesoriere,  e  come  si  può  vedere  nel 
Vitale,  Memorie  ùtoriche  de' teso- 
rieri generali  pontijicii. 

I  chierici  di  camera  si  aumen- 
tarono ,  senza  però  determinarsene 
il  novero;  ma  Eugenio  IV ,  il  quale 
divenne  Pontefice  nell'anno  i43ij 
e  che  avea  esercitato  tal  carica  per 
volere  delio  zio  Gregorio  XII,  col 
disposto  della  costituzione  1 3 ,  che 
incomincia,  Inter  cader  a ,  emanata 


i84  CHI 

in  Ferrara  nel  i438,  stabilì,  che  il 
collegio  de'  chierici  della  camera  apo- 
stolica ,  dovesse  essere  composto  di 
sette  prelati:  e  già  essi  avevano  una 
certa  norma  ed  attribuzioni  di  giuris- 
dizione. Nella  detta  costituzione  Eu- 
genio IV  chiama  i  chierici  di  came- 
ra suoi  cappellani ,  adducendo  per 
ragione  della  diminuzione  de' chierici 
al  numero  settenario,  che  antica- 
mente, ad  onta  del  maggior  nume- 
ro e  della  frequenza  di  affari,  pure 
erano  in  minor  numero  di  quelli  da 
lui  stabiliti,  e  pei'ciò  con  più  pingue 
stipendio.  Dipoi,  nel  i444)  pubblicò 
la  costituzione  In  eminenti,  per  con- 
fermare gli  statuti  della  camera  apo- 
stolica, la  quale,  come  si  esprime  il 
Pontefice,  si  darà  a  trattare  gli  spiri- 
tuali e  temporali  negozi  delle  chiese, 
e  de'  monisteri,  non  che  delle  città, 
teri'e ,  castella,  ed  altri  luoghi  sog- 
getti alla  R-omana  Chiesa.  I  detti 
statuti  erano  stati  compilati  dalle 
Genti  di  camera ,  col  qual  nome 
allora  si  appellava  il  collegio  de'  mi- 
nistri camerali,  di  cui  avea  il  primo 
luogo  il  Cai'dinal  camerlengo,  dopo 
il  quale  veniva  il  tesoriere,  co'  suoi 
assistenti ,  cioè  i  chierici  di  camera 
emeriti  e  promossi  a  maggior  di- 
gnità, i  quali  sebbene  fossero  usciti 
dal  collegio ,  per  consuetudine  som- 
mamente lodevole,  continuavano  ol- 
tre il  collegio  ad  assistere  al  tratta- 
to degli  affari  riguardanti  la  camera 
apostolica ,  siccome  rispettabili  per 
età,  prudenza,  ed  esperienza  in  tali 
affari.  Nella  medesima  costituzione 
Eugenio  IV  confermò  il  numero  set- 
tenario de'chierici,  e  di  essi  molte  co- 
se si  leggono  avere  diligentemente , 
e  gravemente  stabilite,  che  lungo 
qui  sarebbe  descrivere. 

Ma    sebbene    col    nome    di  ^enti 
di  camera    si   comprendessero  tutti  . 
gli  uiliciuii  anche    i  più    degni ,  ohe 


CHI 

trattavano  gli  affari,  e  le  cause  ca- 
merali, pure  tal  titolo ,  e  tali  inge- 
renze erano  più  proprie  de'  chierici 
in  modo,  che  essi  costituivano  un 
collegio .  Espressamente ,  e  ripetute 
volte  ne'  detti  statuti  si  fa  men- 
zione dc^  Padri  chierici  :  Patruni  rle- 
rìcorum  collegio  ,  non  che  del  pre- 
lato decano  di  esso ,  il  cui  ufficio 
così  viene  prescritto:  »  Essendo  op- 
»»  portuno  che  fra  i  chierici  uno  a 
»  nome  degli  altri  debba  addossarsi 
"  le  cure  continue  di  varie  cose, 
>ì  quello  sarà  meritamente  che  da 
'»  più  lungo  tempo  fu  ammesvo  nel 
»>  collegio ,  purché  sia  presente  in 
»  curia  :  allorché  poi  sarà  assente , 
»  o  infermo,  gli  verrà  surrogato  il 
'>  prossimiore  di  tempo ,  col  nome 
'>  di  pro-decano .  Incomberà  ad  esso 
>t  di  obbligare  i  chierici  di  camera 
»  di  numero,  e  quelli  oltre  questo, 
»  di  proporre  le  cose  da  trattarsi 
»  e  di  esigere  i  loro  voti,  e  secondo 
'»  essi  conchiudere  e  risolvere,  eccet- 
»  tua  te  le  cause  fiscali ,  e  i  tempi 
«  in  cui  i  chierici  fossero  occupati 
»  in  affari  maggiori.  Il  decano  deve 
»  avere  cura  diligente  dell'altare,  e 
»  delle  suppellettili  pel  divino  sagri- 
5j  ficio,  e  pel  sacerdote,  ed  a  tutto 
»  ciò  che  queste  cose  riguarda  :  il 
>j  sigillo  del  collegio ,  e  il  volume 
»  delle  costituzioni  si  terrà  presso 
»  di  sé  ;  e  finito  l'anno,  dovrà  ren- 
jj  dere  ragione  delle  predette  cose  ". 
Quindi  gli  statuti  furono  confermati 
da  Calisto  III ,  e  poi  da  Leone  X , 
il  quale  sanzionò  altresì  gli  altri  sta- 
tuti firmati  dai  chierici  di  camera 
nell'anno  i5i8,  colla  costituzione, 
Sictit  prudens.  Ma  il  Pontefice  Ni- 
colò V  ,  successore  immediato  di 
Eugenio  IV ,  con  costituzione  da 
lui  emanata  ,  egualmente  stabilì 
il  numero  de'  chierici  di  camera,  fis- 
sandolo sollauto    in  selle    individui. 


r 
I 


CHI 

Poscia  Leone  X,  mediante  la  bulla 
TJcet  felici s  ,  che  è  la  XXIV  delle 
sue  costituzioni,  ai  i7-  giugno  i^x'j, 
acci'el)l)c  il  loro  numero  sino  a  do- 
dici, il  quale  fu  approvalo  dai  suoi 
successori,  precipuamente  da  Pio  IV, 
colla  costituzione  88  ,  Qiium  inler , 
del  1 564 ,  colla  quale  ecco  come 
definì  r  ufficio  del  chiericato  di  ca- 
mera :  55  Olllcio  clcricatus  dictT  ca- 
»  merae  quod  in  ipsa  curia  prima- 
»  rium  existit ,  munus  potissimum 
"  incumbat  ejusdem  camerac  res  rite, 
"  et  recte  administrandi,  jura  et  red- 
"  dilus  utiliter  locandi,  contractus- 
"  quo  desuper  neccssarios,  et  oppor- 
»  lunos.  ineundi.  quorum  occasione 
}>  ipsi  clerici  camerae  procuratore» 
}>  patrimonii  b.  Petri,  veriunque  o- 
"  mnium  totius  status  ecclesiae  ro- 
'i  manae  custodes  et  praesidcs  me- 
"  rito  nuncupentur;  nec  non  jus 
»  l'cddendi,  et  justitiam  tam  fisco, 
"  et  privato,  quam  ipsis  privatis ,  si 
»  qua  ratione  de  fisci  interesse  a- 
5»    galur,  administrandi  ". 

S.  Pio  Vj  che  successo  a  Pio  IV, 
li  accrebbe  fino  a  dodici,  stabilendo 
che  fossero  probi  ed  egregi  uomi- 
ni, e  che  non  vi  fosse  ninna  dilfe- 
renza  negli  onori ,  privilegi  ,  ed  c- 
uìolumenti  tra  gli  antichi  chierici,  e 
gli  aggiunti  da  lui,  pei  (juali  volle 
che  la  camera  apostolica  fosse  ob- 
bligala, come  si  legge  nella  costitu- 
zione 166,  Ronianus  Ponti/ex.  Ma 
non  andò  guari,  che  per  le  ragioni 
addotte  in  altra  costituzione,  ridus- 
se a  dieci  i  chierici  di  camera ,  i 
quali  ancora  chiamò  i  suoi  cap- 
pellani, e  volle  che  il  loro  collegio 
in  futuro  così  rimanesse,  e  si  chia- 
masse decemvirale.  Qui  poi  va  no- 
talo, die  i  chierici  soprannumeri  non 
votavano  quando  intervenivano  agli 
affari  ;  e  con  una  specie  di  novizia- 
to acquistavano  le  primarie  nozioni 


CITI  t85 

tanto  necessarie  al  loro  cospicuo  po- 
sto, acciò  poi  non  dovessero  essere 
inesperti  nel  deliberare  le  cose  sì 
ap[)artenenti  alla  camera  apostolica, 
sì  alle  private  persone.  Dei  chierici 
di  camera  soprannumerari,  che  i 
Papi  solevano  fare,  si  vegga  la  costi- 
tuzione di  JNicolò  V,  qun  jussil  eos 
e  loco  aiidicnliae  camerali s  exire , 
cluni  negotia  illic  expediehanlur  j 
quam  constitutinnem  refert,  confir- 
matque  Calixtus  IH ,  nova  sua 
constitutionc ,  Quae  laudahilis,  etc, 

Tuttavolta  Gregorio  XIII,  che 
dopo  di  lui  ascese  sulla  cattedra  di 
s.  Pietro,  trovando  che  si  erano  ri- 
dotti a  sette,  ne  accrebbe  tre,  laon- 
de il  collegio  si  compose  di  dieci 
chierici  di  camera.  Però  nuovamente 
per  le  promozioni,  e  per  le  morta- 
lità erano  sette,  quando  Sisto  V,  nel 
1587,  li  fissò  al  numero  di  dodici, 
giacche  lo  stesso  Gregorio  XIII  ad 
onta  della  suaccennata  disposizione 
avea  soppresso  in  seguito  un  chie- 
ricato, assegnandone  i  frutti,  alla  ca- 
mera apostolica.  Inpi'ogrcsso  si  man- 
tennero nel  numero  di  dodici  sino  al 
pontificato  di  Pio  VII  ,  ed  essendo 
negli  ultimi  di  esso  ridotti  ad  un- 
dici prelati,  nei  primi  anni  di  quello 
di  Leone  XII  essendo  rimasti  a  no- 
ve, egli  li  stabilì  con  tal  numero,  in 
cui  tuttora  si  mantengono,  mediante 
eziandio  la  conli^rma,  che  ne  fece 
il  l'egnante  Pontefice,  nelle  provvi- 
de riforme  legislative  da  lui  emana- 
le. Tutti  poi  sono  di  egual  rango,  e 
con  eguale  appuntamento.  Questi 
uffizi  divennero  vendibili ,  e  si  die- 
dero a  persone  idonee,  le  quali  som- 
ministrassero delle  somme  pei  bisogni 
della  santa  Sede.  Perciò  si  dissero 
uffizi  vacabili  [Vedi).  Paolo  IV 
per  altro  fece  chierico  di  camera 
senza  alcun  pagamento  Annibale  Goz- 
zuti, che  meritò,  nel    i56j,  di  es- 


i86  CHI 

sere  creato  Cardinale  da  Pio  IV , 
mentre  era  presidente  della  came- 
ra. Abbiamo  poi,  che  Fabrizio  Ve- 
rospi,  Cardinale  di  Urbano  Vili,  al- 
lorquando fu  fatto  chierico  di  ca- 
mera, per  non  gravare  la  sua  fa- 
miglia del  dispendio  necessario  alla 
compera  di  questo  posto,  lo  rinun- 
ziò, ed  in  vece  fu  annoverato  fra 
gli  uditori  di  Rota. 

Nella  riforma,    che  Sisto  V  fece 
degli    uftizi    vacabili ,     vi    comprese 
quelli  del  collegio  de'  chierici  di  ca- 
mera, stabilendo  per   pagamento  di 
ogni  chiericato    la   somma   di    qua- 
rantadue mila  scudi ,    avmientando  , 
come  dicemmo,  da  sette  a  dodici  i 
chierici.  Quindi,  per  non  recare  dan- 
no alla  camera  apostolica    pei    cor- 
rispondenti proventi,  colla  bolla  Sii 
Immani  de'  5  settembre  1087,  ^"'^• 
Ront.  tomo  IV,  pag.   344>  smembrò 
dall'  ullizio  del  camerlengo  una  rata 
di  scudi  duemila  duecento    pei  cin- 
que chiericati  da  lui  aggiunti,  e  con 
tal  aumento  di  chierici,  in  sovveni- 
mento  de' bisogni  del  pontificio  era- 
rio, portò  a  questo  la  rilevante  som- 
ma di  scudi  duecento  diecimila,  im- 
porto appunto    dei    cinque    predetti 
chiericati,  a  ragione  di    scudi    qua- 
rantaduemila  per   ciascuno.    Vero  è 
però,  che  siccome  da  questo  collegio 
ì  sovrani  Pontefici  non  solo  per  lo 
più  sceglievano  il  tesoriere  generale, 
ma    anche    l'altra    eminente    carica 
dell'  uditore  generale  della    camera, 
cui  conferivano    ad   un    chierico  di 
camera,  e  siccome   doveano    pagare 
tanto  r  uditore  che  il  tesorieic  scu- 
di cinquanlaseimila  per  tali  posti  in- 
compatibili col  chieric-.ito,  cosi  ai  pre- 
scelti ai  due  menzionali    ullizi ,    nel 
rassegnare  il  chiericato,    veniva  di- 
falcata  l'anterior  somma  sborsata  di 
quarantaduemila  scudi,  per  cui  paga- 
vano solluiilu  i  residui  qua l lordici lai- 


CHI 

la,  con  che  venivano    a  formare   la 
somma  di  scudi  cinquantaseimila,  ri- 
chiesta per  l'uditorato,  e  pel  tesoriera- 
to.  J^.  il  Cardinal  de  Luca  nel  Trat- 
tato degli  uffìzi    venali    della   corte 
di   Roma.    Sembra    che    in    seguito 
venisse  accresciuto  il  pagamento  per 
un  chiericato  di  camera ,    perchè  si 
legge  in  un  decreto  fatto  nella  Da- 
taria   apostoHca    ai     i4     novembre 
1670    nel    pontificato    di   Clemente 
X,  che  ogni  chiericato  di  camera  si 
dovesse    vendere    per    quarantadue- 
mila scudi  d'oro,  pari    gì    scudi  ro- 
mani sessantatremila.  Anzi  abbiamo 
nella   vita    di    Alessandro    Vili    del 
chiarissimo  Novaes  tom.  XI,  p.   102, 
che    quel    Pontefice    dal     1689     al 
i6c)t     creò     quattordici     Cardinali, 
dieci    de'   quali    erano    cappelli    va- 
canti lasciati  dal  predecessore  Inno- 
cenzo XI,  e  molti  ne  conferì  a'  pre- 
lati   chierici     di    camera,    i     quali, 
avendo  tutti  comperato    1'  uffizio ,  e 
perdendolo  colla  promozione  alla  por- 
pora, il  Papa  potè  ricavare  da  ogni 
nuovo  chierico  di  camera  la  somma 
di  scudi  ottantamila  a  vantaggio  del- 
la Santa  Sede.    Di    fatti   Alessandro 
VIII  creò  Cardinali  del  Giudice  chie- 
rico   di    camera ,    ed    allora    gover- 
natore   di    Roma ,    Costaguti    deca- 
no   dei    chierici  di   camera   prefetto 
dell'annona,  Richi   chierico  di  came- 
ra e  uditore  della  medesima,  Impe- 
riali chierico    di    camera    ed    allora 
tesoriere,  Omodei  chierico  di  came- 
ra, e  Rarberini  chierico    di  camera 
e  uditore  della  medesima. 

Altra  prova  che  il  chiericato  di 
camera  nel  secolo  XVII  si  pagava 
ottantamila  scudi  ,  fruttando  però 
ognuno  otto,  o  dieci  scudi  per  cen- 
to, si  ha  dallo  stesso  Novaes,  t.  XI, 
p.  I9.0.  Ma  assunto  al  pontificato 
Innocenzo  XII,  Pignatelli,  non  po- 
tendo solfrirc  che  gli  uffizi,  i   qviali 


CHI 

davano  potere  di  fare  il  bene,  o  il 
male  fossero  vendali,  a'  i5  ottobre 
ìQc^'i  colla  costituzione  35,  Ad  hoc 
unxil  DeiiSy  Bull.  liorn.  tom.  IX, 
p.  277,  proibì  per  sempre  che  gli 
uffizi,  de*  quali  si  componeva  la  ca- 
mera Pontificia,  fossero  vendibili,  fa- 
cendo ad  ognuno  restituire  quanto 
avea  sborsato  per  conseguirli,  com- 
prensivamente ai  dodici  chierici  di 
camera  ;  dappoiché  il  saggio  e  giu- 
sto Innocenzo  XII  altro  non  voleva 
dalla  prelatura  che  i  meriti  perso- 
nali, esemplar  condotta,  equità  e 
^L  dottrina.  Si  racconta  che  questo 
^P  Pontefice,  quando  era  ancor  vescovo 
di  Lecce,  si  trovò  nell'anticamera  del 
Cardinal  camerlengo  Paluzzi-Altieri 
nipote  di  Clemente  X,  con  un  chie- 
rico di  camera.  Or  avvenne  che  es- 
sendo entrato  quest'  ultimo  all'udien- 
za del  Porporato  prima  di  lui ,  egli 
non  potè  trattenQ»'SÌ  dall'  esclamare  : 
Come  ?  un  chierico  e  più  di  un 
vescovo  ?  Pei'ciò  vuoisi  che  prendes- 
se tale  avversione  a'  chierici  di  ai- 
mera,  che  divenuto  Pontefice  abolì 
la  vendita  de'  chiericati. 

Gli  uffizi  esercitati  dai  chierici  di 
camera  sino  agli  ultimi  tempi ,  e 
che  per  la  maggior  parte  tuttora 
sono  da  essi  goduti ,  alcuni  però 
come  diremo  riuniti,  erano  di  pre- 
sidente dell'annona,  chiamato  an- 
co pre((;tto  ;  di  presidente  degli  ar- 
chivi,  e  di  presidente  delle  carceri; 
ulfici  tutti  descritti  dal  citato  Luna- 
doro  al  cap.  XXXIV,  Del  tribunale 
della  camera^  e  dei  chierici  di  ca- 
mera, ec. ,  dal  Cardinal  de  Luca, 
Rei.  Rorn.  dir.  Disc.  4o,  ed  il  Car- 
dinal Pratico  capo  XLI  ;  dal  Plet- 
temberg,  e  da  noi  ai  rispettivi  ar- 
ticoli che  li  riguardano,  avendo  an- 
che detto  all'articolo  Camera  Apo- 
stolica, la  riunione  de'  due  uffizi  in 
uà  chierico  di  camera ,  la  variazio- 


CHI  187 

ne  in  alcuni  del  titolo,  la  loro  au- 
torità, ed  altro  che  li  riguarda.  F. 
il  volume  VII,  particolarmente  alle 
pag.  7,  8,  9,  i^,  i3  e  i5.  Le  cari- 
che poi,  che  oggidì  si  fungono  dai 
chierici  di  camera,  sono:  i."  di  pre- 
sidente dell'annona  e  grascia;  2.° 
di  presidente  delle  armi  ;  3."  di  pre- 
sidente delle  acque  e  strade;  4-"  th 
presidente  degli  archivi;  5."  ili  pre- 
sidente delle  zecche  e  degli  ulìizi  del 
bullo,  degli  ori  ed  argenti,  e  degli 
orefici  ed  argentieri  dello  stato  pon- 
tificio; mentre  gli  altri  quattro  chie- 
rici di  camera  sono  membri  della 
congrega/ione  di  revisione  [Vedi), 
la  quale  è  presieduta  da  un  Cardina- 
le. Fu  Pio  VII  che,  colla  costitu- 
zione Post  diiUurnasj  restituì  al  tri- 
bunale della  camera  il  diritto  della 
revisione  de'  conti  camerali.  Quindi 
l'immediato  successore  Leone  XII 
pubblicò  un  moto- proprio  sul  me- 
todo da  tenersi  dai  chierici  tli  ca- 
mera nella  revisione  dei  conti ,  e 
negli  affari  di  pubblica  amministra- 
zione, confermato  con  qualche  mo- 
dificazione dal  regnante  Pontefice 
coH'editto  dei  21  novembre  i83i, 
ove  fu  dal  medesimo  istituito  il  men- 
tovato Cardinal  presidente.  Non  si 
deve  inoltre  tacere,  che  spetta  pui-e 
ad  un  chierico  di  camera  la  presi- 
denza dell'  ospizio  apostolico  di  san 
Michele ,  in  virtù  di  un  chirografo 
di  Pio  VI,  emanato  nel  1794-  In- 
oltre i  chierici  di  camera  possono 
simultaneamente  esercitare  alcune  al- 
tre cariche ,  anche  primarie,  ed  at- 
tualmente il  chierico  di  camelea , 
Gaspare  Grassellini,  presidente  delle 
acque  e  strade,  è  anco  pro-presiden- 
te del  censo.  I  cinque  chierici  poi 
addetti  attualmente  alle  mentovate 
presidenze,  giacché  in  quella  del- 
l'ospizio apostolico  ora  vi  è  un  Car- 
dinal visitatore,  formano  il  tribuna- 


i88  CHI 

le  della  piena  camera ,  il  quale  ri- 
vede in  appello  le  causo,  in  cui  ha 
interesse  il  fìsco.  Così  ancora  i  chie- 
rici di  camera  fanno  parte  di  varie 
magistrature,  e  stabilimenti.  Nella  vi- 
gilia e  giorno  della  festa  di  s.  Pie- 
tro, siedono  col  Cardinal  camerlen- 
go nella  camera  de'  tributi,  a  ricevere 
i  censi  dovuti  alla  Santa  Sede;  e  per 
turno  un  chierico  di  camera  assiste 
in  abito  prelatizio  all'estrazione  del 
lotto  nella  loggia  di  Monte  Citorio. 
Il  decano  è  sempre  prefetto  dell'  erga- 
stolo di  Come to,  di  cui  si  parla  all'ar- 
ticolo Carceri  Ecclesiastiche,  è  mem- 
bro delle  congregazioni  del  buon  go- 
verno, e  della  consulta;  faceva  antica- 
mente parte  del  tribunale  criminale 
del  camcriengato ,  e  di  quello  del 
vicarialo  per  l'esame  dei  parrochi. 
E  chiamato  in  tutte  le  congrega- 
zioni speciali,  ove  hanno  luogo  gli 
altri  decani  dei  tribunali  superiori , 
supplisce  a  tutte  le  presidenze  dei 
chierici  di  camera  o  per  assenza,  o 
per  vacanza ,  o  per  morte ,  ed  ha 
altre  ingerenze  ec.  Prima  allo  stesso 
decano,  in  vigore  della  costituzione 
di  Sisto  V,  Ad  clavum  j  emanata 
nel  1 586 ,  spettava  la  custodia  di 
una  delle  chiavi  del  danaro  da  lui 
riposto  in  Castel  s.  Angelo;  deposito 
che  sussistette  sino  agli  ultimi  del 
decorso  secolo.  Il  medesimo  Papa , 
con  chirografo  dato  ai  17  agosto 
1087,  registrato  per  acta  Martini 
noi.  cani. ,  autorizzò  il  decano  dei 
chierici  di  camera  a  fungere  l'uifjzio 
del  camerlengato ,  per  morte  del 
Cardinal  camerlengo  di  s.  Chiesa , 
sino  all'elezione  del  nuovo ,  ovvero 
del  Cardinal  pro-camerlengo.  Final- 
mente, siccome  dicemmo  più  so- 
pra, sogliono  i  Pontefici  elevare  alla 
sublime  dignità  Cardinalizia  il  piii 
anziano  prelato  del  collegio,  come 
decano,  in  considerazione  della  sua 


CHI 

anzianità  nel  chiericato  di  camera, 
come  da  ultimo  fece  il  regnante  di 
due  decani.  Altri  analoghi  esempi 
si  possono  vedere  al  citato  volume 
VII  del  Dizionario,  pag.    i3. 

In  sede  vacante  i  chierici  di  ca- 
mera, come  gli  altri  prelati,  vestono 
abito  prelatizio  tutto  nero,  con  roc- 
chetto liscio  senza  merletto,  ed  ap- 
pena morto  il  Papa ,  il  Cardinal 
camerlengo,  come  capo  del  tribunale 
della  camera  apostolica,  coi  chierici 
di  camera  si  reca  al  palazzo  ponti- 
ficio per  fare  la  ricognizione  del  ca- 
davere del  Papa  [P^cdi);  quindi  pi- 
glia possesso  dei  palazzi  apostolici , 
e  si  destina  ad  ogni  sezione  un 
chierico  di  camera  per  assistere  al- 
l' inventario  di  tutto  quello ,  che 
in  essi  esiste.  Recandosi  poi  il  Car- 
dinal camerlengo,  coi  chierici  di  ca- 
mera, ed  altri  ministri  camerali,  nel- 
le stanze  dello  stesso  sagro  palazzo 
ove  nei  luned"i  e  venerdì,  ed  in  al- 
tre occasioni  si  convoca  il  tribunale 
della  piena  camera  oppure  in  quello 
di  sua  abitazionCj  in  congregazione 
si  conferiscono  ai  chierici  di  camera 
gli  ufTicii ,  che  esercitano  nella  sede 
vacante,  cioè  la  custodia  delle  sup- 
pellettili dei  Pontifìcii  appartamenti , 
la  sorveglianza  agli  inservienti  palatini 
la  custodia  delie  scuderie,  giardini, 
florerie,  ed  altre  officine  del  detto 
sagro  palazzo,  di  Castel  s.  Angelo, 
del  ruolo,  de'  soldati  dell'armeria , 
delle  suppliche  spettanti  alla  data- 
ria, e  alla  segretaria  dei  brevi  ce,  e 
poi  col  medesimo  camerlengo  assi- 
stono alla  tumulazione  del  pontifi- 
cio cadavere.  Durante  l'esequie  no- 
vendiali intervengono  i  chierici  di 
camera  ad  esse ,  e  durante  il  con- 
clave fanno  per  turno  la  guardia 
alle  ruote  del  medesimo,  laonde  per 
disposizione  di  Clemente  XII  restano 
nel  giorno  del  turno  a  desinare  da 


CHI 

monsignor  maggiordomo,  come  go- 
vernatore del  conclave.  Però  quel 
Pontefice  vietò  a'  chierici  di  camera 
di  fruire  nella  sede  vacante  emolu- 
menti straoi'dinari  e  inerenti  agli 
iiflìcii ,  non  essendo  le  loro  cariche 
più  venali  dopo  Innocenzo  XII;  co- 
me proibì  ai  chierici  di  camera,  che 
l' erario  pontifìcio  pagasse  loro  le 
vesti    di  corruccio  secondo  l' antica 

nsucludine,  cioè  a  due  chierici  di 

mera. 

Lungo  sarebbe  poi  il  riportare 
tutte  le  esenzioni,  privilegi,  e  prero- 
gative, che  godono  i  chierici  di  ca- 
mera per  concessione  de'llomani  Pon- 
tefici, il  perchè  ci  limiteremo  alle 
principali,  oltre  quanto  si  è  detto,  e 
in  seguito  si  dirà.  E  primieramen- 
te abbiamo  dal  Vittorelli,  nelle  ad- 
dizioni al  Cincconio,  f^it.  Poiilif. 
tom.  II,  p.  985,  che  Papa  Calisto 
III,  colla  costituzione,  Quae  lauda- 
bili, agli  8  maggio  i4^^>  dichiarò 
i  chierici  di  camera  famigliari  del 
Sommo  Pontefice,  e  cappellani  di 
esso,  e  della  Sede  Apostolica,  come  a- 
veanli  dichiarati  Eugenio  lY,  ed  al- 
tri Pontefici  ;  per  le  quali  qualifiche 
sinché  il  palazzo  apostolico  distribuì 
giornalmente  il  pane  ed  il  vino, 
conosciuto  sotto  il  nome  di  parte  di 
palazzo,  i  chierici  di  camera  costan- 
temente r  ebbero,  siccome  ho  letto 
nei  ruoli  dello  stesso  palazzo.  Gre- 
gorio XIII,  nel  1572,  dispose  che  i 
chierici  di  camera  eletti  vescovi  la- 
sciassero r  uffizio,  o  rinunziassero  al 
vescovato.  Che  il  collegio  de'  chieri- 
ci di  camera  sia  stato  riconosciuto 
quale  amplissimo  magistrato  della 
curia  romana,  pegli  adari  che  trat- 
ta della  Chiesa  romana,  e  della  so- 
vranità, e  governo  pontificio,  e  che 
i  suoi  individui  abbiano  goduto  il 
titolo  di  cappellani ,  famigliari ,  e 
commensali  del  Papa,  si  rileva  altresì 


CHI  189 

dal  voto,  o  discorso  approvalo,  e 
presentato  nel  iG55,  ad  Alessandro 
VII,  composto  dal  celebre  giuriscou- 
sulto  Pietro  Francesco  de  Rossi,  av- 
vocato del  fisco,  e  della  reveienda 
camei'a  apostolica,  in  ocrasione  del- 
la questione  sulla  precedenza  degli 
uditori  di  Rota  nella  cappella  Pon- 
tificia, di  che  parleremo  in  appres- 
so. Quale  poi  sia  la  ragione,  per  la 
quale  i  chierici  di  camera  fossero 
chiamati  cappellani  del  Papa,  e  del- 
la Sede  Apostolica,  l'espone  il  Che- 
rubini, Compcnd.  Bull,  ad  Constit. 
I  Sixti  IV,  sch.  I,  con  queste  pa- 
role :  »>  Penso  che  così  ciano  chia- 
j  mati  perchè  nelle  cappelle  ser- 
3  vono  in  molte  cose  il  Papa ,  co- 
5  me  apparisce  dal  cerimoniale,  e 
5  per  r  istessa  ragione,  se  non  mi 
3  inganno,  anco  gli  uditori  di  Ro- 
>  ta  si  chiamano  cappellani  del 
»  Papa  ec.  V.  Uditori  di  Rota.  Mol- 
3  to  più  poi  la  dignità  de' chierici 
y>  di  camera  risplendc  ne'  concilii 
3  generali,  ov'essi  ottennero  un  po- 
3  sto  più  distinto  degli  uditori  di 
3  Rota  ;  imperciocché  in  esso  gli 
3  assistenti  al  Papa  siedono  pnrati 
3  sopra  i  gradini  del  trono  pontificio 
3  alla  parte  sinistra ,  i  protonotari 
3  apostolici,  e  i  chierici  di  camera 
3  alla  destra:  i  suddiaconi  poi  udi- 
3  tori  di  Rota,  e  i  votanti  accoliti, 
3  nella  parte  esteriore.  Così  fu  fatto 
3  nel  concilio  di  Pisa  sotto  -Alessan- 
3  dro  V,  in  quello  di  Costanza  sot- 
3  to  Giovanni  XXllI,  e  in  quello  ge- 
3  neralelatcranensesottoGiulioII,neI 
3  quale  fu  deciso  che  i  chierici  di  ca- 
3  mera  sederanno  come  i  protono- 
'  tari  apostolici,  secondo  Paride  de 
3  Grassis,  maestro  di  cerimonie,  che 
3  lo  scrisse  a  pag.  1 65  del  suo  Dia- 
3  rio.  "  V.  Christoph.  Marcelli  in 
Caerenionial.  Roman,  impress,  sub 
Leone  X,  lib.  I,    sccL    lé^.  cap.    3. 


190  CHI 

Quindi  i  cliierici  di  camera  siedono 
nel  suddetto  luogo  ne'  concilii,  come 
ofTiciali  del  concilio,  ed  in  uno  ai 
protonotari  apostolici  spetta  loi'o  a 
scrutare  i  voti,  e  redigerli  in  for- 
ma, siccome  alTerma  il  Jacobacci , 
De  concilio  lib.  I,  artic.  5,  num. 
8,  et  Traci,  tom.    i3,  part.  I. 

Alessandro  VII  poi  avendo  ese- 
guite varie  riforme  per  le  cappelle 
pontificali,  nel  i655,  colla  costitu- 
zione Nuper,  dichiarando  suddiaco- 
ni di  essa  gli  uditori  di  Rota,  che 
godevano  da  remotissima  epoca  la 
detta  qualifica  di  cappellani  pontificii, 
aggiudicò  ad  essi  la  precedenza  sui 
prelati  chierici  di  camera,  su  di  che 
pendevano  reciproche  pretensioni  , 
laonde  venne  accresciuto  il  decoro 
delle  stesse  cappelle,  coli' intervento 
de' due  collegi,  ubbidienti  alla  pon- 
tificia determinazione  ,  Soddisfatto 
Alessandro  VII  della  docilità  dei 
chierici  di  camera  sul  punto  di  pre- 
cedenza, coll'autorità  della  costitu- 
zione Singulans  fìilectoruni,  emana- 
ta ai  18  novembre  del  medesimo 
anno  i655,  concesse  loro  quanto 
grandemente  bramavano ,  cioè  la 
cappella  domestica,  e  l'uso  del  roc- 
chetto, che  sino  allora  non  godeva- 
no sempre.  Indi,  nel  1670,  Clemen- 
te X  coH'autorifà  della  costituzione 
12,  Roinanus  Pontifcx,  Bull.  Rorn. 
tom.  VII,  p.  34,  emanata  nel  mese 
di  giugno,  concesse  loro  l'uso  del 
cordone,  o  fiocco  di  seta  paonazzo 
nei  loro  cappelli.  Benedetto  XIII 
nell'ottobre  dell'anno  1725  assegnò 
cento  scudi  annui  per  ciascun  pre- 
lato chierico  di  camera,  somma  che 
dipoi  venne  stabilita  mensilmente 
per  disposizione  di  Leone  XII ,  co- 
me tuttora  la  godono  a  cagione  del- 
la perdita  di  tanti  proventi,  ed  c- 
molumenti  che  fruivano.  E  Benedet- 
to XIV  allorquando  volle  in  Roma 


CHI 

accrescere  il  culto  dei  principi  degli 
apostoli,  coir  istituzione  delle  cap- 
pelle prelatizie  [Fedi),  nell'ottava 
della  loro  festa,  prescrisse  che  a 
quella,  la  quale  nel  quinto  giorno 
di  essa,  cioè  ai  3  luglio,  si  cele- 
brerebbe con  pontificale  nella  basi- 
lica di  s.  Pietro  in  Finculis,  do- 
vesse assistere  il  collegio  dei  chie- 
rici di  camera,  a  tenore  della  di  lui 
costituzione  Admirahilis,  del  primo 
aprile    1743. 

Nelle  cappelle  l'ontificie  il  posto 
dei  chierici  di  camera  è  al  penulti- 
mo gradino  del  trono,  dopo  gli  udi- 
tori di  Rota,  ed  il  p.  maestro  del 
sagro  palazzo,  per  cui  nelle  proces- 
sioni incedono  avanti  ad  essi,  e  do- 
po i  votanti  di  segnatura,  recando- 
si al  trono  a  ricevere  le  candele, 
le  ceneri,  le  palme,  e  gli  Agnus 
Dei  benedetti  appresso  il  p.  mae- 
stro del  sagro  palazzo,  e  facendo  il 
simile  all'  adorazione  della  croce  nel 
venerdì   santo. 

All'articolo  Cappelle  Pontificie 
(Vedi)  si  descrivono  gli  uffizi  che 
esercitano  nelle  sagre  funzioni  i  chie- 
rici di  camera,  come  il  porgere  il 
grembiale  al  Papa,  e  custodirlo  quan- 
do gli  viene  levato ,  cioè  quando 
non  siede,  il  portare  processional- 
mente  lo  stocco  e  beiTettone  bene- 
detti tanto  nella  notte  di  natale , 
che  nel  d\  della  festa,  non  che  la 
rosa  d'oro  benedetta  nella  quarta 
domenica  di  quaresima,  nelle  quali 
circostanze  siedono  a  sinistra  del 
decano  della  Rota,  custode  della  mi- 
tra pontificia  usuale,  fra  i  due  ca- 
merieri segreti  partecipanti;  accom- 
pagnando un  chierico  di  camci'a  i 
laici  nobili  quando  versano  l'acqua 
sulle  mani  del  Papa,  ne'  pontificali , 
ed  altre  funzioni,  e  porgendo  al  Pon- 
tefice il  zinale  di  tela  bianca,  il  qua- 
le   gli  vien   levato    dopo    terminala 


CHI 

tale  lavanda.  Finché  ebbero  luo- 
go le  cavalcate  ,  i  chierici  di  ca- 
mera v'intervennero,  cavalcando  do- 
po i  votanti  di  segnatura,  mule  bar- 
date di  paonazzo,  con  finimenti  si- 
mili, in  sottana,  rocchetto,  mantelli 
con  cappuccio,  e  cappello  pontifica- 
le. Nelle  cavalcale  dei  possessi  dei 
Papi,  quando  questi  li  prendevano 
co' sagri  paramenti,  i  chierici  di 
camera  v'  incedevano  in  cotta  e  roc- 
chetto, che  portarono  pure  nei  pos- 
sessi d'Innocenzo  Vili,  nel  ì^S\,  e 
in  quello  di  Leone  X,  nel  1 5  i  3,  il 
quale  fu  l' ultimo  a  prenderlo  coi 
paramenti  sagri.  Dipoi  in  tali  caval- 
cate, ne'  Possessi  descritti  dal  Can- 
cellieri, non  si  fa  più  menzione  del- 
l' intervento  di  questo  Collegio  ai 
medesimi,  forse  per  le  dispute  di 
precedenza  col  tribunale  della  Rota , 
e  solo  nel  possesso  di  Clemente  IX, 
nel  1 667,  incominciarono  di  nuovo 
ad  intervenirvi,  perchè  appunto  il 
predecessore  Alessandro  VII  avea 
accomodate  tali  vertenze,  siccome  di- 
cemmo, ed  in  seguito  vi  si  recarono 
costantemente,  come  facevano  nelle 
cavalcate  per  le  cappelle  dell'  An- 
nunziata, della  Natività,  e  di  s.  Car- 
lo. Nelle  cavalcate  poi,  che  si  face- 
vano pel  trasporto  solenne  dei  ca- 
daveri de'  Cardinali  camerlenghi  , 
cavalcavano  anche  i  chierici  di  ca- 
mera, come  si  descrive  a  quell'  ar- 
ticolo, ove  pure  si  tratta  di  altre 
cose  risguardanti  questo  collegio,  da 
cui  sortirono  amplissimi  Cardinali  in 
grandissimo  numero,  alcuni  de'quali 
furono  esaltati  al  pontificato,  come 
Eugenio  IV,  Innocenzo  XI,  e  Cle- 
mente XII. 

Della  dignità  de'  chierici  di  ca- 
mera ,  loro  prerogative ,  piivilegi , 
e  di  quanto  può  riguardarli ,  non 
che  delle  presidenze  da  loro  eser- 
citate ,  diffusamente     tratta    Jacobo 


CHI  191 

Cohellio,  Notula  Cardinnlalus  ec. , 
et  Romanae  Aulae  Officialibus  , 
Romac  i653,  dal  capo  XLIl  al  Lll 
inclusive.  Va  pure  consultata  la  bolla 
citata  di  Pio  IV,  Cuni  i/iter,  ove  si 
leggono  i  privilegi,  e  le  facoltà  con- 
cesse al  camerlengo,  al  collegio  e 
persone  de'  chierici,  ed  altri  uffiziali 
di  camera,  da  Gregorio  IK,  Bonifa- 
cio Vili,  Urbano  VI,  Martino  V, 
ed  Eugenio  IV  ec.  Questo  ultimo, 
nel  i444>  colla  costituzione  In  emi' 
nenti  stabifi  la  loro  ordinaria  giu- 
risdizione ,  sulla  quale  emanarono 
provvidenze  diversi  Papi,  come  si 
può  vedere  dalle  bolle  Di  sposi lione 
divina,  de'  16  febbraio  i^'j'i.  di  Si- 
sto IV;  Quuni  sicut,  i5  kal.  sept. 
i485  d'Innocenzo  Vili;  Etsi  Acì 
1  5o2  di  Alessandro  VI  ;  Ex  injun- 
rlo  del  i5o6  di  Giulio  II;  non  che 
di  Clemente  VII,  e  Paolo  111,  colla 
costituzione  Non  siiie,  emanata  nel 
i535;  e  dalle  altre  due  di  Pio  IV, 
Ronianus  Ponlifex  ,  6  kal.  Junii 
1 562,  et  Inge.ns  hiuneris  nostris  , 
8  idus  august.  iSG').  Quello  poi 
che  riguarda  il  loro  tribunale,  au- 
torità, ed  altro  secondo  le  ultime 
legislazioni  e  riforme,  si  legge  alla 
voce  Camera  tribunale,  e  Camera 
apostolica,  neir  indice  alfabetico  del- 
la Raccolta  delle  leggi  e  disposizio- 
ni di  pubblica  amministrazione,  che 
si  pubblicano  in  Roma  nella  stam- 
peria della  camera  apostolica.  Che 
poi  i  chierici  di  camera  anticamen- 
te intervenivano  sempre  nei  conci- 
stori ,  ove  si  trattava  la  maggior 
parte  degli  affari,  spettanti  alla  ca- 
mera apostolica,  per  essere  pronti 
alle  domande  e  interpellazioni  del 
Papa,  e  dei  Cardinali,  secondo  le 
loro  diverse  attribuzioni  amministra- 
tive, tuttora  si  rileva  da  quanto  av- 
viene ogni  volta  che  ha  luogo  il 
concistoro.  Allorché  questo  si  aduna, 


igi  CITI 

i  chierici  di  camera  si  debbono  por- 
ture  nelle  stanze  che  hanno  nel  pa- 
lazzo apostolico,  affine  di  essere  pron- 
ti, ed  attendere  se  alcuna  cosa  oc- 
corresse al  Papa.  Sebbene  ciò  con- 
sista ora  in  sola  formalità,  appena  è 
terminato  il  concistoro,  un  cursoi'e 
pontificio  li  avvisa,  ed  allora  ri- 
mangono in  libertà  ;  ma  ai  conci- 
stori pubblici  intervengono  ,  assu- 
mendo la  cappa  paonazza.  V.  Pra- 
tica della  Curia  Romana,  Roma 
1 8 1 5,  nel  tomo  II,  capo  XXVII 
Del  Tribunale  della  Reverenda  Ca- 
ìììera,  ove  si  tratta  di  tutto  ciò 
che  riguarda  i  chierici  di  camera , 
j)iima  delle  ultime  provvide  legisla- 
zioni. 

CHIERICI  DELLA  Cappella  Pon- 
tificia. Ministri  addetti  alle  cappel- 
le papali  insigniti  del  carattere  ec- 
clesiastico, i  quali,  come  dicemmo  al- 
l' articolo  Cappelle  Pontificie,  ed  al 
§  IV,  De'  ministri  ec,  sono  diversi 
dai  ctippellani  comuni  che  esercita- 
no r  ullìzio  di  accoliti  ceroferari i,  e 
si  compongono  di  due  chierici,  di 
mi  sotto  chierico,  e  di  alcuni  so- 
prannumerari. In  detto  articolo,  e 
nelle  diverse  funzioni  sagre,  si  trat- 
ta delle  incumbenze,  che  esercitano 
i  chierici,  il  sotto  chierico,  e  i  so- 
prannumerari della  pontificia  cappel- 
la, e  del  luogo  che  loro  compete 
neir  andare  al  trono  del  Papa  a 
prendere  le  ceneri,  candele,  palme, 
e  Agnu^  Dei  benedetti,  come  agli 
articoli  Cappelle  Cardinalizie,  e  Cap- 
pelle Prelatizie  si  dice;  dell'  assi- 
stenza che  vi  prestano,  e  molte  co- 
se che  li  riguaida,  insieme  alle  di- 
verse onoi'cvoli  attribuzioni  cui  dis- 
impegnavano .  Essi  ebbero  origine 
colle  cappelle  istituite  nei  palazzi  a- 
j)ostoli(:i,  Istituzione  che  rimonta  al 
A' IV  secolo,  dopo  che  Clemcnle  V, 
fletto  nel    i3o5,  stabilì  la  resideniiu 


CHI 

papale  in  Avignone;  laonde  da  quel 
secolo  si  hanno  memorie  di  loro.  I 
chierici  pertanto  della  cappella,  sic- 
come addetti  air  augusto  luogo  dove 
i  Sommi  Pontefici  celebrano  ed  as- 
sistono alle  sagre  funzioni,  sono  l'a- 
inigliari  del  Papa,  che  li  nominava 
prima  con  un  breve,  ed  ora  con  bi- 
glietto per  mezzo  di  monsignor  mag- 
giordomo. Anticamente  li  presenta- 
va a  detto  prelato  monsignor  sagri- 
sta  qual  prefetto  della  sagrestia  pon- 
tifìcia, cioè  i  due  chierici,  mentre  il 
sotto  chierico,  eh'  era  anco  custode 
de' libri  de' cantori  pontificii,  si  no- 
minava talvolta  dal  medesimo  sagri- 
sta,  e  talvolta  dal  collegio  de' can- 
tori, il  perchè  nel  i5c)3,  sotto  Cle- 
mente Vili,  nacque  contesa  tra  quel 
prelato  e  il  collegio,  pretendendo  che 
la  nomina  spettasse  esclusivamente 
ad  ognuno.  Furono  (piindi  divise  le 
attribuzioni  in  due  soggelli,  una  di 
sotto  chierico  da  eleggersi  dal  sagri- 
sta,  l'altro  di  custode  da  sceghersi 
dal  collegio  ,  come  si  legge  in  An- 
drea Adami,  Osser s'azioni  per  rego- 
lare il  coro  de'  cantori  della  Cap- 
pella Pontificia  j  a  pag.  35,  il 
quale  inoltre  a  pag.  36  dice,  che 
in  tutte  le  facoltà  e  prerogati- 
ve godute  dai  cantori  pontificii  (uno 
de'cjuali  soleva  essere  il  primo  chi(!- 
rico,  come  rileva  l' Adami  medesi- 
mo a  pag.  98),  vi  si  comprendeva- 
no eziandio  al  godimento  i  due  chie- 
rici, e  il  sotto  chierico  delle  Cappel- 
le papali,  godendo  essi  r  onorificen- 
za di  sup[)lire  all' uillcio  de' maestri 
delle  cerimonie  pontificie  in  mancan- 
za di  essi.  Né  deve  qui  passarsi  sot- 
to silenzio,  che  tali  cerimonieri,  siiiof 
al  declinare  del  XV  s'ecolo,  e  in  par- 
te del- XVI,  si  chiamavamo  cliierici 
delle  cerimonie  pontificie.  Dilàtli  si 
ha,  che  l'enea  Silvio  Piccolomini,  il 
quale  poi  fu  il  gran  Poulclìcc  Pio  11, 


i 


ì 

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CHI 

nel  «439^  >n  qualità  di  chierico  delle 
cerimonie  assistè  al  conclave  in  cui 
fu  eletto  Felice  V  antipapa;  ed  il  ce- 
lebre Burcai'do  agli  I  t  dicembre  1483, 
nel  pontificato  di  Sisto  IV,  fu  fatto 
chierico  delle  cerimonie  pontificie,  e 
lo  fu  sino  al  pontificato  di  Giulio 
II,  detto  nel  i5o3,  sebbene  comu- 
nemente venga  chiamato  maestro 
delle  cerimonie. 

Ne' ruoli  del  palazzo  apostolico, 
evvi  registrato  il  chierico  del  ss.  Sa- 
gramento,  dal  custodire  quello  che 
si  conservava  nella  cappella  Pontifi- 
cia, allorquando  ogni  giorno  avea 
luogo  l'uffiziatura,  colla  messa  can- 
tata; il  perchè  nei  viaggi,  o  nei  pos- 
sessi ne' quali  i  Pontefici  si  fecero 
precedere  dal  ss.  Sagramento,  due 
chierici  della  Cappella  Pontificia  ca- 
valcavano avanti  al  cavallo  in  cui 
portavasi  la  ss.  Eucaristia,  sostenen- 
do due  lanterne  con  candele  di  ce- 
ra accese,  ed  in  cima  ad  mi' asta , 
assicurate  sulle  stafle,  come  descrive 
il  Rocca  pel  viaggio  di  Clemente 
Vili,  nel  1597  ;  mentre  dal  Can- 
cellieri si  trova  fatto  altrettanto  nel 
possesso,  che  prese  Giulio  II  della 
basilica  lateranense,  dovendo  uno  di 
essi  suonare  il  campanello  di  tratto 
in  tratto,  per  avvisare  il  popolo  ad 
adorare  il  Signore.  L' altro  chieri- 
co, che  doveva  essere  sacerdote,  nei 
luoghi  di  fermata,  prendeva  dal  ca- 
vallo il  ss.  Sagramento,  e  lo  colloca- 
va sull'altare  nelle  chiese,  e  luoghi 
ove  si  riponeva ,  e  dipoi  tornava 
dall'altare  a  collocarlo  sul  cavallo. 

I  chierici  della  Cappella  vennero 
chiamati  anche  chierici  campanari , 
clerici  catiìpanarum  ,  giacché  nella 
menzionata  uiFiziatura  quotidiana,  fe- 
riale e  comune,  che  nella  Pontificia 
cappella  ebbe  luogo  sino  al  i  788,  in- 
tervenendovi privatamente  talora  lo 
slesso  Papa,  alle  ore  sette  e  mezzo  uno 

VOL.     XI. 


CHI  193 

dei  due  chierici  suonava  la  campa- 
nella di  palazzo  per  un  quarto  di 
ora,  e  quindi  i  cantori  intuonavano 
il  divino  uffizio  ;  il  qual  suono  di 
campanella,  ne' tempi  più  antichi, 
serviva  di  segno  al  capitolo  della 
basilica  vaticana,  abitando  i  Papi  il 
contiguo  palazzo ,  per  incominciar 
contemporaneamente  l'uffiziatura.  Da 
questo  uffizio,  e  dal  suonare  il  campa- 
nello quando  il  Pontefice  viaggiava  col 
ss,  Sagramento,  vuoisi  derivato  il  no- 
me di  chierici  campanari,  come  si 
legge  in  un  cerimoniale  antico  di 
Avignone,  non  potendo  essere  altri- 
menti, per  non  aversi  giammai  u- 
sato  il  suono  di  campana  o  campa- 
nello nella  cappella  del  palazzo  apo- 
stolico. 

I  due  chierici  della  cappella  han- 
no dal  palazzo  apostolico  il  mensile 
onorario  di  scudi  dodici  per  cada- 
uno. Al  sotto  chierico  sono  assegna- 
ti scudi  sei  al  mese,  e  tutti  sono 
posti  a  vita.  Godono  di  altri  emolu- 
menti ,  e  dispensa  di  cera  ,  secondo 
le  funzioni,  nella  creazione  dei  Car- 
dinali, quando  cantano  la  prima 
messa  in  cappella  tanto  come  del- 
l' ordine  de'  preti ,  quanto  come 
vescovi  suburbicari,  che  per  le  loro 
esequie;  così  quando  canta  la  prima 
messa  in  cappella  un  pati'iarca,  o 
vescovo  assistente  al  soglio;  ed  ogni 
volta  che  un  Cardinale ,  o  vescovo 
nelle  cappelle  pontificie,  e  cardina- 
lizie canta  messa,  paga  per  le  am- 
polle bajocchi  cinquanta,  invece  del- 
la fiasca  di  vino,  che  prima  loro  si 
dava.  In  alcune  cappelle,  come  in 
alcune  straordinarie,  e  per  quelle 
di  cseqviie  de'  Papi ,  Cardinali,  e 
sovrani ,  i  chierici  si  prendono  le 
candele  dell'altare,  e  il  sotto  chie- 
rico quelle  della  credenza.  Tanto 
poi  i  chierici,  che  il  sotto  chierico, 
ed  i  loro  soprannumerari,  nelle  ri- 
i3 


«94  CHI  CHI 
correnze  della  festa  dei  principi  degli  dispensa  degli  Jgnits  Dei  beiiedelti; 
apostoli,  e  pel  possesso  del  nuovo  nel  vespero  e  festa  dell'Ascensione, 
Papa,  l'icevono  ognuno  la  medaglia  non  che  della  Pentecoste,  della  ss. 
d'argento,  che  in  tali  circostanze  si  Trinità ,  del  Corpus  Domini,  e  dei 
conia.  Prima  i  chierici  della  cap-  ss.  Pietio  e  Paolo ,  della  festa  del- 
pella  non  solo  godevano  dal  palazzo  l' Assunzione  di  Maria  Vergine,  cioè 
apostolico  l'abitazione,  ma  fruivano  soltanto  quando  il  Papa  comparte 
dal  medesimo  la  cosi  detta  parie  la  solenne  benedizione;  nel  vespero, 
del  palazzo 3  consistente  in  pane  e  e  festa  d'Ognissanti,  nel  vespero, 
vino.  notte  e  festa  di  Natale,  e  nelle  due 
Tanto  i  chierici  della  cappella,  seguenti  feste,  non  che  per  l'aper- 
che  il  sotto  chierico,  e  i  rispettivi  tura  e  chiusura  della  porta  santa, 
soprannumerari  portano  sempre  il  col-  e  pel  solenne  possesso,  che  il  nuovo 
lare  di  seta  paonazza,  e  nelle  cap-  Papa  prende  alla  basilica  lateranense. 
pelle  vestono  sottana  di  seta  pao-  Finalmente  quando  il  Pontefice  con 
nazza  con  mostre  di  seta  paonazza,  solenne  cavalcata  si  recava  a  cele-  ^ 
che  neir  inverno  è  di  saja,  con  fa-  brare  la  cappella  per  la  festa  della 
scia  di  seta  di  tal  colore  e  cotta,  ss.  Annunziata,  i  medesimi  vestivano 
calze  nere,  e  scarpe  con  fibbie;  ma  le  sottane  rosse,  che  pure  assume- 
senza  la  cotta,  usano  il  mantellone  vano,  precedendo  ne' viaggi,  e  possessi 
di  saja  paonazza,  come  nelle  proces-  la  ss.  Eucaristia, 
sioni  di  penitenza  ec.  Però  nelle  se-  Ripetiamo  ancora  una  volta,  che 
guenti  solennità,  e  circostanze,  in  dei  chierici  della  cappella  del  Pa- 
cui  adoperano  la  cotta,  la  sottana  pa,  si  parla  all'articolo  Cappelle, 
è  di  saja  rossa,  ma  allora  non  por-  e  negli  altri  articoli  ove  si  descri- 
tano  la  fascia,  la  quale  di  simile  vono  le  funzioni  a  cui  essi  assisto- 
colore  nel  iSSg  il  regnante  Ponte-  no,  e  di  essi  fra  gli  altri  trattaro- 
fìce  r  ha  concessa  ai  soli  maestri  di  no  il  Landucci  sagrista  pontifìcio,  nel- 
cerimonie  pontificie,  che  nelle  me-  l' opera  intitolata ,  CoUeclio  eoruni, 
desime  festività  e  tempi  assumono  qiice  ad  prcvfecluni  sacrarli  Ponli- 
contemporanea mente  le  sottane  ros-  jicii,  et  ad  idem  sacrariuin  spe- 
se, le  quali  nelle  cappelle  pontifìcie  etani  j  non  che  il  dotto  gesuita 
usano  i  soli  cerimonieri,  chierici,  sotto  p.  Bonanni  nella  Gerarchia  Eccle- 
chierico,  e  soprannumerari.  Ecco  le  siastica,  particolarmente  a  pag.  49^> 
funzioni  ordinarie,  e  straordinarie,  riprodotto  da  d.  Vittore  Falaschi, 
in  cui  i  suddetti  vestono  la  veste  la  Gerarchia  Ecclesiastica,  pag.  3, 
rossa  di  saja  con  mostre  di  seta  de"  Chierici  della  Cappella  Ponti- 
del  medesimo  colore,  oltre  la  cotta,  jicia. 

Quando  il  Papa  celebra  solennemen-  CHIERICI    della    vita    comune. 

te  la  messa   sia   per  la  sua  corona-  Congregazione  di  chierici,    o  di  ca- 

zione,  che  per  la  canonizzazione,  ec;  nonici    regolari,     conosciuti     ancora 

negli  anniversari  della  sua  elezione,  sotto    il    nome    di    fi'fiti   della  vita 

e  della  coronazione;  nel  vespero  e  festa  comune,  istituita  da  Gerardo  Groat, 

della  Circoncisione;  nel  vespero  e  festa  o    il    grande,     nativo    di    Devcnier 

dell' Epifania;  nella  Pasqua  di  resurre-  presso  il  fiume  Isaia  nella  Germania 

zione,     e    nelle  due    seguenti    feste;  inferiore,  diocesi  d'Utrecht.   Avendo 

nel  sabbato  in  Albis,  quando  si  fa  la  egli  compiuti  gli  studi  nella  univer- 


J 


I 


CHI 

sita  di  Parigi,  divenne  canonico  di 
Utrecht  e  di  Aquisgrana,  e  quindi 
rinunziando  tali  dignità,  ed  il  suo 
patrimonio,  si  dedicò  al  vantaggio 
spirituale  de'  suoi  simili.  In  Deven- 
ter  adunò  alcuni  compagni ,  per 
istruire  i  fanciulli  nella  pietà,  e 
nelle  lettere,  vivendo  con  essi  in 
vita  comune,  col  prodotto  che  rica- 
vavano dal  trascrivere  i  libri,  non 
essendo  per  anco  inventata  la  stam- 
pa. Secondo  che  afferma  il  Mirco, 
Gregorio  XI,  nel  iSyG,  approvò 
questa  congregazione  di  chierici  colla 
regola  di  s.  Agostino,  ed  il  fondatore 
mori  verso  l'anno  1 384-  In  seguito 
Fiorando  Radivivio,  uno  de'  primi 
discepoli  di  Gerardo,  si  diede  a  pro- 
pagare l'istituto  :  laonde  ebbero  scuo- 
le, e  case  nel  Brabante,  nella  Fian- 
dra, nella  Gheldria ,  nella  Frisia, 
nella  Westfalia  ed  altrove,  e  vi  fio- 
rirono non  pochi  uomini  distinti, 
che  vennero  celebrati  da  Tommaso 
da  Rempis,  discepolo  di  questi  re- 
ligiosi ,  i  quali  furono  inoltre  arric- 
cliiti  di  privilegi  e  concessioni  dai 
Pontefici  Eugenio  IV,  e  Pio  II,  nel 
XV  secolo.  Ma  in  progresso  di  tem- 
po si  estinsero,  essendo  state  le  ul- 
time case,  e  scuole  in  Colonia,  ed 
in  Bolduch,  giacché  sino  dal  i58t 
Ernesto  duca  di  Baviera  trasferì  il 
possesso  di  molle  loro  case  nella 
compagnia  di  Gesù;  altre  furono 
assegnate  ad  altri  Ordini  religiosi, 
ed  alcune  furono  convertite  in  se- 
minari. Il  Bonanni,  che  nel  suo 
Catalogo  riporta  a  pag.  5'j  ,  la 
figura  d'uno  di  tali  chierici,  dice 
che  nelle  vesti  nere  assomigliavano 
a  quelle  de'monaci  di  s.  Benedetto, 
però  con  maniche  più  strette,  e 
cappuccio  più  largo.  Di  essi  scrissero 
il  p.  Helyot,  Storia  degli  Ordini 
vìonaxtici,  tomo  II,  pag.  SSg,  il 
Tritemio,    Silvestro  Maurolico,  kx- 


CHI  »9^ 

naldo  Buschio,  ed  altri  autori,  che 
si  occuparono  della  storia  degli  Or- 
dini religiosi. 

CHIERICI  Regolari.  Ecclesiastici 
uniti  in  congregazione,  con  voti, 
viventi  in  comunità,  e  soggetti  ad 
una  regola  comune  per  adempiere 
le  funzioni  del  santo  ministero,  per 
istruire  i  popoli  nelle  lettere  e  nella 
religione,  assistere  caritatevolmente 
gli  ammalati  nel  temporale  e  spiri- 
tuale, fare  le  missioni  sì  nelle  pro- 
prie diocesi,  che  altrove,  ed  eziandio 
nelle  parti  degl'  infedeli.  Questo  nuo- 
vo genere  di  preti  sorse  nel  XVI 
secolo,  sotto  il  titolo  di  Chierici  Re- 
golari, e  sono  ecclesiastici,  che  in 
differenti  società  e  congregazioni  vi- 
vono sotto  una  regola;  alcune  esi- 
genti i  voti  solenni,  altre  i  soli  sem- 
plici, altre  con  un  voto  speciale,  e 
con  diverso  tenore  di  vita,  sebbene 
in  parecchie  cose  convengano.  Ge- 
nerale è  poi  l'oggetto  del  servigio 
di  Dio ,  e  della  salvezza  del  prossi- 
mo. I  primi  chierici  regolari  che 
furono  istituiti,  sono  i  Teatini  {Ved{)y 
la  fondazione  de'  quali  rimonta  al- 
l'anno  i524,  mentre  governava  la 
Chiesa  Clemente  VII .  Poco  dipoi 
vennero  altresì  istituiti  i  chierici  re- 
golari di  s.  Paolo,  appellati  Barnabiti 
[Fedi),  quelli  di  s.  Majolo,  o  So- 
maschi  [Fedi),  i  Gesuiti  [Fcdi)y 
i  chierici  regolari  minori  [Fedi)', 
i  Ministri  degl'Infermi  [Fedi),  co- 
nosciuti anche  sotto  il  nome  di  Cro- 
ciferi ,  chierici  regolari  della  Ma- 
dre di  Dio  [Fedi),  e  queUi  delle 
Scuole  Pie,  chiamati  comunemente 
Scolopi  [Fedi).  Alcuni  autori  anno- 
verano tra  i  chierici  regolari  gli 
Oratoriani,  o  Filippini,  i  Doltiinari, 
i  Passionisti ,  ed  altri,  de'  quali  si 
tratta  a'rispettivi  articoli;  ma  questi 
sono  piuttosto  congregazioni  religiose 
che  vivono   in  comunità,   cui  stret- 


196  CHI 

tamente  parlando  non  appartiene  il 
titolo  di  cliierici  regolari,  come  si 
può  vedere  nelle  ISotizie  di  Roma, 
al  titolo ,  Ordini  Religiosi.  Il  pad. 
Tommasini,  Disciplina  della  Chiesa, 
tomo  I,  pag.  1806,  edi'/ione  del 
1726,  dice  che  la  vita  de' chierici 
regolari  è  moJto  simile  a  quella 
de'canonicì  regolari.  V*  ha  però  una 
differenza,  ed  «,  che  gli  antichi  ca- 
nonici regolari  avevano  i  digiuni, 
le  astinenze,  le  veglie  della  notte, 
il  silenzio  dei  monaci ,  mentre  i 
chierici  regolari  abbracciarono  nel 
loro  istituto  tutte  le  funzioni  della 
vita  ecclesiastica,  e  non  le  grandi 
austerità  de' religiosi  consacrati  alla 
solitudine.  Si  chiamarono  poi  chiei'ioi 
acefali  quelli ,  che  non  vollero  più 
vivere  in  comune  col  vescovo,  sicco- 
me ci  vivevano  dapprima ,  a  diffe- 
renza de' chierici  canonici,  i  quali 
continuarono  la  vita  comune  col 
vescovo. 

CHiERICI  sEGOtARi.  Congregazioni 
religiose,  di  cui  a  seconda  dell'  isti- 
tuzione ,  oltre  i  sacerdoti  e  i  laici, 
potevano  professare  la  regola ,  ed 
emettere  i  corrispondenti  voti  sem- 
plici anco  i  secolari  non  ordinati  in 
sacris.  Pei'ciò  e  da  un  genere  di 
vita  più  mite,  e  dal  professiu-e  voli 
non  tanto  rigorosi,  ed  anche  dal  non 
emetterne  alcuno,  furono  detti  chie- 
rici secolari,  o  congregazioni  in  co- 
mimità ,  come  i  dottrinari ,  o  chie- 
rici secolari  della  dottrina  cristiana 
istituti  nel  1593,  ed  altre  congre- 
gazioni simili  ;  mentre  che  alcune 
congregazioni  di  chierici  regolari  nel- 
la loro  fondazione  erano  state  se- 
colari. 

Innocenzo  XI,  colla  costituzione  85, 
Creditae  nobis,  Bull.  Rom.  t.  Vili, 
pag.  I  33,  ai  7  giugno  1680,  appro- 
vò gl'istituti  de' chierici  secolari,  che 
soggetti  agli  Ordinarli  vivono  in  co- 


CHl 

mune,  le  cui  nuove  costituzioni  poi 
confermò  a'  1 7  agosto  1 684  col 
disposto  della  costituzione  i43,  Sa- 
crosancti y  Bull.  Rom.  tom.  Vili, 
pag.  309.  Sopra  tali  istituti  sono 
pure  a  vedersi  le  costituzioni ,  che 
il  medesimo  Pontefice  pubblicò  ai  7 
giugno  1688,  nello  stesso  tomo  del 
citato  Bollarlo.  Inoltre  Innocenzo  XI, 
mediante  la  costituzione  126,  /4d 
Pasloralis,  data  a'  20  maggio  1682, 
Bull.  Rom.  loco  citato,  pag.  283, 
approvò  la  congregazione  de'  chierici 
regolari  dell'  Assunzione  in  Porto- 
gallo, cogli  stessi  statuti,  e  ad  imi- 
tazione della  congregazione  dell'ora- 
torio di  s.  Filippo  Neri  in  Roma,  e 
dell'altra  congregazione  della  Ma- 
donna dell'Assunta  di  Lisbona,  appro- 
vata dal  predecessore  Clemente  X , 
a'  6  maggio  1671  ,  e  a*  24  agosto 
1672.  Dipoi  Alessandro  Vili,  a'  i3 
settembre  i6qo,  colla  costituzione 
25.  Bull.  Rom.  tom.  IX,  pag.  43, 
confermò  la  suddetta  congregazione 
de'  chierici  secolari  dell'Assunta  in 
Portogallo. 

CHIERICI    REGOLARI  DELLA   MaDRE 

DI  Dio.  Congregazione  l'eligiosa,  che 
vanta  per  suo  fondatore  il  venera- 
bile p.  Giovanni  Leonardi,  nato  nel 
1543  in  Diecimo ,  terra  dello  stalo 
di  Lucca,  da  genitori  onesti  e  timo- 
rati di  Dio,  i  quali  nell'educarlo  se- 
condarono la  sua  pia  inclinazione,  e 
l'affidarono  anco  per  l'istruzione  ne- 
gli studi  ad  un  buon  parroco.  Gio- 
vanni in  tutto  fece  profitto ,  e  si 
elesse  a  speciale  protettrice  la  bea- 
tissima Vergine  Maria  ;  ma  sebbene 
avesse  disposizione  alla  vita  religiosa, 
giunto  all'età  di  diciassette  anni,  per 
volere  del  genitore  si  condusse  in 
Lucca  ad  imparare  l'arte  del  farma- 
cista. In  quella  citfà  si  ascrisse  alla 
confraternita  de'  colombini  ,  diretta 
da  uu  zelante  p.  douienicauo,  i  cui 


CHI 

membri  si  adunavano  per  eseguir 
alcuni  esercizi  spirituali  in  casa  di 
certo  Giovanni  Fornaino  loro  capo. 
Questi  era  tessitore  di  drappi,  e  col 
prodotto  delie  sue  fatiche  alloggiava, 
e  manteneva  nella  medesima  i  pel- 
legrini, e  i  poveri.  Non  andò  guari, 
che  il  Leonardi  ottenne  di  coabitar- 
vi, e  siccome  era  bramoso  di  mag- 
gior perfezione,  domandò  di  essere 
ammesso  tra  i  minori  osservanti  di 
Lucca.  Dio,  che  lo  avea  destinato  a 
fondare  un  utile  istituto,  permise 
che  i  superiori  non  lo  accettassero  ; 
il  perchè,  sebbene  contasse  il  Leo- 
nardi ventisei  anni ,  per  consiglio 
del  proprio  confessore,  intraprese  il 
corso  degli  studi,  interrotti  per  co- 
mando del  genitore,  né  si  vergognò 
d' incominciare  dai  primi  rudimenti 
grammaticah.  Rapido  ne  fu  il  pro- 
fìtto, apprese  la  filosofia,  e  la  teolo- 
gia dal  p.  Paolino  Bernardino  do- 
menicano, ed,  ordinatosi  sacerdote , 
compi  gli  studi  sotto  il  dotto  Pro- 
spero Pampaloni,  minoie  osservante. 
Indi  nel  convento  di  s.  Romano 
de'  domenicani,  ad  insinuazione  del 
Leonardi,  furono  istituiti  alcuni  eser- 
cizi di  pietà,  e  conferenze  ecclesia- 
stiche, uve  prevaleva  la  dottrina  e 
pietà  del  medesimo:  il  perchè  meri- 
tò, che  fosse  a  lui  affidata  l'ufficia- 
tura della  chiesa  di  san  Giovanni 
della  Magione,  eh'  era  una  commen- 
da di  Malta,  ed  ivi  introdusse  eser- 
cizi spirituali,  dispute  filosofiche,  e 
nella  domenica  l'istruzione  della  dot- 
trina cristiana  ai  fanciuUi,  cose  tutte 
approvate,  e  lodate  dal  vescovo,  che 
inoltre  gli  permise,  insieme  ad  altre 
persone  da  lui  scelte ,  d' insegnare 
la  dottrina  cristiana  ai  fanciulli,  nel- 
le chiese  e  parrocchie  della  città.  Il 
Leonardi  riuscì  così  bene  in  tale  in- 
segnamento, e  nell'organizzarlo,  che 
la   dottrina    compendiata  da  lui,  e 


CHI  197 

fatta  stampare,  fu  adottata  nella  dio- 
cesi di  Lucca.  Mentre  egli  era  tutto 
occupato  in  sì  pii  esercizi,  a  lui  si 
unirono  Giambattista  Cioni  nobile 
lucchese,  e  Giorgio  Arrighini,  e  con 
questi  incominciò  a  fondare  la  sua 
congregazione  nella  chiesa  della  Ma- 
donna della  Rosa,  della  quale,  e 
della  compagnia  ivi  eretta,  fu  di- 
chiarato cappellano ,  e  poco  dipoi 
unironsi  a  lui  i  fratelli  Cesare  e 
Giulio  Franciotti ,  nobili  di  Lucca  , 
i  quali  co'  due  precedenti  vengono 
riguardati  come  i  primari  istro- 
menti  della  fondazione  di  questi  re- 
ligiosi. Il  venerabile  Leonardi  volle 
assoggettare  la  sua  famiglia  all'ub- 
bidienza e  direzione  dei  domenicani, 
i  quali  deputarono  all'  oggetto  due 
loro  religiosi,  ma  poscia  costrinsero 
lo  stesso  fondatore  in  virtù  di  ub- 
bidienza a  prenderne  esclusivamente 
la  cura. 

Accresciuta  di  numero  la  congie- 
gazione ,  fu  pregato  il  Leonardi  a 
scriverne  le  regole  ;  ma  egli,  pi'eso 
un  foglio  di  carta,  solo  vi  scrisse 
Ubbidienza ,  e  lo  fece  affiggere  al 
pubblico.  Egli  però  esigette  da'  suoi 
compagni  raccoglimento  interno,  as- 
siduità nell'oi-azione,  e  povertà,  per 
cui,  benché  fossero  tenuti  per  voto, 
e  vivessero  in  comune,  non  possede- 
vano nulla;  esigeva  rigoroso  silenzio 
in  refettorio,  ed  in  ore  determinate,  e 
dopo  averli  ammaestrati  colle  parole, 
e  coir  esempio  di  profonda  umiltà, 
r  impiegava  a  vantaggio  della  sa- 
lute delle  anime^  che  è  il  fine  pre- 
cipuo della  congregazione.  Si  reca- 
va ancoi-a  il  fondatore  ne'  villaggi 
suburbani  con  alcuni  compagni  per 
istruire  i  contadini  nella  dottrina 
cristiana ,  istituendo  a  tal  fine  col- 
l'approvazione  del  vescovo,  una  con- 
fraternita sotto  il  titolo  della  dot- 
trina cristiana,  i  cui  fratelli,  e  so- 


198  CHI 

relle  doveano  fare    il  catechismo  ai 
fanciulli  ;  sodalizio  fondato  nel  147^9 
arricchito  d' indulgenze  da  Gregorio 
XIII,  e  Sisto  V,  e  che  poi  nel    j  GSg 
fu  aggregato  a  quello  di  Roma.  Ad 
onta  di  ciò  insorsero  non  poche  per- 
secuzioni contro  il  servo  di    Dio    e 
la  sua  congregazione,  per    cui    \'en- 
nero  costretti  i  religiosi  a  mendica- 
re   il  vitto  di  porta   in  porla ,  e  a 
subire    gi-avi    ingiurie;    finché    nel 
i58o  passarono  dalla  suddetta  chie- 
sa a  quella  di  s.  Maria  Cortelandi- 
ni,  ove  Dio  li  provvide  del  mante- 
nimento necessario.  Lungi  il  fonda- 
tore di  avvilirsi  dalle  traversie,  pie- 
no di  costanza,  fondò  ancora  in  Luc- 
ca una  casa    per  collocarvi    le  fan- 
ciulle povere  e  pericolanti,   la  quale 
divenne    in   seguito  monistero  chia- 
mato degli  Angeli ,    in  cui  con  au- 
torità   di    Urbano  Vili ,    impetrata 
dal  p,  Domenico  Tucci,  quarto  ret- 
tore generale  della  congregazione,  si 
fecero  dalle  monache  i  voli  solenni 
sotto  la  regola  di  s.  Chiara,  perchè 
già  avevano  assunto  l'abito  del  ter- 
z  Ordine  di  s.  Francesco. 

La  mentovata  chiesa  di  s.  Maria 
Corlelandini  era  stata  ceduta  dal 
rettore  Giovanni  Neri ,  ed  avendo 
la  cura  delle  anime,  il  fondatore  la 
fece  esercitare  dal  p.  Cioni,  quan- 
tunque ancora  non  fosse  sacerdote, 
ed  i  religiosi,  che  allora  venivano 
appellati  preti  riformati,  v'introdus- 
sero molte  di  vote  pratiche.  Segui  tc^ 
la  rinunzia  formale  di  tal  parrocchia 
nelle  mani  di  Papa  Gregorio  XIII, 
egli  prima  di  unirla  alla  congrega- 
zione, volle  che  il  vescovo  di  Lucca 
Alessandio  Guidiccioni  erigesse  ca- 
nonicamente la  congregazione,  locchè 
eseguì  agli  8  di  marzo  i583  col 
darle  il  titolo  di  congregazione  di 
chierici  secolari  della  Beatissima  Ver- 
gine.   Quindi    fu    loro   permesso  di 


CHI 

compilarne  le  costituzioni,  che  fece 
il  ven.  Leonardi,  come  anche  di  eleg- 
gere un  superiore,  e  di  ricevere  tutti 
quelli,  che  avessero  bramato  farne 
parte.  Stabilito  l'istituto  in  congrega- 
zione, iu  quell'anno  medesimo  si  ce- 
lebrò il  primo  capitolo,  nel  quale  fu 
eletto  a  superiore,  col  titolo  di  Rettore 
Generale ,  il  medesimo  fondatore , 
che  presentò  le  costituzioni  ai  pa- 
dri capitolari  per  l'approvazione,  ed 
il  vescovo  di  Lucca  per  autorità 
conferitagli  dal  Sommo  Pontefice  le 
confermò.  Indi  il  ven.  Leonardi,  la- 
sciando il  governo  della  casa  al  p. 
Cioni,  per  soddisfare  ad  un  voto  si 
recò  a  visitare  il  santuario  di  Lo- 
reto ,  donde  passò  a  Roma  amore- 
volmente accolto  da  s.  Filippo  Neri, 
che  lo  presentò  a  Gregorio  XIII , 
da  cui  fu  incoraggilo  a  proseguire 
nel  bene  spirituale,  che  faceva  alla 
città  di  Lucqa.  Restituitosi  alla  pa- 
tria, i  malevoli  rinnovarono  le  per- 
secuzioni: laonde  il  servo  di  Dio  an- 
dò nuovamente  in  Roma,  dove  pas- 
sò il  resto  di  sua  vita. 

Subito  le  virtù  e  I9  santità  de( 
p.  Leonardi  riscossero  in  Roma  ve- 
nerazione, ed  egli  venne  in  istima 
de'  Pontefici  ,  e  della  congrega- 
zione de'  vescovi  e  regolari ,  così  che 
fu  mandato  a  Napoli  col  grado  di 
commissario  apostolico ,  per  termi- 
nare alcune  differenze  insorte  tra  il 
vescovo  di  Nola,  e  il  popolo  di  san 
Anastasio,  lo  che  eseguì  felicemente. 
Fatto  ritorno  in  Roma,  si  applicò 
agli  ulteriori  vantaggi  di  sua  con- 
gregazione; primieramente  ordinò  «i 
suoi  religiosi  di  Lucca  rivedere  le 
costituzioni,  e  domandò  a  Clenten- 
te  Vili  la  conferma  del  suo  istituto, 
che  il  Papa  accordò  colla  bolla  370, 
Ex  quo  divina ,  emanata  a'  1 3  ot- 
tobre 1595,  come  si  legge  nel  Bull. 
Ront.  tomo  V,  parie  III,  /éppend. 


CHI 

pag.  1 1 6,  con  voli  semplici,  con  di- 
versi privilegi,  e  coH'esenlarlo  dalla 
giurisdizione  de*  vescovi,  sottoponen- 
dolo all'immediata   protezione  della 
Santa  Sede.    Quindi    lo    stesso  Cle- 
j.  mente  Vili  nominollo    commissario 
apostolico  per  la  riforma  dell'Ordi- 
ne di  Monte  Vergine,   e  nel   1597 
lo  spedi    a    Lucca    col    carattere  di 
visitatore  apostolico  della  stessa  sua 
congregazione,     cui    egli    consolidò 
maggiormente.     Ritornato    a    Mon- 
tevergine  per  comando  pontificio  per 
vedere  se  eseguivansi  i  di  lui  decreti, 
il  vescovo    di    Aversa,    dovendo    al- 
lontanarsi dalla  diocesi,  lo  pregò  ad 
accettare  l'incarico  di  amministratore 
di  essa.   Il  p.  Leonardi  per  ben    al- 
tre   due    volte  fece    ritorno  a  Mon- 
teveigine ,    ove    celebrò    il    capitolo 
generale. 

Adempiute  tali  incumbenze,  affi- 
ne di  stabilire  in  Roma  la  congrega- 
zione, accolse  l'offèrta  del  Cardinal 
Bartolommeo  Cesi  della  sua  chiesa 
diaconale  di  s.  Maria  in  Portico,  e 
col  consenso  di  Clemente  Vili  ne 
prese  possesso  nella  domenica  fra 
l'ottava  dell'Ascensione  del  1601. 
In  questo  anno  medesimo,  per  la 
gran  riputazione,  che  godeva  il  Car- 
dinal Giustiniani  protettore  dei  val- 
lombrosani,  lo  mandò  a  visitare  i 
monisteri  di  questi  monaci,  e  per 
volere  del  gran  duca  di  Toscana 
Ferdinando  I,  visitò  pure  l'eremo 
di  Monte  Senario ,  ove  per  altro 
nulla  trovò,  che  avesse  duopo  di 
riforma.  Senza  far  menzione  di  altri 
onoievoli  incarichi  con  prudenza  e 
zelo  disimpegnati,  ricompose  le  dif- 
ferenze insorte  fra  la  repubblica  di 
Lucca,  e  il  duca  di  Modena.  Ad 
onta  di  questo  benefizio,  i  concitta- 
dini non  lo  riguardavano  con  quella 
venerazione  che  riscuoteva  da  tutti, 
massime    quando    Clemente    VIII, 


CHI  199 

avendo  deputato  per  primo  protetto- 
l'e  di  questa  congregazione  il  celebre 
Cardinal  Baronie,  fu  da  lui  nominato 
rettore  generale  della  medesima,  ab- 
benchè    non   accettasse   se    non  per 
ubbidire  a  Clemente  Vili.    Avendo 
poi  pei'fezionate  le  sue  costituzioni, 
il  Cardinal  protettore  volle ,   che  si 
convocasse   in  Roma   una  dieta  per 
esaminarle,  avanti  di  sottoporle  alla 
suprema  sanzione  del  Papa.  La  dieta 
le  confermò,  e  siccome  veniva  dalle 
costituzioni  ordinato,  che  al  rettore 
generale  si  deputassei'o  tre  assistenti, 
col  consiglio  de'  quali  dovessero  de- 
terminarsi   le   cose    spettanti   al  go- 
verno   della    congregazione,    ed   un 
ammonitore,  che    lo    avvertisse    dei 
mancamenti  cui  poteva   commettere 
neir  esei'cizio   della    carica ,    i    padri 
vocali  giustamente  esentarono  da  tal 
legge  il  benemerito  fondatore.    Indi 
presentarono    a    Clemente    Vili    le 
costituzioni,  che  avendole  esaminate, 
altamente  le  encomiò,  e  di  concerto 
col    Cardinal     Baronio     ne     diede 
l'assenso  a'  24  giugno  del  i6o4  colla 
costituzione,   I/los ,   Bull.  Rom.  loc. 
cit.  pag.  Il 3,  permettendo  alla  con- 
gregazione   di    potersi  propagare  in 
altri  luoghi.    Dopo    la  dieta,  il  ven. 
Leonardi    passò    a    Lucca  a  visitare 
la  casa  religiosa,  e  tornato  in  Roma 
nel  i6o5,  quindi  nel  1608,  vi  tenne 
due  congregazioni  geneiali. 

Nell'anno  seguente  afflitta  Roma 
da  micidiale  influenza,  il  fondatore 
si  distinse  nell'  assistere  i  discepoli, 
che  ne  furono  attaccati,  e  consu- 
mato dalle  fatiche  santamente  mori 
a' 9  ottobre  «609  in  età  di  QQ  anni. 
A^enne  sepolto  nella  detta  chiesa  di 
s.  Maria  in  Portico,  donde  poi  fu 
trasferito  alla  chiesa  di  s.  Maria  in 
Campitelli,  operando  Dio  a  sua  in- 
tercessione non  pochi  miracoli,  per 
cui  dopo  approvate   le  sue  virtù  in 


aoó  CHI 

gi*ado  eroico,  s'  introdusse  la  causa 
per  la  di  lui  beatificazione.  Due 
sole  case  lasciò  erette,  cioè  quella 
di  Lucca,  e  quella  di  Roma,  ma 
dopo  la  sua  morte  ne  furono  fon- 
date alcune  altre,  mantenendosi  tut- 
tavolta  la  congregazione  sempre  ri- 
stretta, e  poco  numerosa.  V.  Carlo 
Antonio  Erra  della  medesima  con- 
giegazione.  Vita  del  venerabile  -pad. 
Giovanni  Leonardi  fondatore  della 
congregazione  de'  chierici  regolari  del- 
la  Madre  di  Dio,  Roma  i  ySS. 

Paolo  V  in  seguito,    col  disposto 
della    costituzione ,    Inter  Pastoralis, 
volle,  che  questa  congregazione  fosse 
chiamata  de'  Chierici    regolari    della 
Madre    di    Dio,    commettendole   la 
cura    delle    scuole    pie  introdotte  in 
Roma    da     s.    Giuseppe     Calasanzio 
sotto  Clemente  Vili,  per  l'ammae- 
stramento gratuito  de'giovani  poveri; 
ma  i  religiosi  avendo  pregato  dipoi 
di  essere   esonerati  da  sifliitto    mini- 
stero, lo  stesso  Paolo  V   vi  fece  sot- 
tentrare l'altra  nuova  congregazione 
de' chierici     regolari  delle  scuole  pie, 
ossia  de'poveri  della  Rladre  di  Dio, 
la  quale  però  volle  denominare  Pao- 
lina de'poveri  della  Madre   di    Dio 
delle  scuole  pie,    che  a'  i4  gennaio 
i6i4    aveva    unita    all'  istituto    del 
vener.  Leonardi;  unione,  cui  sciolse 
con  bolla  de' 6  marzo    1617.    ^.  il 
Ragguaglio    dell'unione,    e   disunione 
delle    scuole  pie,    0    Scolopi,    con  la 
congregazione  de'  chierici  regolari  del- 
la Madre  di  Dio,   composto    dal  p. 
Carlo  Antonio  Erra  milanese ,    reli- 
gioso della  stessa  congregazione  della 
Madre  di  Dio,  e  stampato  in  Roma 
nel   1 753. 

Il  medesimo  Pontefice  Paolo  V 
concesse  a  questi  chierici  regolari 
di  aggiungere  ai  tre  voti  semplici 
di  castità,  ubbidienza,  e  perseveran- 
za nella  congregazione,  anche  quello 


CHI 

della  povertà,  e  con  breve  del  1 6 1 9 
diede  facoltà  ai  superiori  di  variare 
le  costituzioni    per    ciò    che  riguar- 
dava l'ultimo  voto  aggiunto.  Final- 
mente   il    suo    successore    Gregorio 
XV,  a' 3  novembre  1621,  con  breve 
apostolico,    In  supremo  Apostolatus, 
elevò  la  congregazione   al   grado  di 
Ordine  religioso,  col  poter  professare 
i  voti  solenni,    e    gli    accordò    tutti 
quei  privilegi  ed    esenzioni,  che  go- 
dono   tutti    gli   Ordini    religiosi  ap- 
provati   canonicamente    dalla     Sede 
apostolica,  come  si  può  vedere  presso 
il  Sarteschi ,    De  scriptoribus  Congr. 
Matris  Dei,  art.  I,  pag.  3,  et  seq. 

Nel  pontificalo  di  Alessandro  VII, 
e    neir  anno    i656,    essendo    Roma 
afflitta  dalla  peste,  il  senato  romano 
fece  voto  di  collocare    con    maggior 
ornamento    e    decoro    la    miracolosa 
immagine,    che    ivi    si  venerava,  di 
s.  Maria    in  Portico,    verso    cui  era 
rivolta  l'universale  fiducia.    Il  Papa 
annuì  al  voto,  e  ordinò  che,  demo- 
lita la  primitiva   chiesa  sulla  piazza 
Campitelli     appartenente    a'  chierici 
regolari    della    Madre  di  Dio,    dalle 
fondamenta  se  ne  erigesse  una  nuo- 
va,   e    volle    che    vi  fosse   trasferi  la 
l'anzidetta  immagine  unitamente  alla 
diaconia    CardiiiaHzia ,     come    seguì 
nel    1662,  e  che  si  chiamasse  di  s. 
Maria  in  Portico  in  Campitelli,  della 
quale    si    tratta    all'articolo    Chiese.' 
La  medesima  è  uflizìata  tuttora  con 
decoix)    dai     chierici     regolari    della 
Madre  di  Dio,  e    vm   religioso  vi  e- 
sercita    le    funzioni    di  parroco.    JVel 
contiguo    collegio    risiede    il    rettore 
generale  della  congregazione.   La  ca- 
sa annessa  all'antica  chiesa  di  santa 
Maria  in  Portico,  in  oggi    s.   Galla, 
sgombrata    dai    religiosi,     che    tutti 
passarono  in  Campitelli,  fu  da  loro 
venduta  agli  Odescalchi,    i  quali  la 
convertirono  in  ospedale  di  s.   Galla 


CHI 

(  Vedi  ) ,  a  vantaggio  de'  poveri  , 
che  non  hanno  luogo  per  dormire. 
Concorse  pure  a  tale  acquisto  Anna 
Moroni,  che  sotto  la  direzione  del 
padre  Cosimo  Berlintani,  chierico  re- 
golare, parroco  di  detta  chiesa,  e 
suo  confessore,  fondò  l' istituto  delle 
monache  del  Bambin  Gesù  (  Vedi). 
Questa  fondatrice  colle  sue  convit- 
trici,  finché  visse,  abitò  a  piazza 
Maigana  sotto  Ja  parrocchia  di  s. 
Maria  in  Campitelli,  e  vi  mori  a' 7 
febbraio  1675.  Quindi  nel  1679,  '^ 
dette  conviltrici  ne  partirono,  pas- 
sando ad  abitare  il  palazzo  Cimarra 
presso  s.  Lorenzo  in  Pane  e  Penìa. 
Della  paite,  che  i  chierici  regolari 
della  Madre  di  Dio  ebbero  nella 
fondazione  dell*  ospizio  apostolico  di 
s.  Michele  a  Ripa,  se  ne  tratta  a 
queir  articolo. 

Finalmente  questa  congregazione 
si  sarebbe  più  dilatata,  se  non  aves- 
sero i  superiori  ricusate  le  fondazioni, 
a  cui  erano  invitati  in  diverse  città 
d'Italia,  preferendo  la  pace,  e  la  re- 
golare osservanza,  all'  ingrandimento 
dell'  istituto.  Le  loro  pratiche  religio- 
se sono  anche  riferite  dal  p.  Annibali 
nel  suo  Compendio  della  Storia  de- 
gli Ordini  regolari,  capit.  IX,  Della 
Congregazione  de' Chierici  regolari  ec, 
e  dal  p.  Bonanni  nel  suo  Catalogo 
ec. ,  a  pag.  4  '  5  i^  quale  inoltre  ne 
riporta  la  figura,  e  dice  che  nelle 
costituzioni  viene  ordinato,  che  dopo 
il  desinare  recitino  le  litanie  della 
b.  Vergine,  e  dopo  cena  quelle  dei 
santi  ;  che  nella  festa  della  di  lei 
assunzione  rinnovino  i  voti,  e  la 
celebrino  solennemente,  digiunando 
ad  ogni  di  lei  vigilia  ec,  che  s' im- 
pieghino in  vantaggio  spirituale  delle 
anime  ,  visitino  gli  ospedali  e  le 
carceri,  si  prestino  nelle  missioni, 
e  in  altri  pii  esercizi.  I  loro  sacer- 
doti e  chierici  portano  l'abito  talare 


CHI  201 

di  saja  nera  della  forma  degli  eccle- 
siastici, con  piccolo  collarino  di  tela 
bianca,  con  cappello  nero  egualmen- 
te ecclesiastico,  usando  in  chiesa,  ed 
in  casa  la  berretta  clericale.  I  laici 
portano  il  medesimo  abito  ma  più 
corto,  e  gli  uni  e  gli  altri  in  chie- 
sa assumono  la  cotta.  Vanta  questa 
congregazione  un  gi'an  numero  d'uo- 
mini insigni  nella  predicazione,  non 
che  scrittori  illustri,  fm' quali  il  ce- 
lebratissimo  p.  Giandomenico  Mansi, 
poi  arcivescovo  di  Lucca  sua  patria. 
Lo  stemma,  e  il  sigillo  della  con- 
gregazione consiste  nel  ss.  Nome  di 
Maria  in  lettere  greche,  colla  corona 
sopra. 

CHIERICI  BEGOLARi  MmoRi.  Que- 
st'Ordine rehgioso  fu  istituito  da  tre 
gentiluomini,  cioè  da  Giovanni  A- 
gostino  Adorno  genovese,  e  da  Ago- 
stino, e  Francesco  Caracciolo  napo- 
letani. Il  primo,  nato  nel  i55i,  da 
una  delle  primarie  famiglie  di  Ge- 
nova ,  fu  dalla  natura  dotato  di 
somma  perspicacia  d'  ingegno.  Col 
viaggiare,  ed  intrattenersi  nelle  va- 
rie corti  d' Italia,  prese  facilità  gran- 
dissima nella  pratica  degli  affari  po- 
litici, per  lo  che,  giovane  ancora,  fu 
dalla  vecchia  nobiltà  di  sua  patria 
destinato  a  far  parte  dell'  ambasce- 
ria, che  a  Filippo  II  re  di  Spagna 
inviavasi  per  comporre  alcune  ver- 
tenze insorte  fra  essa,  e  la  cos'i  det- 
ta nobiltà  nuova.  Iddio  però,  che  ad 
altra  carriera  più  luminosa  avealo 
destinato,  fece,  che  nel  fiorire  degli 
anni  pervenisse  alla  maturità  de' co- 
stumi. Tornato  in  patria,  si  pose 
sotto  la  direzione  del  suo  confessore 
p.  Basilio  Pignatelli  teatino,  ed  in 
breve  grande  fu  il  profitto  che  fe- 
ce nella  pietà,  e  nelle  virtù  ;  ed  es- 
sendo stato  trasferito  il  p.  Pignatel- 
li da  Genova  in  Napoli  ,  ad  eser- 
citarvi la  carica  di  maestro   de'  no- 


202  CHI 

vizi,  l'Adorno  risolvette  di  raggiun- 
gerlo. Nel  viaggio  si  fermò  prima  in 
Firenze,  ove  fece  gli  esercizi  spiri- 
tuali, poi  passò  in  Vallombrosa  e- 
sercitandosi  nella  penitenza,  e  nella 
meditazione  delle  cose  celesti,  per 
cui  si  sentì  ispirato  di  fondare  una 
congregazione  religiosa,  ed  ivi  ne 
incominciò  a  scrivere  le  regole,  in- 
di giunto  in  Roma  si  trattenne  a 
\isitare  i  santi  luoghi,  ed  a  ricever- 
vi la  tonsura,  e  i  quattro  ordini  mi- 
nori ,  finché  arrivato  in  Napoli,  si 
pose  sotto  r  ubbidienza  del  p.  Pi- 
gnatelli,  si  ascrisse  alla  compagnia 
dei  Bianchi,  che  aveano  per  istituto  di 
assistere  i  condannati  all'ullimo  sup- 
plizio ,e  ricevette  gli  altri  ordini  mag- 
giori, e  il  sacerdozio.  Fu  allox'a,  che 
con  più  caldo  impegno  si  dedicò  al- 
la salvezza  eterna  delle  anime,  ed  a 
pensare  di  proposito  ali  Ordine  che 
si  proponeva  istituire,  e  ne  ricevet- 
te r  ultimo  impulso  da  una  divina 
visione,  mentre  orava  all'  altare  del- 
la ss.  Vergine  nell'  ospedale  degl'in- 
curabili. 

Col  consigUo  del  p.  Pignalelli  si 
determinò  1'  Adorno  alla  fondazione, 
invitandovi  Fabrizio  Caracciolo,  che 
poi  assunse  il  nome  di  Agostino,  ed 
Ascanio  Caracciolo,  che  prese  poscia 
quello  di  Francesco,  co' quali  in  se- 
guito li  chiameremo.  Questi  pertan- 
to furono  i  due  primi  compagni 
dell'  Adorno^  e  cooperatori  con  lui 
Dell'  istituzione,  e  stabilimento  dei 
chierici  regolari  minori  ;  dappoiché, 
per  dare  il  suo  compimento  alla  re- 
gola abbozzata  dall'  Adorno,  dopo 
varie  consulte  col  p.  Pignatolli,  e  col 
p.  Mario  di  Andria,  gesuita,  tutti  e  tre 
si  ritirarono  nell'eremo  degli  cremiti 
camaldolesi  di  s.  Salvatore  di  Napoli, 
Quivi  colle  orazioni  ed  aspre  peni- 
tenze, perfezionarono  la  regola,  se- 
condo le  divine  ispirazioni  che  rice- 


CHI 

vevano  ;  dopo  di  che  l' Adorno,  e 
Francesco  Caracciolo  si  recarono  a 
Roma  per  domandare  al  Pontefice 
Sisto  V  la  sua  approvazione,  non 
che  della  congregazione,  che  brama- 
vano fondare.  Il  Papa  ne  lodò  il 
pio  divisamento,  e  deputò  quattro 
Cardinali  ad  esaminare  ogni  cosa,  i 
quali  sebbene  trovassero  l' istituto,  e 
la  regola  secondo  i  dettami  del  van- 
gelo, non  istimarono  rilasciarne  ap- 
provazione a  cagione  del  gran  nu- 
mero di  Ordini  religiosi  di  cui  era 
provveduta  la  Chiesa  universale  ;  pe- 
rò passati  due  mesi,  Sisto  V,  colla 
bolla  Sacra  Religionis,  emanata  il  r 
luglio  i588,  con  autorità  apostolica 
permise  loro  di  erigere  la  nuova 
congregazione  di  chierici  regolari , 
dandole  a  similitudine  de'  frati  mi- 
nori _,  il  titolo  di  Minori,  benché  l'A- 
dorno avrebbe  prefei'ito  quello  di 
Mariani,  per  la  tenera  devozione,  che 
professava  alla  Vergine  Maria,  e  di 
fare  i  voti  solenni.  Tornati  ambe- 
due a  Napoli,  ivi  gettarono  le  fon- 
damenta della  congregazione  nella 
chiesa  parrocchiale  della  Misericordia 
ottenuta  da  Agostino  Caracciolo,  che 
era  rimasto  in  detta  città  cogli  as- 
piranti ad  entrare  nell'  istituto. 

Veramente  questi  religiosi  brama- 
vano la  chiesa  di  s.  Maria  Mag- 
giore, essendo  abbate  il  p.  Agosti- 
no; ma  non  avendola  potuta  conse- 
guire, andarono  ad  abitare  presso 
quella  della  Misericordia  i  tre  fon- 
datori con  nove  compagni.  Essi  vi- 
vevano poveramente  ,  l' abito  era 
di  panno  tessuto  di  peli,  per  cui  fu- 
rono chiamati  i  Pelosi.  Subito  die- 
dero principio  all'osservanza  delle 
regole,  ad  uffiziare  la  chiesa  colla 
recita  delle  ore  canoniche,  predican- 
do la  divina  parola,  amministrando 
i  sacramenti,  o  facendovi  esercizi  di 
pietà  con  tal  zelo    ed    esemplarità, 


I 


CHI 
che  ben  presto  si  procacciarono  in 
JVapoli  la  generale  estimazione.  In 
seguito,  e  nel  1 589,  rimanendo  in 
tal  città  il  p.  Agostino,  i  pp.  Ador- 
no e  Francesco  recaronsi  a  Madrid, 
per  diffondere  l'Ordine  nella  Spagna; 
ma  per  allora  ciò  non  rii»scì  .  Pex'- 
ciò  il  p.  Adorno  ritornò  a  Roma, 
lasciando  la  casa  della  Misericor- 
dia sotto  la  direzione  del  p.  Fran- 
cesco, il  quale  finalmente  ottenne  la 
chiesa  di  santa  Maria  maggiore,  di 
cui  prese  possesso  co'  suoi  religiosi 
9'  9  febbraio  i  Sg  r ,  mentre  in  Ro- 
ma il  p.  Adorno  otteneva  da  Papa 
Gregorio  XIV  la  conferma  dell'Or- 
dine mediante  i  due  brevi  o  bolle, 
che  incominciano  la  prima  Ut  ca,quac 
ad  ri'ligionis propagalioiiein,  la  secon- 
da colle  parole /?o/7i«72«.9  Pontifcx,  spe- 
diti a'  18  febbraio  del  medesimo  an- 
no. Con  questi  brevi  furono  concessi 
a'  chierici  regolari  minori  i  privilegi 
dei  teatini  (^p^edi).  Se  non  che  fatto  ri- 
torno in  Napoli  il  p.  Adorno,  vi  mori 
in  odore  di  santità  a'  29  settembre 
1591,  cui  Dio  confermò  con  vari 
prodigi  a  sua  intercessione  operati. 

Allora  prese  il  governo  dell'Ordi- 
ne il  p.  Fiancesco  Caracciolo,  che  fu 
eletto  in  superiore  della  cqsa  della 
Misericordia,  e  poi  nel  i593,  per 
primo  generale  dell'Ordine,  il  quale 
principalmente  riconosce  da  lui  il 
suo  maggior  lustro  ed  incremento; 
giacché  se  il  yen.  Adorno  gli  diede 
principio,  il  resto  si  deve  al  p. 
Francesco  per  essere  stato,  come  di- 
remo, canonizzato,  e  perciò  questi  si 
ritiene  per  fondatore  se  non  il  pri- 
mo, il  principale  pel  merito.  Cle- 
mente "Vili  confermò  di  nuovo  l'Or- 
dine, colla  bolla  Sarrae  religionis  pro- 
pagationem,  nel  primo  giugno  1592. 
Il  padre  Francesco  poi  lo  propa- 
gò in  molte  città  d' Italia,  ed  ezian- 
dio nella  Spagna,   ove   recatosi    nel 


CHI  2o3 

i5>94,  fondò  in  Madrid  una  casa 
sotto  il  titolo  di  s.  Giuseppe,  da  cui 
in  progresso  i  religiosi  passarono  a 
quella  dello  Spirito  Santo:  enei  me- 
desimo anno  1 594,  Clemente  Vili 
con  bolla  ad  pcrpetuain  rei  meino- 
riam,  data  apud  S.  Matcum  die  1 5 
septanhrìs  i594>  confermò  anch' e- 
gli  questa  congregazione.  Nell'anno 
seguente  il  p.  Antonio  Franchi  in 
Roma,  per  mezzo  del  Cardinal  Ales- 
sandro Peretti  detto  Montalto^  ni- 
pote del  Pontefice  Sisto  V,  ottenne 
per  la  congregazione  la  chiesa  di  san 
Leonardo  presso  piazza  giudea,  fì- 
gUale  di  quella  di  s.  Agnese  in  piaz- 
za Navona,  e  posta  dov'è  ora  il  pa- 
lazzo Costaguti ,  giacché  ,  come  di- 
remo ,  fu  la  chiesa  demolita ,  do- 
po essere  stata  data  alla  confrater- 
nita degli  Scalpellini,  come  si  legge 
nel  Piazza,  e  nel  Panciroli:  laonde 
il  p.  Franchi  a'  25  novembre  si 
trasferì  ad  abitare  nella  casa  conti- 
gua alla  chiesa,  comprata  e  donata 
dal  mentovato  Cardinale,  insigne  be- 
nefattore dell'Ordine.  Il  p.  France- 
sco restaurò  la  chiesa  di  s.  Leonar- 
do co'  sussidi,  che  potè  riunire  dopo 
aver  fatto  un  altro  viaggio  nella 
Spagna  ;  e  ritornando  a  Napoli,  spe- 
di alla  nuova  casa  di  Roma  otto 
studenti  per  incominciarvi  il  corso 
letterario,  onde  questo  fu  il  primo 
collegio,  in  cui  i  chierici  minori  in- 
cominciarono a  professare  le  scien- 
ze. Apprendiamo  dal  medesimo  Pan- 
ciroli, Tesori  nascosti  di  Roma  ce. , 
che  il  lodato  Cardinal  Montalto  co- 
me vice-cancelliere,  e  commendata- 
rio della  basilica  di  s.  Lorenzo  in 
Damaso,  consegui  da  Clemente  Vili 
per  questo  istituto  la  chiesa  di  s.  A- 
gnese  in  piazza  Navona,  eh'  era  tito- 
lo Cardinalizio,  e  figliale  della  detta 
sua  basilica,  colla  casa  annessa,  e  sue 
rendile,  mediante  un  breve  aposto- 


ao4  CHI 

lieo  emanato  a*  i5>  maggio  iSgj , 
per  cui  i  religiosi  lasciarono  la  chiesa 
di  s.  Leonardo,  la  quale  fu  poi  data 
all'università  degli  Scalpellini,  e  po- 
scia demolita,  mcutre  i  religiosi  coi 
settecento  scudi,  che  ricavarono  dalla 
vendita  della  contigua  casa,  risarci- 
rono qviella  di  s.  Agnese,  alla  qua- 
le lo  stesso  Cardinal  Montalto  la- 
sciò un  mensile  assegnamento,  e  di- 
venne residenza  del  p.  generale.  In 
questa  casa  il  padre  Paolo  Masio  i- 
stituì  una  congregazione  di  secolari 
sotto  il  titolo  óeW  Immacolata  Con- 
cezione di  Maria  Fermine,  e  nel 
i6o4,  il  P-  Francesco  Valletta  im- 
petrò dal  senato  romano  1*  annua  o- 
blazione  alla  chiesa  di  s.  Agnese  di 
un  calice  d'argento,  e  quattro  tor- 
cie  ;  ed  in  seguito  il  p.  Fmncesco 
Caracciolo  ampliò  1'  edifizio  della  ca- 
sa, aumentando  il  numero  eziandio 
degli  studenti  e  de'  religiosi. 

Per  opera  egualmente  del  Cardi- 
nal Montalto,  il  Pontefice  Paolo  V 
Borghese,  nel  1606,  concesse  al  p. 
Francesco  la  casa,  e  chiesa  di  san 
Lorenzo  in  Lucina,  ove  agli  i  r 
giugno  andarono  trenta  religiosi  di 
quelli,  che  abitavano  in  s.  Agnese, 
in  cui  ne  rimasero  sette,  il  perchè 
Paolo  V  nel  medesimo  giorno  sop- 
presse r  antica  collegiata,  trasferen- 
do le  rendite  de'  canonici,  e  i  bene- 
ficiati alla  sontuosa  cappella  da  lui 
fabbricata  nella  basilica  lil)eriana. 
In  tal  modo  i  chierici  regolari  mi- 
nori ebbero  l'antichissima  chiesa  di 
s.  Lorenzo  in  Lucina  [Vedi),  che  è 
il  primo  titolo  Cardinalizio,  e  resi- 
denza del  p.  generale  dell'Ordine, 
non  che  parrocchia  amministrata  da- 
gli stessi  religiosi.  Quindi  il  p.  Carac- 
ciolo ottenne  dal  medesimo  Paolo 
V,  che  tutti  i  professori  della  con- 
gregazione fossero  partecipi  de'  pri- 
vilegi accordati  dai  l'onlelìci  a  quel- 


CHI 

li  degli  altri  Ordini  religiosi  ;  e  sei 
bene  fosse  stato  eletto  perpetuo  ge- 
nerale dell'  Ordine,  vi  rinunziò  mo- 
destamente, ma  nel  recarsi  a  Napo- 
li, giunto  in  Agnone  nell'  Abruzzo, 
ivi  si  ammalò  nella  casa  de  p.  Fi- 
lippini, e  pieno  di  meriti,  com'  era 
vissuto  santamente,  morì,  a'4  giugno 
1608,  nella  fresca  età  di  quaranta- 
quattro anni.  Il  suo  corpo  venne 
trasportato  nella  chiesa  di  s.  Maria 
Maggiore  di  Napoli,  e  tumulato 
presso  quello  del  ven.  p.  Giovanni 
Agostino  Adorno.  Per  le  sue  eroi- 
che virtù,  e  pei  miracoli,  che  Dio 
fece  a  di  lui  mezzo,  Clemente 
XIV,  nel  1769,  solennemente  lo 
beatificò,  e  Pio  VII,  nel  1807  ai 
24  maggio,  ne  celebrò  la  canonizza- 
zione, concedendone  l'uffizio  e  la  mes- 
sa di  rito  doppio  alla  Chiesa  vuii- 
versale.  La  vita  di  s.  Francesco  Ca- 
racciolo fu  scritta  da  Ignazio  Vivez, 
e  stampata  in  Napoli  nel  i654  dal 
p.  Clemente  Piselli  chierico  regola- 
re minore,  pubblicata  in  Roma  nel 
1700;  dal  p.  Agostino  Cencelli  del 
medesimo  Ordine,  e  stampata  in  Na- 
poli nel  1769,  e  ristampala  in  Ro- 
ma per  la  sua  canonizzazione.  F. 
Frai\cesco  Caracciolo  (s.  ),  la  sta- 
tua marmorea  del  quale  eseguita 
dal  valente  scultore  cav.  Alessandro 
Laboreur,  fu  da  ultimo  collocata 
fra  quelle  de' santi  fondatori  nella 
augusta  basilica  vaticana.  Non  riu- 
scirà poi  discaro,  che  qui  si  faccia 
menzione  del  p.  Agostino  Cai'acciolo 
della  stessa  famiglia  del  santo,  ma 
di  un  ramo  distirito,  siccome  terzo 
fondatore  dell'Ordine,  morto  san- 
tamente nella  casa  di  s.  Lorenzo  in 
Lucina  ai  i5  maggio  161 5,  nell'età 
di  anni  sessanta,  senza  aver  mai  vo- 
luto accettare  la  carica  di  generale. 
Innocenzo  X,  Pamphyli,  volendo 
rifabbricare  la  chiesa  di  s.  Agnese, 


MM 


tCHI 
ai   i3  agosto   1 652,  fece  intimare  al 
p.  pieposilo   Giacomo  Penta  di   la- 
sciarla in  uno  alla  casa,  e    di    riti- 
rarsi in  quella  di  s.  Lorenzo  in  Lu- 
cina ;  e  sebbene  i  nipoti  del  Papa , 
cui  Innocenzo  X  donò  la  chiesa,   e 
l'edifizio  contiguo,  inclinassero  a  re- 
stituirla ai  chierici  regolari  minori, 
ciò  non  ebbe  mai  effetto.    Gli  ven- 
ne pure  esibita  la  direzione  del  col- 
legio Pamphyli  eretto  nel  nuovo  e- 
difizio,  per  gì'  individui  dei  feudi  di 
tal  principesca   famiglia,  di    cui    ri- 
porta il   dettaglio    Francesco    Can- 
cellieri   a  pag.     2o4 ,    e    seg.    nel 
suo  Mercato,  ove  fa   la  storia    del- 
la   chiesa    di    sant'  Agnese  in  piaz- 
za Navona     [Vedi).     Avendo    dun- 
que i  religiosi  perduto  in  Roma    il 
collegio  per    lo  studio  dei   loro  no- 
vizi, nel   1669,  acquistarono  per  tre- 
dicimila  scudi    quello    annesso    alla 
chiesa  de'  ss.  Vincenzo  ed  Anastasio 
a  Trevi,  la  qual  chiesa  nel  medesimo 
anno  fu  loro  concessa,  in  uno  alla  cu- 
ra parrocchiale,  che  sino  al  pontifi- 
cato   di    Leone    XII    comprese    lo 
stesso  palazzo  apostolico   del    Quiri- 
nale. E  perciò,  che  da  Sisto  V  in  poi, 
vi  si  debbono  depositare  le  viscere,  o 
prccordii    de'  cadaveri   de'  Papi,  che 
terminarono  di  vivere  al  Quirinale, 
della    qual    chiesa     parleremo    al- 
l' articolo  Ministri  degl'  Infermi  (J^e- 
dì),  detti   comunemente    CRociFERr , 
che  attualmente   vi  dimorano,  essen- 
do da  quella  passati  i  chierici  rego- 
lali minori  alla  casa  e  chiesa  di   s. 
Maria  in  Trivio  nella  stessa  regione 
di  Trevi,  della  quale  ci  permettere- 
mo un  cenno.  La  chiesa-  di  s.    Ma- 
ria in  Trivio  è  vma    delle    più  an- 
tiche di  Roma_,  e  prima  si  chiamava 
s.  Maria  in  Fornica,  forse  dai    fòr- 
nici, o  archi  del    vicino    acquedotto 
dell'  acqua    vergine.  Belisario,    cele- 
bre generale  dell'  imperatore  Giusli- 


CHI  20T 

niano  I,  dai  fondamenti  la    restaurò 
per  espiare    l' arbitraria    e    riprove- 
vole deposizione  del  santo  Pontefice 
Silverio,    avvenuta    per  opera    della 
imperatrice  Teodora  nell'anno  537, 
quando  quel  prode  capitano    liberò 
Roma  dal  dominio  dei  goti.  La  me- 
desima chiesa  divenne  parrocchia,  e 
nel    1573  fu  da  Gregorio  XIII  data 
alla  congregazione  sotto  il  titolo  del- 
la Concezione  della  ss.  Vergine  detta 
dei  Crociferi,  così  chiamati  dal  por- 
tare sempre  in  mano  una  croce   di 
argento,  come  nel  suo    Catalogo,    e 
a  pag.  70  afferma  il  Bonanni.  Se  non 
che  diminuendo  Innocenzo  X,  i  loro 
inonisteri    che  poi  nel    1 656  furono 
soppressi  da  Alessandro  VII,  questo 
Pontefice   nell'  anno  seguente  conse- 
gnò la  chiesa  e  casa  di  S.  M.  in  Tri- 
vio ai  p.   ministri  degl'  infermi,  detti 
eziandio  crociferi  dalla  croce    rossa, 
che    portano    suU'  abito ,    e    quindi 
nel  pontificato  del  menzionato  Ales- 
sandro VII  venne  ridotta  la    chiesa 
nello  stato  attuale  con  disegno  del- 
l' architetto  Giacomo    del  Duca  .    Il 
suo    interno    è    elegante,    ed    assai 
bene  decorato,  con  dipinti    di     pre- 
gio. Dai     ministri    degl'  infermi     fu 
assegnata    l' annessa   casa    per    resi- 
denza del  procuratore  generale  del- 
l' Ordine,    e  del   curato ,    ma    sotto 
Leone  XII,  cessò   di    essere  parroc- 
chia, ed    ora    è     semplicemente    nu 
ospizio  de'  chierici  regolari  minori. 

Il  medesimo  Papa  Alessandro  VII, 
in  compenso  della  cessione,  cui  i 
chierici  regolari  minori  fecero  della 
scelta  libreria,  che  Fi-anccsco  Ma- 
ria II  della  Rovere,  ultimo  duca 
d'  Urbino,  avea  lasciata  alla  loro 
casa  del  Crocefisso  di  detta  città  di 
Urbania,  cioè  fuori  le  mura  di  essa, 
nella  qual  chiesa  riposano  le  spoglie 
mortali  di  un  tanto  benemerito  prin- 
cipe,   secondo    la  di  lui   ultima  vu- 


9.o6  CHI 

iontà  (libreria  che  fu  dal  Papa  fatta 
trasportare  nel!'  università  roma- 
na), promise  di  collocare  in  questa 
per  cattedratico  nelle  facoltà  filo- 
sofiche, un  religioso  del  medesimo 
Ordine,  e  di  conferire  ad  uu  altro  in 
perpetuo  un  posto  tra  i  consultori 
della  congregazione  Cardinalizia  del- 
l' Indice.  Senonchè  avendo  la  morte 
impedito  ad  Alessandro  VII  di  effet- 
tuare la  promessa,  il  Pontefice  Clemen- 
te XI,  agli  8  aprile  i7i3,  colla  costi- 
tuzione, Ci  /tanno  fatto  rappresen- 
tare ^  Bull.  Rom.  tom.  X,  par.  I, 
pag.  332,  mise  in  possesso  i  religiosi 
tanto  nel  consulto  rato,  che  nella  cat- 
tedra. Ed  oltre  a  tali  prerogative, 
non  si  dee  passare  sotto  silenzio, 
che  il  benefico  Paolo  V,  sino  dal- 
l'anno  1620,  diede  il  privilegio  a 
quest'Oi'dine,  che  nella  cappella  pa- 
pale della  Circoncisione,  dopo  il 
varjgelo  della  messa,  un  suo  indivi- 
duo pronunziasse  in  latino  un  di- 
scoi'so  analogo  alla  festività,  lo  che 
tuttora  si  eseguisce  in  cappa  violacea 
con  pelli  d'  armellino ,  e  berretta 
nera.  La  cattedra  poi  assegnata  da 
Alessandro  VII  a'  chierici  regolari 
minori  fu  di  etica,  in  corrispettivo 
della  ossequiosa  docilità,  con  cui 
avevano  essi  ceduto  a  lui  la  celebre 
biblioteca  summentovata.  E  allora 
quando  Leone  XII  colla  bolla,  Quod 
divina  sapientia,  volle  riformare  sa- 
pientemente gli  studi  dello  stato  pon- 
tificio, la  detta  cattedra  di  etica  fu 
annoverata  li'a  quelle,  che  formano 
parte  integrale  del  coi'so  di  filosofia, 
comesi  legge  al  §  2  1  3,  Anno  seciindo 
nuni.  I  Etilica ,  riconoscendone ,  e 
confermandone  il  possesso  all'Ordine, 
come  rilevasi  dal  §  66:  »  A  lege 
"  concui-sus  in  sola  uni  versi  tate  ro- 
"  mana  excipiuntur  calhedrae  S. 
"  Scripturae  binae  cathedr.Tf!  iheolo- 
»  giae,  theologiac    moralis  cathedra; 


CHI 

5>  atque  ethicae,  quas  in  eadem  uni- 
»  versitate  peculiarium  nonnuUoruni 
>j  Ordinum  professores  obtinent:  "  ed 
al  §  67:  »  Qua  prima  ex  praedictis 
«  quinque  cathedris  vacante,  supe- 
«  rior  generalis  illius  Ordinis ,  ad 
»  quem  spectat,  tres  viros  archi- 
s>  cancellarlo  proponet.  " 

Finalmente  è  a  sapei'si,  che  l'isti- 
tuto principale  di  questi  religiosi 
consiste  nella  vita  attiva  e  contem- 
plativa, fanno  quattro  voti  solenni 
di  povertà,  castità,  ubbidienza,  e  di 
non  aspirare  ad  alcuna  dignità  fuo- 
ri dell'Ordine,  aggiungendo  il  giu- 
ramento di  non  provocarle  nemme- 
no in  esso  ;  promesse  che  ogni  anno 
rinnovano  nella  solennità  dell'Epifa- 
nia del  Signore.  Fanno  quotidiana- 
mente in  comune  un'  ora  di  orazio- 
ne, ed  un'  altra  per  turno  al  ss.  Sa- 
cramento, che  da  loro  viene  chia- 
mata orazione  circolare.  Delle  altre 
pratiche  pie  e  di  vote,  e  del  tenore  di 
vita,  oltre  gli  storici  dell'  Ordine, 
trattano  il  p.  Annibale  da  Latera , 
nel  Compendio  dflla  storia  degli 
Ordini  regolari,  al  capit.  XI,  ed  il 
citato  p.  Bonanni,  nel  Catalogo  degli 
Ordini  religiosi ,  pag.  4^^  j  che  inol- 
tre ne  riporta  la  figura.  Hanno  al- 
cune case  dette  di  esercizi,  ove  pri- 
ma li  davano  a'  secolari,  altre  pei 
novizi ,  ed  altre  con  titolo  di  col- 
legi ,  non  che  delle  case  appellate 
eremi  pel  ritiramento  volontario 
de'  religiosi.  Il  generale  dell'Ordine 
doveva  tenere  in  perpetuo  il  govei'- 
no  di  esso  secondo  la  istituzione,  poi 
fu  ridotto  a  tre  anni,  quindi  tornò 
ad  essere  perpetuo,  e  poscia  limita- 
to ad  un  sessennio.  Il  titolo  di  pì^' 
pnsito  generale  in  quanto  al  sem- 
plice titolo  fu  perpetuo ,  ed  eguale 
a  quello  di  generale;  in  quanto  al- 
l' esercizio  è  a  sessennio.  Quello  poi 
di    cicalio  generale  cominciò  allora 


CHI 

quando  il  Pontefice  Pio  VII ,  ad 
istanza  di  Carlo  IV  re  di  Spagna, 
emanò  la  bolla  Inter  gravìores,  dei 
12  maggio  i8o4j  colla  quale  venne 
a  concedere  l'alternativa  del  supe- 
riorato  generale  in  guisa,  che  per  sei 
anni  il  proposito  generale  fosse  spa- 
gnuolo  e  risiedesse  nelle  Spagne,  e 
per  sei  anni  fosse  di  altra  nazione,  e 
risiedesse  in  Pvoma.  Quando  il  supe- 
riore generale  eraspa gnuolo,  in  Italia 
eravi  il  vicario  generale,  e  così  vice- 
versa. Alla  qual  crisi  furono  sotto- 
posti tutti  gli  Ordini  esistenti  nella 
Spagna.  Ed  è  perciò,  che  parlando 
de'  nostri  chierici  regolari  minori, 
il  p.  Piccadori  fu  prima  vicario  ge- 
nerale, e  poi  preposito  generale,  co- 
me ancora  il  p.  Jacopini  era  sem- 
plicemente vicario  generale.  Ora  poi 
nel  capitolo  generale  ultimo  cele- 
brato in  Roma  nel  decorso  anno, 
fu  eletto  il  p.  Gioacchino  Meli  roma- 
no a  preposito  generale  dell'Ordine. 
In  principio  i  chierici  minori  si 
governarono  colla  sola  regola,  e  con 
alcune  lodevoli  consuetudini  in  pro- 
gresso adottate,  ma  nel  quarto  ca- 
pitolo generale  tenuto  in  Napoli  nel- 
la mentovata  casa  di  s.  Maria  Mag- 

o 

giore,  ed  a'  iZ  ottobre  1601,  col- 
r  eleggersi  in  preposito  generale  il 
p.  Giuseppe  Imperato,  che  trovavasi 
allora  nella  Spagna,  venne  determi- 
nato che  si  compilassero  le  costitu- 
zioni ,  siccome  fu  eseguito  dai  pp. 
Agostino  Caracciolo,  Alfonso  Manco, 
Andrea  Albertini,  Stefano  Sirleto  e 
Lorenzo  d' Aponte,  tutti  destinati  dai 
decreti  capitolari;  costituzioni  che  poi 
si  approvarono  nel  capitolo  generale 
celebrato  ai  18  ottobre  iGoij,  e  nel- 
l'altro tenuto  a'  1 8  ottobre  1 6 1  o  : 
tuHavolta  furono  accresciute,  e  me- 
glio ordinate  dal  p.  Paolo  Mario, 
quindi  confermate  dalla  suprema  au- 
torità di  Paolo  V  a'  i4  agosto  i6u. 


CHI  207 

Vestono  questi  religiosi  quasi  co- 
me gli  altri  chierici  regolari,  cioè 
sottana  e  mantello  di  saia  nera,  co- 
me sono  le  calze,  cappello  ecclesia- 
stico ,  e  soltanto  cingono  la  veste 
con  cintura  di  cuojo  ;  ed  hanno  per 
istemma  il  Redentore  risorto  avente 
intorno  l'epigrafe  ad  majorem  resur- 
GENTis  GLORiAM.  Fu  dai  Venerabili 
fondatori  adottato  perchè  nell'ottava 
della  risurrezione  del  Signore  essi 
emisero  la  solenne  professione,  e  git- 
tarono  cos\  la  prima  pietra  fonda- 
mentale dell'Ordine  .  Si  rappre- 
senta poi  san  Francesco  Carac- 
ciolo principal  fondatore  con  un 
ostensorio  colla  s.  Ostia ,  tenendolo 
in  mano,  ovvero  in  atto  di  adorare 
il  ss.  Sacramento ,  per  significare  la 
venerazione  grande,  ch'egli  aveva  al- 
ali'augustissima  Eucaristia,  la  cui 
perpetua  adorazione  diede  a'  suoi  fi- 
gli come  caratteristica  speciale  del- 
l'Ordine. Oltre  i  fondatori,  fiorirono 
in  virtù ,  santità  e  dottrina  molti 
religiosi,  e  diversi  furono  elevati  al- 
la dignità  vescovile.  Da  ultimo  me- 

... 
ritano  lode  per  iscienza    e  pregi,  il 

p.  Giambattista  Piccadori,  preposito 
e  vicario  generale  dell'Ordine,  pro- 
fessore di  etica  nell'  università  ro- 
mana, consultore  della  congregazio- 
ne dell'  indice,  e  qualificatore  di 
quella  del  s.  offizio,  di  cui  abbia- 
mo, Ethicce,  et  moralis  phìlosophice 
iiistitutiones,  Romae  i8'28.  Come  pu- 
re merita  lode  il  p.  Emidio  Jaco- 
pini, egualmente  vicario  generale  del- 
l'Ordine ,  e  professore  di  etica  nel- 
la detta  università,  non  che  con- 
sultore delle  congregazioni  cardina- 
lizie di  propaganda ,  e  dell'  indice  , 
ed  esaminatore  de'  vescovi  in  sacra 
teologia.  Inoltre  fra  le  opere  date 
alla  luce  da  quest'ultimo,  nominere- 
mo a  cagione  d'onore:  Etilica  scic 
moralis   philosophia,    voi.  II,  Romae 


2o8  CHI 

i833  ,•  Saggio  Analitico  sulV opera 
del  trionfo  della  Santa  Sede,  di  d. 
Mauro  Cappellari  camaldolese,  ora 
Papa  Gregorio  XV J,  Roma  i833  ; 
Il  sagì-o  celibato  riguardato  sotto 
l'aspetto  religioso  e  politico,  Roma 
i833  ;  e  V Elogio  di  s.  Barbara  ver- 
gine, e  martire,  protettrice  delle  ar- 
mate pontificie,  Roma  i836.  Per  le 
notizie  riguardanti  questo  beneme- 
rito Ordine,  sono  a  consultarsi:  Au- 
berto  Mireo ,  nel  libro  de'  Regolari 
viventi  in  comune;  Ippolito  Maracci, 
ne'  Fondatori  Manata;  Constitutiones 
congregationis  clericorum  regulariuni, 
cum  commentariis  Alexandri  Pere- 
grini, Romae  1628  et  1676;  Della 
vera  religione  de"  padri  chierici  rego- 
lari minori.  Lecce  16 2 5;  ed  il  p. 
Clemente  Piselli,  Notizia  istorica  del- 
la religione  dei  padri  chierici  rego- 
lari minori ,  Roma  1710;  Compen- 
dium  privilegiorum ,  facultatum  ,  et 
indulgentiarum  congreg.  cler.  reg,  min. 
Romse   1726. 

CHIERICI  sEGHETi  DEL  Papa,  Sono 
due  ecclesiastici  famigliari  del  Pon- 
tefice ,  addetti  alla  sua  cappella  se- 
greta (Vedi),  nella  quale  alternati- 
vamente uno  per  settimana  presta- 
no il  servigio,  che  consiste  nel  cu- 
stodirla, ornare  l'altare  pontificio, 
prepararlo  per  la  messa,  che  vi  de- 
vono celebrare  il  Papa,  e  il  cappella- 
no segreto;  ciò  che  pur  fanno  se  il 
Pontefice  recandosi  in  qualche  chie- 
sa, va  a  celebrare ,  o  ad  ascoltare 
la  messa  bassa ,  che  detta  da  un 
cappellano  segreto,  viene  servita  dal 
chierico  segreto  in  collare,  sottana,  e 
fascia  paonazza  con  cotta.  Ma  delle 
loro  incumbenze,  ed  altro  che  li  ri- 
guarda, si   tratta  all'articolo  Caim'El- 

LANI    SEGBETI    DEL    PaPA  ,    Co'  quali,    e 

col  frullone  palatino  si  recano  al 
palazzo  apostolico  per  adempiere  al 
loro  ufHcio. 


CHI 

I  chierici  segreti  vengono  nomi- 
nati dal  Pontefice  per  mezzo  del 
prelato  maggiordomo,  e  la  loro  ca- 
rica è  a  vita  dello  stesso  Pontefice. 
Anticamente,  oltre  l'onorario,  ave- 
vano dal  pontificio  palazzo  la  cosi 
detta  parte  di  palazzo,  consistente  in 
pane,  vino  ec.  Presentemente  l'ono- 
rario mensile  di  cadauno  è  di  scudi 
dodici  mensili,  oltre  alcuni  emolu- 
menti, come  nella  creazione  de'  Gar- 
dinah.  Vestono  l'abito  di  mantelio- 
ne ,  cioè  collare  di  seta  paonazza, 
e  fascia  simile,  mantellone  e  sottana 
di  panno  nell'  inverno,  e  di  tal  co- 
lore, che  nellealtre  stagioni  è  di  seta. 

Hanno  luogo  nelle  cappelle  pon- 
tificie ,  e  in  tutte  le  sagre  funzioni 
che  celebra,  od  a  cui  assiste  il  Pap;i, 
siedono  dopo  i  cappellani  segreti  di 
onore ,  si  recano  dopo  di  loro  alla 
adorazione  della  ss.  Croce  nel  ve- 
nerdì santo,  e  al  trono  papale  a  ri- 
cevere dalle  mani  del  Pontefice  le 
candele,  le  ceneri,  le  palme  e  gli  A- 
gnus Dei  benedttlì',  vestono  nelle  dette 
cappelle  e  funzioni  veste  e  cappa  di 
saia  rossa  foderata  di  pelli  bianche 
d'armellino  nell'inverno,  e  di  seta 
rossa  negli  altri  tempi  ;  mentre  nelle 
processioni  incedono  dopo  i  cappel- 
lani segreti  di  onore  e  parlecipinli. 
Per  la  festività  de'  ss.  Pietro  e  Paolo, 
e  nel  solenne  possesso  del  Papa,  go- 
dono della  distiibuzione  delle  me- 
daglie d'ai'gento,  che  in  tali  circo- 
stanze sogliono  coniam.  V.  Cappel- 
le Pontificie. 

Allor(juando  i  Pontefici  compar- 
tivano a'  loro  ìntimi  famigliari  sin- 
golari privilegi,  vi  comprendevano  i 
due  chierici  segreti ,  come  fece  per 
ultimo  Pio  VI,  mediante  il  breve 
apostolico  emanalo  nel  1775.  V. 
ss.  Domini  Nostri  Pii  providentia.  di- 
vina Papié  VJ ,  concessio  privilcgio- 
rum  piv  nonnullis  suis  familiaiHms, 


CHI 

Romac  1765,  ex  typographia  reve- 
renda; camera;  apostolica;.  A  1  iene- 
placito  de'  sovrani  Pontefici,  i  due 
cliierici  segreti  luiono  incaricali  tal- 
volta di  particolari  incumbenze ,  e 
vennero  promossi  a  cappellani  segreti, 
siccome  fece  da  ultimo  lo  slesso  re- 
gnante Pontefice ,  ed  appartengono 
alla  famiglia  nobile,  ed  all'onorevo- 
le classe  de'  pontificii  cubiculari. 
Trattano  de'  chierici  segreti  del  Pa- 
pa, il  cav.  Girolamo  Lunadoro,  Re- 
lazione della  corte  di  Roma,  ec.  Brac- 
ciano 1646,  a  p.  12,  ed  il  p.  Filip- 
po lìonanni  gesuita ,  La  Gerarchia 
ecclesiastica  ec,  Roma    1720. 

I  sotto-chierici  segreti  del  Papa 
sono  gli  aiutanti  di  camera  (f^edi), 
addetti  perciò  anco  alle  cappelle  se- 
gietc  pontificie,  dell'ufficio  de'  quali 
e  di  ciò,  che  riguarda  questa  qualifi- 
ca, si  tratta  al  volume  I,  p.  1 68  e  seg. 
CHIERICI  DEL  Sacro  Collegio, 
o  DEL  Concistoro,  o  Nazionali.  Ec- 
clesiastici addetti  al  sagro  Collegio 
de'  Cardinali ,  ed  al  concistoro ,  di 
nazioni  diverse ,  alle  quali  spetta 
eleggerli.  Perciò  sono  denominati 
Chierici  Nazionali ,  oltre  la  primaria 
qualifica  inerente  all'  uffizio.  V.  Sa- 
gro Collegio,  e  Concistori. 

Anticamente  cinque  erano  i  chie- 
rici del  sagro  Collegio,  cioè  l'italia- 
no, quello  di  Germania,  quello  di 
Francia,  quello  di  Spagna,  e  quello 
d'  Inghilterra;  ma  dopo  che  questo 
ultimo  regno  per  opera  di  Enrico 
Vili  si  disunì  dalla  Chiesa  cattolica 
nel  pontificato  di  Clemente  VII,  ri- 
masero quattro.  L'  italiano  è  sempre 
monsignor  segietario  del  sagro  Col- 
legio, che  riunisce  la  carica  conferi- 
tagli dal  Papa,  di  segretario  della 
congregazione  Cardinalizia  concisto- 
riale, a  seconda  della  disposizione 
di  Urbano  Vili,  emanata  nel  1626 
colla  bolla  53,  Admonet  nos.  E  sic- 

VOL.    XI. 


CHI  209 

come  il  sagro  Collegio  tiene  in  atti- 
vità del  suo  servigio  due  chierici 
de'  quattro  superstiti ,  l' italiano  dal 
medesimo  scelto,  ed  annualmente 
confermato,  esercita  l'uffizio  ogni 
anno,  mentre  gli  altri  tre  debbono 
fare  l'alternativa,  in  guisa  che  un 
solo  di  loro  esercita  le  incumbenze, 
che  diremo.  J^.  Segretario  del  sa- 
gro Collegio. 

Gli  altri  tre  chierici  sono  per  la 
Gei'inania,  per  la  Francia,  e  per  la 
Spagna ,  prescelti  dalle  rispettive 
nazioni,  cioè  dai  loro  sovrani,  ed 
approvati  dal  sagro  Collegio  de'Car- 
dinali ,  i  quali  ogni  anno  ne  eleggo- 
no uno  per  turno,  in  guisa  che,  se 
nel  corrente  anno  è  il  tedesco,  lìel 
seguente  sarà  il  francese,  cui  succe- 
derà lo  spagnuolo  nel  terzo  anno, 
dopo  il  quale  s'  incomincia  nuova- 
mente l'alternativa;  e  ad  onta  che 
sieno  i  .soliti  .soggetti,  ogni  volta  il 
.sagro  Collegio  li  approva,  e  li  sot- 
topone pei'ciò  alla  ballottazione,  la 
quale  segue  dopo  il  primo  concistoro 
dell'anno  nuovo,  cioè  quando  il 
Papa  si  è  ritirato  dall'  aula  conci- 
storiale, nella  qual  circostanza  anco 
il  chierico  italiano  segretario  del 
.sagro  Collegio,  soggiace  alla  ballot- 
tazione, e  conferma  de' Cardinali.  E 
da  avvertirsi,  che  quel  chierico  na- 
zionale, cui  tocca  r  esercizio  annuale 
dell'uffizio,  allorché  va  presso  l'aula 
concistoriale  pel  bussolo  di  sua  per- 
sona,  non  incede  coli' abito  proprio 
della  carica ,  ma  vi  si  presenta  in 
abito  talare  nero,  e  nell'uscire  i  Car- 
dinali dalla  detta  stanza,  individual- 
mente li  ringrazia,  ciò  che  pur  fa 
il  chierico  italiano  segretario  del  sa- 
gro Collegio. 

Nell'anno  del  suo  chiericato,  deve 
il  chierico  nazionale  del  sagro  Col- 
legio dimorare  in  Roma,  e  interve- 
nire ai    concistori    segreti    (  ne'  ({uali 

'4 


210  CHI  CHI 

però  SlW  extra  omìies,  deve  anch' egli  L'abito  eli  questi  cliìcrici,  allor- 
uscire  )  semi-puliblici  ,  e  pubblici ,  che  assistono  ai  concistori  ed  alle 
non  che  ai  novendiali  de'  Pontefici  cappelle  mortuarie  de'  Papi  e  Car- 
defonti,  de' quali  si  tratta  al  §  YI  dinali,  nonché  per  la  processione 
delle  Cappelle  Pontificie  ,  e  de'Car-  del  Corpus  Domini,  è  come  quello 
dinali  defonti,  della  qual  cappella  de' bussolanti,  cioè  collare,  sottana 
egualmente  si  parla  al  medesimo  e  fascia  di  seta  paonazza,  sopra  la 
paragrafo  del  citato  articolo.  Si  leg-  quale  mettono  la  veste  di  saja  rossa 
ce  inoltre  nel  Diario  di  Roma  del  con  mostre  simili,  e  la  cappa  di 
1721,  num.  612,  che  i  chierici  del  saja  pure  rossa,  se  non  che  il  cap- 
sagro  Collegio  intervenivano  eziandio  puccio  deve  essere  un  poco  ritorto, 
alla  solenne  processione  del  Corjms  come  rilevasi  dai  l'egistri  concisto- 
DoTìiini,  dopo  i  cubiculari  bussolanti,  riali.  Nel  recai'si  ai  concistori  ed 
locchè  si  comprova  dalla  torcia  _,  alle  mentovate  funzioni,  sulla  sottana 
che  tuttora  riceve  il  chierico  annua-  di  seta,  possono  assumere  il  man- 
ie, di  che  si  farà  menzione  in  prò-  tellone  di  saja  paonazza,  ed  il  col- 
gresso.  Inoltre  incarico  ed  officio  del  lare  di  tal  colore  possono  usarlo 
chierico  nazionale  era  quello  di  ac-  anco  coU'abito  ecclesiastico.  Del  qual 
compagnare  il  Cardinal  camerlengo  abito,  e  delle  ingerenze  de' chierici 
del  sagro  Collegio  [Vedi),  in  qua-  del  sagro  Collegio,  tratta  il  Luna- 
lunque  concistoro  privato,  o  pubbli-  doro  nella  sua  Relazione  della  Corte 
co,  e  di  fare  altrettanto  nel  resti-  di  Roma,  cioè  a  pagine  2,  3,  e  4 
tuirsi  che  fa  tal  Cardinale  al  suo  dell'  edizione  di  Bracciano  1 646,  ed 
palazzo;  locchè  veramente  non  si  pra-  al  volume  II,  a  pagine  Sg  e  /\o  di 
tica  più  oggidì.  Il  chierico  o  italiano,  quella  di  Roma  del  1774-  Dice  inol- 

0  estero,  trovandosi  addetto  al  ser-  tre  questo  autore,  che  il  chierico 
vizio  del  Papa,  o  di  qualunque  annuale  del  sagro  Collegio  gode  la 
Cardinale,  prelato,  sovrano,  od  am-  qualifica  di  sostituto  del  pi'elato  se- 
basciatore,  per  guisa  che  ne  venga  gretario  dello  stesso  sagro  Collegio, 
mantenuto,  secondo  le  costituzioni  ed  in  sua  mancanza  dovrebbe  sup- 
fatte  dal  sagro  Collegio,  e  approvate  plirlo,  e  fungerne  gli  uffizi ,  i  quali 
ai  19  febbraio  i  .^46  da  Paolo  III,  sono  rilevanti,  ed  assai  onorevoli, 
non  potrebbe  essere  annoverato  tra  Anticamente  1'  emolumento  del 
i  chierici  del  sagro  Collegio,  e  se  lo  chierico  nazionale ,  che  si  trovava 
fosse,  dovi'ebbe  essere  ipso  facto  pri-  nell'  anno  dell'  esercizio,  era  di  un 
vaio  dell'officio,  dovendosi  dai  Car-  rubbio  di  sale  di  prima  sorte,  volgar- 
dinali  procedere  all' elezione  di  altri,  mente  chiamato  sale  dei    Cardinali; 

1  chierici  del  sagro  Collegio  debbo-  due  candele  d'  una  libbi-a,  l' una  nel 
no  essere  celibi,  ecclesiastici,  ed  al-  giorno  della  Purificazione  della  B,  V., 
meno  tonsurati;  la  loro  condotta,  e  donate  dal  Papa  siccome  le  godono 
cognizioni  debbono  essere  tali  da  tuttora,  ed  una  torcia  simile  a  quel- 
poter  prestare  utili,  ed  onorati  ser-  la  deCardinali  nel  giorno  della  pro- 
vigi  al  sagro  Collegio,  e  dopo  la  cessione  del  Coqms  Domini^  donata 
loro  ammissione,  prestano  il  giura-  dal  sagro  Collegio,  locchè  ancora  si 
mento  di  eseguire  i  loro  doveri,  al  pratica.  Aveva  inoltre  dal  palazzo 
mentovato  Cardinal  camerlengo  del  apostolico  la  parte  di  solo  pane; 
sagro  Collegio.  nella  morte  d'  ogni  Cardinale  venti- 


CHI 

cinque  fincati  d'oro  di  camera,  e 
cinquanta  nel  giorno  della  sua  pro- 
mozione al  Cardinalato,  delle  quali 
propine  ora  gode  soltanto  cinquanta 
scudi  per  ogni  novello  Cardinale. 
Nell'anno  lySG,  convennero  i  tre 
chierici  nazionali,  non  compreso  l'ita- 
liano, di  dividersi  a  parti  eguali  tra 
di  loro  tutte  le  propine,  ed  emolu- 
menti, che  avrebbe  percepito  cadau- 
no. K.  Sacri  Sanctce  Romance  Ec- 
clesice,  episcoporum ,  preshyteronim, 
et  diacononim  collegii  constitutìones, 
Romae,    i833. 

CHIERICO,  o  CHERICO  (Cle- 
ricus).  Persona  ecclesiastica,  e  più 
particolarmente  colui,  che  aspira  al 
sacerdozio,  puitliè  abbia  la  prima 
tonsuia.  Come  gli  antichi  usarono 
la  voce  laico  per  denotare  un  idio- 
ta, così  fecero  uso  della  parola  chie- 
i-ico  ad  indicare  un  uomo  dotto.  No- 
ta il  Garampi  nelle  sue  Memoiic,  p. 
280,  e  282,  che  cherici  furono  det- 
ti i  canonici,  ed  a  p.  35  riporta  e- 
rudite  notizie  intorno  al  costume  di 
appellare  con  tal  nome  gli  uomini  di 
lettere.  llBerlendi,  delle  Oblazioni  a 
pag.  121,  adduce  i  molivi  per  cui 
i  canonici  furono  chiamati  chierici 
ne'primi  tre  secoli  della  Chiesa.  Intor- 
no a  ciò  si  possono  consultare  anche 
il  Grancolas  in  Brev.  Roman,  par.  I, 
cap.  ult.  ;  il  Sarnelli  t.  \  I,  lettera 
XV,  Donde  abbiano  angine  i  nomi 
di  chierico  e  laico,  e  come  si  pren- 
dono in  senso  di  letterato  e  idiota; 
il  piazza  neir  Emcrologio  a  p.  21, 
dell'origine,  nome  e  ministero  de'chie- 
rici ;  il  Zaccaria,  Storia  Lett.  tom. 
VI,  p.  483,  e  seg.  Nel  Macri  poi 
si  legge  che  clerici  girovagi,  ace- 
phfìli,  errones,  hyppocentauri,  vacan' 
tivi,  transfitgae  ec. ,  erano  chiamati 
colorOj  che  vagabondi  viaggiavano 
senza  lettere  dimissoriali ,  mentr'  era 
in  vigore  la  legge,  che  non  potesse- 


CHI  2.1 

serò  essere  ammessi  dagli  altri  ve- 
scovi senza  le  dette  lettere.  Pviporta 
ancora,  che  il  patriarca  di  Costanti- 
nopoli, ed  il  primate  di  Cartagine 
godevano  il  privilegio  di  poter  am- 
mettere i  chierici  senza  le  mentova- 
te lettere  dimissoriali  ;  e  che  clerici 
portulantes  vennero  chiamali  da  s. 
Cipriano  coloro,  i  quali  ricevevano 
la  provisione  dal  vescovo  che,  giu- 
sta la  disciplina  di  que' tempi,  di- 
stribuiva al  suo  clero  le  decime,  le 
rendite,  e  le  limosino  fatte  alla  chie- 
sa, acciò  fossero  alieni  dalle  cure 
mondane,  e  solo  attendessero  al  di- 
vino servigio.   1^.  Chiericato. 

Origine  dei    Chierici. 

La  primaria  origine  de' chierici 
rimonta  al  vecchio  testamento,  come 
si  ha  dal  libro  dei  Numeri  e.  18  e 
20,  e  dal  Deuteronomio  e.  18,  Quan- 
do si  fece  il  riparlo  della  terra  pro- 
messa agi'  israeliti,  Dio  disse  al  som- 
mo sacerdote  Aronne,  ai  sacerdoti, 
ed  ai  leviti,  eh'  essi  non  entrerebbo- 
no  nel  riparto  cogli  altri,  dappoiché 
egli  medesimo  sarebbe  la  loro  por- 
rione,  la  loro  eredità,  com'essi  reci- 
procamente savebbono  la  sorte,  la 
porzione,  il  retaggio  o  l'eredità  del 
Signore,  che,  secondo  l'etimologia 
greca,  chierico,  o  ministro  ecclesia- 
stico, significa  gente  consagrata  al 
servigio  di  Dio,  e  vivente  delle  sue 
offerte.  Da  ciò  presero  il  nome  i 
chierici  della  legge  nuova,  perchè  il 
Signore  è  la  sorte  e  l' eredità  lo- 
ro, e  perchè  sono  essi  l'ei-edità  del 
Signore,  al  cui  servigio  interamen- 
te si  dedicano  e  consagrano.  E  per- 
ciò quando  un  chierico  riceve  la  tonsu- 
ra, proferisce  le  parole  del  salmo  i  5  : 
//  Signore  e  la  porzione  dell'  eredità 
che  mi  toccò  in  sorte  ;  voi,  mio  Dio, 
me  la  restituirete.  Aggiunge  il   Ma- 


212  CHI 

cri,  che  la  parola  chierico,  o  mini- 
stro ecclesiastico,  significa  sorte,  o 
eredità,  perchè  il  chierico  lia  per  e- 
redità  lo  stesso  Dio,  ovvero  perchè 
ottenne  la  felice  sorte  di  essere  come 
Mattia  annoverato  tra  i  ministri  del- 
la Cliiesa.  Ecco  poi  come  si  esprime 
s,  Girolamo  nell'  epistola  2  :  «  Si 
»  enim  cleros  graece,  sors  latine  ap- 
»  pellatur,  px'opterea  vocantur  cle- 
»  rici,  vel  quia  de  sorte  sunt  Domini , 
"  vel  quia  Dominus  sors,  idest  pars 
"  clericorum  est.  "  In  oltre  opina 
il  Sarnelli,  che  la  voce  sorte  fu  pre- 
sa dagli  apostoli,  giacché  s.  Pietro, 
Act.  I,  disse  di  Giuda,  sortitiis  est 
sorteni  ministerii  hujus ;  ed  a  Simo- 
ne Mago,  Act.  8,  che  voleva  com- 
perare il  dono  di  dare  coli'  imposi- 
zioni delle  mani  lo  Spirito  Santo , 
disse  :  Non  est  tihi  pars,  ncque  sors 
in  sermone  isto.  Adunque  tutti  gli 
ecclesiastici  si  chiamano  chierici,  e 
clero  (V^edi),  perchè  sono  della  sor- 
te del  Signore,  ed  il  Signore  è  la 
loi'o  porzione. 

Tale  è  l'origine  de' chierici,  di- 
gnità, che  secondo  s.  Gio.  Grisosto- 
mo,  De  sacerdotio,  è  superiore  a 
quelle  delle  potenze  della  terra  le 
più  eminenti,  e  le  più  formidabili  ; 
ed  è  perciò  che  i  Romani  Ponte- 
fici, i  padri,  e  i  concilii  accordaro- 
no ad  essi  privilegi,  ed  immunità, 
di  cui  si  parla  ai  rispettivi  luoghi. 
E  per  dire  di  alcuni,  s.  Silvestro  I 
ordinò,  che  nessun  laico  potesse  ac- 
cusare gli  ecclesiastici  nel  giudizio  se- 
colare; nel  concilio  generale XI,Latera- 
nense  III,  venne  rinnovato  il  decreto, 
in  cui  era  fulminata  la  scomunica 
a  chiunque  mettesse  le  mani  sui 
chierici  di  qualsivoglia  condizione,  e 
furono  condannati  gli  arnaldisti  che, 
come  fecero  altri  eretici,  sosteneva- 
no non  potersi  salvare  i  chierici ,  i 
quali  avessero    qualche   possessione. 


CHI 

Essendo  la  chiesa  di  Vilna  spesso  as- 
salita dai  tartari,  e  dubitando  quel 
clero,  se  fosse  lecito  al  vescovo,  e 
ai  chierici  di  respingerli  colle  armi, 
Alessandro  VI  rispose,  potersi  ciò 
fare  senza  incorrere  in  veruna  irre- 
golarità, per  la  difesa  della  fede,  e 
della  libertà  ecclesiastica.  Il  concilio 
di  Lerida  del  544?  avea  fatto  im- 
portantissimi canoni  su  questo  gra- 
ve argomento.  J^.  il  citato  Sarnelli, 
tomo  X,  lettera  XII,  Se  in  un  as- 
salto d'  infedeli  i  chierici,  uccidendo 
di  quelli,  divengano  irregolari. 

Doveri  dei  Chierici. 

I  principali  doveri  de' chierici  so- 
no indicati  in  varii  articoli  del  Di- 
zionario. Questi  sono  ad  essi  impo- 
sti dai  Sommi  Pontefici,  dai  conci- 
lii, e  dai  vescovi,  ed  un  compendio 
di  quelli  comandati  dai  concilii  si 
legge  nel  dizionario  portatile  de' con- 
cilii, nella  seconda  parte  della  Som- 
ma de'  canoni,  alla  parola  chierici, 
ovvero  ecclesiastici.  Tuttavolta,  per 
rifei'ire  qui  le  cose  principali,  dire- 
mo, che  primo  dovere  del  chierico, 
indicato  dal  medesimo  suo  nome,  è 
quello  di  non  attaccarsi  che  a  Dio  so- 
lo, e  di  non  avere  altra  cura  da  quella 
in  fuori  del  suo  servigio,  I  chierici 
debbono  portare  1'  abito  ecclesiastico 
(Fedi),  e  la  tonsura  [Vedi),  confor- 
me agli  ordini  che  hanno  ricevuti , 
e  alle  parziali  costituzioni  delle  loro 
diocesi.  Tutti  i  chierici  costituiti  ne- 
gli ordini  sagri,  o  provveduti  di 
benefizi,  debbono  recitare  ogni  gior- 
no le  ore  canoniche,  uniformandosi 
nei  riti  a  quelli  della  cattedrale  cui 
appartengono.  Debbono  essere  fru- 
gali, esemplari,  pii  e  modesti,  e  perciò 
vengono  loro  proibiti  dai  concilii  i 
giuochi  di  azzardo,  le  caccie  clamo- 
rose, le  danze,  i  teatri  e  gli  spelta- 


I 


CHI 

coli,  i  conviti,  la  crapola,  l'uhbria- 
carsi,  e  le  osterie,  il  frequentare  le 
donne,  potendo  coabitare  colla  ma- 
dre, sorelle,  ^ia,  ava  ec;  è  altresì  ad 
essi  vietato  il  portare  le  armi,  il  nego- 
ziare ed  esercitare  la  mercatura ,  l'e- 
sercizio degli  afTaii  temporali;  non 
possono  esercitare  le  arti  meccani- 
che ,  e  molti  uffici  secolari ,  come 
di  giudice^  di  avvocato,  di  notaio, 
di  procuratore,  di  curatore,  di  me- 
dico, di  chirurgo:  devono  astener- 
si dalle  usure,  dal  viaggiare  sen- 
za le  lettere  canoniche  del  vesco- 
vo, dal  coltivare  i  capelli,  e  la 
barbaj  dal  litigare  avanti  i  giudici 
secolari  senza  licenza  del  vescovo, 
massime  per  titoli  criminosi,  cosi 
dall'assistere  ai  giudizi  di  morte,  ed 
alle  esecuzioni  ec.  ec.  Finalmente  i 
chierici  sono  soggetti  ad  un  gran 
numero  di  censure  e  pene  canoni- 
che ed  ecclesiastiche,  come  di  sos- 
pensione, d'interdetto,  di  scomunica, 
di  deposizione^  di  degradazione,  di 
reclusione  ed  anche  prigionia  ec;  di 
che  si  tratta  nei  luoghi  relativi.  V. 
Moretti,  De  dando  preshylcrium  Pa- 
pae,  Cardinalibus,  et  clericis  etc,  Ro- 
mae  i74i-  Fra  i  Pontefici  de'tem- 
pi  a  noi  meno  lontani,  i  quali  e- 
manarono  utili  provvidenze  sugli  ec- 
clesiastici, sono  a  rammentarsi  par- 
ticolarmente Martino  V ,  s.  Pio  V , 
Urbano  Vili,  Innocenzo  XI,  Bene- 
detto XIII  e  XIV,  Clemente  XIII, 
ec. 

CIIIERSY,  QUIERSY,  o  QUIER- 
ZY  (Carisiacum).  Villaggio  di  Fran- 
cia nella  Piccardia,  dipartimento  del- 
l'Aisne,  posto  sulla  sinistra  sponda 
dell'Oise.  E  antichissimo,  possedeva 
un  palazzo  reale,  che  fu  ordinario 
soggiorno  dei  re  della  seconda  stir- 
pe, e  vi  morì  nell'anno  741  Carlo 
Martello.  Sotto  Carlo  Magno,  e  i 
di  lui  successori  vi  si  tennero  i    sei 


CHI 


2l3 


seguenti  concili,  e  parecchie  di  quel- 
le assemblee  nazionali,  nelle  quali  si 
compilavano  le  celebri  leggi  cono- 
sciute col  nome  di  capitolari  (Predi'). 

Il  primo  concilio  Carisiacense  si 
celebrò  nell'anno  887,  come  registia 
Lenglet,  ovvero  nell'SSS,  secondo  di- 
versi autori,  pei  monaci  d'  Anisol,  i 
quali  ricusavano  di  ubbidire  al  vesco- 
vo di  Mans.  Gali.  Christ.  tom.  VII, 
p.    17. 

Il  secondo  nell'  849,  nel  quale 
Gottesalco  fu  condannato  la  secon- 
da volta  da  Incmaro,  arcivescovo  di 
Reims,  con  dodici  vescovi  ad  essere 
battuto,  e  rinchiuso  in  Haurvilliers, 
ov'egli  scrisse  due  professioni  di  fe- 
de, nel  senso  dello  scrittOj  ch'egli  a- 
vea  presentato  al  concilio  di  Ma- 
gonza  nel  precedente  anno.  Reg. 
tom.  XXI,  Labbé  tom.  Vili,  Ardui- 
no tom.  V. 

Il  terzo  nell'anno  853,  in  cui  al- 
cuni vescovi  ed  abbati  sottoscrissero 
quattro  articoli  composti  da  Incma- 
ro contro  Gottesalco.  Diz.  dé'con- 
cil.  p.  263. 

Il  quarto  si  adunò  nell' 856,  ov- 
vero neir857,  nel  pontificato  di  Be- 
nedetto III,  e  sotto  il  re  di  Fran- 
cia Carlo  il  Calvo,  che  lo  fece  con- 
vocare per  porre  un  rimedio  ai 
mali  della  Chiesa,  e  dello  stato;  il 
perchè  fu  scritta  Una  lettera  sinoda- 
le in  nome  del  re  ai  vescovi,  e  conti 
di  Francia.  Rcg.  t.  XXF,  Labbé  t. 
Vili,  Arduino  tomo  V. 

Il  quinto  nell'anno  858,  nel  qua- 
le i  vescovi  suffraganei  delle  meti*o- 
poli  di  Reims,  e  di  Rouen  scrissero 
una  lunga  lettera  di  rimprovero  a 
Luigi  re  di  Germania,  perchè  si  re- 
cava in  Fi'ancia  invitato  dai  signori 
malcontenti  di  Carlo  il  Calvo,  che 
nel  concilio  si  fece  giurare  dai  suddi- 
ti fedeltà.  Diz.  de'  Concil.  p.  264, 
e  Pagi  tom.  -IH,  all'anno  858. 


ai4  CHI 

11  sesto  concilio  venne  convocato 
ueirantio  868,  per  esaminare  Yil- 
berto  vescovo  di  Chalons-sur-Marne, 
secondo  l'ingiunzione  dell'arcivesco- 
vo di  Reims  Incmaro.  Bibl.  Sac. 

CHIESA  (Ecclesia).  La  voce  chie- 
sa significa  convocazione ,  e  qui  si 
prende  i,"  per  congregazione  de'  fe- 
deli tutti;  1."  in  più  stretto  senso 
pel  clei'o,  addetto  al  servizio  della 
chiesa,  e  al  ministero  delle  sagre 
funzioni,  e  a  quanto  si  riferisce  alia 
salute  ,  e  santificazione  de'  fedeli  ; 
3."  pel  tempio  de' cristiani  dove  si 
celebrano  il  sagrifizio  e  gli  altri  uf- 
fizi divini,  e  talvolta  pel  tempio  cat- 
tedrale, o  la  parrocchia  del  luogo  ec. 
Della  chiesa  nel  primo  significato , 
oltre  quanto  ai  l'ispettivi  articoli  e 
luoghi  si  dice  in  proposito ,  accen- 
neremo compendiosamente  e  gene- 
ricamente poche  cose  soltanto,  giac- 
ché è  argomento  de'  canonisti  e  teo- 
logi ,  e  perciò  estraneo  al  nostro 
divisamento.  Nella  Chiesa  adunque 
conviene  distinguere  tre  diversi  stali, 
cioè  di  militante  y  pulsante,  e  trion- 
fante. Si  appella  militante  la  società 
de'  fedeli  sulla  terra;  pulsante  quel- 
la delle  anime  che  stanno  in  pur- 
gatorio; e  tn'onfaate  quella  de' santi 
in  cielo.  Venendo  poi  a  parlare  del- 
la Chiesa  militante^  essa  dai  teologi 
viene  definita  :  »  La  società  di  tutti 
»  i  fedeli ,  colla  professione  della 
"  stessa  fede ,  e  partecipazione  dei 
"  medesimi  sagramenti,  colla  som- 
»>  missione  ai  legittimi  pastori ,  e 
»  principalmente  al  romano  Pon- 
»  tefice ,  che  n'  è  il  capo  visibile , 
"  non  formando  che  uno  stesso  cor- 
'»  pò,  di  cui  è  Gesti  Cristo  il  capo 
"  invisibile  ".  11  nome  di  Chiesa, 
che  secondo  l' etimologia  greca  si- 
gnifica, come  si  è  detto,  convocazio- 
ne- o  assemblea,  preso  in  questo  sen- 
!>o,  conviene  ai  ft'deli  di  una  mede- 


CHI  - 

sima  casa,  nonché  di  una  medesima  V 
parrocchia,  città,  diocesi,  metiopoli, 
patriarcato,  di  un  medesimo  regno, 
e  finalmente  del  mondo  intero.  Gli 
eretici  del  terzo  e  quarto  secolo  ri- 
guardavano la  Chiesa  come  la  so- 
cietà de'  giusti,  o  come  la  riunione 
de'  virtuosi  non  macchiati  di  grandi 
delitti,  o  anche  come  la  società  dei 
perfetti.  Altri  eretici  poi  dei  secoli  de- 
cimoquarto e  decimoquinto  dissero  es- 
sere la  Chiesa  l'unione  de'santi  e  dei 
predestinati,  nel  quale  errore  cadde 
anche  Lutero,  escludendo  dalla  Chie- 
sa i  peccatori;  ed  è  perciò  che  il 
trattato  della  Chiesa  é  vastissimo, 
per  le  controversie  agitate  fia  i  cat- 
tolici, e  i  protestanti,  novatori,  scis- 
matici ec. 

A  norma  del  simbolo  dichiarato 
dal  concilio  di  Costantinopoli,  la 
Chiesa  è  una,  santa,  cattolica  ed 
apostolica.  Capo  visibile  di  questa 
Chiesa  santa  e  cattolica  è  il  Sommo 
Pontefice  vicario  di  Gesù  Cristo,  e 
successore  di  s.  Pietro.  E  come  tale 
in  ogni  tempo  è  stato  riconosciuto 
da  tutta  la  Chiesa  ;  e  in  vero  nel 
conciUo  ecumenico  di  Calcedonia , 
come  si  vede  nell'azione  IH,  venne 
denominato  vescovo  universale.  Teo- 
filo Raynaud  nell'  opera  intitolata 
Corona  aurea  super  mìtram  rom. 
Pontificia,  dagli  atfi  dei  concilii,  dai 
padri  greci  e  latini,  e  dagli  scrittori 
ecclesiastici  raccolse  da  oltre  a  quat- 
trocento novanta  titoli ,  coi  (juali 
a  gara  vien  denominato  il  romano 
Pontefice,  e  che  esprimono  in  tanti 
diversi  modi  la  suprema  autorità , 
che  per  diritto  divino  ha  su  tutta 
la  Chiesa.  Meritano  special  menzio- 
ne quelli  di  centro  dell'unità,  origi- 
ne deW unità,  pastore  de.'  pastori,  ve- 
scovo de'  vescovi ,  padre  deJ  padri , 
pastore  universale ,  capo  ili  tutta  la 
Chiesa,  ec. 


CHI 

Nel  concilio  di  Trento  fu  dispu- 
tato, se  sia  lo  stesso  catholicce  Ec- 
clesìce  episcopus,  et  lumersalis  Eccle- 
sìce  episcopus  ;  e  fu  detto ,  che  la 
frase,  sebbene  fosse  equivalente,  era 
nondimeno  dubbiosa,  quando  il  no- 
me di  cattolico  importa  ancor  fedele, 
come  nel  testo  di  s.  Agostino:  qux 
propterea  sancta  et  catholica  est,  quia 
recte  credit  in  Deum.  Laonde  ogni 
vescovo  de'  fedeli  si  può  dire  in  cer- 
to modo,  vescovo  di  Chiesa  cattolica, 
cioè,  che  rettamente  crede  ;  ma  il 
Papa  si  dice  vescovo  della  Chiesa 
cattolica ,  cioè  della  universale.  Né 
questo  senso  di  tal  vocabolo  nei  con- 
cilii  era  nuovo,  perocché  nel  sinodo 
V  generale,  alla  collazione  quinta, 
riferendosi  alcuni  luoghi  tratti  dalle 
opere  di  s.  Agostino,  e  da  quanto 
egli  disse  in  un  concilio  cartaginese, 
si  riportano  quindi  le  parole  se- 
guenti :  Augustinus  episcopus  Eccle- 
sia catholicce  dixit ;  in  confermazio- 
ne di  che  alcuni  notarono,  che  san 
Cipriano  ricevendo  al  grembo  della 
Chiesa  alcuni,  ch'erano  stati  eretici, 
non  solo  faceva  loro  confessare  che 
Cornelio  Papa  del  254  era  pastore 
Ecclesia;  catholicce,  ma  voleva  che 
aggiungessero,  id  est  universalis  ;  on- 
de nelle  acclamazioni  fu  detto:  Bea- 
tissimo Pio  PapcB,  et  domino  nostiv 
sancto,  et  universalis  Ecclesice  Pon- 
tifici, multi  anni  et  esterna  memoria. 
P^.  Pallavicino,  Storia  del  concilio  di 
Trento,  lib.   XXI,  cap.   4- 

Dalla  definizione  della  Chiesa  si 
raccoglie,  non  essere  membri  di  essa 
gì'  infèdeh,  gli  eretici  e  gli  apostati, 
perchè  non  hanno  la  fede  della  Chie- 
sa ;  gli  scomunicati,  ed  i  catecumeni 
non  battezzati,  perchè  non  parteci- 
pano de' sagiamenti;  e  gli  scismatici 
perchè  non  obbediscono  ai  legittimi 
paston  della  Chiesa.  Che  la  Chiesa 
sia   visibile    nasce    dalla    definizione 


CHI  2i5 

data  da  principio  della  Chiesa ,  e  lo 
conferma  il  testo  dell'  Apostolo  ad 
Rom.  cap.  i  o  ,  vers.  i  o,  in  cui  af- 
ferma essere  necessaria  alla  salute 
la  orale  confessione  della  fede;  cosi 
Gesù  Cristo,  Luca  cap.  12,  vers.  8, 
minacciò  coloro  che  si  vergognava- 
no di  confessare  pubblicamente  la 
sua  fede.  La  Chiesa  è  in  oltre  in- 
defettibile, cioè  non  può  perire,  non 
può  abbandonare  la  dottrina  di  Ge- 
sù Cristo,  né  pi'ofessare  l'errore  ;  se 
ciò  fosse,  le  porte  dell'  inferno  pre- 
varrebbero contro  di  essa,  ed  allora 
non  sarebbe  una,  santa,  cattolica, 
ed  apostolica.  La  Chiesa  cattolica  è 
santa  per  la  santità  della  dottrina, 
e  della  legge  ;  santa  perchè  vi  sono 
i  mezzi  di  santificare ,  quali  sono  i 
sagramenti ,  santa  pel  suo  capo,  che 
è  il  Santo  dei  Santi,  e  perchè  molte 
sue  membra  sono  sante;  è  santa  perchè 
fuori  di  essa  non  vi  è  santità,  né  sal- 
vezza. L'autorità  della  Chiesa  consiste, 
come  dice  Bossuet,  nella  sua  prima 
pastorale  sulle  promesse  della  Chiesa, 
nel  fare  un  preciso  e  notorio  te- 
stimonio delle  verità  rivelate  con- 
ti'o  i  nuovi  errori.  Non  vi  fu  mai 
eresia  ,  che  non  abbia  ritrovata  la 
Chiesa  attualmente  in  possesso 
della  dottrina  contraria.  Questo 
è  un  fatto  comune,  pubblico,  uni- 
vei'sale,  e  senza  eccezione.  E  facile 
pertanto  la  decisione;  è  solo  da 
da  dare  un'  occhiata  alla  fede  che 
ha  la  Chiesa  menti'e  nasce  un 
errore  ....  per  dare  ancora  la 
condanna  ai  pertinaci  erranti  ". 
La  Chiesa  è  infallibilcj  e  la  sua  in- 
fallibilità è  la  certezza  invincibile  del 
testimonio,  che  rende  la  Chiesa  del- 
la sua  dottrina,  e  della  obbligazio- 
ne di  ciascun  fedele  di  acquietai-si , 
ed  ubbidire  a  quel  testimonio,  senza 
tema  di  faUire,  per  la  suprema  au- 
torità data  ad  essa  da  Gesù  Cristo. 


ai6  CHI 

Per  riguardo  alle  chiese  diverse, 
ed  alle  principali,  come  dell'  Asia,  e 
dell'Africa,  se  ne  paria  ai  loro  arti- 
coli. In  oriente  v'  ha  la  chiesa  gre- 
ca, e  la  siriaca,  ove  vi  sono  cattolici 
romani ,  e  "vi  sono  anche  le  chiese 
o  società  dei  giacobiti,  dei  copti,  de- 
gli etiopi,  od  abissini,  dei  nestoriani, 
degli  armeni  ec.  Anticamente  la  chie- 
sa latina  e  la  chiesa  greca  forma- 
vano una  sola  società,  ma  lo  scisma 
principiato  da  Fozio  nel  nono  se- 
colo, e  compito  da  Michele  Cerulario 
nel  decimoprimo ,  ambedue  patriar- 
chi di  Costantinopoli,  miseramente 
separò  la  chiesa  greca  dalla  romana, 
e  ad  onta  che  se  ne  procurasse  dal- 
lo zelo  de'  Papi  la  unione  in  varii 
concilii  e  per  mezzo  dei  legati,  pure 
anche  dopo  l' ultima  unione  fatta 
da  Eugenio  IV  nel  concilio  fioren- 
tino, i  greci  si  sono  ostinati  nello 
scima  e  nell'eresia  sulla  processione 
dello  Spirito  Santo.  Anche  le  chiese 
greche  di  Russia,  ed  alcune  di  Polonia 
sono  nella  stessa  infelicissima  condi- 
zione. Hanno  preteso  i  protestanti  di 
aver  la  medesima  fede  degli  orien- 
tali ,  ma  è  stato  loro  dimostrato  il 
contrario,  perchè  la  caduta  di  quelle 
chiese  fu  sensibile,  pubblica,  solenne, 
avendo  cagionato  lo  scisma.  La  chie- 
sa di  occidente,  ossia  la  latina,  com- 
prendeva una  volta  le  chiese  d'Ita- 
lia, di  Spagna,  di  Africa,  delle  Gal- 
lie,  del  Nord,  ec.  Da  ti'e  secoli  circa 
in  qua  V  Inghilterra  per  lo  scisma 
avvenuto  per  opera  di  Enrico  Vili, 
una  parte  de'  Paesi  Bassi,  molte  del- 
l'Alemagna,  e  quasi  tutto  il  Nord, 
hanno  composte  le  chiese  riformate, 
cioè  eretiche,  separate  dalla  comu- 
nione della  romana,  e  separate  e 
flivìse  fra  loro  stesse.  Intanto  la  ro- 
mana acquistò  per  mezzo  de'  suoi 
missionari  dei  fedeli  nell'  Indie,  nel 
Qiappoue ,  nella  Cina ,  in  America, 


CHI 

nell'Oceanica  ec;  e  questa  conser- 
verà sempre  l' indefettibilità  come 
dote,  per  volere  divino,  essenziale 
alla  Chiesa  cattolica.  Questa  fu  in 
tutte  le  età  la  madre  e  la  uìaeslra 
di  tutte  altre,  e  tale  è  chiamata  anco 
dall'  ultimo  concilio  generale  :  questa 
è  l'unica  delle  apostoliche,  e  chi  non 
è  vmito  e  soggetto  al  romano  Pon- 
tefice ,  pastore  della  Chiesa  univer- 
sale, non  è  membro  del  gregge  di 
Cristo ,  per  la  di  lui  infallibihtà , 
qual  centro  della  cattolica  comu- 
nione. Nella  chiesa  africana  v'  erano 
da  ottocento  sedi  vescovili  ,  ma  le 
diocesi  erano  poco  estese;  e  i  goti 
e  i  vandali  infetti  dall'arianismo,  ne 
sbandirono  le  religione  cattolica  nel 
quinto  secolo,  indi  nel  settimo  i  sa- 
raceni invasori  affatto  vi  distrussero 
il  cristianesimo.  Il  Fabrizio,  neiropeni 
Salularis  lux  evangelica^  tratta  dei 
progressi,  e  delle  perdite  della  Chie- 
sa cattolica. 

Finalmente  si  appellano  chiese 
apostoliche  matrici  quelle  fondate 
dagli  stessi  apostoli.  Tertulliano,  De 
Prcescript.  num.  21,  dopo  aver  ri- 
cordato, che  la  dottrina  degli  apo- 
stoli fu  dottrina  di  Cristo,  il  quale 
con  essa  li  mandò  a  predicare  ,  e  ad 
istituire  le  chiese,  conclude;  »  consta 
M  perciò,  che  tutta  la  dottrina,  la 
w  quale  cospira,  cioè  è  uniforme  in 
M  quelle  Chiese  apostoliche,  matrici, 
»  originali j  è  da  credersi  vera;  al 
»  contrario  è  da  giudicarsi  menda- 
»  ce  tutto  quello,  che  è  repugnante 
»  alle  verità  delle  chiese ,  e  degli 
»  apostoli".  Il  Pontefice  Pelagio  I  di- 
ce, che  s.  Agostino  riconobbe  essere 
sentenza  di  Cristo,  che  il  fondamento 
della  Chiesa  sono  le  Sedi  Apostoli- 
clic ,  e  che  non  vi  ha  vera  Chiesa 
se  non  radicata  ne'  Pontefici  delle 
Sedi  ÀpostoUche.  Ma  tutte  le  chie- 
se matrici ,    fuori    che  la  llomana  , 


CHI 

hanno  avuto  fine,  a  cagione  di  er- 
rori diversi.  Per  chiese  matrici  vo- 
glionsi  intendere  quelle  chiese  pa- 
triarcali, che  non  ebbero  anteceden- 
temente altra  chiesa  madre ,  anzi 
produssero ,  o  almeno  poterono  da 
esse  derivare  altre  chiese;  che  i  luo- 
ghi in  cui  furono  quelle  fondate , 
non  sieno  prima  stati  occupati  da 
altia  chiesa,  dappoiché,  come  dice 
il  Politi  nel  suo  Jiis  patriarchicum, 
le  chiese  di  Laodicea,  Filadelfia  ec, 
sebbene  apostoliche ,  pure  essendo 
stale  erette  nei  fondi  della  chiesa 
efesina,  furono  sotto  la  giurisdizio- 
ne di  questa.  Posto  ciò,  egli  nume- 
ra le  dodici  patriarcali,  ossia  matri- 
ci, fondate  dai  dodici  apostoli  in- 
viati da  Gesù  Cristo  a  portare  il 
vangelo  in  tutto  il  mondo.  Tutta- 
volta  è  noto,  che  l'enumerazione  e 
classificazione  della  fondazione  delle 
chiese  apostoliche  del  Politi ,  non 
solo  è  inesatta ,  ma  talora  anche 
falsa ,  e  perciò  rigettata  dai  buoni 
critici  siccome  contraria  alla  stessa 
storia  ecclesiastica.  Su  questo  argo- 
mento con  precisione  e  verità  scris- 
sero altri  autori,  tra'  quali  merita 
consultarsi  lo  Schelstrate  nella  ope- 
ra Antiquitas  Ecclesia;,  tom.  II, 
continens  opus  geogra pìtico -hierarchi- 
cum,  Romae  iGSy,  nella  quale  a 
pag.  54  e  segg.,  si  leggono  gli  an- 
nali della  predicazione  degli  apostoli, 
e  nella  tavola  posta  al  fine  della 
prima  dissertazione  a  pag.  72,  78, 
si  trova  come  in  uno  specchio  la 
fondazione  delle  principali  chiese  fat- 
te tanto  dagli  apostoli ,  quanto  dai 
loro  immediati  discepoli,  con  tutti  i 
documenti  relativi. 

Tutte  le  chiese  sono  in  realtà 
apostoliche,  e  non  lo  sarebbero  se 
non  fossero  cattoliche;  lo  sono  per 
la  dottrina  apostolica ,  che  deve  es- 
sere  l'insegnamento   di    ogni  chiesa 


CHI 


217 


cristiana.  La  gerosolimitana  ebbe 
l'onorevole  titolo  di  patriaraile,  per 
essere  ivi  nata  la  cristiana  religione, 
ed  ivi  promulgata  nel  celebra lissimo 
giorno  di  Pentecoste,  col  miiacolo 
della  prodigiosa  discesa  dello  Spirilo 
Santo  sugli  apostoli,  per  cui  la  sala 
ov'essi  coi  discepoli  erano  adunati, 
raffigurava  la  Chiesa  universale;  ma 
giusta  gli  antichi  canoni  fu  soggetta 
al  suo  metropolitano.  La  costantino- 
politana fu  parimenti  onorata  del 
nome  di  patriarcato,  per  essere  la 
città  imperiale;  ma  non  fu  patriar- 
cale nel  senso  di  sopi'a  esposto. 

La  Chiesa  sussisterà  sempre  a 
malgrado  delle  persecuzioni  e  de- 
gli scandali,  e  nelle  prove  soprat- 
tutto ella  trionfa.  Di  fatti  la  prov- 
videnza di  Dio,  rispetto  alla  Chiesa, 
non  si  mostra  mai  più  chiaramente, 
che  quando  sembra  non  esservi  piìi 
spei'anza  veruna  ;  il  Signore  fa 
splendere  allora  la  sua  possanza,  per 
mostrare  agli  uomini,  che  le  sue 
promesse  sono  infallibili.  Le  perse- 
cuzioni, e  gli  scandali  non  impedi- 
ranno r  effetto  della  di  lui  parola, 
e  non  abbatteranno  l'edifizio,  ch'egli 
ha  piantato  col  preziosissimo  suo 
sangue.  Egli  non  permetterà  mai, 
che  il  demonio  gli  rapisca  il  patri- 
monio datogli  dal  Padre  suo,  né 
che  lo  spogli  di  quel  legno,  che  gli 
è  costato  s'i  caro.  Il  Padre  avrà  sem- 
pre sopra  la  terra  de'  veri  adoratori, 
i  quali  glorificheranno  il  suo  nome 
sino  alla  fine  del  mondo.  Le  infàuste 
vicende  del  secolo  decimo  per  nulla 
contaminarono  1'  illibato  splendore 
della  Chiesa  romana;  e  la  costante 
conservazione  in  essa  della  purezza 
del  domma,  è  una  luminosa  prova, 
che  le  porte  dell'  inferno  non  pre- 
valeranno  giammai  contro  di  essa. 
Parlando  il  eh.  Albano  Butler,  nel 
suo    trattato    delle  Feste  mobili    ec. 


2.8  CHI 

della  Chiesa  Cattolica,  delle  bellezze 
della  Chiesa,  ecco  come  si  esprime. 
»  Noi  non  possiamo  non  sentirci 
»  tratti  fuoi'i  di  noi  stessi  per  lo 
»  stupore,  allorché  ci  facciamo  a 
«  considerare  la  bellezza  spirituale, 
»  e  le  altre  prerogative  della  Chiesa 
«  di  Gesù  Cristo,  i  suoi  ministri,  il 
*>  suo  sagrifizio,  i  suoi  sagramenti, 
»5  le  euiinenti  virtù  dei  santi,  ch'ella 
ha  formato  in  tutti  i  tempi,  e 
che  di  secolo  in  secolo  hanno 
onorato  la  dottrina  del  vangelo 
colla  purezza  della  loro  vita;  in 
fine  la  sua  universalità,  e  la  sua 
perpetuità.  Ella  è  la  casa  di  Dio, 
raffigurata  dall'  arca  di  Noè,  fuor 
della  quale  non  v'  ha  salvezza. 
Ogni  uomo  giusto  deve  necessa- 
riamente esseie  ad  essa  unito,  al- 
meno col  desiderio,  ed  esserne 
membro,  almeno  col  cuore.  Noi 
non  possiamo  essere  di  Gesù  Cri- 
sto, né  a  lui  uniti,  se  non  siamo 
della  sua  Chiesa.  Se  noi  da  questa 
ci  separiamo,  nello  stesso  istante 
ci  stacchiamo  da  Gesù  Cristo, 
della  guisa  che  un  tralcio  tagliato 
dalle  viti  non  appartiene  più  alla 
vite.  E  chiunque  s'  incorpoi'a  di 
corpo  e  di  spirito  alla  Chiesa, 
tosto  è  membro  anco  di  Gesù 
Cristo.  Ella  é  il  corpo  mistico  di 
Gesù  Ciisto,  il  quale  ci  ama  sino 
al  pimto  di  non  risguardarsi  come 
giunto  alla  perfezione  del  suo  stato 

>  e  della  sua  gloria,    fin  tanto  che 
vivrà  sej)arato  da  noi,  che  siamo 

•>  sue  membra.  Egli  presiede  ad  essa 

>  come  il  capo  al  suo  corpo  distri- 

>  bucndo    ai    fedeli   i    suoi  doni,  e 

>  le  sue    grazie   pel    ministero    che 
5   ha    stabilito,    pei    misteri    che    ha 

>  operato,  pei  mezzi  che  ha  istituito 

>  e  moltiplicato  senza  fine,  avendo 

>  egli  nella  sua  Chiesa  disposto  tutti 

>  i    tesori    della    sua    misericoi'diu. 


CHI 

Ella  è  la  torre  di  Davide ,  fah- 
brìcata  con  baloardi  impenctralnli, 
da  cui  pendono  mille  scudi,  ed 
ogni  maniera  d'armi  per  munir- 
ne i  più  valenti  guerrieri,  Cant. 
IV,  4-  Ella  è  esposta  a  contrad- 
dizioni senza  numero,  ma  non 
può  mai  esser  vinta,  anzi  dee 
sempre  trionfare  delle  persecuzio- 
ni e  dagli  assalti  dell'eresia  e  del- 
l'empietà. Ella  è  la  colonna  e  la 
base  della  verità,  avendo  per  fon- 
damento la  pietra  angolai-e,  che 
è  Gesù  Cristo,  e  questo  titolo  é 
dato  dalle  Scri-tture  alla  Chiesa, 
perchè  la  divina  verità  non  abita 
in  altro  luogo  del  mondo,  e  in 
vano  la  si  cercherebbe  fuori  di 
essa.  Fuori  del  suo  seno  non  ci 
ha  che  tenebre,  menzogna,  erro- 
re, impostura,  superstizione,  gua- 
sto e  disordine.  La  Chiesa  é  fon- 
data da  Gesù  Cristo,  e  sopra  Gesù 
Cristo  ;  ella  é  sommessa  a  Gesù 
Cristo,  e  sempre  diretta  e  assistita 
dallo  spiiito  di  Gesù  Cx'isto.  Ella 
é  la  madre  de'  santi  ,  generando 
sempre  de'figliuoli  a  Dio,  ammae- 
strandoli, infirmandoli  colla  sua 
divina  parola,  la  quale  é  predi- 
cata incessantemente  da  per  tutto, 
dove  essa  regna,  cogli  esempli 
de'pii  suoi  fedeli,  colla  pratica  di 
tutte  le  virtù,  coi  sagramenti,  coi 
sagriQzi,  colle  orazioni  sì  pubbli- 
che, che  private.  Ella  é  la  sposa 
di  Gesù  Cristo,  adorna  di  tutte 
le  ricchezze  della  grazia ,  purifi- 
cata, santificata,  glorificata  dal 
suo  sposo  senza  macchia,  senza 
ruga:  è  la  delizia  del  suo  diletto 
per  le  sue  belle  qualità,  e  pe'suoi 
dolcissimi  modi.  La  Chiesa  é  la 
nostra  madre  comune,  e  la  so- 
rt'Ila  della  Gerusalemme  celeste. 
Ella  è  il  tempio  di  Dio  vivente 
sulla  terra,  in  cui  egli  viene  ado- 


CHI  CHI                      arg 

rato,  servito,  glorificato  senza  in-  plaudita  ed  istruttiva,  non  che  il 
terrompiuiento  cogli  omaggi  delle  benemerito  e  celebre  p.  Giovanni 
sue  creature,  coi  loro  sagiifici,  Perrone  della  compagnia  di  Gesù, 
colla  loro  ubbidienza,  colle  loro  nelle  sue  Prcelectiones  Tlieologicce, 
laudi,  col  loro  amore,  e  cogli  di  cui  già  in  Roma  si  fecero  due 
alti  di  tutte  le  virtù.  In  questo  edizioni,  e  parecchie  anche  altrove, 
tempio  si  trova  la  sorgente  delle  trasportate  eziandio  in  diverse  lin- 
acque  vive, che  scorrono  in  copia  gue,  nei  trattati.  De  vera  religione, 
dal  monte  Libano,  e  che  diven-  p.  II,  e  De  Locis  Theologicis,  p.  I. 
gono  per  chi  le  beve  fonti,  che  Per  quanto  poi  riguarda  la  Chiesa 
zampillano  fino  all'altezza  della  romana,  e  la  Santa  Sede,  e  tuttociò 
vita  eterna.  Gesù  Cristo  cominciò  che  ad  essa  appartiene  ec,  se  ne  fo 
a  formare  la  sua  Chiesa  durante  parola  in  molti  articoli  di  questo 
M  la  sua  missione  sulla  terra,  quan-  Dizionario,  che  lungo  sarebbe  enu- 
do raunò   a    sé   i    suoi    discepoli,  merare. 

ed  ammaestroUi  di  propria  bocca.  CHIESA,  o  TEMPIO  (Mdes  sa- 
Ma  la  discesa  dello  Spirito  Santo  era,  Ecclesia,  Templum).  Questo  ter- 
fu  queir  atto  con  cui  egh  consu-  mine  significa  gli  edifizii  de'  cristiani 
mò  la  rivelazione  e  la  promulga-  consacrati  al  culto  divino ,  i  luoghi 
zione  della  sua  legge.  Egli  infuse  della  riunione  de'  fedeli  ,  che  sono 
per  così  dire  l'anima  a  questo  destinali  per  pregare  Iddio,  pei"  ce- 
corpo  mistico,  e  comunicogli  un  lebrarc  il  santo  sacrifizio  della  messa, 
principio  di  vita  e  di  attività,  per  amministrare  i  sacramenti ,  e 
Da  queir  istante  i  ministri  e  gli  per  trattare  le  cose  della  religione, 
interpreti  di  questa  legge,  rivestiti  Questo  nome  di  Chiesa  materiale,  o 
per  mezzo  dell'  effusione  miraco-  edifizio  sacro ,  comprende  appunto 
Iosa  dello  Spirito  Santo,  d'  una  tutti  que'  luoghi  dedicati  al  sacio 
autorità  tutta  divina,  si  diedero  culto,  e  deriva  dalla  dizione  greca, 
intieramente  allo  eseguimento  del-  Kyrìaca,  che  significa  Domenicale, 
le  loro  rispettive  funzioni ,  ed  is-  che  perciò  la  parola  Kyrios  viene 
piegarono  i  doni  e  i  poteri  che  mutata  in  latino  Dominus  ;  onde 
aveano  ricevuto  per  governare  e  Kyriaca  dominicalis  s' interpreta  ceto 
per  estendere  il  regno  di  Gesù  di  popolo  ragunato  per  lodare  il 
Cristo,  al  quale  nulla  più  man-  Signore  :  Si  ergo  convenit  universa 
cava  per  esser  perfettamente  sta-  ecclesia  in  unum,  I  Corinth.  i4 
bilito,  secondo  gli  eterni  disegni  iZ.  Dicesi  anche  casa ,  Z>077iu* ,  co- 
di lui  ".  me  diremo  all'  articolo  Domo  (Ve- 
Lungi  ancora  di  riportare  le  pò-  di).  Viene  chiamata  tempio  dal- 
lemiche  su  cui  si  dilFusero  innu-  la  di  lei  ampia  struttura,  e  dalla 
merabili,  e  gravi  autori,  e  le  qua-  magnificenza  de'  suoi  preziosi  orna- 
li, come  di  molte  cose  in  rela-  menti,  con  cui  mirabilmente  ris- 
zione  dell'articolo,  pur  sono  trattate  plende.  Vari  poi  sono  i  vocaboli 
in  diversi  altri  articoli  del  Diziona-  coi  quali  nella  sacra  Scrittura  ap- 
rio,  possono  consultarsi  il  Bergier  pellasi  il  tempio,  e  tutti  ordinaria- 
ai  vocaboli  Chiesa,  e  la  Biblioteca  mente  sinonimi,  come  si  ha  dai  Pa- 
S/igra  di  Richard,  e  Giraud,  anche  dri  dei  primi  tre  secoli  principal- 
nel  SupplimentOj  opera   cotanto  ap-  mente,  e  dal   Cod.    Tit.  de  Fagnn. 


390  CHI 

sacrif.  et  templi s ,  per  nulla  aver 
di  comune  coi  gentili.  S.  Zenone 
vescovo  di  Verona  nel  IV  secolo , 
de  spintuali  cedi/icaUonc  Domiis 
Dei,  distingue  la  chiesa  dal  tem- 
pio. Notarono  i  Ballerini,  che  il  pri- 
mo fra  tutti  sia  stato  s.  Ambrogio, 
Epist.  XX,  n.  2,  ad  usare  il  voca- 
bolo di  Templum ,  per  indicare  le 
chiese  dei  cristiani.  Anco  il  Bergier 
rileva,  che  nei  primi  quattro  secoli 
si  astennero  i  fedeli  dal  nominare 
le  loro  chiese,  Tempia,  Delubra,  Fa- 
na,  perchè  erano  nomi  consagrati 
presso  i  gentili.  Si  chiamò  la  Chie- 
sa pure  basilica  (F^edi),  perchè  de- 
rivando dalla  parola  greca  Basilea, 
in  latino  significa  lo  stesso  che  Rex 
et  basis  populi,  ovvero  sedes  judicii. 
Così  nella  storia  sacra  :  Stetit  in.  atrio 
domus  regice,  quod  erat  inteiìus  can- 
tra hasilicani  rrgis.  Più  propriamente 
però  chiamasi  basilica,  perchè  nel 
latino  significando  lo  stesso  che  Reg- 
gia, ella  appunto  è  tale,  mentre  al 
re  de'  regi  ivi  si  presta  tutto  l'osse- 
quio e  il  culto.  E  poi  a  consultar- 
si quanto  scrisse  sulle  basiliche,  il  p. 
Casimiro  da  Roma,  nelle  sue  Me- 
morie storiche  della  chiesa  di  S.  M. 
d'Araceli  a  p.  23.  Finalmente  pres- 
so gli  antichi  greci,  e  presso  gli  scrit- 
tori latini,  fu  il  tempio  ancora  chia- 
mato con  altri  nomi,  come  eccle- 
siasterio,  synodus,  conci lium,  conven' 
ticulum,  martyrium,  menioìia,  apo- 
stolacnm,  prophetacwn,  coenaculum, 
confessio,  trophaeuni,  titulus ,  ec,  e 
nei  bassi  tempi  tabernaculum ,  mo- 
iiastcriunif  giacché  in  que'  tempi  la 
maggior  parte  delle  chiese  erano 
servite  dai  monaci,  o  perchè,  come 
dice  il  Berlendi ,  Dell'  oblazione  al- 
l'altare,  pag.  126  e  127,  i  chierici 
ad  esse  addetti  osservando  la  vita 
comune,  erano  in  tutto  conformi  a 
fjiiella  dei    monaci   e    claustrali,   f^. 


CHI 
Giuseppe  Bingham  ,  nelle  «uè  Orì- 
gini ecclesiastiche,  tom.  HI,  lib.  Vili, 
cap.  I,  e  l'articolo  Dittici  sagri,  i 
quali  erano  certe  tavole,  che  si  pie- 
gavano, ed  in  cui  scrivevansi  i  nomi 
di  tutte  le  chiese. 

§  l.   Orìgine  delle  chiese,  e  loro  uso. 

Nella  legge  di  natura,  Noè,  Abra- 
mo e  Giacobbe  eressero  altari  a  Dio; 
in  quella  scritta  per  divino  comando 
Mosè  edificò  il  tabernacolo,  con  tal 
magnificenza,  che  fosse  degna  della 
maestà  del  Signore  :  Facientque  mihi 
sanctuarìuni ,  et  habitabo  in  medio 
eorum.  Che  se  Giacobbe  dopo  aver 
pregato  l'Altissimo  allo  scoperto  della 
campagna,  Mosè  dopo  di  averlo  sup- 
plicato presso  il  mare,  e  Salomone 
nel  segreto  delle  sue  camere,  pure 
essi  giudicarono  interporre  le  pre- 
ghiere col  fumo  degl'  incensi ,  con- 
sumati avanti  gli  altari ,  i  taberna- 
coli, e  nel  tempio,  chi  vorrà  giudica- 
re biasimevole,  o  superfluo  l' invete- 
rato pio  costume  de'  seguaci  del  van- 
gelo, neir  impiegarsi  ad  erigere  a 
Dio  oratorii  [ì^edi),  cappelle  (F'edi), 
o  sontuose  chiese?  Quindi  con  que- 
sta, ed  altre  considerazioni  i  mede- 
simi santi  apostoli  di  mano  in  mano 
che  andavano  edificando  la  Chiesa 
spirituale  colla  loro  predicazione,  la 
moltiplicavano  altresì  colla  fabbrica 
delle  chiese  materiali,  alìlnchè  quel- 
le primizie  del  cristianesimo  ivi  ra- 
dunate ,  potessero  formare  di  loro 
stessi  un  solo  cuore,  ed  una  sola 
anima. 

Che  vi  sieno  state  sino  dal  prin- 
cipio del  cristianesimo  delle  chiese, 
ossia  dei  luoghi,  ove  i  fedeli  si  ra- 
gunavano  per  udirvi  la  divina  pa- 
rola, ricevervi  i  sacramenti,  pregar- 
vi, e  lodarvi  Iddio,  chiaramente  lo 
dimostra  la  stessa  ragione.  Non  era 


CHI 

affatto  possibile  l' adunarsi  in  qual- 
che casa  privata,  l'avervi  una  o  più 
camere  destinate  al  divin  culto ,  e 
separatamente  congregarsi  in  diver- 
se case  pei  detti  fini.  Avevano  il  bi- 
sogno, il  comodo,  la  possibilità,  laon- 
de nulla  mancava,  perchè  dobbia- 
mo ritenere  antiche  le  chiese  come  lo 
è  il  cristianesimo,  ma  non  per  altro 
pubbliche  e  sontuose,  a  cagione  delle 
vicende  de'  tempi.  Una  dimostra- 
zione è  la  stessa  autorità  di  s.  Pao- 
lo, I  ad  Cor.  e.  1 1,  v.  22,  interpre- 
tato dai  ss.  Basilio,  Gio.  Crisostomo, 
Girolamo,  Agostino  ed  altri.  Aggiun- 
gansi  l'autorità,  e  le  testimonianze  di 
s.  Clemente  Rom.  ep.  I,  n.  4o  ;  di  s. 
Ignazio,  ep.  ad  Magncs.  n.  7  ;  di  s. 
Pio  I,  ep.  ad  Just.;  di  Clemente  A- 
lessandrino,  Strom.  1.  7;  di  Tertul- 
liano, de  idolatr.  e.  7,  tfe  coron.  mi- 
Ut.  e.  3,  per  non  dire  di  altri.  E 
pertanto  evidente,  che  dove  i  citati 
scrittori  affermano,  che  i  cristiani 
non  avevano  ne  tempi,  né  are,  in- 
tendevano dire,  che  non  avevano  es- 
si le  fabbriche  simili  a  quelle  dei 
gentili. 

Da  quanto  narra  s.  Luca  negli 
Atti  apostolici,  e.  20.  V.  6,  e  seg. 
apparisce,  che  gli  apostoli  celebrava- 
no il  sacrifizio  nelle  case  private, 
non  essendovi  ancora  templi  ove 
compiere  i  sagri  misteri  ;  però,  come 
dicemmo,  non  andò  guari  che  s'in- 
cominciarono ad  erigere  delle  chie- 
se ,  particolarmente  in  Roma  (  F! 
Chiese  di  Roma).  Ve  ne  furono  dopo 
la  metà  del  primo  secolo,  come  ri- 
porta il  Baronio  all'anno  5'/,  n, 
98,  mediante  le  testimonianze  dei 
santi  Pontefici  Pio  I,  ed  Evaristo, 
non  che  di  Eusebio,  di  Ottato,  e 
de' gentili  medesimi.  Nel  lib.  II,  s. 
Ottato  dice,  che  nell'  anno  249, 
nel  pontificato  di  s.  Cornelio,  si  vi- 
dero in  Roma  fabbricvile  quarantasei 


CHI  221 

chiese.  Nel  secolo  medesimo  afferma 
il  Bercastel,  tom.  II,  p.  102,  che  la 
fede  moltiplicava  i  suoi  trionfi  sotto 
il  favorevole  impero  di  Alessandro 
Severo.  Il  culto  cristiano  poi  acquistò 
di  giorno  in  giorno  un  lustro  mag- 
giore, giacché  si  edificavano  luoghi 
stabili  per  l'unione  de' fedeli,  vale 
a  dire  le  prime  chiese,  che  sieno  sta- 
te dopo  la  pubblicazione  del  van- 
gelo. S.  Ignazio  nella  mentovata  let- 
tera esorta  i  magnesiani  a  ragunar- 
si  in  un  luogo  chiamato  tempio  di 
Dio,  e  neir  cp.  ad  Philad.  dice:  »  Una 
«  è  la  carne  del  Nostro  Signore  Ge- 
>ì  sii  Cristo,  ed  uno  il  calice  del 
M  Sangue  suo  per  la  unione,  uno 
M  l'altare,  ed  uno  il  vescovo  col 
»  presbitei-io  ec.  ".  Da  ciò  si  può  ar- 
guire, che  anche  in  oriente  nel  pri- 
mo secolo  vi  fossero  edificati  dei 
templi,  e  in  tali  luoghi  fosse  cele- 
brato il  sagrifizio  della  messa. 

Tuttavolta  nella  Chiesa  nascente 
poco  durò  tal  felicità,  dappoiché,  co- 
minciando ben  tosto  le  persecuzioni, 
fui-ono  distrutte  le  chiese,  e  venne 
proibito  a' cristiani  offerire  la  loro 
vittima,  e  fare  assemblee  con  tanto 
rigore,  che  venivano  dai  tiranni  con 
tormenli  costretti  a  palesare,  se  fra 
loro  si  facessero  ragunanze,  come  fiti 
gli  altri  apparisce  dagli  atti  del  mar- 
tirio di  s.  Saturnino,  e  suoi  compagni. 
Presso  Ruynart  raccontasi  che  san- 
ta Tedica  martire  nei  tormenti  con- 
fessò di  aver  celebrata  la  colletta , 
quando  fu  presso  di  lei  il  sacerdote.  S. 
Diati vo  rispose  al  proconsole  di  aver 
celebrato  Dominicum.  In  que'  tempi 
per  Domitùcum  s' intendeva  la  mes- 
sa, e  per  Colletta  la  radunanza  per 
la  messa.  Quindi  convenne  a' fedeli 
celebrare  occultamente  i  loro  miste- 
ri, e  divini  uffizi.  Li  celebi-avano 
pertanto  nelle  grotte  sotterranee,  nel- 
le catacombe    [Vedi),    nei   cimiteri 


a'Qsi  CHI 

[Vedijf  nelle  carceri  [Vedi),  ec.  Di 
Éitti  apprendiamo  dagli  atti  del  mar- 
tirio di  Papa  s.  Stefano  I,  che  nei 
nascondigli  de'  martiri  di  frequente 
diceva  la  messa,  e  celebrava  dei  con- 
cilii  ec.  Per  le  carceri,  interessante 
è  quanto  scrive  s.  Cipriano  nell'.^. 
5,  con  che  esorla  i  sacerdoti,  e  i 
diaconi  a  procedervi  con  cautela  : 
»  Badate,  die'  egli,  e  provvedete  che 
»  si  possa  fare  con  maggior  sicu- 
«  rezza,  cosicché  i  sacerdoti,  che  ce- 
»  lebrano  appresso  i  confessori  nel- 
M  le  carceri,  vi  vadano  non  sempre 
»»  gli  slessi,  né  gli  stessi  diaconi  ;  ma 
«  ora  l'uno,  ora  l'altro,  acciocché 
M  la  A-ariazione  delle  persone  dimi- 
»  nuisca  il  sospetto.  "  Per  riguardo 
alla  celebrazione  della  messa  nei 
primi  secoli,  allorché  fu  resa  la  pa- 
ce alla  Chiesa,  nell'  anno  3  i  3  da  Co- 
stantino imperatore,  nel  pontificato 
di  s.  Melchiade,  furono  riedificati  i 
templi  e  gli  altari  ;  ed  il  concilio  lao- 
diceno  tenuto  l'anno  36 >,  comandò 
che  né  preti,  né  vescovi  facessero  in 
case  private  le  oblazioni,  il  che  fu 
vietato  a'  monaci  dai  canoni  arabici 
del  Niceno.  Però  non  deve  tacersi , 
che  nella  Chiesa  occidentale  tal  proi- 
bizione non  si  estese  subito,  ovvero 
che  ne  fossero  eccettuati  i  vescovi, 
perchè  sappiamo,  che  s.  Ambrogio 
celebrò  la  messa  in  casa  d'  una  ma- 
trona. Se  i  templi  pubblici  fossero 
in  Roma  innalzati  avanti  Costantino, 
e  molto  più  sotto  Diocleziano,  T^.  il 
Zaccaria  Storia  letteraria,  tom.  VI, 
pag.  570,  e  seg. 

§  II.   Descrizione  della  struttura  del- 
le   Chiese. 

Varie  sono  le  opinioni  dei  sacri 
dottori  nel  suggerire  a'  fondatori  del- 
le chiese,  il  disegno,  la  forma,  e  la 
struttuia  delle    medesime.    Pertanto 


CHI 

alcuni  vogliono,  che  la  chiesa  dcbKi 
fabbricarsi    a    guisa    di    nave,    cioè 
grande  e  lunga  ;  altri  che  abbia   la 
forma  di  croce  greca,  o   latina;   al- 
tri che  sia  rotonda;  tutti  però  con- 
vengono, che  debba  la  fronte  o  fac- 
ciata della  chiesa  riguardare  l'orieu- 
te.    Tale  diversità  di  opinioni   con- 
tiene molti   misteri,  siccome    spiega- 
no gli  stessi  dottori,  e  i  sacri  litur- 
gici. La  chiesa  in  forma  di  nave  ri- 
corda a'  fedeli,  eh'  essa  è  il  loro  ri- 
fugio nelle  vicende  della  loro  vita; 
la  forma  di  croce  rammenta    a'  me- 
desimi le  rinunzie  fatte  nel  battesi- 
mo, e  che  perciò  debbono  essere  se- 
guaci  del  Redentore  crocifisso;  e  la 
forma  rotonda    serve  ad  avvisare   i 
seguaci  del  vangelo,  che  la  Chiesa  è 
dilatata  per  tutto    il    mondo.    Della 
prima  e  seconda  struttura  si  veggo- 
no quasi  tutte  le  chiese,  che  da  ul- 
timo si  sono  edificate,  e  che  si  van- 
no fabbricando;  mentre  dell'ultima 
maniera  diverse  ne    sono   in    Roma 
principalmente,  come  s.  Maria rtr/iWar- 
tyres,  già  tempio  edificato  da  Agrippa; 
s.  Bernardo  come  parte  delle  terme 
Diocleziane;  s.   Stefano  al  Monte  Ce- 
lio,  tempio  già  di  Fauno;  s.  Teodo- 
ro alle  radici  del  palatino,  già  tem- 
pio   di     Romolo  ;    s.    Costanza,    già 
tempio  di  Bacco  ;    e,  come    riferisce 
Valfrido  Strabone,  l' imperatore  Co- 
stantino colla  sua  madre  s.  Elena , 
fece  edificare  presso  la  città  di  Ge- 
rusalemme, dai  romani  chiamata  E- 
lia,  im  nobile  e  magnifico  tempio  in 
forma  rotonda,  per    racchiudervi    il 
santo    sepolcro    del    Salvatore.    La 
fronte  poi,  o    facciata    esterna  della 
chiesa,  deve  guardare  l'oriente,  non 
perchè  non  possa    farsi  diversamen- 
te, ma    perchè  essendo    ciò    antica 
consuetudine,  non  lascia   di  avei-e  i 
suoi  mistici  significati. 

Oltre  di  che^  al  dire  di   qualche 


CHI 

autore,  tale  fu  la  maniera  con  cui 
venne  edificato  il  sontuoso  tempio 
di  Salomone,  da  cui  molto  prese  la 
architettura  delle  nostre  chiese.  Il 
di  lui  ingresso  era  situato  verso  l'o- 
riente; da  questo  lato  trovavasi  il 
tabernacolo,  ivi  stava  V  altare,  ed  ivi 
si  consumavano  lutti  i  riti  dei  sa- 
grifizi.  Questa  costruzione  produceva 
il  più  mirabile  effetto:  le  porte  dei 
Ire  atrii  erano  situate  una  contro 
r  altra,  ma  con  linea  retta,  e  dis- 
posizione tale ,  che  tutte  andavano 
colla  fronte  all'oriente,  di  maniera 
che  il  sole  col  primo  spuntar  dei 
suoi  raggi,  andava  a  ferire  il  mez- 
zo del  santuai'io,  e  colla  stessa  ma- 
niera penetiando  per  le  tre  porte 
degli  atrii  ,  e  del  tempio,  ad  un 
tratto  si  vedeva  quella  reggia  illu- 
minata dal  sole  materiale,  e  santifi- 
cata dai  raggi  del  sole  divino.  Di- 
fatti è  ragionevole  e  misterioso,  che 
r  ingresso  della  chiesa  guai-di  l'orien- 
te, perchè  siccome  dall'oriente  acqui- 
stammo il  principio  della  nostra  luce 
corporea,  così  dalle  nostre  preghie- 
re è  bene,  che  domandiamo  su  di 
noi  la  luce  di  chi  già  si  disse:  Ec- 
ce vir  oriens.  11  Nisseno  assegna  in- 
oltre un'altra  ragione,  cioè  che  le 
parti  orientali  furono  la  nostra  pri- 
ma patria,  e  il  paradiso  terrestre, 
ma  da  esso  cacciali  i  nostri  proge- 
nitori, supplichiamo  l'Altissimo  di  po- 
tervi fare  felice  ritorno. 

Per  dare  un'  idea  degli  antichi 
templi  de'  cristiani,  descriveremo  la 
pianta  della  chiesa ,  secondo  il  rito 
greco,  presso  l' iconografìa  tratta  da 
Luca  Olstenio,  colla  spiegazione  del- 
le parti  del  tempio.  Siccome  tali  for- 
me e  parti  erano  in  quasi  tutto  co- 
muni alle  chiese  latine,  come  anco- 
ra se  ne  veggono  gli  avanzi  in  al- 
cune antiche  chiese,  e  vai'ie  parti 
sono  tuttora  iu  uso  nella    moderna 


CHI  9.23 

architettura,  così  la  seguente  descri- 
zione può  servire  anco  per  dare  una 
idea  delle  chiese  latine,  delle  di- 
verse forme  delle  quali  parleremo 
ai  rispettivi  articoli  delle  primarie 
chiese  di  Roma.  E  poi  da  notaisi, 
che  i  greci  molte  delle  cerimonie, 
di  cui  faremo  menzione,  tutlavolta 
ancor  celebrano ,  sebbene  attual- 
mente gli  esistenti  loro  templi  non 
siano  interamente  della  forma  antica. 

Ogni  luogo  dedicalo  al  Signore, 
chiama  vasi  col  nome  di  Dominìco, 
e  non  solamente  la  parte  interiore, 
ma  lo  stesso  vestibolo,  quando  anco 
non  fosse  chiesa  ;  quindi  ogni  sacro 
tempio  si  divideva  in  tre  parti,  cioè 
nella  parte  avanti  di  esso,  dentro 
di  esso,  e  nel  sacrario,  e  queste  in 
altre  parti,  delle  quali  qui  diamo 
compendiose  notizie. 

11  luogo  nel  capo  più  cospicuo 
del  tempio  denominavasi  SintromOy 
cioè  il  luogo  ove  sedeva  il  vescovo, 
o  capo  degli  ecclesiastici. 

Il  Berna  destinato  a' soli  ecclesia- 
stici era  lo  stesso  che  il  SagrariOf 
santuario,  o  luogo  chiuso  dai  cancelli, 
o  balaustrata,  vicino  all'altare,  ove 
il  sacerdote  ed  altri  ministri  sagri 
potevano  entrare  in  tempo  del  santo 
sagrifizio,  così  chiamato  dai  greci, 
perchè  ad  esso  si  saliva  per  alcuni 
gradini;  ed  è  lo  slesso  lungo,  che 
viene  detto  Coro,  o  Preshiteiio,  e 
da  alcuni  cerimoniali  antichi  viene 
appellato  Propitiatoihim.  Il  Berna 
conteneva  inoltre  il  trono  del  vesco- 
vo, e  le  sedie  pei  preti;  e  siccome 
si  chiudeva  in  semicerchio,  questa 
parte  era  anche  detta  abside,  e  tri~ 
buna.  Questa  voce  Tribuna  è  detta 
quasi  Tribunal,  perchè  ivi  era  la 
sedia  di  marmo  del  Pontefice,  come 
in  alcune  chiese  antiche  ancora  si 
vede,  appellandosi  eziandio  Calcidica, 
Ileniiciclus,   Trullus,  e   lliolus.  11  p. 


224  CHI 

Morino,  de  Pcenìtent.  lib.  VI,  cap.  I, 
§  X,  parlando  del  Berna ,  pensa  che 
Je  prime  chiese  avessero  due  soli 
pavimenti,  o  separazioni  :  Antiqui 
grceci,  ut  et  latini,  ecclesìas  in  duas 
tantum  partes  distinxerunt,  in  aiilani 
sive  atiium  laicoruni,  et  sanctuarium, 
in  quo  consistere  episcopis,  preshyte- 
ris,  et  diaconis  tantum  licebat.  Da 
questo  luogo,  siccome  tutto  destinato 
a'  ministri  di  Dio,  s.  Ambrogio  in- 
trepidamente rigettò  r  imperatore 
Teodosio,  il  quale  dopo  l' oblazione 
si  era  ivi  fermato,  come  soleva  fare 
in  Costantinopoli,  licenziandolo  con 
queste  parole:  Sacrarìum  solis  sa- 
cerdotihus  pennum  est,  aliis  omnibus 
inaccessum;  alle  quali  pai-ole  del 
zelante  prelato,  prontamente  ubbidì 
il  pio  imperatore,  il  quale  poi  tor- 
nato in  Costantinopoli ,  ed  invitato 
dal  patriarca  conforme  il  solito,  ri- 
cusò di  enti-are,  scusandosi  di  aver 
imparato  dal  gran  vescovo  di  Mila- 
no, che  non  eragli  lecito  entrare  nel 
santuario.  Osservavasi  con  ogni  pun- 
tualità dai  greci,  e  da  tutte  le  na- 
zioni orientali ,  di  cingere  questo 
sacro  luogo  di  tavole,  e  nel  tempo 
della  consagrazione  chiudere  anche 
Ja  porta  con  un  velo,  per  togliere 
la  veduta  dell'altare  ai  catecumeni, 
e  agli  infedeli,  e  non  si  lasciavano  ve- 
dere i  santi  misteri  nel  tempo  della 
consagrazione,  né  si  apriva  fino  a 
che  i  diaconi  avessero  fatto  uscire 
i  catecumeni,  e  gì'  infedeli.  Osserva 
Tertulliano,  adv.  Valen.  cap.  2,  3, 
che  la  Chiesa  romana  costuma  fare 
tutte  le  funzioni  del  sagrifizio  aper- 
tamente, per  opporsi  agli  eretici 
valentiniani ,  i  quali  nei  loro  riti, 
imitando  i  segreti  eleusiani,  il  tutto 
facevano  con  somma  segretezza,  e 
Telavano  a  tal  fine  tutte  le  porte. 

L'altare  {Vedi),  parte  più  emi- 
neule  della  chiesa,  che  signilica  (icsìi 


CHI 

Cristo,  situalo  verso  l'oriente,  alla 
cui  direzione  solevano  pregare  i  cri- 
stiani, venne  cos\  chiamato  quasi 
Alta  Ara,  o  Arca,  il  quale  per  me- 
glio significare  l'unità  di  Cristo,  era 
in  ogni  chiesa  uno  solo,  come  accen- 
nammo superiormente ,  e  come  si 
raccoglie  da  molti  santi  padri,  ed 
in  particolare  da  s.  Ignazio  martire, 
il  che  accuratamente  osservò  il  dotto 
p.  Cristiano  Lupo,  dicendoci  che  ne 
fanno  chiara  testimonianza  gli  altari 
delle  antiche  basiliche  di  Roma,  nei 
quali  si  celebra  dal  sacerdote  rivolto 
al  popolo ,  ed  a'  fedeli,  che  tulli 
stavano  nello  stesso  luogo  presenti. 
Tuttavolta  nelle  iconografie  delle  an- 
tiche chiese,  come  osserva  il  Berlen- 
di,  a  pag.  149,  vi  erano  talora 
lateralmente  alcune  camere,  chiamate 
anche  cellette,  e  monisteri,  cubicula, 
cioè  come  le  nostre  cappelle  {Vedi)^ 
non  per  celebrarvi  la  messa,  ma 
per  ritirarvisi  i  fedeli  ad  orare  con 
maggior  raccoglimento,  ovvero  ser- 
vivano per  seppellirvi  i  defunti,  sic- 
come dicono  s.  Paolino,  nell'epist. 
12,  §  V ,  numero  io,  e  nel  suo 
Natale  XI  vers.  477,  ed  altri  citati 
dal  Berlendi.  Che  se  il  Bona,  e  lo 
Schelstratc  dissero  aver  Costantino 
donato  alla  basilica  lateranense  Al- 
tana septem  ex  argento,  si  deve  in- 
tendere per  altrettante  mense,  sulle 
quali  collocavansi  le  suppellettili  sa- 
gre, che  ognuna  avea  la  sua  mensa 
distinta.  Il  rito  pertanto  di  erigersi 
nelle  chiese  un  solo  altare,  può  cre- 
dersi significasse  che  dovesse  adorarsi 
un  solo  Dio,  seguire  una  sola  reli- 
gione, e  professarsi  una  sola  fede; 
rito  che  tuttora  osservano  i  greci, 
gli  armeni,  i  moscoviti,  gli  etiopi,  e 
gli  abissini.  Ed  è  perciò,  che  per  ogni 
chiesa  ordinavasi  un  solo  sacerdote,  dal 
mimcio  (Ic'saceidoli  deduccvasi  ((nel- 
lo delle  chiese.   In  progresso  di  lem- 


CHI 

pò,  come  narra  il  Berlendi  a  pag. 
1G4,  gli  altari  si  accrebbero  a 
segno  tale,  che  ai  tempi  di  san 
Gregorio  I,  lib.  X,  ep.  So,  trovasi 
ancora  che  in  una  chiesa  t'  erano 
tredici  altari,  com'egli  scrive  al  ve- 
scovo Palladio. 

II  Cihoriuni  presso  i  greci  era  un 
padiglione  alto  sopra  l' altare,  soste- 
nuto da  quattro  colonne,  e  la  cui 
cima  terminava  in  figura  di  torricel- 
la ,  come  prova  Du- Gange  in  Paul. 
Silentiarium,  pag.  569,  contro  Du- 
rando ed  altri  autori,  i  quali  hanno 
stimato  essersi  con  questo  nome  sem- 
pre inteso  la  pyxis,  nella  quale  si 
custodisce  l'Eucaristia.  11  santissimo 
Sagramento  era  anticamente  custo- 
dito in  una  colomba  di  argento, 
appesa  sopra  l'altai'e,  e  dai  greci 
appellata  peristerion,  o  in  un  decente 
armadio,  poco  lungi  dall'altare  mag- 
giore, come  si  vede  anche  in  alcu- 
ne abbazie.  Il  secondo  concilio  di 
Tours,  tenuto  nel  567,  oi'dinò  che 
fosse  custodito  in  un'arca  o  scatola, 
appiè  della  croce  dell'altare.  V.  Ci- 
DOKTo ,  Tabernacolo,  e  PissmE. 

Le  Porte  Sante  erano  l'adito  al 
medesimo  altare,  così  dette  perchè 
introducevano  alla  parte  piìi  santa 
della  chiesa,  e  dove  si  operano  i 
più  sacrosanti  misteri  della  religione. 
Così  sante  chiamaronsi  le  porte  del 
tempio  di  Gerusalemme,  e  quelle 
che  introducevano  al  Sancta  San- 
ctorum.  E  dalla  Chiesa  romana  pure 
chiamansi  Porte  Sante  [f^edi)^  quelle 
delle  quattro  basiliche  patriarcali,  le 
quali  si  aprono  e  si  chiudono  con 
solennissima  celebrità  nell'anno  san- 
to, venerate  con  somma  divozione 
da'  fedeli ,  massime  quelle  della  ba- 
silica vaticana,  in  ogni  tempo,  per 
essere  stale  aperte,  chiuse,  o  bene- 
dette dallo  stesso  Sommo  Pontefice 
nella   vigilia  del  santo  Natale  prece- 

VOL.    xt. 


CHI  ^.nS 

dente  l'anno  santo,  e  richiuse  nel- 
lo stesso  giorno  del  seguente  anno, 
termine  del  giubileo. 

I  Cancelli  del  Sagrario  servivano 
per  custodia  dell'altare  medesimo,  e 
del  presbiterio,  come  vediamo  usato 
in  tutte  le  chiese,  essere  circondato, 
e  chiuso  da'cancelli.  In  oriente  l'im- 
peratore pregava  entro  i  cancelli, 
la  quale  usanza  durò  sino  a  Teo- 
dosio, a  cui  s.  Ambrogio,  come  di- 
cemmo, ne  interdisse  1'  entrata  a 
Milano.  Dopo  quel  tempo  il  trono 
degl'imperatori  era  posto  elevato  nel 
luogo  dove  erano  gli  uomini  presso  il 
cancello,  e  quello  dell'imperatrice  era 
meno  elevato  nel  luogo  ove  stavano 
le  donne,  come  descrive  Sozomeno 
lib.  7,  cap.  25.  Nelle  antiche  basi- 
liche il  luogo,  detto  senatorio,  era 
assegnato  pei  patrizi,  pei  senatori, 
e  pei  signori  distinti;  e  le  loggie  in- 
terne per  le  donne ,  per  le  vergini 
consacrate  a  Dio,  o  per  le  monache 
dei  contigui  monisteri,  che  assiste- 
vano a'  divini  uffici ,  come  vediamo 
oggidì  ne'così  detti  coretti  colle  gra- 
te. Il  Cardinal  s.  Carlo  Borromeo, 
arcivescovo  di  Milano,  diligente  ese- 
cutore de'  sacri  canoni,  ordinò  nelle 
sue  visite  diocesane  ed  apostoliche, 
che  non  solamente  il  presbiterio,  e 
coro  dell'  aitar  maggiore  si  chiudes- 
sei'o  con  cancelli ,  ma  anche  qual- 
sivoglia cappella  ed  altare,  per  con- 
servare verso  di  esso  il  dovuto  ri- 
spetto e  decenza,  facendoli  demolire, 
quando  non  erano  capaci  di  tale 
custodia,   o  cauta  preservazione. 

I  Prottesi,  presso  i  greci,  erano 
quell'  altarino,  sopra  del  quale  pre- 
paravano con  molte  cerimonie  il 
pane  ed  il  vino  per  la  messa,  donde 
poi  li  portavano  nel  tempo  della 
consacrazione  processionalmente  al 
sacro  altare.  Tal  processione  soleva 
accompagnarsi  dall'  imperatore  stes-^ 
i5 


2  5.6 


CHI 


so,  coperto  con  un  manto  tessuto  di 
oro,  e  colla  corona  imperiale  in  te- 
sta ,  e  con  un  bastone,  ovvero  ferula, 
nella  mano  sinistra,  venendo  accom- 
pagnato da  cento  soldati  armati,  nel 
giorno  anniversario  della  sua  consa- 
crazione,  in    cui  un  diacono  intuo- 
nava queste  parole  :  Recordetur  Do- 
miniis   Deus    potentice    regni   tiii  in 
regno  suo,  uhique,   mine,  et  semper, 
et  in  scecula  soeculorum.   Amen.    La 
quale  antifona  veniva  replicata  suc- 
cessivamente dai  diaconi  e  sacerdoti, 
che  entrando    nel    suddetto    Berna, 
cantavano  al  patriarca  la  seguente  : 
Recordetur  Dominus  Deus  Pontifica- 
tus  tui ,  ubiqueeìc.  Nel  tempo  della 
santa  comunione,   che  1'  imperatore 
riceveva  dentro  i  cancelli ,  come  gli 
altri  sacri  ministri,  pigliava  il  corpo 
del  Signore  nelle    proprie  mani,  ed 
il  sangue  dal   calice   tenuto  dal  pa- 
triarca. Prima  di  comunicarsi  incen- 
sava l'altare  in  forma  di  croce,  in- 
di il  patriarca,    il  quale  ripigliando 
il  turibolo  dalle   mani   dell'  impera- 
tore,  gli  rendeva   il  ricevuto  onore 
con  incensai'lo.    Levatasi   poi  la  co- 
rona dal  capo,  la  consegnava  a' dia- 
coni,   e    si    accostava    a    ricevere  la 
santa  Eucaristia. 

11  Diaconico  era  un  luogo  vicino 
alla  chiesa ,  ove  il  vescovo  riceveva 
i  pellegrini,  e  propriamente  era  la 
sagrestia  [Vedi),  vicina  al  Iato  della 
tribuna;  sebbene  per  questo  voca- 
bolo intendono  ancora  i  greci  quel 
libro,  nel  quale  si  contengono  tutte 
quelle  cose,  che  negli  uffici  divini 
spettano  a' diaconi. 

La  Solca  viene  da  alcuni  autori 
creduta  un  Trono,  o  Soglio  dal  qua- 
le, come  da  luogo  alto,  si  distribuiva 
la  comunione  al  popolo,  per  deno- 
tare la  regia  maestà  di  Cristo  sacra- 
mentato, come  scrisse  s.  Girolamo 
contro  i  luciferiani;  Episcopum  Cor- 


CHI 

pus  Domini  attrectantem,  et  de  sUr 
blimi  loco  Eucharistiam  populo  mi- 
rdstrantcm.  Altri  spiegano  la  Solca 
per  lo  scalino  avanti  la  porta  del 
Sancta  Sanctorum,  con  la  congettura 
tolta  da  alcune  parole  di  Simone 
Tessalonicense  :  Suhdiacouos  et  le- 
ctorcs  sedere  oportet  extra  Berna 
circa  Soleam. 

Il  Naos,  ossia  Nave,  era  il  mez- 
zo del  luogo  ampio  e  spazioso,  ove 
stavano  i  fedeli  ed  i  consistenti,  cioè 
que' fedeli  i  quali  stavano   vicini    al 
santuario  in  piedi,  cioè  al  di    sopra 
dell'  ambone  facendo  orazione^  pre- 
senti ai  divini  misteri,  ed  erano  nel 
quarto  grado  de' penitenti,  come  dis- 
se s.  Gregorio  Taumaturgo  :   Consi- 
stentia  est,  ut  cum  fidelibus    consi- 
stat,  et  cum  catechumenis  non  egre- 
diatur.  Dall'uno,  e  l'altro  lato  sta- 
vano le  donne,  dandosi  il  primo  luo- 
go alle  vergini,  il  secondo  alle  vedo- 
ve,  ed  il  terzo  alle  maritate,  le  qua- 
li   dovevano    stare    affatto    separate 
dalle  vergini.  Parlando  il  citato  Ber- 
lendi  del  bacio  di  pace  della  messa, 
segno  di  pura  carità,  dice  che   non 
si   dava    che    tra  le  persone  di    un 
medesimo  sesso,  e  che  per  questa  ra- 
gione nelle  chiese  le  donne  avevano 
luogo  separato  dagli    uomini,    chia- 
mato Matroneo,  di  cui  parlasi  nelle 
vite  de' Pontefici  s.    Simmaco,  di    s. 
Leone  III,  e  di  s.  Gregorio  IV:  //z 
aedihus    sacris ,     dice     1'    Altiiser- 
ra,  erat  pars  matronarum  seu  foe- 
ìmnarum  tabulato  dislincta  a  parte 
virorum,   quae   matronarum  diceba- 
tur;  la  qual  lodevole  divisione,  co- 
me col  progresso  di  tempo  restò  al- 
terata, col  ritrovarsi  indilferentemen- 
te  confuso  un  sesso  con  l' altro,  per 
conservare  il  decoro,  e  togliere  ogni 
fomento  d' impurità,  verso  la  metà 
del  decimo  terzo  secolo    s'introdus- 
se nell'Inghilterra  l'uso  di  dare    la 


CHI 

pace  con  un  istromento  chiamato 
osculatorio.  J^.  Bacio  di  Pace.  La 
imperatrice  s.  Elena  si  sottomise 
a  questa  disciplina  di  stare  fra  le 
donne,  pregando  insieme  con  esse; 
lodevole  uso  che  s.  Carlo  Borromeo 
ristabilì  a  Milano,  e  che  tuttora  si 
osserva  in  diverse  parti. 

L' Ambone,  ringhiera,  o  quasi  pul- 
pito, luogo  eminente  nella  chiesa, 
a  cui  si  ascende  per  diversi  gradi , 
abbastanza  largo  per  capire  molti 
cantori  e  lettori.  L' ambone  viene 
chiamato  pur  Analoghim,  perchè  in 
esso  si  legge  1'  evangelio,  ed  è  dif- 
ferente dal  pulpito.  I  vescovi  predica- 
vano ordinariamente  sui  gradini  del- 
l' altare,  ma  s.  Giovanni  Grisostomo 
preferiva  1'  ambone.  È  rimarchevo- 
le, che  comunemente  due  erano  gli 
amboni  nella  medesima  chiesa  ;  in 
quello  del  lato  destro  si  leggeva  il 
testamento  vecchio,  e  nuovo,  e  nel 
sinistro  il  solo  vangelo;  coli' avver- 
tenza che  questo  si  leggeva,  o  can- 
tava verso  l'altare  maggiore,  perchè 
ne  fu  r  autore  Gesìi  Cristo;  il  te- 
stamento poi  verso  il  popolo,  perchè 
servisse  di  sua  istruzione  e  intelli- 
genza ;  il  perchè  un  ambone  era 
rivolto  verso  1'  altare,  e  \'  altro  verso 
il  popolo.  Sugli  amboni  va  letto 
quanto  scrisse  Nicola  Ratti  nella  sua 
dissertazione  della  Basilica  Liberia- 
na a  pag.    17,  nota  1. 

La  Porta  Speciosa  era  quella,  per 
la  quale  si  entrava  nello  spazio  del 
luogo  de'  fedeli  consistenti,  cioè  vi- 
cino al  sacrario,  che  erano  perciò  più 
vicini  al  sacrifizio  ;  la  qual  porta 
essendo  più  nobilmente  ornata,  di- 
cevasi  Speciosa. 

Il  Nartece^  o  Narthex,  vocabolo 
celebre  presso  i  greci,  era  il  luogo 
assegnato  a'  pubblici  penitenti,  ben- 
ché esso  propriamente  significhi  la 
ferula,  la  verga  o  il  bastone,  ed  in- 


CHI  227 

dicava  la  parte  oblunga  della  chie- 
sa. Il  Nartece  pertanto,  secondo  Leo- 
ne Al  lazi  o,  opusc.  de  Narlhece,  era 
una   parte  della    chiesa   vicina    alla 
porta,  ma    dalla    parte    di    dentro, 
nella  quale  dimoravano  i  catecume- 
ni, gli  energumeni,  e  i  pubblici  pe- 
nitenti. Da  s.  Gregorio    Taumatur- 
go venne  chiamato  atidilio,   ovvei'o 
lociis  audientium ,  dentro    la    porta 
della  chiesa,  chiamandolo  l'Areopagi- 
ta     sacro.    Da    esso    erano   caccia- 
ti i  penitenti  nel  tempo  della  consa- 
crazione :  Extra  templi  ambitum  col- 
locantur   catechumeni ,    et   post    eos 
energumeni,    atque    ii,  quos    antea- 
ctae  viiae  poenitet.    Manent   aidem 
iij  qui  divinarum  rerum,  et   aspe- 
ctu  digni  suntj  et  communione.  Che 
se  altri  scrittori  hanno  detto,  che  il 
Nartece  fosse  fuori  della  chiesa,  in- 
tesero dire  di  quella  parte,  la  qua- 
le era    assegnata  a'  fedeli  ;    e    nella 
pianta,  che  riporta  il  Berlendi  del- 
le chiese  antiche,  colloca  nel  portico 
il  Narthex  esteriore,  e  presso  il  luo- 
go audientium^  il  Narthex   interio- 
re. Vero  è  però,  che  alcuni  catecu- 
meni per  gravi  delitti  stavano  fuori 
del  Nartece,  e  posti  nel  luogo  chia- 
mato   locus  flentium,  di  che    ci  dà 
chiaro  indizio  il  concilio  di  Neoce- 
sarea :  Si  quis  ex  perfectionibus  ca- 
techumenis  peccaverit,  peccare  cessans 
cum  audientibus  stet  ;  si  ex  audien- 
tibus  est,  et  a  peccando    non    absti- 
net  in  dejìcentium  locumab  Ecclesia, 
extnidatur.  Se  dunque  si   discaccia- 
vano   dalla  chiesa,  conviene  dire  che 
prima     stavano     dentro.     Domenico 
Macri    dice  che,  non  essendovi   piìi 
a' suoi  tempi  nemmeno  fra    i    greci 
catecumeni,  veniva  assegnato  il  Nar- 
thex a'  monaci  laici,  e  nelle  citata  ser- 
viva per  le  donne  con  alcuni  cancel- 
li, e  gelosie  di  tavole,  com'  egli  vide 
neir  oriente. 


228  CHI 

Il  Battisterìo  (Vedi),  era  un  luo- 
go ed  un  fonte  da  alcuni  chiamato 
cisterna,  non  già  secondo  la  comu- 
ne voce  ecclesiastica,  ove  soltanto  si 
rigeneravano  alla  Chiesa  gì'  infanti, 
ovvero  adulti  col  sacramento  del  san- 
to battesimo  istituito  da  Gesù  Cri- 
sto. I  battistei'i  prima  erano  fabbri- 
che esteriori  e  isolate  come  quel- 
lo lateranense,  locchè  si  praticò  sino 
al  sesto  secolo  ;  ed  in  questi  pri- 
ma di  entrare  in  chiesa  i  fedeli ,  e 
consistenti,  tutti  usavano  di  lavarsi 
le  mani  e  la  faccia,  come  già  avea- 
no  usato  gli  ebrei,  col  lavarsi  le 
mani  e  i  piedi  avanti  di  entrare  nel 
tabernacolo,  cerimonia  che  significa- 
va la  purezza  interna  dell'  anima. 
A  ciò  appunto  serviva  la  fonte  e- 
retta  con  magnificenza  nell'  atrio 
della  basilica  vaticana.  Eguali  ceri- 
monie costumavano  i  gentili,  i  qua- 
li pili  volte  si  lavavano  avanti  di 
entrare  ne'  loro  templi.  Che  pra- 
ticassero i  cristiani  tanto  d'orien- 
te, che  di  occidente,  lavarsi  le  ma- 
ni avanti  di  orare,  lo  conferma- 
no le  testimonianze  antiche  di  gra- 
vi scrittori  ecclesiastici,  e  fra  gli  alti-i 
ecco  come  si  esprime  Tertulliano  : 
Quce  ratio  est  manihus  quidem  ablu- 
tis,  spiritu  vero  sordente  orationem 
ohircl  E  s.  Gio.  Crisostomo  ratificò 
questa  usanza  :  Ingres.viri  templum, 
manus  lavamiis.  In  luogo  poi  dei 
battisteri  o  fonti,  è  succeduto  l'uso 
dell'  acqua  benedetta ,  che  si  tiene 
neir  ingresso  delle  chiese  nelle  pile  , 
colla  quale  i  fedeli  appena  entrano 
in  esse,  si  fanno  il  segno  della  cro- 
ce. Sulle  antiche  fonti,  o  grandi  va- 
si d*  acqua  presso  le  chiese  cristia- 
ne, e  sulle  pile  per  l'acqua  bene- 
detta presso  le  porte  di  dette  chiese, 
è  a  vedersi  il  p.  Antonio  Maria  Lu- 
pi, Dissertazioni,  tom.  I,  p.  4^»  e 
seg. 


CHI 

Le  Porte  grandi  erano  quelle,  che 
dal  portico,  ove  stavano  quelli,  che 
piangevano,  chiamato  locus  flentium, 
davano  l'ingresso  allo  spazio  della 
chiesa,  destinato  per  quelli,  che  po- 
tevano assistere  alle  sacre  funzioni , 
sino  alla  consacrazione,  e  poi  erano 
rigettati.  La  porta  principale  guar- 
dava all'occidente,  mentre  per  lo  più 
l'altare  era  rivolto  all'oriente,  verso 
la  qual  parte  gli  antichi  cristiani 
solevano  pregare,  per  esprimere  la 
speranza,  cui  avevano  di  risuscitare 
con  Gesù  Cristo.  Ad  esempio  degli 
egizii,  e  dei  l'omani,  che  ponevano 
dei  leoni  marmorei  alle  porte  dei 
loro  templi,  e  nel  loro  ingresso,  gli 
antichi  fedeli  collocarono  i  simulacri 
dei  leoni  alle  porte  delle  chiese,  af- 
finchè tacitamente  ricordassero  a  chi 
vi  entrava  il  timore  del  giusto  sde- 
gno di  Dio,  se  alcuna  irriverenza 
in  que'  luoghi  sacri  si  commettesse, 
come  meglio  osserva  il  Borgia,  nel 
tom.  I,  p.  267  e  268,  delle  sue 
Memorie  sloriche.  Il  Ciampini  egual- 
mente ne  trattò,  come  il  Marangoni 
al  capo  LVIII,  Delle  cose  gentile- 
sche delle  Chiese j  ove  parla  de'  leo- 
ni adoperati  ad  oi'uamento  fuori,  e 
dentro  alle  nostre  chiese,  e  di  qua 
e  di  là  dagli  stipiti  delle  porte. 

Il  Portico  era  quello  spazio  di 
luogo,  o  vestibolo,  talvolta  chiuso 
da  mura,  avanti  le  chiese,  come  ve- 
diamo nelle  antiche  basiliche  di  Ro- 
ma, sostenuto  da  colonne,  dove  sta- 
vano i  Ingenti  in  abito  vile  ed  ab- 
bietto, i  quali  pregavano  tutti  quel- 
li, che  entravano  nella  chiesa,  come 
abbiamo  dal  citato  s.  Gregoi  io  Tau- 
maturgo :  Lucius  est  extra  por- 
tain  oraloriij  ubi  peccatorent  sian 
tem  oporlet  Jidclcs  introeuntes  ora- 
re, ut  prò  se  pircenlur;  ed  è  quel 
medesimo,  che  disse  TcrtuHiano 
Mandans   sacco  et  cincri  incubare 


J 


I 


CHI 

presbyteris  advolvì,  charis  Dei  ad- 
geniculariy  omnibus  fratribiis  lega- 
liones  deprecalioìiis  suae  injungere. 
Ed  era  questo  il  primo  grado  della 
penitenza  presciitta  dai  sacri  cano- 
ni, da  farsi  sotto  il  portico  delle 
chiese,  ove  pure  i  poveri  stavano  a 
cercare  limosine.  D'ordinario  il  por- 
tico era  chiuso  da  tutte  le  parti 
da  una  specie  di  chiostro,  sostenuto, 
pure  da  colonne.  Il  concilio  di  Nan- 
tes del  658,  permise  di  seppellire  i 
morti  nel  vestibolo  nel  portico  exC' 
draj  cioè  nelle  fabbriche  esterne , 
non  però  nella  chiesa.  Circa  questa 
regola  trovasi  però  anche  nel!'  an- 
tichità fatta  qualche  eccezione  alle 
dignità  ecclesiastiche,  alla  virtìi,  e 
al  merito  di  qualche  persona.  Dei 
portici  aggiunti  alle  basiliche  cri- 
stiane, ad  imitazione  dei  portici,  che 
adornavano  i  templi  de' gentili,  e  lo- 
ro diverse  forme ,  e  dei  portici,  o 
navate  a  due  piani  d'intorno  ai  ba- 
gni presso  alle  chiese,  egualmente 
che  ai  battisteri,  tratta  eruditamen- 
te il  p.  Lupi,  a  pag.  23,  e  ii8, 
così  pure  delle  loggie,  o  portici  alle 
fiancate  delle  basiliche  s\  gentilesche 
che  cristiane,  a  pag.   29. 

Il  Circuito  era  tutto  quello  spa- 
zio, che  girava  intorno  alla  prima 
nave  della  chiesa,  ove  da  una  par- 
te stavano  gli  uomini,  e  dall'altra 
le  donne  separate;  nel  tempo  però 
delle  pubbliche  penitenze  non  ci  en- 
travano le  donne, 

I  Gradini,  per  cui  si  ascendeva  ad 
alcune  chiese,  furono  oggetto  di  ve- 
nerazione pei  fedeli.  Quelli  dell'an- 
tico tempio  vaticano  erano  venti- 
quattro di  bianchissimo  marmo  po- 
stivi da  Costantino.  I  fedeli  soleva- 
no salirli  genuflessi,  baciandoli  uno 
ad  uno  ;  nel  qual  pio  modo  non  i- 
sdegnarono  ascenderli  Carlo  Magno,  e 
altri  personaggi,  massime  dopo  che 


CHI  229 

Alessandro  VI  concesse  a  chi  li  sa- 
liva in  tal  guisa,  sette  anni  d' in- 
dulgenza per  ciascun  gradino  ;  divo- 
zione, che  esercita  vasi  particolarmen- 
te a'  22  giugno,  come  abbiamo  dal 
Torrigio,  Grotte  vaticane^  p.  11^. 
Oggidì  alcuni  hanno  per  costume  di 
salire  in  ginocchio  le  scale  della  chie- 
sa di  s.  Maria  in  Aracoeli,  e  della 
chiesa  dei  ss.  Michele,  e  Magno  in 
Borgo,  come  anche  la  scala  santa  (/^e- 
di).  Si  racconta  che  Giulio  Cesare , 
e  Claudio  salirono  in  ginocchioni  gli 
scalini  del  tempio  di  Giove  Capito- 
lino. Sulla  facciata,  o  prospetto  ester- 
no poi  delle  antiche  chiese,  modella- 
te sul  gusto  de'  templi  pagani,  si  può 
leggere  il  citato  p.  Lupi,  Disserta- 
zioni, p.  26. 

Finalmente,  a  migliore  intelligenza, 
faremo  una  breve  ricapitolazione  del- 
le parti  principali  degli  antichi  tem- 
pli, e  chiese  de'  cristiani.  Avanti  la 
chiesa  eravi  un  portico  in  cui  sta- 
va la  prima  classe  de'  penitenti,  che 
si  appellavano  piangenti.  Nella  par- 
te interiore  ve  ne  aveva  subito  im 
altro  appellato  Narthex,  ove  erano 
collocati  i  catecinneni,  ed  i  peniten- 
ti, chiamati  audienti,  perchè  ivi  a- 
scoltavano  le  istruzioni  dei  pastori . 
Seguiva  la  nave  di  mezzo,  e  nel- 
la parte  inferiore  di  essa  giaceva  la. 
terza  classe  de'  penitenti,  che  si  chia- 
mavano pwstrati;  il  restante  era  a 
destra  pei  laici  maschi ,  a  sinistra 
per  le  femmine.  Nel  mezzo  della 
nave  eravi  l'ambone  o  sia  il  pulpi- 
to pel  lettore,  e  dove  anche  predi- 
cava si.  Il  coro,  ossia  il  santuario, 
era  1'  ultima  parte  della  chiesa,  se- 
parata dal  restante  con  cancelli. 
Quivi  erano  l'altare,  la  sede  vesco- 
vile, ed  i  seggi  dei  preti,  ed  appel- 
lavasi  absidi',  perchè  il  coi'o  era  in 
forma  di  semicerchio,  intorno  a  cui 
erano  quelle    sedi.    Il    santuario    ri- 


23o  CHI 

inaneva  coperto  da  un  velo,  finché 
stavano  in  chiesa  i  catecumeni.  Del- 
ie principali  parti  poi  delle  descritte 
cliiese,  si  tratta  ai  rispettivi  artico- 
li, mentre  il  più  volte  citato  Ber- 
lendi.  Delle  oblazioni  all'  altare,  ri- 
porta a  pag.  i49  l' Ichnographia 
niitìqui  templi  christìard  ex  variorum 
auctorum  descriptione;  ed  il  Piazza 
nella  sua  Gerarchia  Cardinalizia,  de- 
scrivendo la  diaconia  di  santa  Ma- 
ria in  Cosmedin,  già  scuola  gre- 
ca, ci  dà  l' Iconografia  della  chiesa 
greca. 

Ecco  poi  come  il  Macri  al  voca- 
bolo Ecclesia  si  esprime.  La  chiesa 
anticamente  era  divisa  in  cinque 
parti,  come  costumarono  fare  ai  loro 
tempi  i  greci  :  cioè  il  portico  fuori 
della  chiesa,  il  nartece  dentro  le 
porte  ,  assegnato  a'  catecumeni ,  la 
nave  dove  oravano  i  fedeli,  il  coro 
pegli  ecclesiastici,  e  il  sancta  san- 
ctorum  diviso  con  cancelli,  nel  qua- 
le dimoravano  i  soli  ministri  sacri. 
S.  Gregorio  Taumaturgo,  citato  da 
Balsamone,  divise  la  chiesa  pure 
in  cinque  parti  ,  chiamando  Jletus 
il  portico  destinato  a' penitenti  pub- 
blici ;  auditio  il  nartece,  ove  i  ca- 
tecumeni udivano  la  parola  divina; 
subiectio  la  nave  nella  quale  sta- 
vano i  fedeli  ;  congregatio  il  coro 
degli  ecclesiastici;  e  partecìpatio  sa- 
cramenti, il  sancta  sanctorum,  ove 
entravano  gli  assistenti  al  divino  sa- 
grifìcio.  Siccome  poi  dicemmo  di 
sopra,  che  gli  antichi  cristiani  ora- 
vano nelle  chiese  rivolti  all'orien- 
te, aggiungiamo,  che  tal  rito  fu  os- 
servato dalla  Chiesa  latina  fino  ai 
tempi  di  8.  Leone  I,  il  quale  verso 
la  metà  del  quinto  secolo,  vietò  ai 
cattolici  l'ox'are  verso  l'oriente ,  per 
non  sembrare  di  convenire  co'  ma- 
nichei, i  quali  adoravano  il  sole,  in 
cuore    di    cui    digiunavano   la   do- 


CHI 

menica,  pensando  essi  scioccamente 
che  Gesù  Cristo  dopo  1'  Ascensione 
in  cielo,  avesse  eletta  per  sua  abi- 
tazione la  sfera  del  sole,  fondati  sul- 
le parole  del  Salmo  i8:  In  sole  po- 
suit  tabemaculum  suum. 

Passiamo  a  dire  alcuna  cosa  sul- 
le chiese  moderne,  oltre  quanto  già 
si  disse  superiormente  di  esse.  Do- 
vendosi però  parlare  ai  diversi  arti- 
coli delle  chiese  di  Roma,  delle  dif- 
ferenti loro  forme  architettoniche  , 
secondo  i  diversi  tempi  in  cui  furo- 
no erette,  oltre  quanto  analogamen- 
te dicesi  a'  principali  templi  de'  cat- 
tolici nei  tanti  relativi  articoli  del 
Dizionario,  solo  ci  limiteremo  qui  a 
qualche  generico  cenno.  In  progres- 
so pertanto  di  tempo  invalse  l' ar- 
chitettura gotica,  principalmente  nel- 
la fabbrica  delle  chiese  ,  sebbene  è 
troppo  noto,  che  la  sua  strana  ma- 
niera, impropriamente  appellata  go- 
tica, non  riconosce  veruna  patria, 
né  si  può  attribuire  a  verun  popo- 
lo, ed  a  nessuna  epoca  precisa.  Vuoi- 
si dagl'  intelligenti  di  tal  nobile  ar- 
te considerare  come  un  risultamen- 
to,  o  del  corrompimeuto  dell'antica 
architettura,  o  della  mescolanza  del 
gusto  oi'ientale,  o  moresco,  con  quel- 
lo dell'architettura  degenerata  ;  me- 
scolanza, la  quale  operata  dal  caso 
in  tempi  d'ignoranza,  divenne  poco 
a  poco  per  abitudine,  una  specie  di 
disordine  ordinato.  L'  ai'chitettura 
gotica  non  ricevette  tal  nome  che 
in  tempi  posteriori,  allora  quando  si 
principiò  a  rimettere  in  vigore  la 
buona  e  l'antica  ;  e  ciò  nacque  dal- 
l' appellai'e  col  nome  barbaro  tutto 
quello,  che  allontanavasi  dalle  re- 
gole prescritte  dai  greci  e  dai  ro- 
mani. Il  carattere  essenziale  dell'  ar- 
chitettura gotica  consiste  nell'arco 
acuto,  che  da  tutte  le  altre  la  di- 
stingue, ed  in  ardita    maguificcuza. 


CHI 

L'architeftura  gotica  non  fu  mai 
adottata  in  Roma,  in  grazia  di  Ro- 
ma antica,  e  i  monumenti  gotici  di 
questa  città  ,  sono  soltanto  alcuni 
altari  maggiori  isolati,  detti  confes- 
sioni, o  tribune,  che  veggonsi  an- 
cora nelle  chiese  di  s.  Giovanni  in 
Laterano,  di  s.  Paolo  fuori  delle 
mura,  di  s.  Cecilia,  e  di  s.  Maria 
in  Cosmedin.  Quivi  però  il  gotico 
Inon  è  già  negli  archi,  i  quali  non 
^sono  acuti  ;  neppure  nelle  colonne, 
che  non  sono  pertiche,  ma  consiste 
solamente  in  que'  merletti,  che  con- 
tinuano intorno  agli  archi,  in  quel- 
le fronti  piramidali,  e  in  que' finali 
aguzzi.  Qualche  ombra  di  archi  acu- 
ii si  vedono  nella  chiesa  di  s.  Ma- 
ria sopra  Minerva,  ed  in  alcuni  se- 
polcri in  diverse  chiese ,  alla  Mi- 
nerva, a  S.  Maria  Maggiore,  a  S. 
Maria  d'Araceh,  a  S.  Maria  in 
Trastevere,  ed  a  san  Grisogono.  Si 
può  prendere  un'  idea  giusta  delle 
diverse  età  del  gotismo,  che  durò 
più  di  quattrocent'anni  nell'Europa, 
e  delle  diverse  forme  delle  chiese 
erette  con  quel  sistema  di  architet- 
tura, nell'opera  del  celebre  Millin  : 
Antiquités  nationalcs ,  ou  recuil  de 
monumens,  poiir  servir  a  Vìiistoìre 
generale,  et  particidiere  de  Ut  Fran- 
ce,  tels  que  tombeaux ,  ìnscriptions, 
statues ,  vitraux ,  fresques ,  etc.  li- 
res  des  abbayes ,  monasteres  _,  cha- 
teaux,  et  autres  lieux,  devenus  do- 
maines  nationnaux.  Ma  l'opera,  che 
principalmente  dà  gran  lume  sull'ar- 
chitettura gotica ,  e  sui  diversi  si- 
stemi, sulle  differenti  epoche,  ed  an- 
cora sopra  gli  altri  nell'  architet- 
tura ,  è  quella  che  ci  diede  il  dot- 
to cav.  d'  Argincourt ,  intitolata  , 
Della  Istoria  delle  arti,  relative  al 
disegno,  e  della  loro  decadenza,  fi- 
no  alla  loro  rinnovazione  sotto  Raf- 
faello Sanzio. 


CHI  23t 

I  templi  de' gentili,,  dice  il  citato 
Millin,  ammettevano  nel  loro  inter- 
no il  concorso  del  popolo,  che  le 
chiese  de' cristiani ,  come  dicemmo, 
non  ricevevano  se  non  sotto  i  loro 
peristilli,  e  nei  loro  recinti  accesso- 
ri. Quindi  la  forma,  e  la  disposi- 
zione delle  chiese  moderne,  non  ha 
se  non  che  relazioni  molto  lontane 
colla  forma,  e  colla  disposizione  del- 
le chiese  primitive  cattoliche;  laon- 
de merita  l'attenzione  degli  archi- 
tetti, la  costruzione  delle  chiese 
per  la  loro  destinazione ,  e  pel 
loro  uso  abituale.  L'interno  per- 
tanto delle  chiese  destinate  alla  cele- 
brazione delle  religiose  cerimonie  fu 
ridotto,  massime  ne'tempi  di  mezzo, 
a  contenere  quattro  parti,  l'atrio,  la 
nave,  i  laterali,  e  il  coro.  La  na- 
ve è  la  parte  più  vasta,  nella  qua- 
le il  popolo  si  riunisce  per  assistere 
all'esercizio  del  culto;  i  laterali  erano, 
principalmente  nel  medio  evo,  por- 
tici o  gallerie  sovrapposte  talvolta 
le  une  alle  altre,  che  circondavano 
la  nave,  e  facilitavano  l'accesso  alla 
medesima.  Il  coro  è  il  luogo,  ove  i 
sacri  ministri  celebrano  le  cerimonie 
e  i  riti  religiosi,  il  quale  ordinaria- 
mente elevasi  su  di  alcuni  gradini 
al  di  sopra  del  piano  della  nave,  af- 
finchè possa  il  popolo  vedere  distin- 
tamente ciò  che  vi  si  fa.  L'atrio  è 
uno  spazio,  all'  ingresso  della  chiesa, 
praticato  aflinchè  le  porte  non  cor- 
rispondano immediatamente  sulla 
pubblica  strada.  L'  altare  è  con- 
venevolmente situato  nella  parte  an- 
teriore del  coro  in  faccia  alla  na- 
ve, e  presso  la  medesima.  Si  dà  al 
coro  (P^edi)  una  forma  curva,  ov- 
vero semicircolax'e,  ed  anche  semie- 
littica  nel  fondo,  e  una  volta  di 
diversa  figura,  perchè  colà  trovatisi 
i  cantori  degl'  inni ,  dei  cantici ,  e 
della   ufficiatura;    ed    è    perciò   che 


a32  CHI 

l'architelto  dee  costruire  il  coro  se- 
condo le  leggi  dell'acustica,  cioè  di 
quella  scienza,  che  insegna  a  costrui- 
re un  edifìzio  in  modo,  che  i  suoni 
si  di  fiondano  in  tutta  l'area  del  tem- 
pio, nel  miglior  modo  possibile,  aven- 
dosi riguardo  anco  al  luogo  ove  si 
erige  l'organo  (Fedi).  Da  un  lato 
del  coro  s' introdussero  tre  divisioni, 
una  delle  quali  chiamasi  sagrestia 
(Vedi),  destinata  a  conservare  i  va- 
si, i  paramenti,  gli  arredi,  e  le  sup- 
pellettili sacre  per  la  celebrazione 
del  culto;  altra  divisione  può  servi- 
re per  formare  le  scale  per  ascen- 
dere sul  campanile  (Vedi),  per  le 
campane  (Vedi),  e  nelle  parti  ele- 
vate della  chiesa.  La  nave  ha  d'or- 
dinario la  sua  volta  particolare,  sos- 
tenuta da  pilastri,  o  da  colonne.  Ol- 
tre l'altare  principale,  la  chiesa  se- 
condo la  sua  capacità,  ha  un  nu- 
mero di  altari  fìssi,  a  difierenza  del- 
l'aliare portatile,  il  quale  si  fa  per  si- 
tuarlo nelle  cappelle,  nel  mezzo  del- 
la navata,  od  altrove,  secondo  i  bi- 
sogni. Il  cimiterio  (Vedi)  poi  fu 
destinato  sino  dai  primi  secoli  del 
cristianesimo  per  seppellirvi  i  fedeli, 
che  non  potevano  tumularsi  dentro 
la  chiesa ,  giacché  in  essa  seppelli- 
vansi  i  cadaveri  di  quelli,  ch'erano 
morti  in  odore  di  santità,  i  sacer- 
doti, e  i  vescovi,  mentre  gU  altri 
cadaveri  si  seppellivano  nel  circuito 
della  chiesa,  o  ne'  suoi  portici.  Dal 
seppellire,  che  si  facevano  i  defunti 
nelle  chiese  nel  terzo  secolo,  Ter- 
tulliano chiamò  le  chiese  del  suo 
tempo,  a  cagione  dei  defonti  ivi  se- 
polti, Arcce  sepulcrorum,  laonde  ven- 
nero chiamate  cimiteri.  Fu  il  con- 
cilio di  Braga  del  563,  che  concesse 
di  seppellire  i  defonti  intorno  alle 
muraglie  delle  chiese,  dove  dipoi  per 
maggiore  religione  furono  erette  cap- 
•pelle    per    sepoltura    de' particolari. 


CHI 

Successivamente  però  fu  permesso 
seppellu'e  in  chiesa  nelle  sepolture 
lontane  dal  luogo  del  sacrificio.  Pao- 
lo IV,  siccome  zelante  dello  splen- 
dore de'  sacri  templi ,  ordinò  che  si 
togliessero  que'  depositi ,  o  monu- 
menti eretti  e  pendenti  dalle  pareti 
de'  medesimi,  perchè  pregiudicavano 
alla  dignità  delle  chiese.  Tuttavolta 
poi  furono  tollerati,  e  perciò  se  ne 
veggono  parecchi  in  alcune  chiese; 
ma  quelli ,  eh'  erano  stati  innalzati 
nel  mezzo  di  esse,  furono  fatti  de- 
molire da  s.  Pio  V,  secondo  le  pre- 
scrizioni del  Tridentino,  facendo  col- 
locare i  cadaveri  sotto  il  pavimento, 
o  trasportare  nei  cimiteri.  Quindi 
nuovamente  venne  stabilito  che  si 
tumulassero  i  defonti  nei  cimiteri, 
meno  alcune  eccezioni  e  riserve  , 
per  riguardo  a  certe  persone,  e  che 
quelli  si  erigessei'O  non  più  presso  le 
chiese  delle  città  o  luoghi,  ma  in 
distanza ,  e  fuori  dell'  abitato,  ove 
per  altro  suol  fabbricai*si  contigua 
una   cappella,   oratorio,  o  chiesa. 

Dio  appellò  il  tempio,  sua  casa, 
suo  trono,  suo  santuario,  suo  luof^o 
santo,  ed  è  perciò  che  le  chiese  de- 
vono esser  costruite  con  grandiosità, 
e  religiosa  maestà  in  tutte  le  parti, 
come  pure  negli  ornamenti.  Essa  al 
primo  riguardarsi  deve  riscuotere 
venerazione  dai  fedeli,  il  perchè  deb- 
bonsi  evitare  i  tritumi,  e  gli  orna- 
menti staccati,  che  distraggono  l'oc- 
chio dal  complesso  :  inoltre  gì'  intel- 
ligenti di  tal  genere  di  architettura 
dicono,  che  il  carattere  di  una  chie- 
sa di  perfetta  costruzione,  è  la  sem- 
plicità unita  alla  grandiosità.  Nel- 
l'epoca del  decadimento  dell'arte,  si 
sono  formate  nei  laterali  delle  chie- 
se, massime  più  grandi,  diverse  cap- 
pelle, ciascuna  con  separalo  altare; 
uso,  che  divenuto  a  poco  a  poco 
comune,  dall'arte  viene  ritenuto  cosa 


I 


,      le 

i 


CHI 
imbarazzante,  dicendo  gli  architetti, 
che  le  cappelle  distruggono  runità 
'del  complesso.  Finalmente,  lo  ripe- 
tiamo ancora,  una  chiesa  a  prima 
vista  deve  mostrare  grandezza  e  di- 
gnità anche  nel  suo  prospetto  esterno. 
Talvolta  sono  d'ornamento  a  questa 
le  torri,  e  producono  buon  effetto 
anche  le  cupole.  In  Roma  la  chiesa 
«li  s.  Agostino,  eretta  nel  XV  se- 
Io  dal  Cardinal  d'  Estouteville  ,  o 
per  dir  meglio  da  lui  riedificata , 
vanta  la  cupola,  che  è  la  prima  in- 
nalzata in  Roma,  lodandosi  l'esterno, 
che  comunemente  chiamasi  la  fac- 
ciata, la  più  ragionata  che  siasi  fatta 
in  detta  città  ,  prima  di  quella  di 
s.  Pietro. 

Il  Millini  osserva  inoltre  ,  che  i 
greci  nei  buoni  tempi  dell'  arte  ri- 
guardarono l'ordine  jonico,  come  il 
piìi  conveniente  per  le  loro  chiese, 
e  che  questo  converrebbe  anco  alle 
nostre,  sebbene  non  debba  del  tutto 
disprezzarsi  1'  ordine  dorico.  Il  me- 
desimo autore  mostra  il  desiderio , 
che  le  chiese  fossero  isolate,  ed  eret- 
te in  piazze  spaziose,  e  non  con  con- 
tigue fabbriche  di  monisteri,  conventi, 
canoniche  ec.  Nota  inoltre ,  che  i 
primitivi  cristiani  celebravano  i  di- 
vini ufficii  in  sotterranei,  e  luoghi 
nascosti,  e  che  Costantino  li  trasse 
da  quei  tuguri  abbandonando  loro 
alcune  delle  basiliche  ove  anticamen- 
te si  amministrava  la  giustizia ,  e 
che  quindi  le  prime  chiese  cristiane 
dopo  la  persecuzione,  furono  presso 
a  poco  fabbricate  su  quella  forma. 
Anche  nel  fabbricare  la  celebre  chie- 
sa di  s.  Sofia  di  Costantinopoli  (Pedi), 
si  ritenne  la  forma  dell'antica  basi- 
lica di  s.  Pietro.  Ad  imitazione  della 
sontuosa  chiesa  di  s.  Sofia,  si  eresse 
quella  di  s.  Marco  in  Venezia ,  e 
così  venne  introdotto  nell'  Italia  il 
gusto  delle  cupole.  Le  chiese  poi  più 


CHI  a33 

magnifiche  sono  quelle  di  s.  Sofia, 
di  s.  Paolo  di  Londra  ,  e  le  catte- 
drali di  Milano,  Colonia,  e  Firenze  ec, 
superate  tutte  dall'  augusto  tempio 
Valicano  in  Roma.  Per  la  conser- 
vazione di  questo ,  fu  istituita  una 
congregazione  di  Cardinali,  chiama- 
ta della  fabbrica  di  s.  Pietro,  la  cui 
prefettura  è  devoluta  al  Cardinal  ar- 
ciprete della  basilica,  sino  dal  Car- 
dinal Gio.  Battista  Pallotta,  per  con- 
cessione fatta  da  Sisto  V  nell'anno 
i5g8.  Per  le  altre  chiese  per  lo 
più  incombe  ai  fabbricieri  l'ammi- 
nistrazione delle  rendite  per  la  ri- 
parazione, e  ristauro  delle  medesime. 
Il  Santese  ha  la  cura  della  chiesa, 
chiamato  generalmente  Mansiona- 
rio (Vedi),  le  cui  attribuzioni  sono 
diverse  secondo  i  .vari  paesi,  e  tal- 
volta viene  confuso  col  fabbricicre, 
e  col  sagrestano.  Dal  Macri  appren- 
diamo, che  chiama  vasi  Eeclesiarcha, 
il  prefetto  della  chiesa,  o  capo  di 
essa ,  officio  particolare  del  clero  di 
Costantinopoli.  V.  il  Cecconi,  //  sa- 
cro rito  di  consagrare  le  chiese ,  il 
capo  V  Descrizione  minuta  di  tutte 
le  parti  d' una  chiesa ,  e  ciò  che  dì 
mistenoso  in  essa  si  contiene,  con 
tutte  le  relative  spiegazioni  mistiche. 

§  ITI.  Licenza  del  vescovo  per  l'ere- 
zione delle  chiese,  e  cerimonie  sa- 
cre pel  gettito,  e  benedizione  della 
prima  pietra,  e  principio  de'  fonda- 
menti. 

Non  può  il  fondatore  di  qualche 
dìiesa,  oratorio,  o  cappella,  incomin- 
ciarne la  fabbrica,  senza  espressa  li- 
cenza del  vescovo  diocesano ,  sotto 
la  cui  giurisdizione  ritrovasi  l'area, 
e  il  suolo  destinato  a  questo  effetto, 
giacché  il  concilio  Auivlian:  dist.  I 
De  Consecrat.  comandò  :  edificare 
ecclesiani  nemo  poteste  nisi  auelori- 


234  CHI 

tate  dioecesatìi.  Il  vescovo  adunque, 
avvisato  preventivamente ,  deve  re- 
carsi a  riconoscere  il  sito,  e  la  ca- 
pacità della  fabbrica ,  deve  atten- 
tamente considerarne  la  necessità, 
e  particolarmente  se  da  un  tale  edi- 
fizio  ne  possa  risultare  utile  al  po- 
polo ,  ed  aumento  alla  pietà  de'  fe- 
deli, per  la  maggior  gloria  di  Dio. 
Alloi'a  quando  si  rinvengano  con- 
corrervi tali  circostanze,  può  libera- 
mente concedere  la  facoltà  di  fab- 
bricare, e  ponendo  egli  stesso  pel 
primo  la  mano  all'opera,  può  dise- 
gnare il  pubblico  atrio,  innalzarvi 
in  mezzo  la  croce  chiamata  titolo , 
che  anticamente  solevasi  benedire 
con  solenni  cerimonie,  e  disporre  le 
cose  necessarie  per  gettare  nei  fon- 
damenti la  prima  lapide.  Dice,  il 
Macri ,  che  l' erezione  della  croce 
per  parte  del  vescovo ,  significa  la 
sua  giurisdizione ,  la  quale  erezione 
dai  greci  veniva  chiamata  Stauro- 
pegium. 

Viene  ciò  confermato  coll'esempio 
degli  antichi  fedeli,  i  quali  volendo 
fabbricare  luoghi  sagri,  li  contrasse- 
gnavano prima  colla  croce,  per  di- 
notare, che  il  sito  destinavasi  al  culto 
di  Dio,  e  non  poteva  più  servire  ad 
uso  profano  ;  ed  il  Pontefice  s.  Gre- 
gorio I  proibì  di  fabbricare  le  chie- 
se ove  già  erano  stati  sepolti  de'  ca- 
daveri, pel  pericolo  di  confondere 
le  reliquie  dei  martiri ,  colle  ossa 
degli  altri.  La  prima  lapide ,  che 
gettasi  ne'  fondamenti,  deriva  dal 
sasso,  che  qual  altare  Giacobbe  de- 
dicò a  Dio,  e  trasmutò  in  un'  abi- 
zione,  che  fosse  degna  della  casa  di 
lui  :  Lapis  iste,  qiiem  erexi  in  titu- 
Luin,  vocabitiir  domus  Dei;  titolo  che 
i  dottori  chiamarono  titolo  di  pre- 
conio, di  memoria,  e  di  trionfo.  A 
suo  esempio  i  fedeli  intitolarono  pri- 
ma di  erigere   la  chiesa ,   col  nome 


CHI 

del  suo  fondatore,  o  padrone  del 
luogo,  e  poi  col  titolo  di  qualche 
santo,  come  afferma  il  Baronie  al- 
l'anno 112.  Difatti  in  Roma  vi  so- 
no ancora  varie  chiese  antiche  col 
titolo  de'fondatori,  o  proprietari  del 
luogo,  non  che  con  quello  del  santo, 
a  cui  furono  dedicate.  Tali  fra  le  altre 
sono  le  chiese  de'  ss.  Silvestro  e 
Martino  nella  regione  de'  Monti,  che 
appellasi  titidus  Enuitii,  de'  ss.  Nereo 
ed  Achilleo ,  detta  titulus  Fasciola, 
e  di  s.  Vitale,  che  viene  chiamato 
titulus  Vestince.  Confermasi  tutto  que- 
sto dalle  parole,  che  s' incidono  nella 
lapide,  in  cui,  oltre  il  nome  del  ve- 
scovo,  si  leggono  i  nomi  di  quei 
santi,  che  devono  essere  titolari 
della  chiesa.  V.  Orditi.  Roman,  de 
divin.  offic.  cap.  de  cedif.  Eccl. , 
pag.  107. 

Riflettono  in  questo  proposito  i 
sacri  dottori,  che  le  chiese  si  fab- 
bricano, e  si  dedicano  direttamente, 
e  principalmente  a  Dio,  quindi  si 
dedicano  e  fabbricano  pure  in  onore 
della  beata  Vergine  Maria ,  e  dei 
santi.  Si  getta  nei  fondamenti  la  pri- 
ma lapide  alla  gloria  di  Dio,  a  cui  si 
deve  il  primo  culto  di  latria,  e  bene 
lo  dinotano  le  parole  ivi  incise:  Deo 
Opùmo  Maximo;  ma  perchè  anche  ai 
santi  si  suole  tributate  un  secondo 
culto,  che  dicesi  di  dulia,  perciò  vi 
s'  interpone  1'  intercessione  de'mede- 
simi,  come  titolari  del  luogo.  Sem- 
bra poi  convincente  la  ragione,  per- 
chè se  nella  chiesa  si  offre  princi- 
palmente al  divin  Padre  l' incruento 
sacrifizio  del  Figlio,  quanto  meglio 
saia  questo  piìi  aggradevole  ed  efti- 
cace,  che  nella  intercessione  eflicacis- 
sima  dei  Santi,  laonde  l'evangelista 
s.  Marco  edificò  in  Alessandria  una 
chiesa  al  suo  maestro  l' apostolo  s. 
Pietro. 

Ora  diremo  delle  ccrimouie,  che 


CHI 

si  fanno  nel  benedire,  e  porre  la 
prima  pietra,  o  lapide  nei  fonda- 
menti della  nuova  chiesa,  e  de' vari 
misteri,  che  rappresentano.  Prima 
adunque  di  tal  benedizione,  fa  duo- 
po  eiigere  una  gran  croce  di  legno 
nel  luogo  precisamente  ove  si  deve 
situare  l'altare  maggiore.  Ciò  fatto, 
deve  il  vescovo  vestirsi  sopra  il  roc- 
chetto, e  sulla  cotta,  se  è  regolare, 
di  amitto,  camice,  e  cingolo,  stola, 
piviale  di  color  bianco,  mitra  sem- 
plice, prendendo  colla  sinistra  mano 
il  pastorale.  Quindi  giunto  al  luogo 
dell' edifizio,  depone  la  mitra,  bene- 
dice il  sale  e  l'acqua,  nel  modo 
notato  nel  Pontificale  romano.  Ter- 
minata la  benedizione  deli'  acqua, 
con  questa  asperge  il  luogo  ov'  è 
stabilita  la  croce,  dicendo  colla  mitra 
in  capo  :  Signiim  salutis  pone.  Do- 
mine Jesu  Chrìste,  in  loco  isto,  et  ne 
permittas  introire  Angelum  percutien- 
tem,  col  salmo  :  Quani  dilecta  taher^ 
nacula  tua  etc.  Dopo  il  salmo  recita 
una  breve  orazione,  nella  quale 
nomina  il  santo,  o  la  santa  in  onore 
di  cui  edifica  la  chiesa.  Seguendo 
anche  senza  mitra,  fa  la  benedizio- 
ne della  prima  lapide ,  con  varie 
orazioni;  l'asperge  coli' acqua  bene- 
detta ,  e  collo  scalpello  fa  in  quella 
un  segno  di  croce,  dicendo  :  In  No- 
mine Patris,  et  Filii,  et  Spirìtus 
Sanati.  Amen. 

Si  pone  quindi  su  di  un  tappeto 
il  faldistorio,  indi  il  vescovo  colla 
mitra  in  capo  genuflette,  finché  si 
cantano  tutte  le  litanie,  dopo  le 
quali  intona  l'antifona:  Mane  surgens 
Jacob,  erigebat  lapidcm  in  titidum  etc, 
proseguendo  il  coro  col  salmo:  Nisi 
Donùnus  cedifìcaverit  domum  ,  etc.  ; 
tocca,  e  pone  la  detta  piima  lapide 
nei  fondamenti,  dicendo:  In  Jide 
Jesu  Chrìsti  coUocamus  lapidem  istum 
prìniaiiuiìi  in  hocfundaniento  etc. ,  la 


CHI  2a5 

quale  essendo  stata  stabilita  dal  mu- 
ratore, il  vescovo  la  benedice  coll'ac- 
qua,  dicendo  :  Asperges  me  etc,  che 
si  seguita  col  salmo  Miserere.  Da 
questa  benedizione  il  vescovo  passa 
a  benedire  i  fondamenti,  aspergen- 
doli coir  acqua  benedetta,  se  sono 
aperti,  diversamente  gira  intorno  ad 
essi  già  disegnati,  e  tutti  gli  asperge 
in  questo  modo.  La  prima  volta, 
aspergendo  sino  alla  terza  parte  dei 
fondamenti,  si  canta  l'antifona:  O 
quam  metuendus  est  locus  iste!  etc. 
col  salmo  •  Fundamenta  ejus  eie,  e 
si  termina  con  una  breve  orazione. 
Dipoi  intonando  le  antifone  :  Pax 
aeterna  etc,  asperge  parimenti  fino 
alla  terza  parte  de'fondamenti  aperti, 
o  disegnati ,  e  vi  recita  anche  un'al- 
tra orazione.  In  fine  intona  l'anti- 
fona :  Bene  fundata  est  domus  Do- 
mita etc,  che  dal  coro  si  prosegue 
col  salmo  :  Lcvtatiis  sum  in  his;  indi 
asperge  l'ultima  terza  parte  de'fon- 
damenti medesimi,  e  ritornando  ai 
luogo  ove  avea  posta  la  lapide,  de- 
posta la  mitra,  dopo  breve  orazione, 
intona  l' inno  :  P^eni  creator  Spirìtus, 
e  genuflesso  sino  alla  fine  del  pri- 
mo versetto,  s'alza  di  nuovo,  e  ter- 
minato dice:  Desccndaty  qucesumus 
Domine  Deus  nosler,  Spirìtus,  etc. 
con  altre  orazioni.  Dipoi  ripresa  la 
mitra,  si  pone  a  sedere  nel  faldisto- 
rio, esorta  il  popolo  a  contribuire  per 
la  fabbrica  della  chiesa ,  e  compar- 
tendo la  solenne  benedizione,  la. 
pubblicare  l' indulgenza,  e  quindi  si 
prepara  per  la  messa,  in  caso  che 
voglia  celebrarla,  la  quale  deve  dirsi 
di  quel  santo,  in  onore  del  quale 
viene  fabbricata  la  chiesa. 

Questa  funzione,  che  si  fa  dal  ve- 
scovo, colla  sua  licenza  si  può  fare 
da  un  sacerdote,  col  rito  prescritto 
dal  Rituale  romano.  Ne  mancano  e- 
sempi ,  che  la  facessero  aucu  i  som- 


236  CHI 

mi  Pontefici,  e  per  accennarne  al- 
cuno degli  ultimi,  Benedetto  XllI 
ai  19  maiYO  1727,  per  la  fabbrica 
dell'  oratorio  di  s.  Maria  in  Via,  vi 
pose  la  prima  lapide,  la  quale  con- 
sisteva in  una  cassettina  di  marmo 
con  analoga  iscrizione  sopra,  dentro 
la  quale  era  vi  una  lamina  di  metal- 
lo, con  alcune  medaglie  e  divozio- 
ni, e  l'iscrizione  coi  nomi  della  b. 
Vergine,  e  del  suo  sposo  s.  Giusep- 
pe, a'  quali  dedicavasi  V  oratorio,  con 
V  epoca  della  funzione,  e  col  nome 
di  chi  la  eseguì.  Lo  stesso  Pontefi- 
ce, nel  medesimo  anno,  pose  ancora 
la  prima  pietra  nelle  fondamenta  del- 
la chiesa  di  s.  Maria  della  Quei'cia  a 
campo  di  Fiori,  la  qual  funzione  leg- 
gesi  descritta  nel  numero  i582  del 
Diaiio  di  Roma  del  1727.  Nell'anno 
seguente  1728,  lo  stesso  Benedetto 
XllI,  come  descrive  il  numero  1696 
del  citato  Diario,  solennemente  mi- 
se la  prima  pietra  fondamentale  per 
la  nuova  chiesa  di  s.  Claudio  dei 
borgognoni,  pronunziando  un  eru- 
dito sermone.  Nella  lamina,  ch'ei'a 
dentro  la  detta  pietra,  leggevasi  una 
iscrizione  riguardante  il  Papa,  il  re 
Luigi  XV,  e  la  nazione  borgognona, 
ed  il  santo  in  onore  del  quale  si 
erigeva,  colla  rispettiva  epoca.  Inol- 
tre Benedetto  XIII  pose  nella  det- 
ta pietra  fatta  a  guisa  di  casset- 
ta, una  pigna  dorata,  un'  ampolla 
d'  olio  santo,  tre  Agnus  Dei  grandi, 
ed  alcune  medaglie,  oltre  quelle,  che 
vi  pose  il  Cardinal  Polignac,  amba- 
sciatore di  Francia.  Benedetto  XIV, 
nel  1 742,  benedi  le  fondamenta,  e 
la  prima  pietra  della  chiesa  di  s.  A- 
pollinare,  che  fece  riedificare  dal  cav. 
Fuga  ;  funzione  celebrata  solenne- 
mente, alla  quale  intervenne  il  sa- 
cro Collegio,  come  si  ha  dalla  de- 
scrizione fatta  nel  numero  391 5  del 
citalo  Diario  del   1742,   mentre    il 


CHI 

numero  4800  riporta  la  consacra- 
zione, che  di  tal  chiesa  fece  Bene- 
detto XIV,  alla  presenza  de'  porpo- 
rati, e  coir  assistenza  de' Cardinah 
Cavalchini ,  e  Gentili  ,  nell'  anno 
1748. 

I  Romani  Pontefici  non  solo  po- 
sero la  prima  pietra  nelle  nuove 
chiese,  ma  anco  in  altri  sacri  edifizi 
ad  esse  appartenenti,  come  le  loro 
esterne  facciate  e  sagristie.  Difatti  si 
legge  nel  Diario  di  Roma  numero 
2553  dell'anno  1733,  che  Clemen- 
te XII,  ad  esempio  di  quanto  pra- 
ticò Paolo  V  per  l' ex'ezione  della 
sontuosa  facciata  della  basilica  vati- 
cana nel  1608,  parato  di  stola  e 
mitra,  bencdìi,come  prescrive  il  ce- 
rimoniale romano,  la  prima  pietra 
pei  fondamenti  della  magnifica,  e  bel- 
la facciata  della  basilica  lateranense; 
pietra,  che  nel  giorno  appresso  tì 
pose  colle  consuete  formalità  il  di 
lui  nipote  Cardinal  Guadagni  vica- 
rio di  Roma.  Dipoi  il  Pontefice  Pio 
VI,  neir  erigere  presso  la  basilica 
vaticana  la  magnifica  sagrestia,  ai 
22  settembre  1776,  collocò  solen- 
nemente la  prima  pietra  con  tut- 
te le  cerimonie  prescritte  dal  Ritua- 
le romano,  in  una  cassetta  di  mar- 
mo ivi  riposta,  oltre  gli  Agnu^  Dei 
benedetti,  e  le  medaglie,  in  una  del- 
le quali  eravi  la  di  lui  efligie  con 
iscrizione  composta  dal  beneficiato 
Spalletti,  e  si  legge  a  pag.  25  della 
Sagrestia  Valicana ,  descritta  da 
Francesco  Cancellieri.  Quindi  Pio 
VI,  a'i3  giugno  1784,  bencdl  so- 
lennemente la  sagrestia,  e  consacrò 
il  suo  altare.  Non  deve  tacersi,  che 
talvolta  i  Pontefici  benedirono  la 
prima  pietra  senza  collocarla  nelle 
fondamenta,  non  che  le  medaglie, 
eseguendone  altri  la  funzione,  sicco- 
me praticò  Innocenzo  X,  Pamphi- 
ly,  colla  sua  chiesa  di    s.    Agnese, 


e  ri  I 

in  Piazza  Navona.  Difatti  abbiamo 
tlal  diarista  Gigli,  che  a'i5  agosti) 
i652,  giorno  sacro  all'Assunzione 
della  b.  Vergine,  fu  gettata  la  pri- 
ma pietra  ne'  fondamenti  di  detta 
chiesa,  già  benedetta  prima  da  Inno- 
cenzo X,  che  ve  la  fece  porre  dal 
principino  Gio.  Battista  Pamphily  du- 
ca di  Carpineto ,  con  medaglia  a- 
vente  un'iscrizione,  che  riferisce  il 
Martinelli  nella  Roma  ex  Ethnìca 
sacra,  a  pag.  4^^.  Dopo  recitate  le 
litanie  proprie  della  funzione,  mon- 
signor vicegerente  vestito  pontifical- 
mente, legò  con  una  fettuccia  la 
pietra  benedetta  dal  Papa,  e  a  po- 
co a  poco  fu  calata  nelle  fonda- 
menta, passando  il  nastro  per  le 
mani  del  prelato,  e  del  principino , 
alla  presenza  di  vari  distinti  per- 
sonaggi. 

La  benedizione  de'  fondamenti  del- 
la chiesa,  l'imposizione  della  prima 
pietra  o  lapide,  cogli  yia;niis  Dei 
benedetti,  e  le  medaglie,  è  piena  di 
mistici  significati,  che  eruditamente 
descrive,  e  spiega  Carlo  Barlolom- 
meo  Piazza  nella  sua  Gerairhia 
Canliiinlizia,  alla  pag.  /\.'j(ì,  e  4^*^» 
nelle  digiessioni,  DrW  on'giiie  e  mi- 
stero ecclesiastico  dì  ponr:  con  so- 
lennità In  prima  pietra  ne' fonda- 
menti delle  chiese;  e  dell'uso,  miste- 
w,  ed  angine  di  porre  ne'fondnnien- 
ti  delle  i^ran  fablmche  le  mcdaf;lie , 
descrivendo  la  funzione  eseguita  ai 
27  febbraio  1702  da  Papa  Clemen- 
te XI,  nel  porre  la  prima  pietra 
alla  basilica  de'  ss.  XII  Apostoli,  da 
lui  (atta  riedificare  dal  cav.  Fran- 
cesco Fontana,  nella  quale  fece  in- 
castrare tre  medaglie,  cioè  di  oro,  di 
argento,  e  di  metallo.  Inoltre  su  que- 
sto argomento  possono  consultarsi , 
Carlo  Ancillon,  Disserlalions  sur  Vu- 
sr/ge  de  nictlre  la  premiere  pierre 
aufondcmant  des  Vedijices  publitiucs, 


CHI  237 

adìvssee  au  prìncc  elcctoral  de  Bran- 
debonrg,  à  l'occasion  de  la  premie- 
re pierre,  qu'  il  à  poseiì  lui  meme 
au  fondemant  da  tempie,  qu'on  a 
constndr  pour  le  francois  refugicr 
dans  le  quartier  de  Berlins,  nomnie 
Fridericlistadty  Berlin  1 70 1 ;  Bernard , 
Nouvelle  de  la  repub.  des  Lettres, 
170 1,  octob.  45'8j  non  che  il  cita- 
to Cecconi,  al  capo  IV,  Delle  ceri- 
monie, che  si  eseivitano  nel  benedire, 
e  gettare  la  prima  lapide  ne' fonda- 
menti delle  chiese ,  e  dei  vari  miste- 
ri che  rappresentano. 

Dicemmo  di  sopra,  che  il  vesco- 
vo, dopo  aver  terminata  la  recita 
delle  preci  proprie  della  benedizione 
dei  fondamenti ,  e  della  prima  pie- 
tra per  le  chiese,  esorta  i  fedeli  a 
contribuire  per  la  fabbrica  delle 
medesime,  ad  esempio  dell'  erezione 
del  tabernacolo  degli  ebrei.  I  Ro- 
mani Pontefici  invitarono  i  fedeli 
col  premio  delle  indulgenze  a  con- 
correre alla  erezione  de'  sagri  tem- 
pli, il  perchè,  a  non  dire  di  tutti, 
Nicolò  V  fece  promulgare  l' indul- 
genza per  la  fabbrica  della  chiesa 
di  s.  Pietro  in  Saintes  nella  Fran- 
cia, come  riporta  il  Rinaldi  all'  an- 
no 14B1,  n.  g,  anzi  questo  Ponte- 
fice, ai  17  giugno  i45>3,  concesse 
pure  l'indulgenza  a  quelli,  che  pie- 
stassero  aiuto  nel  ril'are  le  mura  di 
Medina  Sidonia,  atterrate  dai  mori 
o  maomettani  della  Spagna.  Lo  stes- 
so Rinaldi  all'anno  1476,  n.  f),  de- 
scrive r  indulgenza  pubblicata  da 
Sisto  IV,  da  lucraisi  da  quelli,  che 
concorressero  all'edificazione  di  una 
chiesa;  e  Giulio  II  la  promulgò  per 
la  Ixisilica  vaticana ,  allora  quando 
concepì  il  vasto  disegno  di  renderla 
in  quella  incomparabile  sontuosilìi 
che  ammiriamo,  come  si  legge  pres- 
so il  Pallavicini,  Tlist.  Concìl.  Trid. 
lib.   7,    cap.   2,  n,   7.    Quindi    il  di 


238  CHI 

lui  successore  Leone  X,  Temendo  pro- 
seguire le  grandiose  idee  di  Giulio 
II,  non  essendo  sufficienti  i  tesori 
della  camera  apostolica,  ricorse  alla 
pietà  de'  fedeli  col  premio  delle  san- 
te indulgenze,  ordinando  al  Cardinal 
Alberto  di  Brandemburgo,  cbe  per 
mezzo  dei  zelanti  predicatori  le  fa- 
cesse notificare  nella  Germania.  Il 
Cardinale  si  servi  dei  domenicani, 
il  che  diede  pretesto  all'agosliniauo 
Martino  Lutero,  per  iscagliarsi  fu- 
riosamente contro  le  indulgenze,  e 
per  dare  principio  nel  iSiy  alla 
sua  apostasia,  ed  a'  suoi  perniciosis- 
simi errori.  Natale  Alessandro,  Hi- 
stor.  Eccl.  tom.  Vili,  p.  3 2,  num.  3 
confuta  le  calunnie,  che  su  tale  ar- 
gomento eransi  inventate  contro 
Leone  X. 

Per  riguardo  a' restauri  delle  chie- 
se, i  Pontefici  concessero  eguali  in- 
dulgenze, e  nel  iSgo  Bonifacio  IX 
concedette  ad  alcune  città  della  Ger- 
mania ,  che  potessero  acquistare 
quelle  dell'anno  santo ,  cui  egli  ce- 
lebrava in  Roma  ,  mediante  la  vi- 
sita di  alcune  chiese  loro,  e  con  da- 
re quel  danaro,  che  avrebbono  spe- 
.so  nel  viaggio  per  recarsi  a  Roma, 
per  la  restaurazione  delle  chiese  di 
questa  città.  Il  concilio  di  Yorck, 
celebrato  nell'anno  1 1 9^,  prescrisse 
col  canone  quinto,  che  se  i  titolari 
trascurassero  di  restaurare  le  chiese, 
e  provvederle  di  ornamenti,  arredi, 
e  suppellettili  sagre,  vi  sarebbe  prov- 
veduto con  ordine  del  legato  apo- 
stolico, sopra  le  rendite  delle  chie- 
.se.  V^.  V  allocuzione  di  Benedetto 
XIV  recitata  nel  concistoro  dei  3 
marzo  17495  -^nnxis  Jubilaei,  e  ri- 
portata nel  suo  Bollarlo,  tom.  III, 
p.  121,  nella  quale  con  un'eloquen- 
za ed  erudizione  tutta  sua  propria , 
invitò  i  Cardinali  a  riparare^  ed  ab- 
bellire i  loro  tìtoli,  diaconie,  e  chie- 


CHI 

se,  secondo  i  bisogni  di  esse.  Da  ul- 
timo Leone'  XII,  ai  25  gennaio 
1825,  pubblicò  un  Enciclica f  colla 
quale  invitò  tutti  i  vescovi  del  mon- 
do cattolico,  ad  accorrere  co' loro  dio- 
cesani, per  la  riedificazione  dell'  in- 
cendiata   basilica  di  s.  Paolo. 


§  IV.  Benedizione   e   consagrazione 
delle   Chiese. 


Fabbricata  che  sia  la  chiesa,  non 
si  possono  ivi  cantare  i  divini  uffi- 
ci, celebrarvi  il  santo  sagrifizio,  e 
le  altre  ecclesiastiche  e  sagre  funzio- 
ni, se  prima  non  venga  benedetta 
o  consagrata.  Si  esige  questa  legge 
rigorosa,  ma  insieme  giusta,  per  la 
santità  di  quel  Signoi-e  cui  è  desti- 
nato il  luogo,  tanto  più  che  dagli 
esorcismi,  i  quali  preventivamente 
si  fanno,  si  apprende  la  necessità  di 
eseguirli.  Difàtti  il  vescovo  colla 
moltiplicità  delle  croci,  e  colle  asper- 
sioni dell'acqua  benedetta,  intende 
purgare  e  santificare  il  luogo  colla 
forza  degli  esorcismi  dai  maligni 
spiriti.  Con  questa  benedizione  si 
domanda  a  Dio  tutto  il  bene  in 
virtù  della  sua  invocazione,  ed  aiu- 
to. Essa  può  eseguirsi  dal  vescovo, 
e  da  qualunque  sacerdote,  ma  colla 
diversità  dei  riti  ,  che  andiamo  a 
descrivere.  Ove  intervenga  l'unzione 
del  sagro  crisma,  e  dei  santi  ohi , 
la  benedizione  spetta  al  vescovo,  e 
chiamasi  solenne,  reale,  e  costitutiva, 
perchè  ha  il  compimento  di  tuUe 
le  altre,  e  molto  più  perchè  la  ma- 
teria benedetta  e  consagrata  non 
può  convertirsi  in  uso  profano;  più 
rigorosamente  poi  dicesi  consacra- 
zione. Se  poi  in  tali  cerimonie  si 
fanno  solo  alcune  preci,  ed  orazio- 
ni analoghe,  la  funzione  viene  ese- 
guita da  un    sacerdote,    e    chiamasi 


\ 


CHI 

benedizione  verbale,  invocativa,  e  pri- 
vata. 

Dalla  descritta  distinzione  elnara- 
mente  ricavasi  la  diversità,  die  pas- 
sa tra  la  benedizione,  e  Ja  consa- 
grazione  della  chiesa.  Differiscono 
tra  di  loro  a  riguardo  della  mag- 
giore, o  minoi'e  solennità ,  ovvei'o 
dalla  varietà  de' riti.  Qualora  la 
chiesa  si  benedice,  si  fa  intendere 
ai  fedeli,  che  quello  è  il  luogo  de- 
stinato loro  per  ritrovare  la  propria 
salute,  per  supplicare  l'Altissimo,  e 
per  ottenere  il  conseguimento  delle 
grazie  che  s'implorano.  Ma  quando 
poi  si  consagra,  si  dà  un  pieno  at- 
testato del  rispetto  e  della  riveren- 
za, che  si  deve  al  santuario,  e  viep- 
piìi  si  apprende  V  eccellenza  della 
divina  maestà.  In  fatti,  che  la  chie- 
sa sia  consagrata,  o  benedetta,  non 
altera  punto  il  carattere  essenziale 
che  essa  ritiene,  di  essere  degna  ca- 
sa di  Dio.  Tale  è,  o  sia  purgata 
colle  benedizioni,  o  santificata  colle 
sagre  unzioni;  non  accresce  la  dif- 
ferenza di  rito,  e  della  cerimonia , 
che  maggior  splendore  alla  medesi- 
ma, ed  obbligo  più  stretto  a'  fedeli 
per  rispettarla.  Adunque  la  benedi- 
zione può  esser  fatta  da  qualunque 
sacerdote,  colla  licenza  però  dell'Or- 
dinario, ma  la  consagrazione  spetta 
al  Papa,  ed  al  solo  vescovo.  Per 
conto  della  benedizione,  il  Rituale 
romano  la  descrive  distintamente. 

Va  qui  avvertito,  che  al  Sommo 
Pontefice  s.  Evaristo,  creato  l'anno 
112,  dobbiamo  le  cerimonie  che  ag- 
giunse al  rito  delia  consagrazione 
delle  chiese,  passate  dal  vecchio  al 
nuovo  testamento;  e  che  talvolta  i 
romani  Pontefici  abilitarono  ad  e- 
seguire  la  consagrazione  delle  chiese 
anco  ecclesiastici  non  insigniti  della 
dignità  episcopale,  a  seconda  delle  cir- 
costanze, e  de'luoghi.  Benedetto  XIV 


CHI  239 

pertanto,  ad  esempio  di  tali  conces- 
sioni, ai  16  novembre  174^5  col  di- 
sposto della  costituzione  Ex  siiis , 
Bull.  Mag.  Appcnd.  I,  p.  II,  abi- 
litò l'abbate  de' benedettini  di  Kem- 
pten  nella  provincia  di  Magonza,  a 
consagrare  la  chiesa  del  suo  moni- 
stero.  In  oltre  non  mancano  esem- 
pì, che  i  Papi  autorizzarono  i  Car- 
dinali a  con  sagrare  chiese  insigni 
nel  loro  nome,  e  come  facesse  la 
funzione  lo  stesso  Sommo  Pontefi- 
ce. Da  ultimo  il  regnante  Gregorio 
XVI,  col  breve  apostolico  Ubi  pri- 
mum  magno  cunt  animi  nostro,  da- 
tura in  arce  Gandulphi,  sub  annu- 
lo  Piscatorio  die  XVIII  mensis  au- 
gusti, anno  1840,  deputò,  e  costi- 
tuì ad  eseguire  le  pontificie  sue  ve- 
ci, nella  solenne  consagrazione  del 
celebre  santuario  della  chiesa  di  s. 
Maria  degli  Angeli,  presso  Assisi , 
rifabbricata  dalle  rovine  del  terre- 
moto, il  Cardinal  Luigi  Lambruschi- 
ni  ;  concedendo  a  tal  fine  il  mede- 
simo Pontefice  l' indulgenza  plena- 
ria in  forma  di  giubileo  ;  funzione , 
che  descrive  il  supplimento  al  num. 
76  del  Diario  di  Roma  del  1840. 
La  detta  indulgenza  dai  Papi  per 
simili  azioni  fu  concessa  anche  par- 
zialmente, leggendosi  nella  vita  di 
Urbano  IV,  eh'  egli  nel  1 26  r  con 
due  lettere  apostoliche,  accordò  a 
s.  Lodovico  IX,  re  di  Francia,  ed 
al  suo  primogenito,  che  fu  poi  Fi- 
lippo III,  il  privilegio  di  conseguire 
un  anno,  e  quaranta  giorni  d'in- 
dulgenza, insieme  a  quelli,  che  in 
loro  compagnia  assistessero  alla  con- 
sagrazione di  qualche  chiesa  e  cap- 
pella. 

Prima  di  passare  a  descrivere  il 
rito  della  consagrazione  delle  chiese, 
pi'emetteremo  alcune  cose  necessarie 
ad  essere  qui  accennate.  Avanti  per- 
tanto di  consagrare  le    chiese    colla 


24o  CHI 

pienezza  delle  celesti  benedizioni,  e 
coir  unzione  de' sagri  crismi,  è  giu- 
sto e  convenevole  che  sieno  rimossi 
tutti  gl'impedimenti,  i  quali  potessero 
cagionare  il  conseguimento  di  un 
tanto  fine.  Primieramente  se  la  chie- 
sa fosse  stata  fabbricata  per  cupidi- 
gia di  farvi  acquisto  di  danari  o 
robe,  secondo  il  canone  del  conci- 
lio di  Bi'aga,  non  può  in  veruna 
maniera  consagrai-si.  Rimane  altre- 
sì impedita  la  consagrazione  della 
chiesa,  se  vi  fosse  stato  sepolto  il 
cadavere  di  qualche  pagano,  ereti- 
co, o  pubblico  scomunicato,  come 
prescrisse  il  concilio  Aurelianense  al 
canone  27;  che  se  poi  ai  detti  im- 
pedimenti si  aggiunga  il  sapersi  es- 
sere stata  eretta  co' mali  acquisti  di 
traffichi  illeciti  ed  alterati,  non  deve 
in  verun  modo  consagrarsi,  per  quel- 
le ragioni,  che  descrive  il  citato  Cec- 
coni  a  pag.  25,  e  seg.,  il  quale  in 
oltre  conchiude ,  riportando  un  fu- 
nesto esempio,  che  i  vescovi  appren- 
dano a  dedicare  a  Dio  la  sua  casa 
con  quelle  cerimonie,  leggi,  e  riti 
prescritti  dai  sagri  canoni,  ed  appren- 
dano altresì  i  fedeli  ad  impiegare 
per  le  fabbriche  delle  chiese,  cap- 
pelle, ed  oratori,  il  danaro  giusta- 
mente acquistato. 

Il  rito  di  consagrare  le  chiese  è 
antichissimo,  non  che  pieno  di  gra- 
vi misteri,  la  cui  origine  rimonta 
coir  erezione  stessa  de'  templi  ;  dap- 
poiché Giacobbe  nel  fobl)ricare  un 
altare,  pure  il  consagrò.  Mosè  nel- 
r  erigere  il  tabernacolo  per  espresso 
comando  di  Dio,  volle  anco  consa- 
grarlo ;  e  Salomone,  che  dalle  stes- 
se mani  di  Dio  ricevette  il  disegno 
per  la  costruzione  del  famoso  tem- 
pio di  Gerusalemme,  ottenne  anche 
r  oracolo  di  celebrarne  la  Sagra  : 
Dedicavil  domwn  Dei  rex  ,  et 
unii'crsus    populus ,    e    nel    tempo 


CHI 

di  tal  dedicazione,  sagrlficò  ventidue 
mila  bovi,  e  ventisei  mila  montoni. 
Abbiamo  inoltre  che  Giuda  Macca- 
beo ,  avendo  purgato  il  tempio  di 
Gerusalemme  dalle  sue  profanità,  ed 
immondezze,  e  fattosi  un  altare  nuo- 
vo di  pietra,  celebrò  l'encenia,  ed  or- 
dinò che  si  celebrasse  ogni  anno,  della 
qual  festa  riparleremo  al  §  VI.  F^. 
Paganucci  il  tempio  di  Salomone 
materiale  e  mistico,  Roma  1787,  e 
Hieronymi  Pradi,  et  Jo.  Bapt.  Yil- 
lalpandi  gesuiti ,  Apparatus  urbis  ac 
templi  hierosolymitani,  Romse  1 596. 
Conchiudiamo  con  Durando,  Ralio- 
nal.  qffic.,  che  gli  ebrei  non  offri- 
rono sagrifici  a  Dio  che  in  luoghi 
purgati  e  consagrati;  e  col  p.  Gal- 
luzzi,  pag.  5,  ricavasi  dai  sagri  ca- 
noni, che  la  consagrazione  delle  chie- 
se non  solo  è  approvata,  ma  coman- 
data, massime  da  quelli  del  concilio 
Niceno ,  e  dall'  Ipponese  ,  citati  da 
Gi'aziano,  de  consacrat.  disi,  i,  P^. 
il  capo  IV  del  citato  autore  :  Di 
alcune  cagioni  di  consagrarsi  le  chie- 
se, e  delle  cerimonie  praticate  nel  con- 
sagrarle. La  chiesa  ne  abbracciò  il 
rito,  e  Gesù  Cristo  ancor  bambino 
ne  promosse  l'imitazione,  mentre  la 
sua  capanna  ed  il  presepio  cangia- 
ronsi  in  tempio,  nell'offerta  che  fe- 
cero i  re  magi  ;  la  spelonca  perciò 
divenne  tempio ,  e  il  presepio  un 
altare.  S.  Cirillo  ci  avvisa,  che  dagli 
apostoli  fu  consagrato  in  chiesa  il 
cenacolo ,  ove  avevano  ricevuto  lo 
Spirito  Santo,  sala  che  rallìgurò  an- 
che la  Chiesa  universale.  Anzi,  secondo 
Niceforo  Calisto,  Hist,  lib.  2,  cap. 
33,  fu  tale  la  sollecitudine  degli 
Apostoli,  che  in  ogni  luogo  ove  pre- 
dicarono il  vangelo,  consagravano 
qualche  chiesa  od  oratorio ,  ed  è 
perciò  che  il  Pontefice  $.  Clemente 
I,  creato  l'anno  93,  successore  non 
meno  che  discepolo  di  s.  Pietro,  tra 


CHI 

le  altre  sue  ordinazioni,  decretò  che 
tutti  i  luoghi  di  Gl'azione  fossero  a 
Dio  consagrati.  Certamente  a  tem- 
po di  s.  Paolo  le  chiese  erano  con- 
sagrate, al  che  allude  egli,  come 
vogliono  alcuni  dottori,  scrivendo  ai 
corinti  al  e.  1 1  :  Aiit  Ecclesiam  Dei 
contemnilisl  S.  Urbano  I,  eletto  nel- 
l'anno 226,  consagi'ò  in  chiesa  la 
casa  di  s.  Cecilia,  come  riferisce  il 
Metafi-aste  ;  s,  Marcello  I ,  creato 
l'anno  3o4,  consagrò  la  chiesa  di 
s.  Lucina,  come  racconta  il  Papa 
s.  Damaso  I,  e.  21.  Vero  è  però, 
che  la  solennità  della  pompa,  con 
cui  si  celebi'a  oggidì  la  consagra- 
zione,  si  aumentò  in  progresso  di 
tempo,  dopo  che  Costantino  nel  ri- 
donare la  pace  alla  Chiesa,  fabbri- 
cò sontuose  chiese .  Anche  i  tem- 
pli de'  gentili  già  ricettacolo  dei 
falsi  numi,  e  nido  di  menzogne,  si 
convertirono  in  chiese,  coli' appro- 
vazione del  pio  imperatore  Teo- 
dosio II,  rimanendo  purgati,  e  con- 
sagrati colla  santità  delle  venerande 
reliquie  de' martiri;  laonde  il  Pon- 
tefice s.  Silvestro  I,  a  seconda  del- 
le prescrizioni  de'  suoi  predecessori , 
ne  stabilì  il  rito  solenne,  il  quale  fu 
amphato,  e  confermato  da  altri  Pa- 
pi, massime  da  s.  Felice  III  det- 
to IV.  Dal  Burio  poi,  Notit.  Rom. 
Pont.,  si  rileva,  che  s.  Innocenzo  I 
stabilì,  che  le  chiese  non  si  consa- 
grassero più  di  una  volta.  Il  Pon- 
tefice s.  Giovanni  I,  nel  recarsi  a 
Costantinopoli,  per  le  cose  degli 
ariani ,  consagrò  in  cattoliche  le 
chiese  degli  eretici ,  come  si  legge 
nel  Bernini,  Compendio  dell'eresie, 
pag.  170.  Sui  templi  de' gentili  con- 
vertiti in  chiese,  veggasi  il  Butler, 
Vite  ec,  novembre  p.  i  o.  Ma  se  la 
chiesa  consagrata  in  tutto  ,  o  nella 
maggior  parte,  venga  distrutta,  seb- 
bene   si    riedifichi  colla    stessa    ma- 

VOL.    XI. 


CHI  24, 

teria,  pure  deve  essere  riconsagrata, 
anco  se  si  dubitasse  della  sua  con- 
sagrazione,  come  stabilì  Benedetto 
XUI  nel  concilio  romano,  tit.  25, 
cap.  3. 

Sebbene  la  funzione  della  consa- 
grazione  della  chiesa  possa  cele- 
brarsi in  qualunque  giorno,  doven- 
dosi Dio  onorare  in  ogni  tempo , 
tutlavolta  è  più  conveniente  eseguir- 
la nel  giorno  di  domenica,  o  in  al- 
tro dì  solenne  ;  sopra  di  che  è  a 
vedersi  il  p.  Galluzzi  gesuita,  //  Ri- 
to di  consagrare  le  chiese  a  pag. 
5  e  Q.  Che  la  consagrazione  della 
chiesa  fu  chiamata  battesimo,  quan- 
tunque non  ne  sia  che  un  segno  ed 
un  simbolo,  lo  abbiamo  da  Ivone,  De 
Sacr.  Dedic  :  Ipsuni  tenipluni  suo 
modo,  et  ordine  haplizamus.  De- 
terminatosi adunque  il  giorno,  deve 
l'arcidiacono,  o  altro  superiore,  notifi- 
carlo al  clero  ed  al  popolo,  affinchè 
nel  dì  precedente  si  dispongano  colle 
orazioni  e  col  digiuno,  a  cui  sono  an- 
co tenuti  il  vescovo,  e  tutti  quelli  che 
domandano  la  consacrazione  della 
chiesa.  Si  suole  invitarvi  i  vescovi 
viciniori,  come  lo  fu  s.  Ambrogio 
per  la  sagra  di  una  chiesa  in  Bas- 
siano, pio  costume  che  conferma  s. 
Gregorio  I,  nel  Dialog.  l.  Ili,  e.  33. 
Nella  sera  poi,  che  precede  sì  me- 
moranda giornata ,  il  vescovo  deve 
preparare  le  sagre  reliquie  per  ri- 
porle  nell'altare  da  consagrarsi ,  e 
devono  esse  chiudersi  in  una  pic- 
cola cassettina  ,  con  tre  grani  d'in- 
censo, e  colla  schedula,  che  indica 
il  giorno  e  l'anno  della  seguita  con- 
sagrazione, a  chi  si  dedica  l'altare, 
di  chi  sono  le  reliquie,  e  il  nome 
del  vescovo,  che  fa  la  sagra  cerimo- 
nia ;  di  più  deve  la  cassettina  essere 
diligentemente  sigillata, dovendosi  col- 
locare in  luogo  decentemente  ornato, 
ovvero  apperecchiato  innanzi  la  por- 
16 


ji4«  CHI 

ta  della  chiesa  ;  et  super  omafiim 
feretnim  decenter  collocaiis  cum  duO' 
bus  candelahrìs  y  et  lumitiaribus  ar- 
dentibus.  Avanti  le  reliquie  deve  il 
clero  genuflettere  tutta  la  notte,  can- 
tando i  notturni  dell'officio  di  quei 
santi  medesimi,  de'  quali  ivi  si  ve- 
nerano le  reliquie. 

Si  devono  disporre  in  oltre  nella 
chiesa  su  di  una  gran  tavola  il  sa- 
gro crisma,  e  l'olio  de'  catecumeni  ; 
due  libbre  d' incenso,  cioè  una  in  gra- 
ni, r  altra  in  polvere,  il  turibolo  col- 
la navicella  ,  ed  un  braciere  con 
fuoco,  diversi  vasetti  con  cenere,  sale 
e  vino ,  l'aspersorio  fatto  coU'erba 
d' issopo ,  e  non  trovandosi  questa 
-erba,  si  può  usare  di  qualche  altra, 
pui'chè  sia  una  di  quelle  ammesse 
dai  sagri  riti ,  almeno  nel  vecchio 
Testamento,  come  sarebbero  la  ruta, 
l'assenzio,  la  lattuga  agresta ,  il  ri- 
gamo ,  e  tutte  quelle  altre ,  di  cui 
si  fa  menzione  nella  parabola  di 
Cristo,  potendo  servire  anche  il  ba- 
silisco. In  oltre  si  debbono  preparare 
diverse  tele  ordinarie ,  una  copertina 
incerata  secondo  la  misura  dell'al- 
tare, cinque  piccole  croci  fatte  di 
candelette  di  cera ,  alcune  piccole 
spatole  di  legno  per  rascliiare  dal- 
l'altare le  combustioni,  o  abbrucia- 
menti  delle  candelette,  e  dell'  incen- 
so, ed  un  vasetto  per  collocarvi  le 
dette  raschiatvu'e.  Parimenti  vi  si  pre- 
paia  della  calcina ,  arena ,  o  te- 
gola in  polvere,  per  fare  il  cemento 
due  torcie  di  cera,  un  vaso  coll'ac- 
qua,  diversi  mantili,  alcune  midolle 
di  pane,  due  libbre  di  bombacia,  e 
due  altri  vasi  pieni  di  acqua,  diverse 
tovaglie  nuove ,  ed  altri  ornamenti 
necessari  al  servigio  divino ,  della 
chiesa  e  dell'altare.  Nelle  pareti  poi 
della  chiesa  interiore  devono  essere 
impresse  dodici  croci,  nell'altezza  da 
terra  di  dieci  palmi  circa,  cioè  dis- 


CHI 

poste  sci  per  parte,  e  a  pie  di  cia- 
scuna vi  dovrà  essere  una  cande- 
letta di  cera.  Finalmente  deesi  pre- 
parare vma  comoda  scala ,  per  la 
quale  dovrà  salire  il  vescovo,  per 
ungere  col  sagro  crisma  le  dette 
croci,  mentre  la  pila  per  l'acqua  santa 
sia  netta,  per  porvela. 

Di  buon  mattino  il  vescovo  col 
suo  abito  consueto  si  reca  in  chiesa, 
ove  subito  accendonsi  le  dodici  can- 
delette delle  croci,  e  posto  in  mezzo 
della  chiesa  il  faldistorio,  poco  di- 
poi il  vescovo  in  uno  al  popolo  ne 
esce  ,  rimanendovi  il  solo  diacono 
vestito  di  amitto,  camice,  cingolo, 
e  stola  bianca.  Chiuse  quindi  le 
porte  del  tempio,  e  recatosi  al  luo- 
go delle  reliquie,  recita  il  vescovo 
con  voce  bassa,  insieme  al  clero,  i 
sette  salmi  penitenziali,  coli' antifo- 
na :  Ne  reminiscarìs  etc,  senza  le  li- 
tanie, vestendosi  intanto  di  amitto, 
camice,  cingolo,  stola,  piviale  di  co- 
lor bianco,  colla  mitra  in  capo,  e 
col  pastorale  nella  sinistra.  Egual- 
mente un  secondo  diacono  si  veste 
di  amitto,  camice,  cingolo,  e  stola 
bianca,  ed  il  suddiacono  fa  altret- 
tanto, meno  la  stola;  gli  accoliti, 
ed  altri  ministri  assumono  le  cotte. 
Terminata  la  recita  dei  sette  salmi, 
il  vescovo  ritorna  co'  sagri  ministri 
innanzi  la  porta  della  chiesa,  ed  ivi 
essendovi  altro  faldistorio  sopra  un 
tappeto,  depone  il  pastorale,  e  la 
mitra,  e  dà  principio  all'antifona: 
Adesto  Deus  uiius  etc. ,  che  viene 
proseguita  dal  coro;  indi  dopo  breve 
orazione,  ripresa  la  mitra,  genu- 
flette, e  si  cantano  le  litanie,  sino 
al  versetto:  Ab  omni  malo,  libera 
nos  Domine  etc.  Allora  il  vescovo 
alzatosi  in  piedi ,  fa  la  benedizione 
dell'acqua,  e  del  sale,  come  notam- 
mo di  sopra,  e  con  quella  asperge 
sé,  ed  il  popolo.  Da  questa  benedi- 


CUT 

xione,  egli  passa  colla  mitra  in  ca- 
po, preceduto  da  due  accoliti  con 
candellieri  e  candele  accese,  a  bene- 
dire le  mura  esteriori  della  chiesa 
nella  parte  superiore,  ed  anche  il 
cimiterio,  se  vi  fosse,  incominciando 
dalla  parte  destra,  e  dicendo  :  In 
nomine.  Patrìs  etc.  Quindi  finito  che 
abbia,  si  conduce  alla  porta  maggio- 
re, e  deposto  1'  aspersorio  e  la  mi- 
tra, recita  un'orazione;  indi  ripresa 
la  mitra,  batte  la  porta  colla  punta 
del  pastorale,  ed  intona:  AttoUite 
portas  prìncìpes  vestras,  rispondendo 
il  diacono  di  dentro:  Quis  est  iste 
Rex  gloHce?  e  quantunque  il  vesco- 
vo replichi  :  Dominus  fortis  et  potens 
etc,  lascia  ivi  il  pastorale,  ritorna 
la  seconda  volta  dalla  medesima 
porta  destra  a  benedire  il  cimiterio 
e  la  chiesa,  ma  vicino  a'fondamenti, 
dicendo  come  sopra ,  e  batte  anche 
di  poi  la  porta  replicandovi  i  con- 
sueti versetti.  Indi  passa  alla  terza 
benedizione,  che  principia  dalla  parte 
sinistra  nelle  mura  di  mezzo,  e  pro- 
seguendo a  benedire  anco  il  cimite- 
rio, in  fine  si  conduce  nuovamente 
alla  porta,  facendo  le  dette  interro- 
gazioni; finalmente  apresi  la  porla, 
ed  allora  il  vescovo  con  un  segno 
di  croce,  che  fa  colla  punta  del  pa- 
storale sulla  soglia,  dice  ad  alta  voce: 
Ecce  crucis  signum,  fagiani  phan- 
tasniata  cuncta. 

Entrato  in  chiesa  il  vescovo  con 
alcuni  sagri  ministri ,  annunzia  la 
pace  del  Signore,  e  si  chiude  subito 
la  porta;  indi  il  vescovo  recasi  in 
mezzo  della  chiesa,  depone  il  pasto- 
rale e  la  mitra ,  genuflette  sul  ge- 
nuflessorio  ivi  preparato,  verso  l'al- 
tare maggiore ,  intonando  l'  inno  : 
Veni  Creator  spìritus,  che  mentre  si 
prosegue  dal  coro,  dai  sagri  ministri 
vanno  formandosi  sul  pavimento 
due  linee  in  forma  di  croce  trasver- 


CHI  243 

sale  colla  cenere,   ovvero  se  la  chiesa 
fosse  molto  grande,  si  possono  for- 
mare,   in  luogo  della    prima    linea, 
ventiquattro  areole  con  egual  distan- 
za l'una  dall'altra,  ed  in  luoga  della 
seconda  linea,  se  ne  possono  formare 
venti  tre ,    tutte   colla    stessa   cenere. 
Ciò  fatto  e  compito,  il  vescovo  ge- 
nuflette   colla    mitra    in    capo,    e    si 
incominciano    di    nuovo    le    litanie, 
nelle  quali  si  nomina  due  volte  quel 
santo,  in  onore  di  cui  si  dedicano  la 
chiesa  e  l'altare,    e  quei   parimenti 
le  reliquie   dei    quali    si   devono  ivi 
collocare.    Recitato    il    versetto:     Ut 
omnibus  Jidelihus  defunctis,  il  vesco- 
vo alzatosi  in  piedi ,  e  col  pastorale 
nella  sinistra ,  dice  con  tono  alto  :  Ut 
locum  istuni  visitare  digneris,  etc,  e 
poi  anche  :  Ut  in  eo  angelorum  custO' 
diam  deputare  digneris,  etc,  indi  col- 
la destra,  forma  sopra  la  chiesa,  e  l'al- 
tare tre  segni  di  croce,  un  dopo  l'al- 
tro, dicendo  le  seguenti  parole:   Ut 
Ecclesiam,  et  altare  hoc  ad  honorem 
tuum,  et  nomen  sancti  N.  consecran- 
da,    benediccre  digneris  etc.  :    Ut  Ec' 
clesiam    et    altare   hoc  ad   honorem 
tuum,  et  nomen  sancti  IV.  consecran- 
da,  henedicere,  et  sanctijicare  digneris 
etc.  :   Ut  Ecclesiam  et  altare  hoc  ad 
honorem  tuum,    et  nomen  sancti  iVI 
consecranda^  henedicere,  sanctificarey 
et  consecrare  digneris  etc  Deposto  di 
poi    il  pastorale,    genuflette    sino  al 
termine  delle  litanie,  e  dopo  alcune 
orazioni,  che  recita  in  piedi,  intona 
l'antifona:    O   quam   metuendus  est 
locus  iste,  proseguendosi  col  cantico, 
Benedictus  etc.  Questo  cantico  si  re- 
cita   alternativamente     con    pausa, 
mentre  in  questo  intervallo  di  tem» 
pò,  il  vescovo,  colla  mitra  in  capo, 
e  colla  punta  del  pastorale,  comincia 
a  scrivere  sopra  l' areole,  l'alfabeto 
greco  e    latino ,    cioè    dall'  angolo  a 
pie  della  chiesa,   alla   mano  sinistra 


i»44  CHI 

di  chi  entra,  sino  all'angolo  destro, 
verso  l'altare,    le    lettere   greche;  e 
dall'angolo  destro,  alla  mano  di  chi 
entra  parimenti  sino  al  sinistro,  quel- 
le latine,    la    cui    figura   il  Cecconi 
riporta  a  pag.  4i'  Terminata  questa 
cerimonia,  si  reca  il  vescovo  avanti 
l'altare  che  deve  consagrarsi,  e  de- 
posta la  mitra  e  il  pastorale,  genu- 
flesso   intona   il   versetto:    Deus,  in 
adjutorium,   si    alza    in  piedi,    e  ri- 
sponde il  coro.  Domine^  ad  adjuvan- 
dum,  senza  VAlleluja.   Ciò  si  prati- 
ca nella  medesima   maniera  e  nello 
stesso  luogo  per  la  seconda  e  terza 
volta,  con  voce  sempre  più  alta.  Di 
poi  fa  la  benedizione  dell'acqua,  col 
sale,   cenere    e  vino,  incominciando 
l'esorcismo  del  sale,  e  proseguendo 
quello    dell'  acqua;    benedice   anche 
la   cenere,   che   viene    mischiata  col 
sale  in  forma  di  croce,  dicendo:  Coni- 
mixtio  salis,  et  cineris  etc.  Preso  poi 
un  po'  della  mistura   di    sale  e  ce- 
nere, la  infonde  tre  volte  nell'acqua 
in  forma  di  croce,  dicendo  per  ogni 
croce:   Commixtio  salis,  cineris  et  a- 
quce,  etc;  indi  benedetto  il  vino, l'in- 
fonde parimenti  in  forma  di  croce  col- 
l'acqua,  dicendo  :  Commixtio  vini,  sa- 
lis, cineris,  et  aquoe  pariter  fiat  in  no- 
mine Patris,  et  Fila,  et  Spiritus  Sancii, 
etc.  Colla  mitra  in  capo  il  vescovo  re- 
cita una  lunga  orazione  sopra  la  pre- 
detta acqua,  e  dopo  le  parole:  Stahi- 
litas  parictum,  fa  due  cioci ,  coli'  e- 
stremità    del    pastorale,    una    nella 
parte    superiore,    ed   un'altra    nella 
parte  inferiore,    di   dentro    la  porla 
della  medesima  chiesa ,  e  deposto  il 
pastorale,    seguita  la  detta  orazione 
avanti  la  porta;    allorquando   poi  è 
finita,  torna  avanti  l'aitar  maggiore 
recitando  altra  orazione. 

Indi  procede  all'altare,  ed  inco- 
mincia la  consacrazione  del  medesi- 
mo.   Dopo    l'antifona:    Jntroibo   ad 


CHI 
altare  Dei,    immergendo    il    pollice 
destro  nella  detta  acqua,  forma  un 
segno  di  croce  in  mezzo  alla  tavola 
dell'altare,  dicendo  :  Sanctificctur  ìioc 
altare  etc,  e  colla  medesima  acqua 
fa    altre    quattro    croci    nelle   parti 
laterali  del  medesimo,    ripetendo  in 
ciascuna  croce  Sanctificetar  etc  Col- 
r aspersorio  d'erba  d'issopo,  e  colla 
medesima  acqua  asperge  sette  volte 
la    mensa    e    lo    stipite  dell'  altare, 
cantando    il    versetto.    Asperges    me 
hyssopo  etc,  insieme  col  salmo  Mise- 
rere,  il  quale  dividesi  per  ogni  asper- 
sione in  tre   versetti.    Dall'  altare  il 
vescovo    passa   a   benedire  tre  volte 
le  mura   interiori  della  chiesa  nella 
seguente  maniera.  Intona  l'antifona  : 
Hcec  est  domus  Domini  etc,  col  sal- 
mo Lcetatus  sum  in  his  etc,  e  pro- 
seguendo il  coro,  principia  egli  colla 
mitra  in  capo  dalla  parte  destra  di 
dietro    l'aitar  maggiore,    e   girando 
intorno  le  mura  interiori,  l'asperge 
nella  loro  parte  inferiore,  più  vicina 
alla  terra,  ritornando  sino  al  luogo 
dietro  l'altare,  donde  partì.   Inoltre 
intonando  r  altra  antifona:   Exurgat 
Deus,  col  salmo,  In  Ecclesiis  hene- 
dieite    Deo    Domino,    avvertendo  di 
lasciare  il  Gloria  Patri,  in  ciascuno 
di  detti  salmi,  passa  per  la  seconda 
volta ,    e    per    la    medesima    parte , 
come    sopra,    ed    asperge    le   pareti 
nel    mezzo,    ritornando    in    fine    al 
luogo  da  cui  parfi.  Per    ultimo,  co- 
minciata l'antifona    Qui  luihitat,  con 
tutto  il  salmo,  partendo  dalla  parte 
sinistra,  asperge  le  dette  pareti,  ma 
più  in  alto  di  quel   che  fece  la  se- 
conda   volta,    ritornando    al    luogo 
donde   era    partito.    Benedice    anche 
il  pavimento  di   mezzo,  principiando 
dall' aitar  maggiore,  sino   alla  porta, 
e    dipoi   j)cr  traverso,    da   un   muro 
air  altro,  e  intanto  si  aml.mo  diverse 
antifone,  le  quali  terminate,  stando 


CHI 

il  vescovo  in  mitra  nel  mezzo  della 
chiesa  verso  l'altare  maggiore,  dice: 
Fidit  Jacob  scalam  etc,  che  prose- 
guesi  dal  coro,  ed  asperge  coll'acqua 
benedetta  il  pavimento  della  chiesa, 
verso  l'oriente,    l'occaso,  l'aquilone 
e  l'austro.    Ciò    terminato,  deposta 
la   mitra,    e    stando    nel    medesimo 
luogo,   rivolto  però  alla  porta  prin- 
cipale della  chiesa,  recita  due  brevi 
orazioni ,    che    vengono    seguite    col 
canto  del  prefazio.    Indi  colla  mitra 
in  capo,    avanti  l'altare,    coll'acqua 
benedetta  forma  il  cemento,  che  de- 
posta la  mitra  benedice,    e    postolo 
in  disparte,    getta    l'acqua  avanzata 
intorno  la  base  dell'altare. 

Dipoi   il  vescovo  esce  dalla  chie- 
sa insieme  col  clero,  portando  seco 
il  crisma,  che  viene  collocato  avanti 
la    porta    della    cluesa ,    si    conduce 
processionalmente  al  luogo  delle  re- 
liquie ,  e  sì  prima  che  dopo  l'ingres- 
so a  detto  luogo,  si  recitano  diverse 
orazioni.  Poscia  colla  mitra  in  capo 
pone  l'incenso  nel  turibolo,  e  procede 
la  processione    nel    seguente   modo. 
Precedono  due  ceroferari  con  cande- 
le accese,  indi  la  croce,  il  turiferaiio, 
che  di  continuo  deve  incensare,  al- 
cune fiaccole  accese,  quattro  sacerdoti 
portando    la  cassetta  colle  reliquie, 
e  per    ultimo    il   vescovo    con  altri 
suoi    ministri.    In  questo    tempo   si 
cantano  diversi  versetti ,    e  replicasi 
il  Kyrie  eleison,  mentre  il  vescovo 
gira  per  la  chiesa  colle  reliquie.  Col- 
locatesi queste  in  una  parte  più  pro- 
pria del  portico,  presso  la  porta,  il 
vescovo    siede    sul    faldistorio    colla 
mitra  in  capo,  e  pronunzia  un  scia- 
mone analogo  alla  sagra  funzione;  in- 
di l'arcidiacono,  o  altri,  legge  con  alta 
voce  i  due  analoghi  decreti  del  con- 
cilio di  Trento.  Termina  il  vescovo, 
interrogando  il  fondatore,  o  chi  ha 
presieduto  alla  fabbrica ,   intorno  il 


CHI 

numei*o  de'  sacri  ministri ,    e 


245 


della 

dote  sufficiente  al  mantenimento  del 
suo  culto  e  servigio,  e  fattone  pubbli- 
co rogito,    gli    prega    da  Dio    ogni 
bene.  Si  dice  allora  dal  coro  l'anti- 
fona:   Erit  mihi  Dominus,  e  quindi 
il  vescovo  colla  mitra  in  capo  passa 
a  segnare    la    porta    esteriore   della 
chiesa    col  sagro    ci'isma ,    dicendo  : 
In  nomine    Patrìs,    et  Filii,  et  Spi- 
ritus  sanctiy  porta  sis  benedicta,  snn- 
ctificata,  consecrata,  et  Domino  Deo 
commendata,  e  procedendo  la  pro- 
cessione, cantasi  dal  coro  l'antifona  : 
Ingredimini   sancii    Dei,    preparatii 
est  enini    a   Domino   habitatio  sedis 
vestrce ,  e  terminatosi  il  giro  per  la 
chiesa,    si    pongono    le   reliquie    in 
disparte  ,  vicino  all'  altare  maggiore 
con   lumi    accesi ,    dicendosi    diversi 
salmi  e    versetti .   Quivi  il     vescovo 
colla  mitra  in  capo  consacra    il  se- 
polcro ,    o    sepolciino ,    o  confessio- 
ne dell'altare  ove  devono  riporsi  le 
reliquie,  e  col  sacro  crisma  unge  le 
quattro  parti  dello   stesso    sepolcro, 
dicendo  in  ciascuna  :    Consecretur,  et 
sanctificetur  hoc  ,scpulcrum.    In  no- 
mine Patrìs,  et  Filii,  et  Spiri tus  San- 
cii. Pax  huic  domai.  Indi,  deposta 
la  mitra,  va  a  prendere  la  cassetta 
delle  reliquie  sigillata,  e  con    vene- 
razione la  ripone  nel  sepolcro,  can- 
tandosi   dal    coro    l' antifona  :    Sub 
altare    Dei    sedes  accepistis   Sancii 
Dei,  etc,  ed  incensa  le  reliquie  rin- 
chiuse. Ripresa  la  mitra,  piglia  colla 
mano  sinistra  la    lapide,    o"   tavola, 
che  deve  chiudere  il  sepolcro,  e  di 
sotto    nel    mezzo    forma    la    croce 
col  crisma,  dicendo:   Consecretur  et 
sanctificetur  haec    tabula    (  vel    hic 
lapis)  per  islam  unctionem,  et  Dei 
benedictionem,  indi  pone    la  tavola 
sul  sepolcro,  cantandosi    l'  antifona  : 
Sub  altare  Dei.  Riprende  il  vesco- 
vo la  mitra,  e  col  cemento,  aiuta- 


246  CHI 

to  dai  muratori,  ferma  la  tavola,  e 
quindi  fa  il  vescovo  col  crisma  un 
segno  di  croce  sulla  tavola,  o  pietra 
dell'  altare  ,  dicendo  :  Signetur,  san- 
ctìjìcetiir  hoc  altare,  etc. 

Cantandosi  dal  coro    il  versetto  : 
Sletìt   angelus  j'uxta    aram    templi 
habens  thuribulum ,  etc,    il  vescovo 
colla    mitra    incensa    l' altare    nelle 
quattro  parti,  cioè  dalla  destra  alla 
sinistra,  avanti,   e  di  sopra,  e  dopo 
breve  orazione  va  a  sedere,  e  i  mi- 
nistri puliscono,  con  diversi  panni, 
la  mensa.    Ciò    fatto ,    di    nuovo  il 
vescovo    incensa    sopra    la  mensa  a 
modo  di  croce ,  in  mezzo ,    e  nelle 
parti  laterali,  pone  altro  incenso  nel 
turibolo ,    lo   benedice ,  e  lo  dà  ad 
un  sacerdote,   che   comincia  ad  in- 
censare l'altare  intorno,  nella  qual 
cerimonia  deve    sempre    continuare 
sino  all'ultimo    della    sagi'a ,    eccet- 
tuatone però  il  tempo    nel  quale  il 
vescovo  dee  incensare,   perchè  allo- 
ra, e  solo  in  quel    caso,  desiste    da 
una  si    divota     e  misteriosa  azione. 
Ritornando  al  vescovo,  egli  incensa 
intoi'no    l'altare    cominciando    dalla 
parte  destra,  e  proseguendo  per  tre 
volte  coU'accompagnamento  della  re- 
cita del   versetto  :    Dìrigatur   oratio 
inea;  e  finita  l' incensazione ,   canta 
l'antifona:    Erexit  Jacob,    col    sal- 
mo Quam  dilecta,  e  mentre  si  can- 
ta dal    coro,    il    vescovo    infonde  il 
pollice    destro    nell'  olio    de'  catecu- 
meni, facendo  con  quello  cinque  cro- 
ci sulla  mensa  dell'altare,  in  quella 
parte  e  luogo,  ove  si  erano  fatte  le 
croci  coir  acqua  benedetta,  e  ad  alta 
voce  dice;  Sanctijicetur,  et  conscrre- 
tur  lapis  iste.  In  nomine  Paliis,  etc. 
Dipoi  preso  il  tiu-ibulo  dal  sacer- 
dote che  incensava ,    vi  pone  e  be- 
nedice altro  incenso,  e  detta  l'anti- 
fona Diriga  tur,  incensa  intorno  una 
sola  volta  l'altare  dalla  parte  destra. 


CHI 

Intonata  l'antifona:  Mane  surgens  Ja^ 
cob,  che  prosegue    il  coro    col   sal- 
mo: Bonum  est   corifileri,    col    me- 
desimo olio   de'  catecumeni,    forma 
per  la  seconda    volta    altre    cinque 
croci,  in  que'  medesimi  luoghi,  ripe- 
tendo come  sopra:  Sanctijicetur,  etc, 
ed    incensa    pure    l' altare    intorno. 
Comincia  l'  altra  antifona  ;    Unxit  te 
Deus,  che  si  prosegue  dal  coro  col 
salmo    Eructavit,  ed   in  questo  tem- 
po fa  cinque  croci  col  crisma ,    col 
pollice  destro,  e  coli'  ordine  soprad- 
detto. Finita  tale  unzione  ,    intona  : 
Dirigatur    oratio    inea,   ed    incensa 
intorno  l'altare  una  sol  volta,  prin- 
cipiando dalla  sinistra.  Eccitata  unsi 
breve  d'azione,  intona  :  SanctijlcaviL 
Dominus    tabernaculum   suum,  etc., 
e   si    seguita    dal    coro    col    salmo: 
Deus,  refugium  nostncm,  spandendo 
intanto    sopra    tutta  la    mensa    del- 
l' olio  dei  catecumeni  e  del   crisma, 
e  colla  mano  destra  diligentemente 
procura  di  ungere  tutta    la  mensa, 
cantando  l'antifona:  Ecce   odor  Ji- 
lii  mei,  che  il  coro  seguita  col  sal- 
mo :    Fundamenta   ejus  ;   indi   into- 
na, Lapides  pretiosi,  e  seguitando    il 
coro  col  salmo  :  Lauda   Jerusalem, 
colla    mitra    in     capo    principiando 
dietro    l' altare ,    e    seguendo    dalla 
parte  destra,  dà  principio  a  forma- 
re   in    ciascuna    delle    dodici  croci , 
impresse  nelle  pareli ,    un  segno  di 
croce,  col  crisma,    e    dice  :    Sancti- 
jicetur, et  consecretur  hoc  templunt  : 
in    nomine  Patris,  et   Filii    et    Spi- 
rilus    Sancti,    in     honorem    Dei    et 
gloriosae    Vìrginis     Maria  e ,    atquc 
omnium  Sanctorum,  ad  nomen,    ei 
memoriam    Sancti    N.  Pax    tibij  e 
dopo  aver  unta  ciascuna    croce,  la 
incensa  tre  volte.   Ritornato    all'  al- 
tare, r  incensa  dicendo  :    Aedijicavit 
Moyses,    e    benedice    alcuni     grani 
d'incenso  coli'  aqua  benedetta,  e  con 


CHI 

quelli  forma  cinque  croci ,  in  quei 
luoghi  medesimi  già  consacrati  colle 
sacre  unzioni.  Sopra  ciascuna  delle 
dette  croci  d' incenso,  vi  pone  una 
piccola  crocetta  fatta  di  sottile  can- 
dela, indi  le  accende  tutte  insieme, 
e  mentre  ardono  tutte  con  quell'in- 
censo,  deposta  la  mitra ,  canta  ge- 
nuflesso :  Alleluja,  Veni  sancte  Spi- 
rilus,  avvertendo  che  l' AUtluja  si 
lascia  quando  fosse  tempo  di  settua- 
gesima,  o  quadragesima.  Consuma- 
to poi  quel  sacro  e  misterioso  fuo- 
co, che  si  va  accompagnando  con 
alcune  orazioni,  per  mezzo  di  uno 
de'  ministri  si  radono  le  ceneri 
con  ispatole  di  legno ,  per  riporle 
nel  sacrario.  Ed  il  vescovo,  dopo 
breve  orazione,  canta  ad  alta  voce 
il  pi'efazio ,  finito  il  quale  intona 
l'antifona  :  Coixfìrma  hoc  Deus  ;  e 
seguitando  il  coro  col  salmo  Exiir^ 
gat  Deus,  eie,  colla  mitra  in  capo 
forma  anche  quattro  ci-oci  col  crisma 
sopra  i  quattro  angoli ,  o  congiun- 
zioni della  mensa  col  detto  altare, 
dicendo  in  ciascuna  croce  :  In  no- 
mine Patris,  eie,  che  termina  con 
breve  orazione,  senza  mitra.  Indi  i 
ministri  con  diligenza  asciugano  l'al- 
tare, e  il  vescovo  passa  a  sedere  al 
faldistoiio,  presso  l'altare,  e  ripresa 
la  mitra,  si  lava  le  mani  colla  mi- 
dolla del  pane. 

Poscia  ha  luogo  la  benedizione 
delle  tovaglie  nuove,  dei  vasi,  ed 
altri  arredi  e  ornamenti  della  chie- 
sa, e  dell'altare.  Ciò  fatto,  si  copre 
tutto  l'altare  con  un  panno  di  lino 
incelato,  e  sopra  si  pongono  le  altre 
tovaglie  bianche,  con  alcuni  orna- 
menti benedetti,  e  in  fine  la  croce 
co'  suoi  caiidellieri,  mentre  dal  coro 
cantasi  l'antifona  :  Circunidate,  levi- 
tele, altaiv  Domini  Dei,  vestile  ve- 
stinientis  albis  :  estote  et  vos  canen- 
tcs  hymnuni  novuni  dicentes  :    Alle- 


CHr  247 

lu/a,  etc,  con  altre  preci,  ed  ora- 
zioni. Sale  intanto  il  vescovo  all'al- 
tare, depone  la  mitra,  fa  riverenza 
alla  croce ,  ed  intona  l' antifona  : 
Omnis  terra  adoret  te,  Deus,  et  psal- 
lat  libi,  psalniuni  dicat  nomini  tuo. 
Domine.  Mentre  si  canta  tale  anti- 
fona, il  vescovo  incensa  sopra  l'al- 
tare in  modo  di  ci'oce,  Io  che  fa 
tre  volte,  ripetendo  sempre  in  cia- 
scuna l'antifona ,  che  termina  con 
due  brevi  orazioni.  Quindi  si  reca 
nella  sagrestia,  ove  deposto  il  pivia- 
le, si  veste  co'  paramenti  pontificali 
di  color  bianco,  e  ritornando  in 
chiesa  dà  principio  alla  messa  so- 
lenne, che  deve  dirsi  del  giorno  del- 
la sagra,  ed  infine  comparte  al  po- 
polo la  benedizione,  licenziandolo, 
colla  pubblicazione  dell'  indulgenza  ; 
e  recatosi  in  sagrestia,  si  spogUa  dei 
paramenti  sagri,  e  ripresi  gli  abiti 
prelatizi i ,  termina  la  solenne  ceri- 
monia. 

Lungo  sarebbe  qui  descrivere  le 
mistiche  spiegazioni,  che  i  santi  pa- 
dri, e  i  dottori  danno  ai  riti,  e  al- 
le cerimonie  della  sagra ,  o  conse- 
crazione  della  chiesa,  che  il  Cecco- 
ni  riporta  ai  capi  X  e  XI,  ed  il  p. 
Galluzzi,  //  rito  di  consegrare  le 
chiese  al  capo  IV ,  laonde  diremo 
compendiosamente  le  principali.  I  sa- 
cri dottori  pertanto  non  dubitarono 
di  asserire,  che  la  consacrazione  del- 
la chiesa ,  è  una  delle  più  grandi 
sacre  funzioni  ecclesiastiche ,  come 
l'icavasi  dai  sermoni  de'  santi  padri, 
e  dai  trattati  liturgici  de'  più  ce- 
lebri autori ,  dimostrando  la  ec- 
cellenza e  nobiltà,  che  racchiude  si 
misteriosa  e  bella  funzione,  tutta  di- 
retta a  far  rispettare,  e  venerare 
la  casa  di  Dio.  Si  premettono  le  vi- 
gilie, i  digiuni,  e  le  orazioni  affine 
di  prepararsi  agli  esorcismi  contro 
il  demonio.  Le  reliquie    rappresen- 


a48  CHI 

tano  i  nostri  santi,  e  perchè  gli  ab- 
biamo sempre  in  mente,  e  nel  cuo- 
re, si  ripongono  nella   cassetta    con 
tre  grani    ci'  incenso.    Si    preparano 
le  descritte  cose  su    d'una    tavola, 
figura  dello    sposalizio,    che  celebra 
il  vescovo  colla  chiesa  spiritualmen- 
te ,  rappresentando  le  diverse    cose, 
le  principali  virtù    che  abbiamo  da 
esercitare,  e  la  nostra  santificazione, 
mentre  la  scala  per  la  quale  ascen- 
de il  vescovo  alla  unzione  delle  do- 
dici croci ,    ci   ricorda  che  1'  ultimo 
e  primario  nostro  fine  è  il  paradiso. 
Le  dette  croci,  e  le  altrettante  can- 
dele significano  i  dodici  apostoli ,  i 
dodici  patriarchi,  o  i  dodici  profeti, 
che  sono  la  guida  della  Chiesa.  Inol- 
tre neir  unzione  delle  dodici  croci , 
in  altrettanti  luoghi  distribuite  sulla 
muraglia,    consiste    formalmente    la 
consacrazione ,    e   diconsi  la  chiesa , 
e  le  sue  mura  consacrate,  come  no- 
ta s.    Agostino   lib.    4-    contro.   Cre- 
scen.   Gràmmat.    e.  ^o.    Si    chiude 
la  chiesa  per  figurare  la  celeste  Sion- 
ne,  ove  non  si  entra ,  se  non  pur- 
gati da  ogni   imperfezione ,    e    colle 
diverse  preci  s'invoca  l'aiuto  de'  san- 
ti,    e    il   lume  dello  Spirito  Santo. 
Il  girare,  che  fa  tre  volte    il  vesco- 
vo, in  uno  al  clero,  per    la  chiesa, 
vuoisi  alludere  al  giro,  che  fecero  i 
sacerdoti  coU'arca,  intorno  alle  mura 
di  Gerico ,    non    perchè  cadano    la 
mura  della  chiesa,  ma  perchè  venga 
fiaccala  la  superbia  del  demonio,  e 
la  sua  potenza,  mediante    l'invoca- 
zione di  Dio,  ed  alla    replica    delle 
sacre   preghiere    non    meno    efficaci 
delle  trombe  degli  antichi  sacerdoti, 
o  leviti.  Le  ti-e  percosse,  che   dà  il 
vescovo    colla    punta    del   pastorale 
alla  soglia  della  porta,  ci  dimostrano 
la  podestà  del    Redentore    sopra  la 
sua  Chiesa,  non  che   la   dignità  sa- 
cerdotale,   che    il    vescovo    esercita. 


CHI 

L' alfabeto  greco  e  latino  figura  l'an- 
tica unione  de'  due  popoli,  prodot- 
ta dalla  croce  del  medesimo  Reden- 
tore ;  e  lo  scrivere,  che  fa  il  vesco- 
vo colla  punta  del   pastorale,  signi- 
fica la  dottrina,  e  il  ministero  apo- 
stolico :  la  forma  poi  di  questa  scrit- 
tura indica  la  croce,  che  deve  esse- 
re l'ordinario ,  e  principale  oggetto 
d' ogni  scienza  de'  suoi  fedeli,  mas- 
sime quando  stanno  ne'  sacri    tem- 
pli; significa  inoltre  la  credenza,  e      j^ 
fede  di  Cristo  passata  dai  giudei  ai 
gentili,  e  da  questi  trasmessa  a  noi. 
Tutte  le  benedizioni  sono  ripiene  di 
religiosi ,    e  commoventi  significati , 
come  lo  sono  tutte  le  cose,  che  ado- 
peransi    nell'  augusta    funzione.    Le 
sacre  unzioni,  colle  quali  s'imbalsa- 
mano l'altare,  e  le  pareti  della  chie- 
sa, significano  la  grazia    dello    Spi- 
rito Santo,    che  non  può  arricchire 
il  mistico  tempio   della  nostra    ani- 
ma, se  prima  non  è  mondata  dalle 
sue  macchie,  che  ajuta  la  nostra  de- 
bolezza, e  ci  facilita  il  peso  della  croce. 
Termina  la  funzione    colla    benedi- 
zione,   secondo  lo    stile    della  santa 
Chiesa,  la  quale  sempre  incomincia 
le  sue  azioni    colla    benedizione    di 
Dio,  e  con  esse  le  termina,  giacché 
tutto  principia  da   Dio ,    e    in    Dio 
finisce.  Si  compie  col  sagrifizio  non 
solo    per    eseguire   il   pontificio  de- 
creto di  s.  Igino,  ma  perchè  non  è 
sacrifizio  compito,  ove    colla    messa 
non  si  consuma  interamente    anche 
la  vittima ,    sebbene   la  messa    non 
sia  di  essenza  e  necessità   alla  con- 
sacrazione. 

Nelle  chiese  si  debbono  fabbrica- 
re uno  o  più  altari,  secondo  la  ca- 
pacità, e  la  grandezza  delle  mede- 
sime, i  quali  però  non  debbono  es- 
sere di  legno,  ma  di  marmo.  Seb- 
bene poi,  come  dicono  alcuni  teolo- 
gi, non  sia  di    assoluta   necessità  il 


CHI 

porvi  le  reliquie  ,  ciò  nondimeno  è 
bene,  secondo  il  p.  Galluzzi  p.  36, 
osservare  la  consuetudine  della  Chie- 
sa, che  usa  generalmente  questo  rito, 
poiché  per  tali  reliquie  sono  mag- 
giormente degne  di  venerazione  le 
chiese,  e  gli  altari  consacrati.  Sul 
cerimoniale  e  rito  di  consacrare  una 
chiesa ,  contempoi'aneamente  a  di- 
versi altari,  si  vegga  la  costituzio- 
ne Peracta  a  nobis^  emanata  da 
Benedetto  XIV  a'  16  novembre 
1748,  Bull.  Magli,  tom.  XIX,  Jp- 
pend.  I,  p.  i4)  e  diretta  all'abbate 
di  Kempten.  In  occasione  pertanto 
eh'  egli  consacrò  la  chiesa  di  s.  A- 
pollinare,  coU'assistenza  di  tutti  i  Car- 
tliiiali,  per  accrescerne  la  maestà,  di- 
chiarò con  molta  erudizione,  di  aver 
seguito  r  esempio  di  altri  Ponte- 
fici neir  aver  consacrato  V  altare 
maggiore,  e  di  aver  fatto  consacra- 
re gli  altri  altari  dal  Cardinal  ve- 
scovo ,  consocio  della  consacrazio- 
ne, a  cagione  della  debolezza  delle 
sue  ginocchia.  Della  benedizione  poi 
della  chiesa,  e  consacrazione  del  suo 
altare  principale,  cominciata  dagli 
altri,  e  compita  dal  sommo  Ponte- 
fice, ne  abbiamo  il  recente  esempio 
cui  andiamo  ad  accennai'e,  non  solo 
per  dar  un'  idea  del  come  celebrasi 
da  un  Papa  la  funzione ,  ma  per 
venerazione  ad  una  delle  prime  ba- 
siliche del  cristianesimo. 

Incendiatosi,  a'  i5  luglio  iSsS  , 
r  augusto  tempio  della  patriarcale 
basilica  di  s.  Paolo  nella  via  ostiense, 
accorsero  alla  sua  splendida  riedi- 
ficazione, oltre  la  pietà  de'  fedeli,  i 
Pontefici  Leone  XII,  Pio  Vili,  e 
Gregorio  XVI  regnante,  sotto  di 
cui  si  sono  portati  a  felicissimo 
compimento  i  lavori  della  nave  tra- 
versa, mentre  quelli  della  nave  gran- 
de pi'og  redi  scono  con  alacrità,  an- 
che essi  sotto  il  magistero  del  cav. 


CHI  349 

Luigi  Poletli,  architetto  direttore  del- 
la risorta  basilica.  Volendosi  pertan- 
to dal  medesimo  Papa  Gregorio 
XVI  riaprire  al  culto  divino,  e  al- 
l'onore del  dottor  delle  genti ,  tal 
tempio  costantiniano ,  cioè  la  detta 
nave  traversa,  col  benedirla  e  con- 
sacrare l'altare  pontificio  sotto  del 
quale  vi  sono  le  spoglie  mortali  del 
santo  apostolo,  stabili  per  la  cele- 
brazione di  tal  funzione  il  d\  5  ot- 
tobre 1840,  giorno  anniversario  del- 
la coronazione  di  Leone  XII ,  che 
lo  aveva  elevato  al  Cardinalato ,  il 
quale  pure  fu  il  primo  ad  ordina- 
re la  riedificazione  della  celebratis- 
sima  basilica.  La  funzione  s'inco- 
minciò dal  p.  abbate  d.  Giovanni 
Francesco  Zelli  del  contiguo  moni- 
stero  di  s.  Paolo,  fu  proseguita  dal 
Cardinal  Anton  Domenico  Gambe- 
rini,  come  vescovo  suburbicario  più 
atto  alla  lunga  cerimonia,  ed  il  Pa- 
pa stesso  ne  diede  compimento,  lo 
che  avvenne  nel  modo  seguente. 

La  mattina  precedente,  il  detto 
abbate  benedettino,  autorizzato  con 
pontificia  facoltà,  vestito  degli  abiti 
pontificali,  e  preceduto  dalla  croce, 
e  da'  suoi  monaci  cassinesi,  si  con- 
dusse nel  nuovo  portico,  che  intro- 
duce lateralmente  alla  nave  traver- 
sa, ove,  come  prescrivesi  nel  rituale 
romano,  diede  principio  alla  sacra 
cerimonia  della  benedizione  di  essa 
nave,  intuonando  la  prima  orazione. 

Proseguendosi  quindi  col  canto 
gregoi'iano  dai  prefati  monaci,  eb- 
bero luogo  le  aspei'sioni  coli'  acqua 
benedetta  nelle  mura  esterne ,  gi- 
randosi processionalmente  al  di  fuo- 
ri di  quella  nave  :  ed  entratovi  poi 
per  la  parte  destra  del  portico  il 
p.  abbate,  ne  benedisse  le  interio- 
ri pareti.  Alle  quali  aspersioni  suc- 
cedettero le  altre  preci  dette  avanti 
l'altare  della  confessione,  con  la  be- 


25o  CHI 

riedizione,  cui   il    medesimo    abbate 

Zelli  compartì  dall'altare  stesso. 

Quindi  nel  dìi  seguente,  fu  dis- 
posta la  basilica  in  modo  di  cap- 
pella Papale,  sì  per  la  esposizio- 
ne del  ss.  Sacramento  nella  cap- 
pella ove  si  adorava  prima  dell'in- 
cendio della  basilica  ;  sì  per  la  ca- 
Inera  de'  paramenti  sacri ,  nel  sito 
dell'antica  sagrestia  de'  monaci;  sì 
pel  trono  pontificio  in  quella  stessa 
sedia  di  marmo  ricca  di  ornati  messi 
a  oro,  stata  da  ultimo  collocata  nel 
centro  dell'abside  ad  imitazione  del- 
le prime  basiliche  della  cristianità, 
e  come  ammiravasi  nel  medesimo 
tempio  nell'anno  1600;  e  sì  infine 
per  la  disposizione  nell'abside  stessa 
degli  stalli  pei  Cardinali,  e  per  tutti 
gli  ordini  ecclesiastici,  e  per  gì'  in- 
dividui, che  hanno  luogo  nelle  pon- 
tifìcie cappelle,  a  tal  ell'etto  prece- 
dentenieiite  invitati  dai  cursori  apo- 
stolici, Ad  essi,  per  ispecial  conside- 
razione del  Papa,  furono  in  tal  cir- 
costanza aggiunti  i  monaci  bene- 
dettini cassinesi,  che  vestiti  in  am- 
pia cocolla,  ed  aventi  alla  loro  te- 
sta, e  in  cappa  il  predetto  p.  ab- 
bate Zelli,  sedevano  entro  1'  abside 
dietro  gli  stalli  dei  Cardinali  dia- 
coni, a  sinistra  del  trono  pontificale. 

Inoltre  ai  lati  dell'  altare  da  con- 
sacrarsi su  addobbate  tavole  si  po- 
sero tutti  i  vasi,  utensili,  suppel- 
lettili, ed  arredi  sacri  necessari  al- 
la cerimonia  ,  mentre  il  presbiterio, 
che  comprendeva  l' area  dell'  absi- 
de del  tetnpio,  al  recinto  intoi'- 
no  r  altare  della  confessione ,  ven- 
ne per  tutta  la  sua  vasta  estensio- 
ne ,  coperto  di  nobili  e  variati 
tappeti  ed  arazzi.  Nella  cappella  sot- 
terranea di  s.  Timoteo ,  si  pre- 
pararono le  vesti  sacre  pel  Car- 
dinale, che  doveva  dar  principio 
alle  cei-imouie,    come    pei  ministri 


COI 
della  cappella  pontificia ,  disponendo- 
si in  luogo  appartato  i  cappellani 
cantori,  e  di  prospetto  al  presbite- 
rio, nella  contrabside  della  basilica. 
In  tanta  ricchezza  di  apparecchia- 
mento, l'altare  della  confessione,  seb- 
bene affatto  nudo  secondo  i  riti  del 
pontificale,  pure  destava  la  più  vi- 
va ammirazione  e  venerazione,  nel 
rimirarsi  l'atto  solenne,  che  vi  do- 
veva compire  il  vicario  di  Gesù 
Cristo,  sopra  la  nuova  magnifica 
mensa  dell'altare  medesimo,  il  cui 
superbo  tabernacolo  fu  salvato  dalle 
fiamme  dell'infausto  incendio  del 
1823  per  volere  dell'Onnipotente, 
che  non  cessa  di  glorificare  in  tei'- 
ra   il  suo  diletto  apostolo. 

Giunta  l'ora  di  dar  principio  alla 
funzione,  avendo  preso  posto  a'  ri- 
spettivi luoghi  il  sacro  Collegio,  e 
gli  alti'i ,  il  Cardinal  vescovo  Gam- 
beri ni  si  recò  al  faldistorio  in  un 
lato  dell'  altare  da  consacrarsi  ;  ed 
assistito  dai  ministri  della  cappella 
pontificia  parati  in  albis ,  da'  cap- 
pellani accoliti,  e  dai  chierici  di 
essa  cappella,  vestì  gli  abiti  sacri, 
e  diede  incominciamento  alle  ceri- 
monie colle  solite  orazioni,  e  colla 
recita  de' salmi  penitenziali,  che  fu- 
l'ono  proseguiti  dai  cappellani  can- 
tori. Indi,  essendo  il  Cardinal  ve- 
scovo prostrato  avanti  il  faldistorio, 
collocato  dinanzi  l'altare,  si  canta- 
rono dai  medesimi  cappellani  le  li- 
tanie de' santi,  ripetendosi  per  due 
volte  il  venerando  nome  di  s.  Paolo, 
a  cui  onore  novellamente  si  dedicava 
l'altare,  perchè,  come  dicemmo, 
conserva  le  spoglie  mortali  di  lui , 
postevi  dalla  pietà  e  dalla  religione 
della  piissima  matrona  romana  Lu- 
cina proprietaria  del  vasto  predio, 
ridotto  a  cimiterio  nella  via  ostien- 
se; ma  ancora  il  nome  di  san  Timo- 
teo martire  di  Antiochia,   perchè  il 


cin 

corpo  di  lui  non  ha  guaii  era  slato 
riposto  nella  mensa  dell'aitare  sot- 
terraneo, siccome  ve  lo  pose  nel 
i587  Sisto  V.  Recitate  le  dette  li- 
tanie, si  benedirono  il  sale ,  la  ce- 
nere, l'acqua  ed  il  vino,  e  fattane 
la  mescolanza ,  se  ne  asperse  per 
cinque  volte  la  mensa,  e  per  sette 
la  base  e  la  stessa  mensa,  accompa- 
gnandosi questi  atti  colle  corrispon- 
denti orazioni.  Dipoi  s'incensò  l'al- 
tare nel  mezzo,  e  nelle  quattro 
estremità  ove  dovevano  porsi  gli  olii 
santi.  Terminate  tali  cerimonie ,  il 
Cardinale  depose  le  sacre  vesti  nella 
cappella  sotterranea,  ed  assunta  la 
cappa  rossa,  prese  il  suo  posto  negli 
stalli  de'  suoi  colleghi. 

Frattanto  nella  camera  de' para- 
menti, il  Pontefice  Gregorio  XVI, 
assunti  gli  abili  pontificali ,  con  pi- 
viale bianco,  e  mitra  di  lama  d'oro, 
ascese  la  sedia  gestatoria,  e  tra  i 
flabelli,  preceduto  da  tulli  gì'  indi- 
vidui, che  hanno  luogo  nelle  cap- 
pelle pontificie,  e  vestiti  de' consueti 
loro  abiti ,  non  che  dai  Cardinali , 
fu  portato  nella  basilica  per  la  porta 
dal  lato  del  chiostro  del  raonistero. 
Avanti  la  cappella,  o v'era  esposto  il 
ss.  Sacramento,  si  fermò  la  proces- 
sione ad  adorarlo,  facendo  lo  slesso 
il  Papa  al  suo  genuflessorio  disceso 
dalia  sedia.  Quindi  rimontato  in 
questa ,  fu  condotto  al  presbiterio, 
ove  passò  ad  assidersi  sul  trono  pon- 
tificale ,  in  cui  ricevette  all'  obbe- 
dienza  i  Cardinali. 

Dopo  di  che  il  Pontefice  recossi 
all'altare,  che  incominciò  ad  incen- 
sare, e  ad  ungere,  recitando  con- 
temporaneamente le  belle  oi-azioni 
proprie  dell'augusta  funzione.  Sparse 
poscia  gli  oli  santi  sulla  mensa,  be- 
ned'i  r  incenso,  che  indi  pose  a  mo- 
do di  croce  nel  centro,  e  nei  quat- 
tro   angoli   della    stessa    mensa    per 


CHI  25i 

farne  la  combustione,  insieme  coi 
piccoli  ceri  posti  pure  a  guisa  di  cro- 
ci nei  detti  luoghi.  Indi  il  Pontefice 
unse  col  sacro  crisma  le  unioni  del- 
la mensa  dell'altare,  col  resto  dello 
sue  architetture,  e  ne  discese  per 
porsi  a  sedere  sulla  sedia  gestatoria 
collocata  dalla  parte  dell'epistola, 
affine  di  lavarsi  le  mani ,  intanto  che 
dai  ministri  si  astergevano  la  con- 
sacrata mensa,  e  tutte  le  altre  parti 
dell'  altare.  Stando  il  Papa  sedente 
nella  sedia ,  benedi  le  tovaglie  per 
coprire  la  mensa,  sulla  quale  appe- 
na furono  poste  ,  si  collocarono 
ancora  i  sei  candellieri  colla  croce 
nel  mezzo,  come  pure  si  cuoprirono 
di  nobile  tappeto  i  cinque  scalini, 
che  fiancheggiano  l'altare  della  con- 
fessione col  suo  magnifico  taberna- 
colo. Finalmente,  tornato  il  Ponte- 
fice sull'altare,  rinnovò  i  profumi 
dell'  incenso,  e  ripetendo  altre  pre- 
ci ,  diede  termine  alla  funzione,  di 
cui  r  istorico  Eusebio,  parlando  del- 
la dedicazione  delle  chiese ,  che  i 
cristiani  andavano  edificando  prima 
dell'  imperio  di  Costantino,  ebbe  a 
dire  :  Quod  c/uidem  spectnculum  ce- 
lebre appellatur,  el  clmstìanìs  omni- 
bus optabile  est,  et  veìiementer  dcsi- 
deratum. 

Ritornalo  quindi  il  Pontefice  al 
trono,  pronunziò  sedendo  l'allocu- 
zione ,  Sacra  inter  monunieiUa  (  che 
fu  pubblicata  colle  stampe,  e  ripro- 
dotta venne  dal  Supplì  mento ,  al 
numei-o  83  del  Diario  di  Roma,  il 
quale  inoltre  descrive  tutta  la  fun- 
zione), ponendo  fine  alla  consacra- 
zione coll'apostolica  benedizione,  che 
compartì  sul  trono.  Quindi  autoriz- 
zò il  Cardinal  Gazzoli,  primo  dia- 
cono assistente,  a  pubblicare  1'  in- 
didgenza  plenaria  ai  fedeli  presenti, 
ed  a  coloro,  i  quali  o  nello  stesso 
giorno,  o  nel  triduo    seguente,  aves  - 


25-2  CHI 

sero  visitato  ed  orato  nella  basilica  ; 
alla  quale  indulgenza  era  aggiunta 
l'altra  parziale  eli  cinquant*  anni,  e 
di  altrettante  quarantene  alla  ricor- 
renza d'ogni  anniversario  della  so- 
lenne consacrazione  dell'  altare  del- 
l'apostolo  s.  Paolo.  Quindi  il  Papa 
assunse  gli  abiti  sacri  per  la  messa 
bassa,  che  celebrò  pel  primo  sull'al- 
tare consacrato,  col  rito  di  quella 
della  dedicazione,  mentre  i  cappel- 
lani cantori  fecero  echeggiare  il  tem- 
pio de'  sacri  cantici ,  e  i  Cardinali , 
e  gli  altri  rimasero  all'assistenza. 

Non  riuscirà  poi  discaro,  che  qui 
si  riporti  il  catalogo  di  alcuni  Pon- 
tefici, che  consacrarono  chiese,  oltre 
quanto  dicesi  agli  articoli  relativi , 
mentre  per  quelle,  di  cui  non  si  no- 
mina il  luogo,  si  deve  intendere  es- 
sere state  eseguite  nella  città  di 
Roma.  All'  articolo  poi  Chiese  di  Ro- 
ma (f^edi),  si  dice  quali  furono  con- 
sagrate dai  Sommi  Pontefici,  in  uno 
ai  loro  altari. 

S.  Pietro,  principe  degli  Aposto- 
li, e  primo  Sommo  Pontefice,  con- 
vertì e  trasmutò  in  chiesa  la  casa 
di  Teofilo  in  Antiochia,  e  vi  stabifi 
la  sua  sede  ;  ed  in  Roma,  ove  tras- 
portò la  stessa  sede,  consacrò  la  ca- 
sa di  Pudente  senatore,  e  sopra  un 
altare  di  legno  di  detta  chiesa  ce- 
lebrò più  volte. 

S.  Cleto  trasmutò  la  sua  casa  in 
chiesa,  che  poi  fu  consacrata  a  san 
Matteo  in  Merulana. 

S.  Clemente  I  consacrò  settanta 
chiese  nel  Chersoneso,  ov'era  stato 
lelegato. 

S.  Pio  I,  a  persuasione  di  s.  Pras- 
scde,  trasmutò  la  sua  casa   in  chiesa. 

S.  Marcello  I  stabih  ed  assegnò 
a  venticinque  chiese  di  Roma  il  lo- 
ro titolo,  e  le  consacrò ,  su  di  che 
però  è  a  vedersi  1'  articolo  TiTOtt 
Cabdutalizi. 


CHI 

S.  Urbano  I  consacrò  in  chiesa 
la  casa  di   s.  Cecilia. 

S.  Silvestro  I  edificò  alla  b.  Ver- 
gine, la  chiesa  detta  dai  fedeli  .y. 
Maria  Ubera  nos  a  poenis  inferni, 
e  consacrò  in  onore  di  s.  Pietro  il 
carcere  mamertino. 

S.  Innocenzo  I  dedicò  la  basilica 
de' ss,  Gervasio  e  Protasio,  secondo 
la  testamentaria  disposizione  della 
pia  matrona  romana  Vestina. 

S.  Simplicio  consacrò  la  basilica 
di  s.  Stefano  al  Monte  Celio,  quel- 
la di  s.  Stefano  presso  la  basilica  di 
s.  Lorenzo ,  quella  di  s.  Bibiana ,  e 
quella  di  s.  Andrea  apostolo  presso 
la  basilica  libei-iana, 

S.  Gelasio  I  dedicò  le  basiliche 
di  s.  Eufemia  martire  in  Tivoli,  e 
de' ss.  JVicandro,  Eleutcrio,  ed  An- 
drea, nella  via  Labicana. 

S.  Gregorio  I  consacrò  la  chiesa 
di  s.  Agata  alla  Suburra. 

S.  Bonifacio  IV,  a'  i3  maggio, 
consacrò  il  Pantheon  alla  Regina  di 
tutti  i  santi. 

Teodoio  I  edificò  nella  via  Fla- 
minia, presso  il  ponte  Milvio,  il 
cimiterio  di  s.  Giulio,  ed  una  chie- 
sa in  onore  di  s.  Valentino,  e  poi 
la  consacrò. 

Adeodato  consacrò  la  chiesa  di 
s.  Pietro  nella  via  portucnse. 

Dono  ristaurò  nella  via  ostiense 
la  chiesa  dedicata  ai  ss.  XII  Apo- 
stoli, e  nella  via  Appia  quella  di 
s.  Eufemia,  consacrandole  ambedue 
solennemente. 

S.  Gregorio  II  consacrò  in  ono- 
re di  s.  Agata  la  sua  casa  paterna , 
ristaurò  la  basilica  di  s.  Balbina,  e 
la  consacrò. 

S.  Zaccaria  consacrò  solennemen- 
te la  basilica  di  s.  Benedetto  a  Mon- 
te Cassino,  coll'assistenza  di  tredici 
arcivescovi,  e  sessantotto  vescovi. 

Stefano  H,    detto    III,    in  Parigi 


CHI 
consacrò  nella  cappella  regia  di  san 
Dionigi,  un  altare  ai  ss.  Apostoli. 

S.  Paolo  I  consacrò  la  chiesa  di 
s.  Petronilla,  poi  demolita  per  l'ere- 
zione della  nuova  basilica  vaticana. 
S.  Leone  III  consacrò  in  Aquis- 
ana,  a'6  gennaio,  una  chiesa  alla 
Vergine  ;  in  quella  di  Paderbo- 
na  edificata  da  Carlo  Magno,  con- 
sagrò un  altare,  collocandovi  le  re- 
liquie del  protomartire  s.  Stefano: 
con  solenne  cerimonia  consacrò  in 
Elesburg  una  cappella  fabbricata  pu- 
re da  Carlo  Magno;  e  per  le  pre- 
ghiere di  Gerbaldo  vescovo  Leo- 
diensc,  consacrò  due  chiese  alla  b. 
Vergine. 

Pasquale  I  consacrò  la  chiesa  di 
s.  Prassede,  collocandovi  molti  cor- 
pi de'  ss.  martiri. 

Giovanni  Vili  consacrò  solenne- 
mente la  chiesa  del  b.  Sarone,  pri- 
mo abbate  del  monistero. 

Benedetto  VII,  detto  Vili,  con- 
sagrò in  Bergamo  la  basilica  di  san 
Giorgio,  ed  in  Argentina  quella  di 
s.  Pietro. 

S,  Leone  IX  consacrò  due  cappel- 
le, sulle  pareti  delle  quali  apparvero 
miracolosamente  i  segni  della  sagra  ; 
e  in  Reims  la  chiesa  di  s.  Remigio. 
Nicolò  II  consagrò  in  Firenze  la 
chiesa  di  s.  Felicita. 

Alessandro  II  consacrò  la  chiesa 
di  Monte  Cassino,  ch'era  stata  riedi- 
ficata, alla  presenza  dei  Cardinali, 
di  dieci  arcivescovi,  di  quarantaquat- 
tro vescovi ,  e  de'  principali  signori 
di  Puglia,  e  Calabria.  Ristaurò  la  cat- 
tedrale di  Lucca,  che  consacrò  col- 
l'assistenza  di  ventidue  vescovi,  e  di 
molti  abbati  mitrati. 

S.  Gregorio  VII  ristaurò,  e  con- 
sacrò la  diaconia  di  s.  Maria  in 
Portico. 

Urbano  II  consacrò  la  chiesa  del- 
la ss.  Trinità  della  Cava;  in  Cluny 


CHI  253 

le  chiese  de' ss.  Pietro,  Martino,  e 
JVicola;  e  la  chiesa  della  b.  Vergi- 
ne nel  monistero  di  Bordelo. 

Pasquale  lì  consacrò  l'altare  mag- 
giore della  cattedrale  di  Modena, 
la  cattedrale  di  Palestrina,  e  in  Ro- 
ma consacrò  quindici  chiese.  In  Par- 
ma poi  consacrò  quella  dedicata  alla 
b.  Vergine,  in  Capua  quella  ristau- 
rata  dall'  abbate  Desiderio ,  e  in 
Gaeta    la   cattedrale. 

Gelasio  II  in  Francia  consacrò  le 
chiese  di  s.  Cecilia,  di  s.  Silvestro, 
e  di  s.  Stefano;  in  Pisa  dedicò  quel- 
la di  s.  Maria,  e  in  Genova  solen- 
nemente consacrò  la  cattedrale. 

Calisto  II  consacrò  in  Francia  tre 
chiese,  cioè  di  s.  Mauro,  di  s.  Giu- 
lio, e  di  s.  Antonio;  ed  in  Roma 
di  s.  Agnese  in  piazza  Navona  ai 
28  gennaio;  nella  diaconia  di  s.  Ma- 
ria in  Cosmedin  un  altare  a'  6  mag- 
gio 1124;  nella  basilica  vaticana 
quello  dell'Annunziata;  in  Volterra 
consagrò  la  cattedrale  alla  presenza 
di  dodici  Cardinali,  dell'arcivescovo 
di  Pisa,  e  dodici  vescovi,  come  an- 
cora ivi  consacrò  altre  chiese. 

Eugenio  IH  in  Treveri  a'  3 1 
gennaio  consagrò  la  basilica  di  s. 
Mattia;  in  Viterbo,  e  con  rito  so- 
lenne, la  chiesa  di  s.  Michele,  ed  in 
Francia  presso  Parigi,  ad  istanza  del 
re,  vma  chiesa,  nella  cui  messa  so- 
lenne s.  Bernardo  fece  da  diacono, 
e  Pietro  Cluniaceuse  da  suddiacono. 
Adriano  IV  consacrò  in  Sora  la 
chiesa  di  s.   Maria. 

Lucio  ITI  consacrò  in  Bologna  la 
basilica  di  s,  Petronio,  ed  in  Modena 
quella  di  s.   Geminiano. 

Urbano  HI  in  Verona  consacrò 
la  basilica,  e  una  chiesa  alla  beata 
Vergine. 

Celestino  IH,  che  contava  novan- 
tun anno,  consacrò  solennemente  la 
chiesa  di  s.  Lorenzo  in  Lucina. 


aH  CHI 

Innocenzo  III  consacrò  la  basili- 
ca di  s.  Maria  in  Trastevere  con 
pompa  solenne;  in  Rieti  le  chiese 
di  s.  Eleuterio,  e  di  s.  Gio.  evan- 
gelista; ed  in  Perugia  e  in  Todi 
alcuni  altari,  oltre  quelli ,  che  fece 
consacrare  nella  basilica  vaticana. 

Onorio  III  consacrò  nella  chiesa 
di  s.  Sebastiano  l'altare  ove  ripose 
ti  di  lui  corpo ,  la  cattedrale  di 
Rieti,  la  chiesa  di  s.  Maria  in  Cam- 
pitelli,  e  la  chiesa  di  Casamai'e  nel- 
la diocesi  di  Veroli. 

Gregorio  IX  consacrò  la  chiesa 
di  s.  Eufemia;  quella  di  s.  Adriano 
a  preghiera  del  Cardinal  titolare;  e 
nel  1228,  l'altare  maggiore  di  santa 
Sabina. 

Alessandro  IV  restaurò  la  chiesa 
di  s.  Costanza,  già  tempio  di  Rac- 
co, e  ne  consacrò  l' altare.  Consacrò 
pure  la  chiesa  di  s.  Martina,  quel- 
la de'  ss.  Pietro  e  Marcellino,  ed  in 
Viterbo  quella  di  santa  Mai'ia  di 
Gradi. 

Clemente  IV  commise,  che  nel 
di  primo  di  settembre,  si  consacras- 
se in  Assisi  la  cappella  di  s.  Chiara, 
dal  Cardinal  Ridolfo  vescovo  di  Al- 
bano, dal  Cardinal  vescovo  Stefano 
l'altare  de' santi  Cosma  e  Damia- 
no ,  ed  egli  consacrò  l'altare  mag- 
giore. 

Nicolò  III  consacrò  la  basilica 
lateranense ,  e  in  s.  Pietro  l' altare 
di  s.  Nicola. 

S.  Celestino  V  consacrò  la  chiesa 
di  s.  Spirito  di  Sulmona,  da  lui 
edificata  avanti  il  pontificato,  per  la 
.sua  congregazione  de'  celestini. 

R.  Renedelto  XI  in  Padova  con- 
sacrò la  chiesa  di  s.  Agostino. 

Urbano  V  consacrò  in  Marsiglia 
r  aitar  maggiore  del  monistero  di 
».    Vittore. 

Martino  V  consacrò  in  Firenze 
r  aliai"  principale  della  chiesa  de'do- 


CHI 

menicani,    e    quello    della  chiesa  di 
Milano  a'  1 6  ottobre. 

Eugenio  IV  consacrò  in  Firenze 
la  chiesa  di  s.  Marco,  e  poi  la  me- 
tropolitana. 

Giulio  II,  avendo  incominciata  la 
nuova  fabbrica  della   sontuosa  basi- 
lica   vaticana ,     vi     gettò    la    prima 
pietra    nel     sabbato     in    Albis    nel 
i5o6. 

Leone  X,  dimorando  in  Firenze, 
fece  consacrare  la  chiesa  della  ss. 
Annunziata  dal  Cardinal  Antonio 
del  Monte. 

Clemente  Vili  consacrò,  a'  16 
luglio  1^94,  l'altare  maggiore  della 
basilica  vaticana  alla  presenza  di 
trentotto  Cardinali. 

Urbano  Vili,  nel  1626,  consagrò 
la  basilica  vaticana,  ai  18  novem- 
bre, cioè  nel  medesimo  giorno  in 
cui  s.  Silvestro  I  avea  consacrata 
la  vecchia  basilica. 

Alessandro  VII  solennemente  gettò 
la  prima  pietra,  in  presenza  del  ma- 
gistrato romano,  della  tribuna  della 
nuova  chiesa  di  s.  Maria  in  Campi- 
telli ,  a'  29  settembre    1 660. 

Clemente  XI  non  solo  gettò  la 
prima  pietra  ne'  fondamenti  della 
nuova  basilica  de' ss.  XII  Apostoli, 
ma  fece  altrettanto  in  quelli  della 
chiesa  dell'  arciconfraternita  delle 
Stimmate. 

Benedetto  XIII  in  tutto  il  tempo 
che    fu  vescovo    e    Papa ,    consagrò 
trecentottanta    chiese,    ed    all'età  di 
5o  anni,    ne    aveva    già   consagrate 
centonovanta.     Nel    pontificato,  e  ai 
28    ottobre    1726,   con    rito  solenne 
consacrò  la  basilica  lateranense,  che 
è  la  prima  chiesa  del  mondo;  perbj 
r  ufficio  di  questa  dedicazione  s'i   peri 
la  basilica,  s'i  per  la  Chiesa  uni  ver» 
sale,   Benedetto  XIII    stabilì,  che  sii 
celebrasse  ogni  anno  a'  9  novembreJ 
Oltre   quanto   dicemmo  superiora 


CITI 
mente  di  nitri  Pontefici,  ed  oltre 
quanto  dicesi  agli  articoli  Altare, 
e  Cappella  ,  aggiungiamo,  che  Be- 
nedetto XIV  consacrò  ]' nlt;u'e  pa- 
pale della  basilica  di  s.  IVIaria  Mag- 
giore,  e  nel  lySG  dal  Cardinal 
Malvezzi  arcivescovo  di  Bologna  fece 
consacrare  quella  cattedrale,  nel  di 
lui  pontificio  nome,  come  si  legge 
nel  breve,  2]'I)i  prò  ccnteris,  Bull. 
Magli,  tom.  XIX,  pag.  5,38,  men- 
tre coir  altro  breve,  che  emanò  ai 
12  maggio  1756,  Tarn  inde,  loco 
citato,  pag.  222,  si  diffuse  nella  sacra 
eiudizione  sul  rito  della  consacra- 
zione delle  chiese.  Aggiungiamo  an- 
cora, che  lo  stesso  Benedetto  XIV 
in  occasione  della  detta  consacrazio- 
ne della  metropolitana  di  Bologna , 
fra  i  preziosi  doni  che  le  spedì , 
le  inviò  pure  dodici  croci  di  metallo 
dorato,  destinate  ad  affiggersi  nel 
giorno  anniversario  della  sagra,  so- 
pra quelle  già  consacrate  nella  de- 
dicazione. Inoltre  diremo,  che  Pio 
VI  consacrò  la  chiesa  di  s.  Cassiano 
d' Imola ,  e  quella  abbaziale  di  Su- 
biaco,  ponendo  la  prima  pietra  alla 
chiesa  de'cappuccini  di  Tor  tre  Pon- 
ti, presso  le  paludi  Pontine,  ed  a 
Terracina  alla  chiesa,  che  dedicò  a 
s.  Pio  V.  /'.  il  p.  Francesco  Maria 
Galluzzi  della  Compagnia  di  Gesù, 
Il  rito  di  con  sa  gran'  le  chiese,  colla 
Sila  antichità,  significato,  convenienza, 
prerogative,  e  motivi  di  rispettarle,  in 
occasione  della,  consacrazione  della 
chiesa  di  s.  Ignazio,  Roma  1722; 
ed  il  canonico  d.  Gio.  Francesco 
Cecconi,  //  sagro  rito  di  consagrare 
le  chiese,  esposto,  spiegato,  e  presen- 
tato al  Sommo  Pontefice  Benedetto 
XIII,  Roma  1728.  Quest'  ultimo 
riporta  un  catalogo  delle  chiese  mira- 
colosamente consacrate,  delle  chiese 
ed  altari  consacrati  per  comanda- 
mento divino,  e    de' santi;     de' mi- 


CITI  a  55 

racoll  accaduti     nelle    consacrazioni 

V.C. 

§  V.  Quando  accade,  che  la  Chiesa 
si  possa  e  debba  di  nuovo  con- 
sagrare: Chiesa  violata,  e  sua  ri' 
conciliazione. 

Siccome  per  consagrare  la  chiesa, 
e  necessario  porre  in  esecuzione  ciò, 
che  nel  precedente  paragrafo  si  è 
descritto;  dovendosi  di  nuovo  con- 
sagrare, o  benedire  e  riconciliare, 
fa  d'uopo  che  sieno  considerate  tutte 
le  condizioni,  le  quali  si  ricercano 
per  una  tal  cerimonia.  A  seconda 
delle  prescrizioni  de'  sagri  canoni , 
tre  sono  i  motivi,  che  possono  in- 
durre il  -vescovo  a  riconsagrare  la 
chiesa:  i.°  Se  la  chiesa  fosse  rima- 
sta offesa  dal  fuoco  in  modo  che 
tutte  le  pareti,  o  la  maggior  parte 
fossero  resfate  deturpate  e  contraf- 
fatte; 2."  Se  le  mura  principali  della 
chiesa  fossero  del  tutto  diroccate , 
ovvero  rifabbricate  con  altri,  e  dif- 
ferenti materiali  ;  3.°  Se  vi  fosse 
dubbio  della  di  lei  consagrazione , 
in  guisa  che  mancassero  le  memo- 
rie delle  scritture,  pitture,  lapidi,  o 
r  attestato  de  vìsu  vel  de  audiln. 
Se  adunque  mancasse  la  notizia  della 
consagrazione  della  chiesa,  o  vi  fosse 
dubbio ,  si  deve  tornare  a  consa- 
grarla, non  potendosi  dire  iterata 
azione,  quando  non  se  ne  abbia  al- 
cuna certezza.  Mollo  più  è  necessaria 
la  nuova  consagrazione,  se  la  chiesa 
venne  rifabbricata,  qualunque  ne  sia 
stata  la  cagione ,  regola  eh'  è  ap- 
poggiata sulla  ragione,  consistendo 
l' essenziale  della  consagrazione  nel- 
le unzioni  esteriori  che  fa  il  vesco- 
vo sulle  pareti,  le  quali  tolte  dalla 
nuova  fabbrica,  si  toglie  altresì  l'es- 
senza della  consagrazione.  Questa  dot- 
trina   confermasi  cogli  esempi    della 


9.56  CHI 

basilica  vaticana,  la  quale  rinnovala 
dai  fondamenti  per  la  vasta  mente 
di  Giulio  II ,  fu  di  nuovo  consa- 
grata a'  i8  novembre  1626  da  Ur- 
bano Vili  ;  come  della  basilica  la- 
teranense,  la  quale  consagrata  già 
da  s.  Silvestro  I  nell'anno  324,  es- 
sendo poi  stata  rinnovata  nella  mag- 
gior parte  nell'anno  780  da  Adria- 
no I,  e  dai  fondamenti  restaurata 
ed  abbellita  da  Innocenzo  X,  fu  di 
nuovo  consagrata  ai  9  novembre 
1726  dal  Pontefice  Benedetto  XIII, 
alla  presenza  del  sagro  Collegio,  della 
prelatura,  ec. 

Oltre  i  suddetti  motivi,  che  pos- 
sono e  devono  indurre  il  vescovo  a 
consagrare  la  chiesa,  vi  sono  altre 
ragioni,  che  diconsi  di  chiesa  violata, 
per  le  quali  non  è  necessario  ricon- 
sagrarla,  bastando  solo  che  sia  di 
nuovo  benedetta.  Diverse  pertanto 
sono  le  ragioni  e  i  casi  addotti  dai 
dottori,  principalmente  dal  Barbosa, 
e  dal  Monacelli ,  e  le  maggiori  so- 
no: 1°  Se  vi  fosse  stato  commesso 
qualche  peccato  di  adulterio,  ovve- 
ro consumata  qualche  sensuale  sfre- 
natezza, sive  per  copidam  conjuga- 
lem;  1."  Se  vi  fosse  stato  commesso 
spargimento  di  sangue ,  con  feri- 
menti ed  omicidi;  3."  Se  vi  fosse 
stato  sepolto  un  infedele,  un  eretico, 
o  pubblico  scomunicato,  nel  qual 
caso  anche  si  radono  le  sagre  pa- 
j'eti.  E  però  da  osservarsi ,  che  tal 
ribenedizione  si  dee  fare  quando  i  me- 
morati casi  sieno  pubblici  e  notori, 
perchè  si  chiama  violata  una  chie- 
sa propter  scandaluin^  et  ad  fide- 
liiun  exeinplum,  et  terrorem;  in  caso 
contrario  non  vi  è  necessità  di  ri- 
conciliarla o  ribenedirla,  mentre  la 
chiesa  essendo  in  sé  santa,  non  può 
soggiacere  a  macchia ,  o  violenza 
veruna.  Violata  adunque  che  sia  la 
chiesa^  si  deve  ribeuedire  nel  modo 


CHI 

descritto  dal  Pontificale  ,  e  Ritunle 
romano,  facendosi  la  cerimonia  colla 
celebrazione  della  messa  ,  e  coli'  as- 
persione dell'acqua  benedetta,  mista 
col  sale,  e  colla  cenere.  Dicono  le 
rubriche  del  Rituale,  che  un  sacer- 
dote può  riconciliare  una  chiesa  vio- 
lata, se  non  ancora  era  stata  consa- 
crata dal  vescovo,  perchè  da  nessun 
altro  si  può  riconciliare,  se  non  che 
dal  Papa,  o  dal  vescovo,  e  la  ragione 
per  cui  il  vescovo  non  può  delega- 
re un  semplice  sacerdote,  ancorché 
vi  fosse  una  consuetudine  contraria, 
ella  è  perchè  il  vescovo ,  sebbene 
possa  commettere  ad  altri  ciò  che 
spetta  alla  sua  giurisdizione ,  tutta- 
volta  non  può  demandare  quelle  co- 
se, che  sono  di  ordine  vescovile,  co- 
me decretò  la  sagra  congregazione 
de'  riti  ai  9  febbraio  1608  in  Ca- 
meracens ,  il  perchè  un  sacerdote 
potrà  riconciliare  una  chiesa  consa- 
grata dal  vescovo,  soltanto  con  fa- 
coltà pontifìcia.  Quantunque  poi  si 
riconcilii  una  chiesa  da  qualche  sa- 
cerdote, r  acqua  deve  essere  sempre 
benedetta  dal  vescovo,  mischiata  col 
vino,  e  colla  cenere,  secondo  il  rito 
prescritto  dal  citato  pontificale. 

Quello,  che  si  disse  della  chiesa , 
si  può  anche  intendere  dell'  altare 
per  doveilo  di  nuovo  consagrare, 
di  che  si  tratta  air  articolo  Altare 

§    VII    SoONSECRAZlONE    DELl'  AlTARE. 

Sconsagrato  però  l' aliare,  non  lo  è 
la  chiesa,  ma  bensì  polluta  o  vio- 
lata la  chiesa,  lo  è  di  necessità  ezian- 
dio l'altai'e.  Quello,  che  si  è  detto 
dell'  altare  fisso,  si  può  anche  in- 
tendere dell'  altai-e  portatile,  come 
dicesi  al  citalo  articolo.  Alla  nuova 
consagrazione  della  chiesa ,  devesi 
unire  anche  la  benedizione  del  ci- 
miterio,  come  prescrisse  Bonifacio 
Vili  in  scxt.  tit.  21.  S'intende  sup- 
posto, che  il  cimitcvio  sia  contiguo 


e  II  I 
alla  chiesa,  cosi  che  tocchi  le  pa- 
reti, giacché,  come  dicono  i  doltoii, 
la  maggior  parte  trae  a  sé  la  mi- 
nore. iU peliamo,  che  tali  sagre  ce- 
rimonie devoiisi  celebrare  quando 
la  violazione  sia  stala  commessa  pub- 
blicamente nella  casa  di  Dio,  allìn- 
chè  sieno  i  fedeli  avvisati ,  quanto 
grave  sia  l' olFesa  commessa  contro 
r  Altissimo  nel  suo  tempio.  Ne  so- 
no piene  le  sagre  carte,  e  partico- 
larmente nel  libro  dei  re,  si  legge 
il  tremendo  gastigo  dato  da  Dio  ai 
figli  del  sacerdote  Eli,  per  aver  con- 
taminati i  limitari  del  santuario  con 
profanità  e  sfrenatezze  sensuali,  laon- 
de rimasero  vittime  del  fuoco. 

§  VI.  Anniversario,  e  Dedicazione 
(ielle  Chiese. 

Considerati  superiormente  i  miste- 
ri e  significati  della  consegrazione 
delle  chiese ,  sarebbe  stato  biasime- 
vole il  perdersi  la  memoria  della 
solennità,  il  perchè  i  Sommi  Ponte- 
fici ,  secondo  gli  esempi  della  sagra 
Scrittura,  coniandarono  la  celebra- 
zione dell'anniversario  della  dedica- 
zione, o  consagrazione  d'ogni  chiesa. 
Gli  ebrei  celebravano  l'anniversario 
della  dedicazione  del  tempio  di  Ge- 
rusalemme per  otto  giorni.  Abbia- 
mo poi  che  Giuda  Maccabeo,  avendo 
distrutti  e  dispersi  i  nemici  del  suo 
popolo,  si  applicò  con  religioso  zelo 
alla  restaurazione  del  tempio,  ed  alla 
fabbrica  dell'altare  nuovo  di  pietra, 
avendo  prima  purgato  lo  stesso  tem- 
pio dalle  sue  profanità  ed  immon- 
dezze. Lo  arricchì  inoltre  di  prezio- 
sissimi arredi ,  e  santifìcollo  coli'  in- 
censo delle  orazioni ,  col  sangue  di 
mille  vittime,  e  coU'accompagnamen- 
to  di  tutta  la  nazione  ne  festeggiò 
il  trionfo,  celebrandone  l'encenismo, 
o  sia  l'encenia,  ed  ordinò  che  si  ce- 
lebrasse ogni  anno.  Siccome  adunque 

VOL.     XI. 


CHI  2^7 

da  Salomone  nella  prima  fabbrica 
del  tempio  se  n*  era  celebrata  la  glo- 
liosa  solennità,  cosi  nella  nuova  fab- 
brica del  medesimo  tempio  se  ne 
videro  rinnovati  i  sagri  liti,  e  sta- 
bilite le  memorie.  E  questa  festa 
dell'  encenia ,  o  sia  dedicazione  del 
tempio ,  si  osservava  religiosamente 
dagli  ebrei  a  tempo  di  Gesù  Cristo, 
il  quale  non  volle  mancare  d'inter- 
venire all'anniversario  della  dedica- 
zione del  tempio,  come  riferisce  san 
Giovanni  evangelista  al  capo  X.  Una 
somigliante  solennità,  soggiunge  s. 
Agostino,  altro  non  era  che  l'anni- 
versario della  consagrazione  del  tem- 
pio, mentre  la  parola  greca  Caiiion^ 
in  latino  è  lo  stesso,  che  nuovo,  che 
perciò  dagli  ebrei  celebravasi  solen- 
nemente quel  giorno,  nel  quale  ricor- 
reva la  dedicazione  del  tempio. 

A  vista  dunque  di  tante  riprove, 
qual    confusione  sarebbe  pe'  cattoli- 
ci se,  dopo  aver  fabbricate   le   chie- 
se, e  consagrate  colla  santità  di  tan- 
ti   adorabili    significati,    ne    perdes- 
sero ima    SI     grata    memoria,  e  in- 
tenti   solo    alla    ftibbrica  materiale , 
trascurassero  i  vantaggi  dello  spirito 
colla  rinnovazione   di  giorno  sì  me- 
morando ?    Giustamente    però   a  se- 
conda dei  pontificii  decreti  se  ne  ce- 
lebra   la    memoria    col  giorno  anni- 
versario, e  se  ne  prosegue  anche  la 
solennità    per    otto   giorni    continui. 
Aggiungiamo  che  Costantino  Magno, 
il  quale  ne'  primordi  del  quarto  se- 
colo diede  la  pace  alla  Chiesa,  fece 
in  Gerusalemme  consagrare  una  chie- 
sa, e  soggiunge  iNiceforo  lib.  Vili,  cap. 
5o,  che  il  giorno  di  tale  dedicazio- 
ne, cioè  il  quattordicesimo  di  settem- 
bre,    fu    da  quel  tempo  liguardato 
siccome    festa    nella   chiesa  gerosoli- 
mitana. Secondo  poi  Eusebio,  1.  X, 
cap.   3  ,    anco    avanti  Costantino ,  e 
dopo  la  morte  di  Massimino,  i  cri- 
17 


nSS  CHI 

stiani  celebrarono  la  dedicazione  del- 
le chiese,  che  edificavano.  S.  Ana- 
stasio del  340 ,  parla  di  questo  co- 
stume TìeìV Epìslol.  ad  Constantin., 
e  loda  1'  esempio  di  Esdra.  S.  Am- 
brogio, lib,  I,  epist  8,  scrive  di  aver 
tiovati  i  corpi  de'  ss.  Gervasio  e 
Protasio,  dopo  aver  dedicato  una 
chiesa  ;  ed  oltre  a  ciò  fa  un  sermone, 
che  è  l'ottantesimo  nono,  De  dedi- 
eatione  basiliccs.  S,  Agostino  citato 
ne  fa  vari  ne'  giorni  delle  consagra- 
zioni  delle  chiese,  o  loro  anniversari. 
Finalmente  s.  Gregorio  1,  nel  lib.  III 
de'  suoi  Dialoghi ,  e.  3o,  attesta  di 
aver  dedicato  un  tempio,  stato  pri- 
ma degli  ariani,  e  che  Dio  approvò 
tale  dedicazione  con  illustri  miracoli. 
f^.  Pompeo  Sarnelli,  Lellere  eccle- 
siastiche, tom.  Ili,  p.  26,  ove  parla 
della  dedicazione  delle  chiese,  e  dei 
prodigi  in  esse  avvenuti,  tom.  Vili, 
lettera  XXIX,  Della  dedicazione  de- 
le  chiese  e  de'  suoi  misteri,  ove  pur 
dice  che  anticamente  non  si  dedica- 
vano, che  al  Salvatore.  Osserva  però 
il  Grescimbeni,  Istoria  della  chiesa 
di  san  Giovanni  a  porla  latina,  a 
pag.  61,  e  lo  vedemmo  ancor  noi 
superiormente ,  che  ne'  primi  tempi 
del  cristianesimo  le  chiese  si  dedi- 
cavano a  Dio,  ma  si  denominavano 
anche  da  chi  dava  il  luogo  per  fab- 
bricarle, o  vi  aveva  alcuna  attinenza, 
come  si  rileva  dai  titoli  di  Pudente, 
d*  Eudossia,  d' Equizio,  di  Calisto,  di 
Damaso  ed  alti-i. 

Conchiudiamo  con  s.  Tommaso, 
lect.  5  in  cap.  10  Joan. ,  che  la  de- 
dicazione è  la  stessa  consagrazione 
fatta  dal  vescovo,  che  si  ricorda  ogni 
anno,  e  questa  è  una  festa  più  de- 
gna di  quella  del  protettore  del  luo- 
go, e  del  titolare  della  chiesa.  Per- 
ciò che  riguarda  il  comune  della  de- 
dicazione di  una  chiesa,  si  consulti 
il  Diclich  nel  suo  Dizionario  sagro 


CHI 

liturgico  a  tal  voce,  ed  il  p.  Ga  van- 
to, con  le  addizioni  del  p.  Merati, 
Compendio  delle  cerimonie  ecclesia- 
stiche, pag.  44?  >  capo  V ,  Del  co- 
mune della  dedicazione  della  chiesa. 
E  poi  noto,  che  nell'anniversario  del- 
le chiese  si  accendono  avanti  le  do- 
dici croci  consagrate,  altrettante  can- 
dele di  cera. 

§  VII.  Della  venerazione,  che  si  de- 
ve alla  Chiesa,  e  di  altre  notizie 
che  la  riguardano. 

Il  Binghamo  ci  ricorda  i  se- 
gni di  rispetto  e  venerazione ,  che 
usavano  i  fedeli  nell'  entrare  nelle 
chiese.  I  re  deponevano  le  corone, 
i  soldati  le  armi,  siccome  luogo  di 
pace,  e  tutti  s'inchinavano  profi)n- 
damente  innanzi  l' altare.  I  templi 
non  servirono  giammai  ad  usi  pro- 
fani ,  e  i  diaconi  proibivano  in  essi 
qualunque  indecenza;  argomenti  tutti 
dell'alta  idea,  che  i  cristiani  avevano 
de'  sagrosanti  misteri  di  nostra  religio- 
ne. Della  modestia,  del  raccoglimen- 
to e  della  divozione,  colla  quale  i  fe- 
deli anticamente  stavano  nelle  chie- 
se, fa  parola  ancora  il  menzionato 
p.  Galluzzi,  e.  Ili,  p.  1 3,  ove  di- 
ce che  Dio  spesso  pun"i  gì'  irriveren- 
ti con  severi  gastighi  temporali.  Il 
concilio  di  Sens  del  iSaS  ordinò, 
che  dalle  chiese  si  togliessero  le  pit- 
ture indecenti,  le  quali  rappresen- 
tano cose  da  indurre  al  divagamen- 
to i  fedeli.  Clemente  XI,  volendo 
come  padre  comune  osservare  neu- 
tralità nella  guerra  della  successio- 
ne di  Spagna,  nel  lyoS,  proibì  che 
i  ritratti  dei  due  pretendenti  si 
esponessero  pubblicamente  nelle  chie- 
se nazionali  di  s.  Maria  dell'Anima, 
e  di  s.  Carlo  al  Corso.  Inoltre  tal 
zelante  Pontefice  con  decreto  del 
1701,  Bull.  Magn.  t.  VIII,  p  4'>7, 
comandò   che  niuno  di    qualsivoglia 


CHI 

grado,  eccettuate  le  persone  di  san- 
gue reale ,  si  facesse  portare  nelle 
chiese  i  tappeti  coi  cuscini  per  por- 
visi  sopra  ;  e  prescrisse  che,  laddove 
ciò  avesse  a  succedere,  si  cessasse 
subito  dalla  celebrazione  dei  divini 
uffizi,  e  restassero  scomunicati  i  ret- 
tori delle  chiese  che  lo  permette- 
vano, e  interdette  le  chiese  stesse. 
Tale  decreto  fu  provocato  dai  gra- 
vissimi abusi,  che  allora  vi  erano 
in  argomento.  Il  canone  'j5  del 
concilio  Trullano  prescrive,  che  i 
canti  sieno  decenti  e  divoti.  II  con- 
ciho  di  Trento,  sess.  22,  invita  i 
vescovi  a  bandire  dalle  loro  chiese 
ogni  sorta  di  musica  nella  quale , 
o  sull'organo,  o  in  semplice  canto, 
entri  qualche  cosa  di  profano;  co- 
me pure  i  discorsi ,  i  traltenimenti 
vani,  gli  strepiti,  e  i  clamori ,  ac- 
ciocché la  casa  di  Dio  comparisca 
veramente  casa  di  orazione.  Anche 
Benedetto  XIV  riformò  le  musiche 
nelle  chiese,  e  proibì  a'  superiori  di 
esse,  che  tenessero  banchi  e  sedie 
nei  giorni  in  cui  fosse  la  musica , 
per  evitare  qualunque  irriverenza 
alla  casa  di  Dio.  Anzi  il  di  lui  pre- 
decessore Clemente  XI,  per  le  pe- 
ripezie dei  tempi ,  e  per  ricordare 
a' grandi  il  niente  delle  cose  umane, 
sospese  per  cinque  anni  l' uso  nelle 
chiese  dei  genuflessori,  e  delle  sedie. 
11  p.  Menochio,  nel  tom.  III,  pag. 
178,  racconta  perchè  i  poveri  an- 
ticamente non  si  lasciassero  andai'e 
mendicando  per  le  chiese.  Paolo 
IV  proibì  con  pena  di  scomunica 
che  si  passeggiasse  nelle  chiese,  e 
che  i  poveri  vi  cercassero  limosina , 
per  non  disturbare  quelli,  i  quali  fan- 
no orazione.  S.  Pio  V,  conforman- 
dosi ai  decreti  di  Gregorio  IX,  or- 
dinò sotto  pena  delle  censure  eccle- 
.5iastiche,  che  nelle  chiese  si  entras- 
se con  divozione,    si  adorasse    colle 


CHI  25:9 

ginocchia  piegate  il  ss.  Sagramento, 
ti  evitassero  i  profani  discorsi,  il 
riso,  il  rumore,  e  il  passeggio  ;  si 
osservasse  un  pio  raccoglimento  , 
proibendo  le  questue  per  non  impor- 
tunare i  fedeli  dalla  preghiera  col 
racconto  delle  loro  miserie.  Pel  gran- 
de abuso  poi,  che  in  Siviglia  si  fa- 
ceva del  tabacco,  il  perchè  la  cat- 
tedrale ne.  veniva  lordata  ,  Urbano 
Vili  nel  1642  pose  la  pena  di  sco- 
munica a  chi  lo  prendesse  dentro 
quella  chiesa  ;  pena  che  Innocenzo 
X  nel  i65o  estese  a  quelli^  che  fa- 
cessero altrettanto  nella  basilica  va- 
ticana, cui  egli  avea  decorata  di  no- 
bilissimo pavimento,  di  colonne  e 
pilastri;  ma  nel  1725  Benedetto 
XIII  tolse  affatto  tali  severe  censu- 
re. Il  concilio  di  Cartagine,  col  ca- 
none 82,  inculcò  ai  vescovi  di  non 
impedire  a  veruno  di  entrare  in 
chiesa  per  edificazione,  e  per  udir- 
vi la  parola  di  Dio,  sia  giudeo,  o 
gentile,  od  eretico,  fino  alla  messa 
de' catecumeni.  L' immunità' poi  del- 
le chiese,  per  rispetto  alla  casa  di 
Dio,  è  antichissima,  ed  il  Pontefice 
Bonifacio  V  proibì  che  ninno  ar- 
disse di  estrarre  per  forza  chi  erasi 
rifugiato  nelle  chiese,  quale  asilo  di 
sicuiezza.  V.  l'annalista  Baronio  al- 
l'anno &iS,  num.  16.  Dell'origine, 
e  del  progi'esso  degli  asili,  delle  va- 
rie specie  e  loro  diritti,  scrisse  l'ab- 
bate Raimondo  Cecchelti  un  libro 
con  questo  titolo.  Degli  Asilij  Pa- 
dova lySi.  Vi  è  ancora  un  Di- 
scorso sopra  V Asilo  ecclesiastico  ^ 
stampato  nel  1 765.  V.  \'  Asseman? 
ni.  De  ecclesiis,  earumque  reveren- 
tia  et  asylo,  Romae  1766.  Leggia- 
mo nel  canone  19  del  concilio  ge- 
nerale lateranense  del  1179,  che  le 
chiese  sono  esenti  dai  pubblici  ag- 
gravi, eh' è  proibito  sotto  pena  di 
anatema  ai  rettori,    consoli,  e   altri 


a6o  CHI 

magistrati  delle  città,  d'imporre  al- 
le chiese  alcun  aggravio ,  sì  per 
provvedere  alle  fortificazioni,  o  spe- 
dizioni guerresche,  sì  per  altro  moti- 
vo. Il  Pontefice  Giovanni  Vili  sotto- 
pose alla  pena  di  sacrilegio  chi  rubas- 
se cosa  sagra,  ed  anche  non  sagra,  da 
luogo  sagx'o.  Dalla  legge  di  Costanti- 
no, presso  Eusebio  in  Vita  Constant. 
lib.  II,  e.  3g,  colla  quale  ordina  che 
si  restituiscano  alle  chiese  i  beni  ad 
esse  tolti  dal  fìsco  in  tempo  della 
persecuzione,  si  fa  chiaro  e  manifesto 
l'antichissimo  possedimento  de' beni 
anche  immobili  presso  delle  mede- 
sime. Ma  se  si  vuol  piendere  una 
giusta  idea  dei  beni  di  Chiesa  [Fedi), 
prendasi  da  quanto  decretò  Carlo 
Magno,  Capitular.  Reg.  Francar,  nel 
tom.  I  edit.  Balutii,  pag.  Sii.  La 
congregazione  Cardinalizia  de'  riti 
(  Fedi  )  fu  istituita  perchè  invigi- 
lasse che  nelle  chiese  si  osservassero 
diligentemente  i  sagri  riti  ec. ,  e  la 
congregazione  della  visita  apostolica 
[Vedi)  venne  eretta  per  l'adem- 
pimento di  tutti  i  legati  pii ,  e  alla 
soddisfazione  dell'obbligo  delle  mes- 
se, anniversarii  ed  altri  simili;  men- 
tre la  congregazione  della  fabbrica 
di  s.  Pietro  (  Vedi)  ha  la  facoltà 
di  applicare  tutti  que'  legati  pii ,  che 
non  fossero  stati  adempiuti ,  in  be- 
neficio della  fabbrica  della  chiesa 
vaticana.  V,  la  bolla  Firmandis, 
de' 6  novembre  174^,  Bull.  Magn. 
tom.  XVI,  pag.  49  >  emanata  da 
Eenedelto  XIV,  colla  quale  si  di- 
chiarò, che  i  vescovi  possono  visi- 
tare le  chiese  parrocchiali  rette  dai 
regolari,  eccettuate  quelle  nelle  quali 
risiede  il  generale  dell'  Ordine,  di 
cui  il  parroco  è  religioso.  V.  Par- 
BoccHiE.  Suir  uso  di  gettare  fiori  e 
veizure  nelle  chiese,  si  possono  con- 
sultare il  Cancellieri ,  Dissertazioni 
epistolari    hibliograjiche ,    pag.    199, 


CHI 

e  aoo;  Samuele  Schurzfleisch,  De 
ritu  spargendi  Jlores ,  Vittember- 
gae,  1 69 1  ;  Gio.  Nicolai ,  De  Phillo- 
bolia,  seu  Jlonim,  et  ramoriini  spar- 
sioìie  in  sacris,  et  civilihus  rebus 
usitatissima.  Accessit  Jo.  Cunv.  Die- 
terici, Dissertatio  de  sparsìone  Jlorumj 
Francofurti,  1698.  Il  di  Simeone 
scrisse:  Glorìe  de  sagri  templi,  e  del 
culto  che  ad  essi  si  dei'e ,  Roma 
1734. 

Finalmente,  oltre  quanto  dicesi 
ai  rispettivi  articoli  riguardanti  le 
chiese,  sopra  i  templi  dei  cristiani 
scrissero  copiosamente  i  seguenti  au- 
tori :  il  Cardinal  Bellarmino ,  De 
templis;  il  BuUengero ,  nel  lib.  IH, 
de  templis  ;  V  AUazio,  de  templis 
grcecorum,  recent,  et  de  nartliecc; 
Pompeo  Sarnelli  nell'  Antica  Ba- 
silografia,  Napoli  i684;  Giovanni 
Ciampini,  nel  libro:  De  Sacris  (vdi- 
Jiciis  a  Constantiiio  Magno  consiru- 
ctis;  il  Cardinal  Bona,  nel  Hb.  I 
Rerum  Liturg.  capo  19,  ed  ivi  il 
suo  commentatore  Sala;  il  Mabillon 
nel  Comment.  in  ord.  Rom.  §  3  ;  il 
Grancolas,  nel  tom.  I.  Antiq.  Sa- 
cramentarii  Eccl.  pag.  2;  il  Zecch 
nel  tom.  I,  de  Jur.  Rer.  Ecclesiast. 
sect.  I,  tit.  I;  il  Mazzocchi  nella 
Dissertazione ,  De  cathedrali  eccle- 
sia neapolitana;  l'Ildebrando,  nel 
libro.  De  pn'sccc  et  primitiva:  Eccl. 
sacris  publicis  templis  ,  et  diebus 
festis,  Helmstadii ,  iGSa;  Urbano 
Godofredo  Sibero,  De  templor.  con' 
dendor.  et  dedicandor.  rilibus,  Lipsiae 
1726,  il  quale  anche  scrisse.  De 
cane  e  templis  exterminando  j'uxta 
Icges  ecclesiasticas  ,  Lipsiae  1 7  1 2  ; 
il  Cabassuzio  nella  Diatriba  de  ve- 
te.nim  ecclesiarum  silu,  partibus,  et 
forma,  nella  sua  Notizia  Conciliar. 
pag.  345 ,  e  nella  JVotit.  Eccles. 
pag.  39;  L'Ospiniano,  de  Templis, 
eontni  origine,   progressu,  usu,  eie. 


f 


CHI 

Tiguri  .1609,  et  Genovae  1672;  il 
Muratori,  nella  Dissertatio  de  tem- 
plor.  apud  veteros  omatu  etc. ,  nei 
suoi  Anecdot.  tom.  I,  pag.  178;  il 
Fabricio  nell'  Oratio  de  templis  ve- 
ter.  christianor.  Helmstadii  lyo/j.; 
il  Lorrequatio  nell'  Observatio  de 
narthece  vetens  ecclesice,  nel  suo  li- 
bro Adv.  Sacrar,  pag.  ^"ì"]  ;  Lo 
Schui'zfleisch  ,  De  templor.  anti- 
quitatibuSf  Yittembergaj  1 696  ;  il 
Veidling,  De  templis  suminis  sum- 
ptibus  extructis;  Lencop.  1711,  ed 
altri  presso  il  Fabrizio  nella  Bi- 
hliograph.  antìcj.  pag.  299.  e  seg. , 
non  che  l'opera  di  Francesco  Mili- 
zia riguardante  le  Belle  arti.  Da 
ultimo,  in  Milano  con  magnifica 
edizione,  furono  pubblicate  le  storie, 
colle  piante,  spaccati,  e  prospettive, 
delle  Chiese  principali  di  Europa. 

CHIESA.  GiANAjVGELO,  Cardinale. 
Gianangelo  Chiesa  nacque  a  Tortona 
nel  i52o  da  nobili  genitori.  Nelle 
università  di  Padova  e  Pavia  diven- 
ne perito  in  legge,  ed  in  questa 
iiltima  si  laureò  nel  diritto  civile 
e  canonico.  Di  lese  da  valoroso  in 
Ispagna  presso  Filippo  H,  la  quasi 
disperata  causa  del  duca  di  Terra- 
nuova  ,  ove  si  conciliò  per  maniera 
l'animo  del  re,  e  di  tutto  il  con- 
siglio reale ,  che  venne  dichiarato 
senator  di  Milano,  e  governatore 
di  Pavia,  cui  resse  per  due  anni; 
poi  vedovato  di  moglie,  fu  spedito 
a  s.  Pio  V  a  comporre  le  differenze 
tra  il  senato  di  Milano  e  s.  Carlo 
Borromeo.  Il  Pontefice  lo  ebbe  caro 
così  pei  suoi  costumi,  e  per  la  sua 
dottrina,  che  lo  fece  abbate  in  san 
Pietro  di  Mulegio  a  Vercelli,  e  a 
mezzo  di  suo  zio  Serafino ,  a'  24 
marzo  del  i568,  lo  creò  Cardinal 
diacono,  poi  prete  di  s.  Pancrazio,  e 
prefetto  della  segnatura  di  giustizia. 
Lo  ascrisse  anche  alla  congregazione 


CHI  a6t 

della  lega  contro  il  turco,  e  a  quella 
sopra  l'alienazione  dei  censi  della 
Chiesa.  Dopo  essere  intervenuto  al 
conclave  di  Gregox-io  XIII,  morì  a 
Pioma  nel  i5'j5  di  cinquantacinque 
anni,  e  sette  di  Cardinalato,  ed  ebbe 
tomba  nella  chiesa  del  suo  titolo  rim- 
petto  all'aliar  maggiore. 

CHIESA  (della)  Francesco  Ago- 
stino. Vescovo  di  Saluzzo,  fiorito 
nel  secolo  decimosettimo.  Ci  lasciò 
I.  una  storia  cronologica  dei  Car- 
dinali, arcivescovi,  vescovi  ed  abbati 
del  Piemonte,  Torino  164^;  2.  Ca- 
talogo degli  scrittori  del  Piemonte  e 
della  Savoj'a;  3.  //  teatro  delle  don- 
ne sapienti. 

CHIESA  Giovanni  Nicolò.  Scrit- 
tore ecclesiastico  del  secolo  decimot- 
tavo.  Di  lui  abbiamo  alcuni  libri  as- 
sai devoti,  i  quali  trattano  sulla  san- 
tificazione dell'anima. 

CHIESE  DI  Roma.  I  sacri  ed  au- 
gusti templi  dell'alma  città  di  Roma 
sono  degni  della  capitale  del  cristia- 
nesimo, e  della  residenza  del  Som- 
mo Pontefice,  pei  tanti  e  singolari 
loro  pregi,  pel  loro  numero,  per  la 
loro  grandezza,  magnificenza  e  son- 
tuosità ,  per  la  ricchezza  e  rarità 
degli  ornati,  in  cui  il  fiore  degli  ar- 
tisti impiegarono  l' ingegno  sia  nel 
concepirne  i  vasti  disegni,  che  servi- 
rono di  modello  ad  altri ,  sia  nel 
concorso  felice  di  tutte  le  arti,  che 
fecero  a  gara  di  secondare  la  muni- 
ficenza de'  romani  Pontefici,  Cardi- 
nali, principi,  corpoi-azioni  religiose, 
e  pii  benefattori,  i  quali  le  vollero 
innalzate  a  Dio,  alla  beata  Vergine  , 
ed  ai  Santi.  Così  venne  distinto  an- 
co pei  sacri  templi  il  centro  del 
cattolicismo ,  la  città  eterna  ove  il 
principe  degli  apostoli  stabilì  la  sua 
sede,  da  qualunque  altra  eapitale 
d'imperi,  di  regni,  e  di  stati.  So- 
prattutto poi   sono  celebri    le  chiese 


a6ci  CHI 

di  Roma,  pel  gran  numero,  la  cui 
erezione  per  la  maggior  parte  ri- 
monta alla  veneranda  antichità , 
pei  gloriosi  monumenti  che  conser- 
vano dei  primarii  atleti  della  fede , 
per  le  insigni  reliquie  che  posseg- 
gono,  e  per  tante  cause  che  le 
santificarono  e  illustrarono  ;  per  cui 
sino  da'  piìi  rimoti  tempi ,  da  lon- 
tane l'egioni  vennero  principi  e  po- 
poli a  visitarle ,  e  ad  acquistare  le 
tante  indulgenze ,  di  cui  col  tesoro 
inesausto  della  Chiesa ,  le  arricclù 
la  pietà  de'  Pontefici,  onde  per  co- 
mun  consenso  Roma  fu  anche  chia- 
mata città  santa.  »  Questa  è  vera- 
«  mente  la  città ,  dicea  san  Carlo 
»  Borromeo ,  di  cui  la  terra ,  le 
«  mura,  gli  altari,  le  chiese,  i  se- 
»  polcri  de'  martiri,  e  tuttociò  che 
»  presentasi  alla  vista,  incutono  nel- 
»  l'animo  uq  non  so  quale  ribrezzo, 
»j  come  esperimentano  e  provano 
5j  quelli,  che  ben  disposti  visitano 
«  que'  sacri  recessi  ".  Dappoiché  va 
considerato  quanto  giovi  a  risvegliar 
nell'animo  pensieri  devoti  il  visitare 
luoghi  sì  vetusti,  ove  in  maravigliosa 
guisa  mostrasi  la  sublime  maestà  della 
religione,  e  l'avere  sotto  gli  occhi  tante 
migliaia  di  martiri,  che  hanno  san- 
tificata questa  classica  terra  col  loro 
sangue,  e  recarsi  alle  basiliche,  ve- 
derne i  titoli,  e  con  dolce  commo- 
zione venerarne  le  tante,  e  preziose 
reliquie.  Il  perchè  esclamò  s.  Gio. 
Crisostomo  :  »  Come  il  sole  traman- 
"  da  nel  meriggio  i  suoi  raggi ,  la 
"  città  di  Roma  per  que'  due  lumi 
»  s.  Picti'o,  e  s.  Paolo  diffonde  per 
»  tutto  il  mondo  la  luce  ".  Ripete- 
remo inoltre  con  Caio,  prete  della 
Chiesa  Piomana ,  presso  Eusebio , 
Stor.  Eccl.  lib.  II,  cap.  2:  »  Io  poi 
"  posso  mostrare  i  trofei  degli  apo- 
»  stoli  :  imperocché  voglia  tu  an- 
»»  dure    al    Vaticano ,     o     alla    via 


CHI 

M  ostiense,  li  si  presenteranno  i  tro- 
"  fei  di  coloro,  die  fondarono  quel- 
M    la  chiesa  ". 

Le  chiese  pertanto  di  Roma,  for- 
manti la  principale  parte  della  sua 
splendida  grandiosità  ,  che  andiamo 
pel  maggiore  numero,  e  per  ordine 
di  alfabeto  a  compendiosamente  de- 
scrivere ne'  seguenti  articoli,  si  sud- 
dividono nelle  basiliche  patriarcìlli , 
nelle  basiliche  minori ,  nelle  colle- 
giate, nelle  chiese  de'  titoli  Cardina- 
lizii,  nelle  diaconie  Cardinalizie,  nel- 
le sette  chiese ,  nelle  chiese  stazio- 
nali, e  nelle  chiese  parrocchiali,  od 
appartenenti  agli  Ordini  religiosi  di 
ambo  i  sessi ,  e  nelle  chiese  altresì 
nazionali,  di  ospedali,  de'  sodalizi  ec. 
Le  basiliche  patriarcali,  come  dicem- 
mo all'articolo  Basilio v  (radi),  sono 
cinque,  così  dette  patriarcali,  per  la 
dignità  della  Chiesa  romana,  e  per 
r  eccellenza  del  Pontificato ,  e  del 
suo  ministero  in  essa  esercitato,  di- 
cendoci il  Caietano  nella  vita  di  san 
Gelasio  II:  Sunt  in  Ecclesia  Roma- 
na quinque  ecclesicc  patiiarchahs;  his 
autem  pntriarchalìlms  ecclesiis  prccfe- 
cti  sunt  hi:  Lateranensi  prinms  epi- 
scopus  collateralis,  S.  Mniix  archi- 
presbytcr  Cardinalis ,  s.  Petro  ar- 
chipreshytcr  Cardinalis ,  Ecclesicc  s. 
Paidi  ahhas  Cardinalis ,  Ecclesiae  s. 
Laurentii  ahhas  Cardinalis.  Che  gli 
abbati  di  queste  due  basiliche  anti- 
camente erano  spesso  Caidinali,  si 
vedrà  a'  loro  articoli.  Chiamansi  tali 
basiliche  patriarcali,  secondo  alcuni, 
anco  perchè  credonsi  istituite  in  me- 
moria dei  cinque  patriarchi  esistenti 
nel  cattolicismo,  cioè  il  romano,  il 
costantinopolitano  ,  1'  alessandrino  , 
l'antiocheno  ed  il  gerosolimitano  ; 
ovvero,  come  dice  Onofrio  Panvinio, 
perchè  annessi  alle  cinque  basiliche, 
eranvi  i  palazzi,  o  pntriarchii  ove  ri- 
siedevano i  pati'iarchi  forestieri  (giac- 


CHI 

che  il  romano  Pontefice,  come  pa- 
triarca d'occidente,  abitava  il  patriar- 
chio lateranense),  quando  si  portava- 
no in  Roma  per  celebrare  concilii, 
o  per  trattare  affari  ecclesiastici ,  ri- 
guardandosi poi  gli  altri  patriarchi 
meno  antichi^  quali  patriarchi  di  pri- 
vilegio. Le  dette  cinque  patriarcali 
basiliche  sono  pertanto  dei  Salvato- 
re, o  di  s.  Giovanni  in  Laterano ,  di 
s.  Pietro  in  Vaticano ,  di  s.  Paolo 
nella  via  ostiense,  di  s.  Maria  Mag- 
giore o  liberiana,  e  di  s.  Lorenzo 
fuori  delle  mura  di  Roma;  basiliche 
che  sono  espresse  nel  seguente  disti- 
co, che  vuoisi  composizione  di  Gio- 
vanni Cardinale  di  Piccardia: 

Paulus ,   Virgo t  Pctnis^  Laurentius, 

atque  Joannes 
Hi  patriarchaUis    nomea    in    Urbe 

tenent. 

Ognuna  delle  cinque  basiliche  ha 
l'altare  papale ,  cioè  il  principale , 
in  cui  celebra  il  solo  Sommo  Pon- 
tefice ,  e  per  indulto  apostolico  un 
Cardinale,  come  dicemmo  all^  arti- 
colo Cappelle  Pontificie  §  X,  n.  4> 
ove  si  avverte,  che  nella  basilica  li- 
beriana avvi  un  secondo  altare  pa- 
pale, cioè  nella  cappella  eretta  da 
Sisto  V,  ove  per  privilegio  pontificio 
in  alcuni  tempi  possono  celebrare  i 
canonici,  e  i  beneficiati  ;  e  che  nella 
basilica  ostiense ,  per  la  festa  del- 
la commemorazione  di  san  Paolo, 
per  concessione  di  Benedetto  XIV, 
celebra  nell'altare  papale  un  vescovo 
assistente  al  soglio.  Aggiungiamo  poi 
qui,  coll'autorilà  dell' Ugonio  Delle 
stazioni  di  Roma,  p.  1 53,  che  nell'al- 
tare maggiore  della  basilica  di  s.  Lo- 
renzo fuori  delle  mura,  essendo  pon- 
tificio, celebra  il  solo  Papa,  se  pu- 
re per  ispeciale  grazia  non  concede 
ad  altri  licenza  di  celebrarvi.  La  ba- 


CHI  a63 

silica  lateranense  è  la  cattedrale  del 
Sommo  Pontefice,  ma  osserva  ilPan- 
vinio,  che  avendo  i  Papi  costumato  ce- 
lebrare le  loro  pontificali  funzioni  an- 
che nelle  altre  quattro  basiliche  pa- 
triarcali, queste  vengono  riguardate 
a  guisa  di  altrettante  sue  cattedrali 
per  la  sua  sublime  prerogativa  di 
supremo  gerarca  della  Chiesa  uni- 
versale. 

Le  basiliche  minori  sono  otto , 
cioè:  Sessoriana,  o  di  s.  Croce  in  Ge- 
rusalemme ,  s.  Sebastiano ,  s.  Maria 
in  Trastevere ,  s.  Lorenzo  in  Da- 
maso,  s.  Maria  in  Cosmedin,  Co- 
stantiniana de'  ss.  Xll  Apostoli,  JEu- 
dossiana  di  s.  Pietro  in  Finculis,  e 
Regina  coeli,  detta  santa  Maria  in 
monte  santo.  Nelle  processioni  i  ca- 
pitoli di  s.  Maria  in  Trastevere,  e 
di  s.  Lorenzo  in  Damaso  procedono 
uniti,  ma  ogni  anno  si  cedono  a  vi- 
cenda la  destra  secondo  il  disposto 
di  Benedetto  XIV,  che  compose  le 
dispute  di  preeminenza.  Nelle  pro- 
cessioni, le  basiliche  di  s.  Pietro,  di 
santa  Maria  IMaggiore,  di  s.  Mai'ia 
in  Trastevere,  di  s.  Lorenzo  in  Da- 
maso ,  di  s.  Maria  in  Cosmedin  ,  e 
di  s.  Maria  Regina  coeli ,  oltre  la 
croce,  sono  precedute  dalle  insegne 
del  padiglione,  e  del  campanello  ap- 
peso ad  una  macchina  di  legno  do- 
ralo, nella  quale  evvi  il  particolare 
proprio  stemma  di  ciascuna  basilica. 
Ma  la  basilica  lateranense  per  pri- 
vilegio, e  per  quanto  dicemmo  al- 
trove, e  diremo  al  suo  articolo,  si 
fa  precedei'e  da  due  croci ,  da  due 
padiglioni,  e  da  due  campanelli. 

Le  collegiate  sono  nove ,  e  tutte 
con  capitolo  di  canonici,  e  benefi- 
ciati ec.  Queste  chiese  collegiate  so- 
no :  di  s.  Maria  ad  Martyres  o 
Panthecjn ,  di  s.  Marco ,  di  s.  Ni- 
cola in  Carcere,  di  s.  Maria  in  Via- 
lata  ,  di  s.  Eustachio ,  di  s.  Angelo 


a64  CHI 

iti  Pescheria,  de' ss.  Celso  Giuliano 
in  Banchi,  di  s.  Anastasia  e  di  san 
Girolamo  degli  Schiavoni.  Oltre  quan- 
to sulle  collegiate  diremo  nel  se- 
guente periodo,  va  qui  avvertito  che 
l'origine  di  esse  è  nata  dai  monaci, 
i  quali  una  volta  quelle  chiese  uffi- 
ciarono, nelle  quali  di  presente  sono 
i  capitoli,  e  le  collegiate;  ciò  lo  prova 
il  Mabillon  parlando  dei  capitoli  di 
s.  Pietro,  e  di  s.  Giovanni. 

Le  chiese  titolari  de'  Cardinali 
preti  sono  cinquanta,  e  le  diaconie 
Cardinalizie  sedici;  ben  inteso  però 
che  il  Cardinal  vice-cancelliere  di 
S.  R.  C.  godendo  sempre  in  com- 
menda il  titolo  Cardinalizio  di  s.  Lo- 
renzo in  Damaso,  se  appartiene  al- 
l'ordine de'  preti ,  o  de'  diaconi,  tal 
chiesa  diviene  perciò  titolo ,  o  dia- 
conia. Qui  solo  dii'emo,  che  nei  tem- 
pi antichi  non  vi  erano  capitoli  di 
chiese  collegiate  in  Roma ,  ma  nei 
dì  festivi  ai  divini  uffici!  destinati , 
tutto  il  popolo  andava  al  suo  titolo, 
ove  il  prete  titolare  celebrava,  e  in 
compagnia  de'  chierici  addetti  al  ser- 
vigio della  chiesa,  e  di  tutti  i  fedeli 
concorsivi,  celebravansi  le  vigilie,  e 
le  ore  mattutine  e  vespertine ,  non 
già  le  altre  ore  diurne,  terza,  sesta, 
nona ,  e  il  completorio ,  poiché 
queste  ne'  primi  tempi  si  recitavano 
solamente  da'  monaci,  i  quali  (come 
in  maggior  numero)  potevano  in 
tutte  le  ore  uffiziare.  Da  ciò  ne  ri- 
sulta ,  che  le  collegiate  tutte  non 
sono  di  queir  antichità,  che  alcuni 
hanno  pensato  di  dimostrare.  V. 
Titoli  Cabdixai-izii. 

Le  sette  chiese  di  Roma  si  com- 
pongono delle  summentovate  cinque 
basiliche  patriarcali ,  e  delle  due 
basiliche  minori  di  s.  Croce  in  Ge- 
rusalemme, e  di  s.  Sebastiano,  le 
quali  sette  chiese  si  sogliono  visi- 
tare dai    fedeli,   pel   conseguimento 


CHI 

delle  tante  indulgenze  concesse  dai 
Pontefici,  fuori  dell' anno  santo  del 
giubileo.  Allorché  poi  alcune  di  esse 
per  inondazione ,  incendio ,  o  altri 
casi  non  si  possano  visitare,  i  Pon- 
tefici vi  surrogano  delle  altre,  co- 
me si  vedrà  a'  rispettivi  luoghi.  V. 
Sette  Chiese  di  Roma. 

Le  chiese  stazio'nali  sono  quelle 
chiese  di  Roma,  che  secondo  T  isti- 
tuzione di  Papa  s.  Ilario,  si  visitano 
da'  fedeli  per  1'  acquisto  dell'  indul- 
genza, in  tutti  i  giorni  di  quaresi- 
ma, nelle  domeniche  dell'avvènto, 
nelle  quattro  tempora,  nelle  mag- 
giori solennità,  ed  in  alcune  ottave 
privilegiate,  ec.  V.  Stazioni  di  Roma. 
Tutta  volta  va  qui  avvertilo,  che  si 
legge  nella  vita  di  s.  Cleto,  creato 
Papa  nell'anno  80,  ch'egli  istituì  le 
pellegrinazioni  urbane  a'sacri  templi 
di  Roma,  le  quali  poi  furono  chia- 
mate stazioni. 

Le  chiese  parrocchiali,  che  prima 
erano  ottantuna ,  Leone  XII  con 
bolla  del  i"  novembre  1824,  le 
ridusse  al  numero  di  cinquantaquat- 
tro. V.  Parrocchie  di  Roma.  Si  legge 
nel  Piazza ,  Gerarchia  Cardinalìzia, 
pag.  349  e  35o,  che  i  parrochi 
delle  chiese  titolari  ec.  si  chiamava- 
no vicari,  giacché  il  principal  peso 
della  parrocchia  spetta  al  (iardinal 
titolare;  ma  che  siccome  tali  vicario 
per  molti  secoli,  e  forse  dalla  loi'o 
istituzione  erano  meramente  ad  nu- 
tum  de' titolari,  ovvero  de' capitoli , 
s.  Pio  V,  ad  evitare  le  conseguenze 
pregiudicievoli,  che  ne  seguivano  per- 
ciò col  frequente  cambiamento  dei 
vicari,  con  bolla  del  1071  eresse  le 
medesime  cure  d'anime  in  vicarie 
perpetue,  con  istabile  provvisione,  e 
furono  le  seguenti  dodici  chiese:  S. 
Gio.  in  Laterauo,  s.  Pietro  in  Vati- 
cano, s.  Caterina  della  Rota,  s.  Bia- 
gio della  Pagnotta,  s.  Pancrazio,  s. 


CHI 

Maria  in  Via  Lata,s.  Maria  in  Tras- 
tevere, s.  Lorenzo  in  Damaso,  s. 
Maria  in  Cosmeclin ,  s.  Angelo  in 
Pescheria,  s.  Quirico,  e  s.  Nicola  in 
Carcere:  però  in  progresso  di  tempo 
accaddero  delle  variazioni,  dappoiché 
alcune  furono  soppresse,  ed  altre 
sostituite,  locchè  si  dirà  ad  ogni  ar- 
ticolo. 

Delle  altre  chiese  poi  nazionali, 
degli  Ordini  religiosi  d'ambo  i  sessi, 
degli  ospedali,  e  de'sodalizi  ec,  pall- 
iandosene a'  rispettivi  articoli,  nella 
seguente  descrizione  alfabetica  delle 
chiese  di  Roma,  ci  limiteremo  a 
solo  indicarle.  Noi  non  intendiamo 
far  parola-  di  tutte  le  chiese  di  Ro- 
ma, ma  di  quelle  che  appartengono 
alle  descritte  categorie,  che  in  so- 
stanza abbracciano  le  principali  e 
la  maggior  parte,  rimanendo  a  po- 
che quelle  di  cui  non  crediamo*  farne 
una  distinta  menzione,  a  seconda 
del  nostro  divisamcnto,  e  in  relazio- 
ne delle  cose,  che  si  trattano  nel 
Dizionario.  Di  altre  chiese  poi  ap- 
partenenti ad  alcune  università  delle 
arti  di  Roma ,  e  ad  alcune  confra- 
ternite di  essa,  se  ne  dà  qualche 
cenno  a  quegli  articoli. 

Passando  a  pailare  dell'  origine 
delle  chiese  di  Roma,  oltre  quanto 
si  è  detto  nel  precedente  articolo 
(^.  Chiesa  o  Tempio),  è  a  sapersi, 
che  essendo  sepolto  s.  Pietro  nel 
Vaticano,  il  Pontefice  s.  Anacleto 
creato  nell'anno  io 3,  essendo  prete, 
innalzovvi  sopra  un  tempio,  il  quale 
terminò  e  dedicò  fatto  Papa.  Nel 
suo  pontificato  poi  fondò  un  piccolo 
oratorio  o  cimiterio  nella  via  ostien- 
se, dov'  era  stato  sepolto  il  corpo  di 
s.  Paolo  dopo  il  martirio  solferto 
alle  acque  Salvie,  e  poscia  nel  sito 
dell'  oratorio,  Costantino,  ad  istanza 
di  s.  Silvestro  I,  edificò  la  basilica. 
Tutlavolta    il    suo    predecessore  san 


CHI  26^ 

Cleto,  eletto  nell'anno  80,  avea  già 
convertita  la  sua  casa  in  chiesa,  che 
dipoi  fu  dedicata  a  s.  Matteo,  ed 
ebbe  il  titolo  Cardinalizio  di  Meru- 
lana.  Ciò  non  pertanto  il  citato 
Pompeo  Ugonio,  a  pag.  161,  è  di 
sentimento  che  la  più  antica  chiesa, 
o  titolo  di  Roma  ,  che  con  tal  no- 
me venisse  chiamata,  è  la  chiesa 
di  s.  Pudenziana,  luogo  abitato  da 
s.  Pietro  nella  sua  venuta  in  Roma, 
Qual  sia  poi  la  prima  chiesa  in  Ro- 
ma consacrata,  se  quella  di  Eudos- 
sia,  ossia  di  s.  Pietro  in  Vinculis  sul- 
l'Esquilino,  o  di  s.  Pudenziana  sul 
Viminale,  ovvero  altra,  non  lo  sa 
decidere  il  Cardinal  Bona,  Rer,  Li- 
tiirg.  lib.  V,  cap.  19,  §  i,  dicendo 
che  la  cosa  è  incerta.  Ne  tratta 
però  eruditamente  il  Florenlinio, 
Exerc.  Il ,  ad  diem  i  Aug.,  nel 
qual  giorno  vuoisi  che  il  Papa  san 
Alessandro  I,  nell'anno  126,  consa- 
crasse il  tempio  di  s.  Pietro  in  Vin- 
cidis.  Certo  è,  che  s.  Pio  I  dedicò  e 
consacrò  la  chiesa  di  s.  Pudenziana, 
■verso  l'anno  \^5,  come  dice  1' Ugo- 
nio, o  più  probabilmente  verso  l'an- 
no 162,  come  riporta  l'  annalista 
Rinaldi.  Questo  punto  verrà  più 
criticamente  trattato  parlandosi  del- 
le nominate  chiese. 

Il  Pontefice  sant' Evaristo,  dopo 
l'anno  i  12,  divise  e  distribuì  a' preti 
i  titoli,  cioè  le  chiese  di  Roma  più 
insigni.  Prima  di  lui  s.  Cleto,  per 
oi'dine  di  s.  Pietro,  aveva  ordinato 
venticinque  preti  in  Roma,  cioè  la 
divise  in  altrettante  parrocchie;  e 
s.  Clemente  I  aveva  istituito  in  Ro- 
ma sette  notali  per  registrare  nei 
fasti  delle  chiese  gli  atti  dei  martiri. 
Il  Pontefice  s.  Calisto  I,  nell'anno 
224,  fabbricò  in  Trastevere  la  chiesa 
di  s.  Maria,  la  quale  non  solo  è  la 
prima,  che  in  Roma  fosse  dedicata 
alle  glorie  della  beatissima  Vergine, 


266  CHI 

ma  essendo  venerata  per  una  delle 
prime  chiese  erette  in  detta  città,  si 
vuole  che  ciò  avvenisse  per  rescritto 
dell'  imperatore  Alessandro  Severo, 
edificandosi  dai  cristiani  in  faccia 
ai  pagani.  V.  il  canonico  Saverio 
Marini,  nella  dissertazione,  Se  in 
Ravenna  vi  fossero  chiese  pubbliche , 
prima  che  Costantino  il  grande  desse 
la  pace  a'  fedeli,  che  è  la  V,  nel 
tom.  IX  fi*a  le  dissertazioni  ecclesia- 
stiche raccolte  dal  Zaccaria,  Roma 
1 794-  Malgrado  poi  le  persecuzioni, 
che  tornarono  a  soffrire  i  cristiani , 
la  Chiesa  romana,  nel  pontificato  di 
6.  Cornelio,  contava  quarantasei  preti 
con  altrettante  parrocchie.  Dal  nu- 
rncro  dei  quarantasei  preti ,  ricava 
il  Valesio,  in  not.  ad  Eusebiiini,  hist. 
eccl.  lib,  VI,  cap.  43,  che  altrettante 
basiliche  fossero  allora  in  Roma, 
poiché  a  ciascuna  di  esse  presiedeva 
un  prete,  e  sembra  che  s.  Ottato, 
lib.  II,  cap.  4)  confermi  la  conget- 
tura del  Valesio,  mentre  afferma 
che  al  tempo  di  Diocleziano  si  vede- 
vano già  più  di  quaranta  chiese  in 
Roma. 

Mentre  regnavano  sul  romano  im- 
pero Costantino,  e  Massenzio,  volen- 
do il  primo  porre  un  termine  agli 
oi'rori  e  alle  crudeltà,  che  commetteva 
il  secondo,  particolarmente  in  Roma, 
rivolse  le  vittoriose  sue  armi  per 
punirlo,  dirigendosi  verso  la  capitale 
dell'  impero,  residenza  di  Massenzio. 
Siccome  Costanzo  Cloro  padre  di 
Costantino  era  stato  sempre  cristia- 
no nel  cuore  e  nelle  azioni,  il  fi- 
glio ne  ereditò  la  stima  pei  cristia- 
ni, e  rivoltosi  al  Dio  d'essi,  che  suo 
padre  avea  adorato,  invocò  fervida- 
mente la  sua  protezione  nel  gi-an 
cimento  della  guerra,  e  fu  esaudito. 
Gli  apparve  pertanto  nel  cielo  una 
croce  sfolgorante  di  luce,  nella  quale 
leggevasi  io  caratteri  non  meno  iu- 


CHT 

minosi:  Vincerai  in  questo  tegno; 
prodigio  che  in  un  al  principe  vide 
r  intei'o  esercito,  rimanendone  tutti 
incoraggiti.  Quindi  apparve  Gesti 
Cristo  a  Costantino,  e  gli  comandò 
di  farsi  uno  stendardo  sul  modello 
della  croce,  che  avea  veduto,  per 
portarlo  nelle  battaglie;  bandiera, 
che  il  principe  chiamò  Laharum,  e 
poscia  sì  fece  cristiano ,  facendo  in- 
cider sullo  scudo  de' suoi  soldati,  il 
monogramma  di  Cristo,  secondo  l'av- 
vertimento ricevuto  da  altra  visio- 
ne. Per  visibile  protezione  del  cielo, 
pieno  l'esercito  del  piìi  intrepido 
coraggio,  presso  il  ponte  Milvio,  ai 
28  ottobre  dell'anno  3 12,  coman- 
dato da  Costantino,  prodigiosamente 
riportò  su  forze  nemiche  infinita- 
mente superiori,  una  compita  vitto- 
ria ,  affogandosi  Massenzio  nel  Te- 
vere, sullo  stesso  laccio, che  avea  teso 
al  suo  competitore.  Alcuni  mesi  dopo, 
riunitisi  in  Milano  Costantino,  e  Licino 
Augusto,  pubblicarono  verso  la  fine 
di  detto  anno,  o  al  principio  del3i3 
nel  pontificato  di  s.  Melchiade,  il 
celeberrimo  editto  in  favore  del  cri- 
stianesimo, cui  permisero  si  potesse 
liberamente  professare,  restituendo 
a'  cristiani  i  luoghi  ove  si  raunavano 
per  divozione,  ad  onta  che  fossero  di- 
venuti proprietà  altrui,  in  uno  ai 
beni  appartenenti  alle  loro  chiese; 
lo  che  produsse  la  pace  generale  e 
solida  della  Chiesa,  la  qual  pace  pro- 
priamente fu  la  prima,  eh'  essa  godet- 
te appieno,  dopo  il  suo  stabilimento. 
La  libertà  della  Chiesa  data  dal- 
l'editto  imperiale,  unita  alla  parti- 
colar  protezione  di  Costantino,  cam- 
biò in  breve  tutta  la  fàccia  dell'im- 
pero, ed  ovunque  furono  innalzate 
chiese  ed  altari,  sì  nelle  città,  che 
nelle  campagne ,  prevenendo  il  reli- 
gioso principe  i  voti  dei  popoli,  e 
dei  vescovi  più  zelanti  per  la  gloria 


CHI 
della  casa  di  Dio;  e  con  una  splen- 
didezza, e  magnificenza  veramente 
imperiale,  vennero  consacrate  colla 
più  pomposa  solennità.  Per  lui  si 
fabbricarono  le  chiese  del  s.  Sepol- 
cro, dell'Ascensione  del  Salvatore 
sul  monte  Oliveto,  ed  un*  altra  in 
Betlemme.  In  Nicomedia  fece  fab- 
bricare vma  basilica  degna  della  città 
imperiale,  in  Antiochia  un'altra,  che 
per  la  ricchezra  fu  chiamata  la  chie- 
sa d'oro;  in  Roma  presso  il  palazzo 
lateranense ,  il  quale  donò  ai  Pon- 
tefice s.  Melchiade,  fece  costruire  la 
chiesa  del  Salvatore,  chiamata  poi  s. 
Giovanni  in  Laterano  a  cagione  del 
suo  battisterio,  quelle  di  s.  Pietro, 
di  s.  Paolo,  di  s.  Croce  in  Gerusa- 
lemme, di  s.  Agnese,  di  s.  Lorenzo 
fuori  le  mura,  de'  ss.  Pietro  e  ]\Iar- 
cellino  pure  fuori  le  mura  delia  città, 
ove  fu  sepolta  la  sua  madre  s.  Elena, 
dei  ss.  XII  Apostoli,  de' ss.  Silvestro, 
e  Martino  a'  Monti ,  di  s.  Pietro  in 
Carcere,  di  s.  Pieti'o  Mon torio,  di 
s.  Maria  Liberatrice,  detta  ancora 
di  s.  Silvestro  in  Lacu^  ed  alcuni 
vi  aggiungono  quella  di  s.  Grisogo- 
no,  per  tacere  di  altre  nel  rima- 
nente d'Italia,  come  in  Ostia,  in 
Alba,  in  Capua,  ed  in  Napoli  ec. , 
tutte  dotate  con  tal  ricchezza,  che 
difficilmente  comprendesi  come  un 
sol  principe  abbia  potuto  supplire 
a  tante  immense  spese.  Vuol^-i  pe- 
rò che  il  saggio  e  religioso  impera- 
tore abbia  trovato  grandi  mezzi  nei 
beni  anteriormente  confiscati  sui  fede- 
li eh' erano  morti  senza  eredi,  nelle 
rendite  de'templi  degl'idoli,  di  cui 
giudicava  di  non  poter  meglio  ripa- 
rare la  profanazione,  se  non  consa- 
crandoli al  culto  del  vero  Dio,  e 
nelle  soppressioni  de'giuochi  profani, 
che  all'  impero  costavano  somme 
grandiose.  Il  Piazza  nella  sua  Gt- 
raixMa,    a    pag.   707,    coli' autorità 


CHI  267 

de'  piti  dotti  scrittori  delle  cose  di 
Roma,  tesse  il  catalogo  de'templi 
profani  dedicati  alle  false  divinità, 
che  in  Roma  furono  convelliti ,  e 
consacrati  al  culto  del  vero  Dio,  e 
ad  onore  della  Beatissima  Vergine, 
e  de'  Santi. 

Delle  chiese  fondate  in  Roma  daU 
l'imperatore  Costantino,  veggasi  Gio-» 
vanni  Ciampini  nella  sua  eruditissi- 
ma opera:  Velerà  inoninienta  in  qiii- 
bus  praecipuae  musivac  operae  , 
sacrarum  proplianarunique  aediiau 
slructnra,  ac  nonnulli  antiqui  ri- 
tus  disputationibuSj  iconibusque  illu-' 
strantur  una  cum  synopsi  historica  da 
sacri .9  aedijiciis  a  Constanti  no  magno 
constructis,  Romae  1690,  in  tre  volu- 
mi in  foglio.  De'  doni  fatti  da  Co- 
stantino a  diverse  basiliche  di  Ro- 
ma pel  valore  di  annua  rendita  di 
soldi  trentunmila  seicentottanta,  che 
monterebbero  a  circa  trecentomila 
de'  nostii  scudi,  V.  monsignor  Bian- 
chini, nella  prefazione  al  tomo  II 
dell'  Anastasio,  dove  ne  fa  lo  spec- 
chio, che  il  Zaccaria  riprodusse  neU 
la  Dissertazione  Xj  de  Romana  e 
Ecclesiae  patrimoniis  tomo  II,  Ful- 
giniae  1761,  pag.  76,  e  seg.,  ed  il 
Vignoli  nel  Libro  pontificale  dello 
stesso  Anastasio  bibliotecario,  t.  I,  p. 
77,  e  seg.,  non  che  Gherardo  Boselli 
Della  donazione  dal  magno  Costan- 
tino fatta  alla  Chiesa  Romana,  Bo- 
logna   1640. 

Imitarono  l' esempio  di  Costanti- 
no i  romani  Pontefici,  i  Cardinali, 
i  principi  ec. ,  siccome  dicemmo,  e 
come  si  ha  dalle  storie,  e  dalle  me- 
morie, che  tuttora  pubblicamente  si 
vedono,  i  quali  edifìzii  foiunano  am- 
mirazione, ed  edificazione  religiosa.  A 
voler  accennare  i  Papi,  che  principal- 
mente fui'ono  benemeriti  delle  chiese 
di  Roma,  ci  limiteremo  ad  indicarli 
qui  con  pochi  cenni ,  mentile    delle 


268  CHI 

parziali  notizie  d'ogni  chiesa  di  Ro- 
ma, si  parlerà  a'seguenti  articoli,  ove 
si  di  (Mostrerà  chi  le  eresse,  restaurò, 
dotò,  od  abbellì.  Generalmente  par- 
lando, incominceremo,  oltre  quanto  di 
sopra  si  è  detto,  che  il  Pontefice  s. 
Innocenzo  I,  dopo  che  Alarico  sac- 
cheggiò Roma  nell'anno  4iOj  si  ap- 
plicò con  ardore  a  ristaurare  le 
chiese,  ornandole  di  nuovi  lavori , 
e  di  preziosi  mobili  d' oro  e  di  ar- 
gento. S.  Sistoli!,  eletto  nell'anno 
432,  lasciò  molte  degne  memorie 
della  sua  munificenza  con  diverse 
basiliche  di  Roma.  Il  secondo  sac- 
cheggio, cui  soggiacque  questa  città, 
fu  per  opera  di  Genserico  re  de'  van- 
dali nell'anno  ^55,  in  cui  tolse  al- 
le chiese  le  dovizie  più  preziose,  e  i 
vasi  d'oro  e  di  argento ,  che  Tito 
avea  trasportati  dal  famoso  tempio 
di  Gerusalemme.  Tuttavolta  per  le 
pieghiere  di  s.  Leone  I  preservò 
dallo  spoglio  le  basiliche  di  s.  Gio- 
vanni, di  s.  Pietro,  e  di  s.  Paolo. 
Papa  s.  Ilaro  fu  munificentissimo 
colle  chiese  di  Roma,  cui  fece  mol- 
ti preziosi  donativi  d' oro  e  d' ar- 
gento, particolarmente  alle  basiliche 
nell'anno  ^6ì.  Per  l'ornamento  di 
queste  il  Pontefice  s.  Simmaco  ver- 
so il  5oo ,  impiegò  millequattro- 
cento  novantasei  libbre  di  argen- 
to, oltre  le  fatture,  le  molte  gem- 
me, l'oro,  e  i  marmi  preziosi.  Ab- 
biamo pure,  che  s.  Ormisda,  creato 
Papa  l'anno  5i4,  impiegò  per  l'or- 
namento delle  chiese  cinquecento 
settantuna  libbre  d'argento.  Ono- 
rio I,  eletto  l'anno  625,  splendida- 
mente volle  in  Roma  erigere  alcu- 
ne chiese,  ed  altre  ne  abbellì.  Pa- 
pa Sisinnio  dell'anno  708  fece  cuo- 
cere della  calcina  in  gran  quantità, 
per  la  rinnovazione  di  molli  templi 
sacri  di  Roma,  che  minacciavano  ro- 
vina;   ma    quando    avea    disposti  i 


CHI 

materiali  per  le  grandi  opere  che 
meditava,  terminò  di  vivere.  Eleva- 
to alla  cattedra  apostolica  nel  741, 
s.  Zaccaria  fu  largo  nell'  abbellire 
con  magnificenza  parecchie  chiese 
di  R.oma.  Adriano  I,  che  morì  nel- 
l'anno 795,  spese  molto,  e  fu  d'ani- 
mo grande  in  adornare,  e  risarcire 
le  chiese  :  nella  sola  basilica  vatica- 
na spendè  duemila  cinquecento  ot- 
tanta libbre  d'oro,  e  novecentosette 
di  argento;  poco  meno  in  quella  di 
s.  Paolo,  e  molto  spese  in  quella  di 
s.  Maria  in  Cosmedin.  S.  Nicolò  I 
dell' 858  fu  pure  munifico  nel  ri- 
stabilimento delle  chiese  di  Roma  : 
Stefano  V  detto  VI,  eletto  nell'an- 
no 885,  consumò  gran  parte  del  suo 
patrimonio  in  ornarle  ;  e  Martino 
111,  Papa  del  94^,  si  rese  commen- 
devole nel  ristaurarle. 

Passando  ad  alcuni  esempii  meno 
antichi,  si  ha  che  il  Sommo  Pon- 
tefice Benedetto  XII  residente  in 
Avignone,  nel  i334,  mandò  a  Ro- 
ma cinquantamila  scudi  per  la  ri- 
parazione delle  chiese.  Eugenio  IV 
esaltato  al  pontificato  nel  i43i  s'eb- 
be lode  di  munifico,  e  grandissimo 
ristoratore  delle  chiese  di  Roma,  e 
lo  imitò  r  immediato  successore  Ni- 
colò V,  il  quale  fece  rinnovare  e 
da'  fondamenti  ristaurare  quaranta 
chiese.  Sisto  IV  del  1471  rifabbri- 
cò molte  chiese  minate ,  ed  altre  ne 
edificò  dalle  fondamenta.  A  Giulio  II 
dobbiamo  l'incominciamento  del  me- 
raviglioso tempio  vaticano.  Pio  IV, 
s.  Pio  V,  Gregorio  XIII ,  Sisto  V, 
Cleinente  Vili,  e  Paolo  V,  sono 
nomi  di  eterna  benedizione ,  per 
quanto  fecero  colle  basiliche,  e  chie- 
se di  Roma.  Vanno  pure  special- 
mente commendati ,  ed  altamente 
lodati.  Urbano  Vili,  Alessandro  VII, 
Clemente  XI,  Benedetto  XIV,  Pio 
VI,  e  Pio  VII.  La  risorta    basilica 


CHI 

di  s.  Paolo  poi  onora  la  memoria 
di  Leone  XII,  di  Pio  YIII,  e  piiu- 
cipalmente  del  regnante  Sommo  Pon- 
tefice. 

P'inalmente  termineremo  con 
quanto  dice  il  p.  Galiuzzi,  capo  V, 
Di  quanto  sia  conveniente,    che  sie^ 

W  no  consacrate  le  chiese  di  Roma. 
Se  conviene  a  tutte  le  chiese  del 
cattolicismo  V  essere  consacrate,  ciò 
conviene  specialmente  a  quelle  della 
città  di  Roma,  metropoli  del  cristiane- 
simo, venerabili  la  maggior  parte,  non 
meno  per  l'antichità,  che  per  le  sacre 
memorie  ecclesiastiche,  ed. innume- 
rabili reliquie  che  ivi  si  conservano, 
potendosi  dire,  che  poche  sono  le 
chiese,  le  quali  non  abbiano  qualche 
speciale  prerogativa,  e  non  siano  im- 
porporate col  sangue  de'  martiri.  Il 
Piazza  poi,  nella  sua  Gerarchia,  di- 
ce a  pag.  537,  che  alcune  chiese  di 
Roma  fabbricate  fuori  dell'  abitato, 
per  mancanza  della  divozione  de'  fe- 
deli nei  visitarle,  stante  la  loro  lon- 
tananza, o  per  poca  cognizione  della 
celebri  memorie  ecclesiastiche  di  esse, 
mancarono  di  venerarsi  con  quel 
culto,  di  cui  ne  furono  divoti  i  no- 
stri antenati.  II  catalogo  delle  chiese 
di  Roma  consacrale,  si  riporta  dal 
Cecconi  a  pag.  175.  Gli  autori  poi, 
che  scrissero  delle  chiese  e  basih- 
che  di  Roma,  sono  pressoché  innu- 
merabili, laonde  citeremo  solo  al- 
cuni, che  fecero  la  storia,  o  parla- 
rdno  di  tutte:  Gasparo  Alveri,  Ro- 
ma in  ogni  stato,  parte  I,  Del  sito 
di  esso  pili  moderno,  delle  chiese, 
parte  II,  Roma  i664;  Giovanni  Ba- 
glione,  Le  nove  chiese  di  Roma, 
Roma  1639;  Luigi  Contarino,  L'an- 
tichità di  Roma,  chiese,  corpi  san- 
ti, reliquie,  ec.  Venezia  15^5;  Co- 
se meravigliose  di  Roma ,  dovi:  si 
tratta  delle  chiese,  stazioni,  reliquie, 

»  indulgenze,  ec.  Roma  iSjS;  Pietro 


CHI  26y 

Martire  Felini,  Le  nuove  chiese 
privilegiate,  e  principali  della  città 
di  Roma,  Roma.  161  o;  Guida  an- 
gelica per  visitare  le  chiese,  che  so- 
no dentro  e  fuori  di  Roma,  feste, 
reliquie ,  pii  esercizii,  ec.  Roma 
1681;  Fioravante  Martinelli,  Roma 
ricercata  nel  suo  sito,  Roma  1769; 
et  Roma  ex  Elhnica  Sacra,  Romae 
i653;  Ottavio  Paiiciroli ,  /  tesori 
nascosti  neW  alma  città  di  Roma  , 
Roma  1600;  Giuseppe  Partenio , 
Appendice  di  sacre  notizie,  Roma 
1783-,  Diario  sagro,  Roma  1779; 
Le  sagre  B  asili  die ,  Roma  1781; 
Le  sagre  vie,  Roma  1780;  Carlo 
Bartolomeo  Piazza,  Emerologio  sa- 
gro di  Roma  cristiana,  e  gentile, 
Roma  iGgoj  Santuario,  ovvero  Me- 
nologio  romano  perpetuo  per  la  vi- 
sita delle  chiese,  feste,  stazioni,  e 
cose  sagre  memorabili  di  Roma , 
Roma  1675;  Roma  sagra  antica 
e  moderna,  figurata,  e  divisa  in  tre 
parti,  Roma  1687;  Giuseppe  Vasi, 
Tesoro  sagro,  cioè  le  basiliche,  le 
chiese,  i  cimiteri,  e  i  santuari  di 
Roma,  Roma  1771;  Renato  Bona, 
Ze  quattro,  sette,  e  nove  chiese  di 
Roma  illustrate  nelle  loro  antichità, 
colla  notizia  della  loro  istoria,  Ro- 
ma 1 698  ;  Gio.  Francesco  Cecconi, 
Roma  sagra  e  moderna,  Roma 
1725;  Pietro  de  Sebastiani,  Viag- 
gio sacro,  e  curioso  delle  chiese  piìt 
principali  di  Roma,  ove  si  nota  il 
pili  bello  delle  pitture,  sculture,  ed 
altri  ornamenti,  Roma  168 3;  Ma- 
riano Vasi,  Itinerario  istruttivo  di 
Roma  antica  e  moderna  ,  Roma 
i8o4;  Guglielmo  Costan/i,  L'osser- 
vatore di  Roma,  ec,  e  de'  suoi  saa- 
tiiarii, Roma.  i825;  e  Giuseppe  Mel- 
chiorri,  Guida  metodica  di  Roma, 
e  suoi  contorni,  Roma  1 836- 1840, 
non  che  A.  Nibby,  Roma  nell'anno 
i838,    Roma    1839;   Parte    prima 


270  CHI 

moderna,  Delle  basiliche^  delle  chie- 
se, ed  altri  luoghi  sacri  di  Roma. 
Per  le  oblazioni  poi  annue  biennali, 
e  quadriennali,  che  il  senato  roma- 
no fa  a  diverse  chiese  di  Roma  in 
calici  d'argento,  torcie  di  cera  ed 
altro,  oltre  il  parlarsene  a'  rispetti- 
vi articoli,  può  vedersi  la  Tabella 
delle  chiese  di  Roma,  alle  quali  dal 
senato  romano  si  fa  iti  perpetuo 
V  oblazione  del  calice  e  torcie  ,  ec. 
Homa   1822. 

S.  Adsijno,  diaconia  Cardinalizia, 
con  parrocchia  in  cura  dei  reli- 
giosi della  Mercede,  nel  foro  ro- 
mano, ora  campo  Boario ^  rione 
de'  Monti. 

Vuoisi  eretta  questa  chiesa,  non 
nel  sito  in  cui  stava  il  tempio  di  Sa- 
turno ,    innalzato   per    voto    del    i"e 
Tulio  Ostilio,  ove  si  conservava  l'e- 
rario pubblico ,    come    vogliono    al- 
cuni, ma    sihbcne    nel    luogo    della 
celebre  basilica  eretta  da  Paolo  Emi- 
lio   nel    tempo    della    dittatura    di 
Giulio  Cesare,  coi  novanta  mila  scu- 
di   che    questi    gli    diede    per    non 
averlo  contrario ,  rimanendone    an- 
cora un  qualche  vestigio  nella   fac- 
ciata.   Questa    chiesa    è    una     delle 
più  antiche  diaconie  Cardinalizie,  e 
se  ne  trova  menzione  avanti  il  sesto 
secolo,  col  titolo    di    s.    Adriano  in 
tribus  foris  per  la  vicinanza  dei  tre 
fori,  romano,  di  Cesare,    e  di  Au- 
gusto; o  in  tribus  fatis  per  le  imma- 
gini   delle  tre  parche,  che  vi  si  ve- 
devano dappresso,  e  si    disse  anche 
prope  asylunt.  Il  Pontefice    Onorio 
I  la  riedificò,  e  verso  l'anno    63o 
la  consacrò  in  onore  di  s.  Adriano 
martire.   Quindi  Adriano  I  nel  780 
la  ridusse  in  miglior  forma,  e  l'ar- 
ricch'i  con  entrate  e  donativi,  e  con 
due  porle  di  bronzo  provenienti  da 


CHI 
Perugia;  Anastasio  III  nel  912  ne 
accrebbe  la  magnificenza,  e  ne  con- 
sacrò l'aitar  maggiore;  ed  essendo 
stata  profanata,  di  nuovo  Pasqua- 
le II  consacroUa  .  Da  Innocenzo 
ni  fu  privilegiata  dell*  indulgen- 
za plenaria,  per  la  festa  ed  ottava 
della  ss.  Annunziata.  Poscia,  ad  istan- 
za di  Stefano  Cardinal  diacono,  il 
Pontefice  Gregorio  IX,  a' 17  marzo 
1228,  solennemente  tornò  a  consa- 
crarla ,  nel  modo  che  descrive  il 
Piazza,  Gerarchia,  pag,  84  "3,  dopo 
essersi  ritrovato  sotto  l' altare  mag- 
giore il  corpo  di  s.  Adriano,  e  quelli 
dei  ss.  Mario,  e  Marta  coniugi,  coi 
loro  figli  Audiface,  ed  Abacuc,  ol- 
tre quelli  dei  tre  fanciulli  Sidrach, 
Misach,  ed  Abdenago,  prodigiosa- 
mente usciti  dalla  fornace  di  Babi- 
lonia. 

Fu  anticamente  collegiata  sotto 
il  titolo  de'  ss.  Sergio  e  Bacco,  di 
canonici  secolari;  e  fino  a  s.  Pio  V, 
secondo  il  decreto  di  s.  Sergio  I  del 
687,  per  le  feste  della  Purificazione, 
dell'  Annunziazione,  dell'  Assunzione, 
e  della  Natività  di  Maria  Vergine, 
il  popolo  romano  si  recava  col  Pa- 
pa, e  col  clero  dalla  chiesa  di  s. 
Adriano  in  processione  a  s.  Maria 
Maggiore.  Tuttora  poi  dura  la  pro- 
cessione nel  primo  giorno  delle  Ro- 
gazioni,  istituite  nel  798  da  s.  Leo- 
ne III,  del  clero  romano,  il  qua- 
le da  questa  chiesa  va  alla  basi- 
lica di  s.  Maria  IMaggiore.  Nel  pon- 
tificato di  Sisto  V  fu  soppressa  la 
collegiata,  e  la  residenza  de'  cano- 
nici, restando  la  collazione  di  quat- 
tro canonicati  ridotti  a  beneficii 
semplici,  al  Cardinal  diacono,  e  men- 
tre lo  era  il  Cardinal  Cusani  mi- 
lanese, il  medesimo  Sisto  V,  coll'au- 
torità  della  costituzione  Cuni  ex 
omnibus,  emanata  agli  8  aprile  i589, 
Bull.  Rom.  t.  V,  par.  I,  p.  6,  diede 


CHI 

la  chiesa,  e  il  contiguo  convento  ai 
religiosi  della  Mercede  (  p'^edi),  che 
vi  si  trasferirono  dalla  chiesa  delle 
s.  Riiflina,  e  Seconda  in  Trastevere, 
i  quali  ancora  vi  abitano,  e  vi  eser- 
citano le  funzioni  parrocchiali.  Lo 
stesso  Cardinal  Cusani,  con  disegno 
di  Martin  Lunghi  //  Giovane^  la 
fece  rifabbricare  ;  in  progi-esso  i  re- 
ligiosi non  mancarono  di  abbellirla, 
perfezionandola,  e  facendovi  una  no- 
bile cupola  il  p.  maestro  Idelfonso 
de  Sotomajor  spagnuolo,  e  generale 
dell'  Ordine  nel  i654.  Fu  allora  che 
Papa  Alessandi-o  VII  fece  traspor- 
tare alla  porta  principale  della  ba- 
silica lateranense  le  menzionale  bel- 
lissime porte  di  bronzo  antichissime 
della  porta  grande  di  questa  chiesa. 
In  seguito  non  mancarono  i  reli- 
giosi di  farvi  altri  abbellimenti  e  ri- 
parazioni, non  che  esercitarvi  con 
decoro  il  culto  divino.  Difatti  vi  si 
vedono  diversi  dipinti  di  pregio,  e 
marmi  preziosi,  ad  onta  che  Sisto 
V  fece  togliere  dalle  inferiori  pareti 
alcune  lastre  di  porlìdo,  che  traspor- 
tò altrove.  Nella  cappella  de'  ss.  Ser- 
gio e  Bacco,  di  juspatronato  dei 
suddetti  quattro  beneficiati,  essi  vi 
prendono  possesso  allorché  dal  Car- 
dinal diacono  sono  nominati  al  be- 
nefìzio. 

Alberto  di  Mora  di  Benevento, 
nel  II 55,  fu  fatto  diacono  Cardi- 
nale di  s.  Adriano  da  Adriano  IV, 
e  poi  nel  1 1 87  divenne  Papa  Gre- 
gorio Vili.  Ottobono  Fieschi  di  Ge- 
nova fu  dallo  zio  Innocenzo  IV  nel 
1253  creato  Cardinal  diacono  di  s. 
Adriano,  laonde  assunto  al  pontifi- 
cato nel  1276,  ne  prese  il  nome,  fa- 
cendosi chiamare  Adriano  V.  E 
Gianfrancesco  Albani  di  Urbino,  nel 
1 690  colla  porpora  ricevette  da  A- 
lessandro  Vili  questa  diaconia,  e  poi 
nel   1700  divenne    Papa    Clemente 


CHI  271 

XI.  Ma  Giulio  II  nel  creare  pri- 
mo fra  i  suoi  Cardinali  il  vescovo 
di  Narbona  Francesco  Clermont , 
gli  conferì  questa  chiesa,  che  elevò 
per  allora  al  titolo  presbiterale,  don- 
de poi  passò  a  quello  di  s.  Stefano 
al  monte  Celio.  Per  la  festa  di  s. 
Maria  della  Mercede,  ogni  quadrien- 
nio il  senato  romano  fa  l'oblazione 
a  questa  chiesa  d'un  calice  d'argento, 
e  di  quattro  torcie  di  cera. 

S.  Agata  alla  Suburra,  o  de'' Goti, 
ovvero  Cavai  di  marmo,  diaco- 
nia Cardinalizia,  del  collegio  ir- 
landese, presso  monte  Magnana- 
poli  nel  rione  Monti. 

Si  chiamarono  Suburra  i  luoghi 
presso  la  città  dal  latino  Subnrbia, 
onde  con  vocabolo  corrotto  si  disse 
Suburra,  sebbene  altri  fanno  derivare 
tal  voce  dalla  parola  soccorso,  abi- 
tando in  questo  luogo  genti  da  soc- 
correre r  Esquilie.  Due  furono  le 
contrade  appellate  Suburra,  una  in- 
cominciava dal  foro  di  Nerva,  e 
terminava  verso  la  via  prenestina  ; 
l'altra,  cioè  questa,  che  a  dilferenza 
della  prima  chiamavasi  Suburra  pia- 
na, la  quale  aveva  vicino  il  celebre 
tempio  cui  i  gentili  eressero  al  dio 
Silvano,  tra  i  boschi  adorato  dai 
pastori,  volendosi  inoltre  che  am- 
bedue le  contrade  fossero  abitate 
dagl'  individui  della  rinomata  fami- 
glia de'  Subburrani.  Vuoisi  poi,  che  il 
sito  si  appellasse  in  equo  marmo- 
reo, da  quello  eretto  a  memoria  del- 
l'avervi  abitato  dappresso,  in  umile 
abitazione,  il  dittatore  Giulio  Cesa- 
re, per  cui  venne  ivi  posto  un  ca- 
vallo con  sopra  la  di  lui  figura. 

In  tal  luogo  pertanto,  secondo  il 
Piazza  nella  sua  Gerarchia,  p.  820, 
in  onore  di  s.  Agata  vergine  e  mar- 
tire ,     fu    edificata    una    chiesa   da 


272  CHI 

Costantino  verso  l'anno  325,  la 
quale  venuta  in  potere  dei  goti  se- 
guaci dell'  eresia  di  Ario,  da  Ricime- 
ro  loro  capo  fu  adornata,  particolar- 
mente nella  tribuna  l'anno  4?  '  » 
con  marmi,  e  con  mosaici,  colle  im- 
magini del  Salvatore,  e  degli  apo- 
stoli. Quindi  s.  Gregorio  I  la  restaurò, 
e  restituì  al  culto  cattolico ,  consa- 
crandola solennemente  nel  5c)3  ,  e 
liponondovi  le  reliquie  di  s.  Agata, 
e  di  s.  Sebastiano .  Di  quanto  poi 
avvenne  di  prodigioso  in  tal  nuova 
dedicazione,  egli  stesso  ne  parla 
ne'  suoi  Dialoghi,  lib.  Ili,  cap.  3o. 
Indi  divenne  una  delle  prime ,  e 
principali  abbazie  privilegiate,  di 
quelle  venti ,  i  cui  abbati  assiste- 
vano al  sommo  Pontefice  allorquan- 
<lo  celebrava,  mentre  dal  suo  con- 
tiguo ed  ampio  monistero  fu  cliia- 
mata  ancora  la  chiesa  di  s.  Agata 
in  3Ionaslero,  forse  per  la  sua  ma- 
gnificenza stante  l'indicata  preroga- 
tiva di  precedenza,  che  godeva  l'ab- 
bate. Alcuni  Pontefici  la  chiamaro- 
no basilica.  S.  Leone  III  le  fece 
dei  donativi,  ed  alcuni  ristauri;  s. 
Gregorio  IV  pure  ne  fu  benefatto- 
re ;  e  s.  Leone  IX  vi  ripose  i  corpi 
de'  ss.  martiri  Ippolito,  Adria,  Ma- 
ria, Neona,  Paolina,  e  Dominanda. 
Onorio  III,  nell'anno  1216,  l'eresse 
in  diaconia  Cardinalizia,  come  affer- 
ma il  Panvinio.  In  progresso  di 
tempo  il  Cardinal  Rangoni  diacono 
di  essa  l'adornò,  e  fece  molti  mi- 
glioramenti al  contiguo  palazzo  dia- 
conale, ed  al  giardino,  ed  alli-i  Car- 
dinali diaconi  ne  furono  benemeri- 
ti, 11  Cardinal  Pietro  Gonzaga  ri- 
slaurò  la  navata  sinistra  ;  il  Cardi- 
nal Tolomeo  Galli  abbelb  il  detto 
palazzo;  il  Cardinal  Federico  Bor- 
romeo rifabbricò  quasi  tutta  la  chie- 
sa ,  e  dai  fondamenti  la  tribuna 
gh'era  caduta  nel    1592;    il  Cardi- 


CHI 

naie  Carlo  di  Lorena,  e  il  Cardi- 
nal Gozzadini  pure  ne  furono  be- 
nefattori .  Il  Cardinal  Francesco 
Barberini  poi  fece  il  nobilissimo  sof- 
fitto ,  e  da  Paolo  Perugino,  e  da 
Pietro  da  Cortona  nella  tribuna,  e 
intorno  la  chiesa  vennero  per  suo 
ordine  eseguite  bellissime  pitture  : 
finalmente  il  diacono  Cardinal  An- 
tonio Barberini  fu  generoso  nelle 
riparazioni  che  vi  operò,  e  per  aver- 
vi eretto  un  nuovo  e  magnifico  al- 
tare. L'organo  fu  fatto  dal  Cardi- 
nal Carlo  Bichi  ,  le  cui  ceneri  ri- 
posano nel  bel  deposito,  disegno  di 
Carlo  de  Dominicis. 

Questa  chiesa  dal  suo  principio 
fu  governata  dai  preti  secolari.  San 
Gregorio  l  la  diede  in  cura  a  certo 
Leone  accolito;  s.  Leone  III  l'affidò 
ai  benedettini ,  e  fu  forse  la  prima 
badia  eh'  ebbero  in  Roma ,  finché 
verso  il  1 1 98  passò  nuovamente  al 
clero  secolare,  venendo  eretta  in 
collegiata.  Poco  dipoi  fu  concessa 
all'Ordine  degli  umiliati  (Fedi),  sop- 
pressi i  quali  poco  dopo,  e  nell'an- 
no i579,  Cregorio  XUI  la  diede 
ai  monaci  di  Monte  Vergine.  Final- 
mente Pio  VII,  nel  1820,  pose  nel 
contiguo  monistero  le  maestre  Pie 
(Vedi),  che  il  regnante  Pontefice 
trasferì  nel  i836  al  collegio  irlan- 
dese (Vedi) ,  il  quale  in  vece  tias- 
portò  in  questo  luogo,  da  lui  ono- 
rato di  sua  sovrana  pi*esenza.  Due 
suoi  antecessori  vi  fecero  anco  breve 
residenza,  cioè  Sisto  IV  per  ricrear- 
.si  dalle  molestie  del  caldo  nella  sta- 
gione estiva;  e  Clemente  VII  quan- 
do ritornando  da  Ostia  a  Roma , 
non  potendo  andare  al  Vaticano  per 
r  inondazione  del  Tevere,  per  due 
giorni  abitò  il  monistero.  Alcune 
volte  per  mancanza  di  titolo  vacan- 
te, questa  chiesa  divenne  titolo  pres- 
biterale ,  come  fece  Alessandro  VI» 


CHI 

che  nel  i49^  '^  confeiì  in  titolo  al 
Cardinal  Bartolomeo  Martini,  e  nel 
i5oo  al  Cardinal  Lodovico  Podo- 
catero.  Da  un  breve  di  Clemente  V 
del  1 3 1 2  diretto  al  Cardinal  Ber- 
.  nardo  Gavo  suo  parente,  e  diacono 
di  s.  Agata  al  cavai  di  marmo,  si 
rileva  che  era  allora  parrocchia.  Do- 
po una  semplice  facciata  esterna,  si 
discende  in  un  atrio  quadrato ,  che 
dà  ingresso  alia  chiesa,  il  cui  in- 
terno è  diviso  air  intorno  da  sedici 
colonne  antiche  di  g/anito,  con  ca- 
pitelli ionici,  per  cui  ha  tre  navate. 
Di  questa  chiesa,  la  cui  festa  cele- 
brasi a*  5  febbraio,  abbiamo:  Dia- 
conia s.  Agathce  in  Suburra,  a  Flo- 
ravante  Martintllo  romano  descri- 
pta  et  illustrata,  Romae  i638;  d. 
Giovanni  Laurent!,  abbate  della  con- 
gregazione virginiana  ,  Storia  della 
diaconia  Cardinalizia,  e  monistero 
abhazìale,  di  s.  Agata  alla  Subur- 
ra, Roma    1793. 

S.  Agata  de'  Tessitori.  V.  Chiesa 
DI  s,  M ARU  DEGLI  AWGBH  in  Ma- 
cello Martynini. 

S.  Agata  in  Trastevere.  V.  Dot- 
TRmARii,  a'  quali  appartiene. 

S.  Agnese  fuori  le  mura,  titolo  Car- 
dinalizio con  parrocchia  in  cu- 
ra de'  canonici  regolari  lateranen- 
si,  nel  rione  Trevi  fuori  di  por- 
la Pia. 

La  via  Numentana ,  o  Figulen- 
se ,  è  celebre  nelle  antiche  memo- 
rie anche  ecclesiastiche  pei  cimite- 
ri ad  Nymphas  b.  Petri ,  di  san 
Nicomede,  di  s.  Alessandro  Papa  e 
compagni  martiri ,  de'  ss.  Primo  e 
Feliciano  detto  l'arenario,  di  s.  Re- 
sti luto  ec,  e  di  quello  di  s.  Agnese 
vergine  e  mai  tire,   reso  illustre  dal 

VOL.    XI. 


CHI  273 

Pontefice  s.  Liberio,  che  vi  si  ritirò 
dopo  essere  ritornato  dall'esilio  cui 
l'avea  condannato  l' imperatore  Co- 
stanzo. Sulla  sepoltura  pertanto  del- 
la santa,  e  a  preghiei'a  di  Costanza 
sua  figlia,  come  volgarmente  si  nar- 
ra ,  Costantino  impei'atore  fabbri- 
cò la  chiesa,  ed  un  monistero ,  ove 
entrò  (Jostanza  insieme  ad  altra  Co- 
stanza sorella  di  suo  padre,  con  al- 
cune zitelle  romane ,  dotandolo  di 
pingui  rendite.  Questo  monistero  sus- 
sistette colla  regolare  osservanza  sino 
ai  pontificati  di  Alessandro  VI  e 
Giulio  II ,  i  quali  a  cagione  delle 
guerre  trasferirono  le  monache  in 
diversi  monisteri  di  Roma. 

Poco  distante  poi  evvi  vm  antichis- 
simo tempio ,  uno  de'  più  belli  e 
conservati  di  Roma,  eretto  pure  da 
Costantino  per  dare  onorata  sepol- 
tura alla  detta  sua  figlia  Costanza. 
Molti  vogliono,  che  prima  fosse  un 
tempio  dedicato  a  Bacco,  perchè  si 
vedono  sulla  volta  della  navata  cir- 
colare ,  in  mosaico  di  smalto ,  dei 
putti  con  grappoli  d'uva,  esprimenti 
la  vendemmia,  la  quale  pure  si  ve- 
deva espressa  nei  bassorilievi  del- 
l'urna di  porfido,  che  fu  trasportata 
nel  museo  vaticano.  Da  tutto  ciò  non 
sembra  inverosimile,  che  da  tempio 
pagano ,  Costantino  lo  riducesse  a 
sepolcro,  cui  Alessandro  IV  convertì 
in  chiesa,  dedicandolo  a  s.  Costanza,  il 
corpo  della  quale  dalla  mentovata  ur- 
na di  porfido  trasferì  sotto  l'altare. 
Questa  chiesa  ha  cento  palmi  di 
diametro  nella  sua  sfei'ica  figura , 
colla  cupola  sostenuta  da  ventiquat- 
tro colonne  di  granito,  d'ordine  co- 
rintio. V  ha  infine  chi  sostiene  essere 
questo  edifizio  il  battisterio,  ove  s.  Sil- 
vestro I  battezzò  le  due  Costanze. 

La  chiesa    di    s.  Agnese  fu  sem- 
pre in  venerazione  pi'esso  i  cristiani, 
e  meritò  le  sollecite  cure   de'  Som- 
18 


274  CHI 

mi  Pontefici,  il  perchè,  come  dicem- 
mo all'articolo  Basiliche,  essa  ritie- 
ne ancora    la   forma  di  tali  antichi 
templi,  avendo  un  portico  a  tre  lati, 
superiore  alla  nave  di  sotto,  la  qua- 
le con  sedici  colonne    antiche  d'or- 
dine   corintio     sostiene    la   nave   di 
sopra ,    che  con  altre  otto   regge  il 
soffitto.  L'altare  maggiore  è  decorato 
d'  un  baldacchino  sostenuto  da  quat- 
tro colonne  di  porfido  del   più  fino 
e  bello ,   e  da  pietre  preziose.  Sotto 
la    mensa  di  esso  si  conserva  il  cor- 
po di  s.  Agnese,  la  cui  statua  eretta 
sopra  l'altare,  si  compone  d'un  an- 
tico torso  d'alabastro  orientale  aga- 
tizzato,  cui  furono  aggiunte  l'estre- 
mità ,    e  la  testa    di  bronzo  dorato 
dal    Cordieri    detto    il    Franciosino. 
Onorio  I  fu  il  primo,  che  verso  l'an- 
no 628  splendidamente  la  instaurò, 
e  vi    fece    il  mosaico  della  tribuna, 
che  tuttora   si  ammira,    oltre  il  ci- 
borio di  bronzo  dorato    cui    collocò 
sull'altare,  e  il  quale  essendo  caduto, 
Paolo  V    vi  sostituì    il  suddescritto 
baldacchino    ed  altare ,    ove    pose  i 
corpi  di  s.  Agnese  e  di  s.  Emeren- 
ziana  sua  sorella  nel  1616,  coll'assi- 
stenza   del    sagro  Collegio.    S.  Leo- 
ne III  fece  diversi  doni  si  alla  chie- 
sa, che  al  nominato    monistero ,  ed 
altri  Pontefici  furono  larghi  in  bene- 
ficarla; come  anche  i  Cardinali  Paolo 
Umilio  vSfondrali    nipote    di  Grego- 
rio XIV,  ed   Alessandro    de  Medici, 
poi  Papa  Leone  XI ,    sebbene  non 
ne  fossero  titolari ,  non  che  il  Car- 
dinal Fabrizio  Verallo.   11  primo  vi 
fece  il  soffitto,  e  la  balaustra  dell'al- 
tare di  s.  Agnese;  il  secondo  sgom- 
brò attorno   alla  chiesa  tuttociò  che 
ne  pregiudicava  l'edifizio,  e  rifece  il 
monistero;  e  il  terzo  non  solo  operò 
dei  ristauri  al  monistero,  ma  ador- 
nò di  pitture  lai  nave    principale    e 
la  tribuna,    senza   mentovare    altre 


CHI 

riparazioni.  Oltre  a  ciò  il  detto  Car- 
dinal Sfondrati,  comedivotissimo  del- 
la santa,  affinchè  il  di  lei  corpo  fosse 
per  l'avvenire  meglio  venerato,  lasciò 
uu  perpetuo  legato  in  olio  purissi- 
mo da  darsi  ogni  anno  dalle  mo- 
nache di  s.  Cecilia  in  Trastevere , 
perchè  continuamente  ardessero  del- 
le lampade  iutoruo  il  corpo  di  s. 
Agnese. 

Tanto  il  cimiterio  che  la  chiesa  di 
s.  Agnese,  per  alcun   tempo  furono 
sotto  la  cura  de'  Cardinali  preti  del 
titolo  di  Vestina,  cioè  di  s.  Vitale, 
a'  quali  furono   commessi  sino  da  s. 
Innocenzo  I  eletto  l'anno  4o 2,  per  cui 
i  detti  titolari  si  facevano  seppellire 
nel  cimiterio,  facendo  altrettanto  per 
divozione  a  s.  Agnese  molte  matro- 
ne romane.  Quindi  il  Pontefice  Giu- 
lio II,  trasferendo   altrove  le  mona- 
che che  l'avevano  in  cura,  la  diede 
invece  ai    canonici    regolari    del  ss. 
Salvatore  lateranesi,  cui  tuttora  ap- 
partiene, sotto  un  abbate  di  gover- 
no.   Ma  dipoi,  avendo    il  Pontefice 
Innocenzo  X  sontuosamente  rifabbri- 
cata la  chiesa  di  s.  Agnese  in  piazza 
Navona  (Fedì),    soppresse   il   titolo 
presbiterale  Cardinalizio  eh'  essa  ave- 
va, e  coir  autorità  della  costituzione, 
Hodie,  Bull.  Roni.j  tom.  VI,  part.  Ili, 
pag.    282,     emanata    a' 5     ottobre 
1654,  trasportò  il  titolo  alla  chiesa 
di  s.   Agnese  fuori    le   mura ,  il  cui 
primo  titolare  fu  il  Cardinale  Giro- 
lamo Farnese    romano,    creato   nel 
i658  da  Alessandro  VII.  Finalmen- 
te Clemente  XI  la  dichiarò  parroc- 
chia ,  la    quale    viene    amministrata 
da  un  canonico  regolare    lateranen- 
se.    L'  attuale  abbate  di  s.  Agnese 
d.  Vincenzo  Tizzaiii,  vedendo  il  pe- 
ricolo cui   erano   esposti    i   neonati, 
che     si    dovevano    portare    dentro 
Roma  per  farli  battezzare  nella  chie- 
sa di  s.  Marcello,  ha  ottenuto  dalle 


CHI 

superion  autorità  ecclesiastiche,  la 
facoltà  di  fai'vi  erigere  un  fonte  bat- 
tesimale, che  presto  si  vedrà  al  fine 
dello  scalone  della  chiesa. 

Non  solo  il  clero  e  popolo  ronfia- 
no furono  divotissimi  sempre  della 
santa,  ma  gli  stessi  Pontefici  nel  di 
natalizio  di  essa,  che  cade  a'2 1  gen- 
naio, e  diverso  dall'anniversario  del 
suo  martirio,  vi  si  recavano  proces- 
sionalmente.  S.  Gregorio  1  vi  re- 
citò due  omelie,  i  cui  brani  più  ri- 
marchevoli sono  riportati  dal  Piazza, 
che  parla  di  questo  titolo  a  p.  607. 
Tale  festa,  dice  lo  stesso  autore,  nel 
suo  Menologio,  a  pag.  Sp,  si  cele- 
bra in  memoria  dell'apparizione,  che 
fece  s.  Agnese  a'  suoi  parenti  e  ge- 
nitori nell'ottavo  giorno  delle  vigilie, 
colle  quali  onoravano  la  di  lei  se- 
poltura. Essa  apparve  loro  accom- 
pagnata da  vm  coro  di  sante  vergini, 
avendo  in  mano  un  candido  agnello, 
il  perchè,  come  osserva  Durando, 
un'  antifona  dell'  uffizio  di  tal  giorno 
è  composta  di  queste  parole  :  Stcìns 
a  dexlris  ejus  agniis  nive  caiididior 
Chrislus  Sili  sponsanij  et  martyreni 
consecravit.  Nella  stessa  chiesa,  e  in 
questo  medesimo  giorno,  i  canonici 
regolari  lateranensì  danno  al  capi- 
tolo di  s.  Giovanni  in  Laterano  due 
agnelli  per  pagamento  d'un  canone, 
che  debbono  a  quella  basiHca,  di  cui 
la  chiesa  è  filiale,  colla  lana  dei 
quali  poi  si  formano  i  sacri  pallii. 
Siccome  gli  agnelli  si  benedicono 
con  solennità ,  e  con  gran  concoi'so 
di  popolo  in  detta  chiesa,  crediamo 
opportuno  di  farne  la  descrizione. 

Celebra  la  messa  pontificale  l'ab- 
bate del  monistero ,  terminata  la 
quale ,  i  mansionari  della  basìlica 
lateranense,  prendono  i  due  candidi 
agnelli  lutti  infettucciati  con  orna- 
menti di  fiori  ed  inghirlandature, 
che  già   a  nome  del  capitolo  il  suo 


CHI  275 

primo   cerimoniere  ha  ricevuti  dal- 
l'abbate,  e  su   due  cuscini   di  da- 
masco   rosso,    pongono    gli    agnelli 
sulla    mensa    dell'  altare,    cioè    uno 
dalla   parte  del   vangelo,   l'altro  da 
quella  dell'epistola.   Indi  cantasi  dal 
coro  il  versetto,  Slans  a  dextrìs  ejus 
agnus  nive  candidior  etc,  e  l'abbate 
recita  le  consuete   orazioni   e   bene- 
dice gli  agnelli.    Terminata   la  fun- 
zione, i  mansionari  riprendono  i  due 
agnelli,  e  sui  cuscini  li  riportano  in 
carrozza,    nella    quale  prende  luogo 
il    primo    cerimoniere    del    capitolo 
lateranense,  e  conducendosi  dal  Pa- 
pa, nelle  sue  camere  glieli  presenta 
coi  mansionari  genufiessi.   Il  Ponte- 
fice benedice  gli  agnelli,  e  giusta  il 
costume,    ordina   che    si    portino  al 
decano  degli  uditori  di  Rota.  Questi 
dipoi    a    suo  beneplacito    li    manda 
ad    un    monistero    di    monache  per 
nudrirli    e    custodirli ,    finché    nella 
settimana  santa  vengano  dalle  stesse 
monache  tosati  della    lana,    che  la- 
vata   e  purgala    fanno  presentare  al 
Papa,    rimanendo    a   loro  vantaggio 
i  due  agnelli.  Allora  il  Papa  conse- 
gna  al  prefetto  de'  suoi   cerimonieri 
tale    lana ,    pei'chè    con    essa    faccia 
tessere  i  pallii,  che  benedetti  solen- 
nemente  dallo   stesso    Pontefice   do- 
po il  vespero   della   vigilia    de'  santi 
apostoli  Pietro,  e  Paolo,  a  suo  tem- 
po si  concedono  ai  patriarchi,  arcive- 
scovi ce.    V.  Pailj.     Anticamente  i 
due    agnelli  dalla   chiesa   al  palazzo 
pontificio    venivano    trasportati    dai 
mansionari  sopra  un  cavallo  barda- 
to,   ed  ornato  con    fiocchi;    la  pre- 
sentazione al  Papa  si  faceva  da  due 
canonici  della  basilica,  deputati  dal 
capitolo,    e    poscia    non   al  decano, 
ma    al  camerlengo   degli    uditori  di 
Rota    si    consegnavano    gli     agnelli , 
cui    spettava    destinare    i    monisteri 
per  farli  nutrire.  Bernardino  Vestri- 


276  CHI 

ni  scrisse,  Sopra  Vuso  sacro,  e  pro- 
fano degli  agnelli ,  che  si  può  vedere 
nel  t.  VI,  delle  Dissert.  dell' Accad. 
dì  Cortona,  pag.  i35.  Abbiamo  poi 
dal  Martinelli,  nella  sua  Roma  ex 
Ethnìca  sacra,  il  quale  cita  l'autorità 
dell'  Ordo  Romanus ,  che  presso  la 
chiesa  di  s.  Marcello  anticamente  era- 
ri un  monistero  di  monache  bianche, 
chiamato  di  s.  Andrea  ,  dalle  quali 
si  nutrivano  alcuni  agnelli  candidi 
senza  veruna  macchia ,  che  nella 
domenica  in  Albis  si  conducevano 
alla  basilica  di  s.  Pietro,  e  si  lascia- 
vano andare  intorno  all'altare,  nel 
tempo  che  nella  messa  pontificale 
dicevasi  dai  cantori  V  Agnus  Dei;  e 
che  forse  a  quell'  epoca  colla  lana 
di  tali  agnelli  si  formavano  i  pallii, 
che,  tolti  dall'altare  di  s,  Pietro,  si 
danno  a  chi  ne  gode  il  privilegio. 
Del  dare  a  monache  gli  agnelli  per 
tale  oggetto ,  tratta  il  Leoni ,  De 
auctoritate  et  usu  pallii. 

S.  Agnese  in  Piazza  Navona ,  di 
patronato  de'  principi  Dona  Pam- 
phily  nel  rione  Parione. 

Nella  grandiosa  piazza,  ove  si  tro- 
va questa  magnifica  chiesa,  antica- 
mente eravi  il  famoso  foro  agonale 
eretto,  o  riedificato  da  Alessandro 
Severo,  la  forma  del  cui  circo  è  la 
stessa,  che  ora  conserva.  Fu  chiama- 
to agonale  a  cagione  delle  feste  ago- 
nali ivi  un  tempo  celebrate  ad  ono- 
re di  Giano,  e  poscia  si  chiamò  la 
piazza  Navona.  Uno  de'  più  belli 
ornamenti  di  essa  è  la  chiesa ,  di- 
versa dall'antica,  che  vuoisi  eretta 
dopo  l'anno  304,  siccome  opina  il 
Panciroli,  per  quanto  andiamo  a 
narrare.  Santa  Agnese  vergine  e 
martire,  per  ordine  del  prefetto 
della  città,  fu  condotta  negli  abbo- 


CHI 

mlneroli  fornici  di  detto  circo,  sic- 
come luogo  di  prostituzione  per  le 
pubbliche  meretrici,  acciò  fosse  fat- 
to insulto  alla  di  lei  pudicizia;  laon- 
de, e  per  esservi  prodigiosamente 
preservata  per  le  fervide  preci  che 
rivolse  a  Dio,  e  per  avervi  sofferto 
glorioso  martirio,  in  memoria  vi  fu 
edificata  una  chiesa  che  in  progres- 
so di  tempo  divenne  filiale  della  ba- 
silica di  s.. Lorenzo  in  Damaso,  fa- 
cendone menzione  Urbano  HI  nella 
bolla  ApOslolicce  sublimitas  dignila- 
tisj  nella  quale  dai  suoi  sotterranei, 
o  antichi  fornici,  la  chiama  de  cry- 
ptis  Agonis,  come  si  legge  nel  Bo- 
vio, Della  basilica  di  s.  Lorenzo  in 
Damaso  a  pag.  \^^.  Indi  fu  eleva- 
ta a  parrocchia,  e  poi  da  Leone  X 
a  titolo  presbiterale  Cardinalizio,  giac- 
ché avendo  egli  nel  iSiy  in  una 
sola  promozione  creati  trentuno  Car- 
dinali, molte  chiese  decorò  di  tale 
onore,  conferendo  questa  di  s.  Agne- 
se al  Cardinal  Andrea  della  Valle 
romano,  come  s.  Pio  V  la  diede  in 
titolo  al  Cai'dinal  Pier  Donato  Cesi, 
che  mori  nel  i586.  Poscia,  come 
meglio  dicesi  all'articolo  Chiebici  re- 
golari MINORI,  a  questi  l'affidò  in 
cura  Clemente  VHI  nel  1^97,  laon- 
de i  religiosi  nel  i6o4  ottennero 
dal  magistrato  romano  a  questa 
chiesa,  l'oblazione  annua  di  un  ca- 
lice d'argento ,  e  quattro  torcie  di 
cera,  la  quale  ora  però  si  fa  ogni 
biennio. 

Assunto  al  pontificato  Innocen- 
zo X,  Paniphily,  che  da  Cardinale 
abitava  il  contiguo  palazzo  di  sua 
proprietà,  volle  sontuosamente  de- 
corare la  piazza,  e  l'ifabbricare  la 
chiesa ,  riunendo  la  sua  parrocchia 
a  quella  di  s.  Lorenzo  in  Damaso. 
Trasferì  il  titolo  Cardinalizio  alla 
chiesa  di  s.  Agnese  fuori  le  mura 
(Vedi),  e  facendo  ritirare  i  chierici 


CHI 
minori  nel   1 65^  all'altra  loro  chie- 
sa di  s.  Lorenzo    in  Lucina ,   a'  1 5 
agosto  di  detto  anno  ordinò,  che  nei 
fondamenti  si  gettasse  la  prima  pie- 
tra da  lui  benedetta.    L'architettura 
fu  affidata  a  Girolamo  Rinaldi,  che 
condusse  l' interno  sino  al  coraicione, 
mentre  il  cav.  Bori'omino  eresse  la 
sagrestia,  la  cupola,  la  facciata,  e  i 
due  campanili,  ove  il  Papa  fece  col- 
locare le  belle    ed   armoniose  cam- 
pane della  cattedrale  3i  Castro.  Tut- 
to venne  eseguito   con   tal  magnifi- 
ficenza,  che  ammirasi  come  una  del- 
le primarie  chiese  di  Roma  :  vaga  e 
maestosa  è  la  esterna  facciata  di  tra- 
vertino, con  colonne  d'ordine  com- 
posto. L'interno  è  in  forma  di  croce 
greca,  decorata  di  otto  grandi  colon- 
ne corintie,  tutte  incrostate  di  buoni 
marmi.  Nei  quattro  archi,  che  for- 
mano la  croce  greca,  vi  sono  la  porta 
principale,  e  tre  gran  cappelle,  orna- 
te come  le  altre  quattro,  che  restano 
sotto  i  peducci  della  cupola,  di  bas- 
sirilievi ,    e    di  statue  di  marmo  di 
valenti  scultori.  Le  volte  sono    de- 
corate   di  stucchi  dorati  ;    e    la  cu- 
pola   di    belle    pitture    eseguite    da 
Ciro  Ferri,  e    dal   Corbellini,  men- 
tre   il  Raciccio  fece    i   peducci.    La 
statua  di  s.  Agnese  della  crociata  è 
di  Ercole  Fen*ara,  il  quale  è  pure 
autore  di  due  bassorilievi    nella  stes- 
sa chiesa.    L' altare  maggiore    è  or- 
nato   da    quattro    colonne  di  vei'de 
antico,  e  sulla  porta  principale  evvi 
il  deposito  d'Innocenzo  X,  invenzio- 
ne e  lavoro    di  Gio.  Battista  Maini 
cui    r  ordinò  Camillo   Pamphily  ni- 
pote  del  Papa ,    terminato    poi  nel 
1677    sotto    Giambattista    figlio    di 
Camillo,  che  in  età  di  quattro  anni, 
in  uno  al  vicegerente  di  Roma,  per 
volere  del  Pontefice  prozio,  pose  la 
prima  pietra  nelle  fondamenta  della 
chiesa.  Al  lato  sinistro  della  cappella 


CHI  377 

di  s.  Agnese,  vi  è  una  scala  per  la 
quale  si  scende  nel  sotterraneo,  in 
cui  veggonsi  le  mura  di  costruzione 
del  circo  antico,  e  quivi  vuoisi  sia 
il  luogo,  ove  fu  condotta  la  santa 
per  disonorarla.  In  memoria  di  ciò 
si  vede  eretto  un  altare  sopra  del 
quale  l'Algardi  rappresentò  in  basso 
rilievo  s.  Agnese  fra  due  soldati,  la 
di  cui  nudità  venne  coperta  dalle 
chiome  prodigiosamente  cresciute,  e 
discese  sino  a'  piedi. 

Finalmente  essendo    stata    termi- 
nata la  chiesa,  il  Pontefice  Innocen- 
zo X  colla    bolla   Iti  supremo  mili- 
tantis  EccL,  emanata  a'  7  febbraio 
i653,    dichiarolla    di    juspatronalo 
della  casa  Pamphily  con  sei  cappel- 
lanie  con  altrettanti  cappellani  amo- 
vibili da  lui  chiamati  Innocenziani, 
e  poscia  colla  bolla,  Illìus  disponen- 
te  clenienday  die  8  kal.   oct.    i654, 
le  deputò  un  Cardinale  per  prolet- 
tore.   In  appresso    questi  cappellani 
furono  aumentati  fino  al  numero  di 
quattordici ,    il    decano    de'  quali    è 
sagrestano  maggiore ,    e  fa  da  par- 
roco nella    casa    da  loro  abitata,  e 
nell'annesso  collegio.  11  Cardinal  pro- 
tettore viene  nominato  dal  principe 
Doi'ia  Pamphily,    ed  in   virtù  della 
suddetta  bolla  gode    una    privativa 
giurisdizione,  e  sui  cappellani    men- 
zionati ,  e  su  tutti  gli  addetti  al  ser- 
vigio della  chiesa  e  della  casa  con- 
tigua ,   indipendentemente    dal  Car- 
dinal   vicario,  e  da    altri   tribunali. 
Di  questa  chiesa  scrisse  eruditamen- 
te Francesco  Cancellieri,  Il  Merca- 
to, il  lago  dell'acqua  vergine^  ed  il 
palazzo  Pamphiliano  nel  circo  ago- 
nalcj  delto  volgarmente  piazza  Na- 
vona,  Roma   i8ii.    La  festa    della 
santa  vi  si  celebra  a'  21   gennaio. 

iS".  Agostino j  titolo  Cardinalizio  con 
panvcchia,  in  cura  degli  agosti- 


278  CHI 

niani,   o  eremid  di   s.    agostino, 
nel  rione  dì  s.  Eustachio. 

Sino  dal  secolo  XIII,  in  questo 
medesimo  luogo  gli  agostiniani,  in 
onoi-e  del  loro  fondatore  s.  Agostino, 
edificarono  una  chiesa,  nella  quale 
fu  trasportato  il  venerando  corpo 
della  di  lui  madre  s.  Monica,  dalla 
chiesa  d'  Ostia  ov'  era  stato  tumu- 
lato l'anno  897  ;  traslazione  che  si 
effettuò  con  solennissima  pompa  a'9 
aprile  i43o,  coU'intervento  del  Pon- 
tefice Martino  V,  il  quale  rivolse  un 
analogo  ed  eloquente  discorso  a'reli- 
giosi.  Quindi  l' immediato  successo- 
re Eugenio  IV,  avendo  canonizzato 
con  solennità  nel  d\  primo  di  feb- 
braio 1446  ,  nella  basilica  vaticana 
s.  Nicola  da  Tolentino  agostiniano, 
processionaltnente  si  portò  in  que- 
sta chiesa  col  sacro  Collegio,  e  col 
clero,  e  popolo  romano,  e  vi  cele- 
brò la  messa  solenne.  Nel  pontifi- 
cato poi  di  Paolo  II  ,  il  Cardinal 
Guglielmo  d'  Estouteville  arcivesco- 
vo di  Rouen,  essendo  piotettore  del- 
l'Ordine agostiniano,  divisò  con  prin- 
cipesca munificenza  di  demolire  l'an- 
tica chiesa  loro,  e  fabbricarne  quella, 
che  orasi  ammira,  e  verso  il  1480, 
ne  fece  gettare  le  fondamenta  in  uno 
al  contiguo  convento.  L'architetto 
secondo  i  più  fu  Baccio  Pintelli,  il 
quale  si  servì  di  un  disegno  pro- 
prio di  quel  secolo.  Sopra  una  spa- 
ziosa scala ,  avvi  la  facciata  deco- 
rata del  nome  del  suo  fondatore,  e 
coperta  di  travertini,  che  alciuìi  di- 
cono essere  appartenuti  al  Colosseo; 
e  siccome  di  forma  svelta,  semplice 
ed  elegante,  a  quell*  epoca  si  riten- 
ne la  più  ragionata  facciata  che  fosse 
in  Roma.  11  suo  interno  però  a  ca- 
gione d'un  incendio,  nel  i75o,  fu 
rimodernato  con  disegno  di  Luigi 
Vanvitelli ,    ed   è  diviso  a  tre  navi 


CHI 
con  piloni  altissimi  cui  sono  miste 
colonne  e  pilastri.  La  sua  cupola 
poi  è  celebre,  per  essere  stata  la 
prima  che  fosse  edificata  in  Roma, 
per  cui  servi  di  modello  ad  altre. 
Vi  sono  molte  cappelle  ripiene  di 
buoni  marmi,  e  di  pitture  stimate. 
L'altare  maggiore  è  adornato  di 
bei  marmi,  e  di  quattro  angeU  di 
diversi  autori.  Ivi  il  medesimo  Car- 
dinale Estouteville  a.'i5  marzo  i48a 
pose  la  prodigiosa  immagine  della 
beata  Vergine,  che  nel  ì^53  allor- 
quando i  turchi  presero  Costanti- 
nopoli, fu  tolta  dalla  chiesa  di  s. 
Sofia  ov'  era  in  gran  venerazione , 
perchè  vuoisi  una  di  quelle  dipinte 
da  s.  Luca,  descrivendola  il  Piazza 
nella  Gerarchia  a  pag.  632.  Poco 
dopo  afflitta  Roma  dalla  peste ,  il 
Pontefice  Innocenzo  Vili  nel  i485 
la  portò  processionalmenle  alla  ba- 
silica di  s.  Pietro.  Merita  poi  spe- 
cial menzione,  fra  le  tante  pregievoli 
pitture  che  contiene  ,  il  famigerato 
profeta  Isaia ,  dipinto  con  nuova 
maniei'a  da  RalFaello  in  emulazione 
de'  profeti  di  Buojiarroti,  nel  terzo 
pilastro  della  nave  grande.  Come 
ancora  entrando  in  chiesa  per  la 
porta  grande,  a  destra  evvi  la  bella 
statua  della  beata  Vergine  col  bam- 
bino, scultura  di  Jacopo  Tatti  eletto 
Sansovino,  la  quale  essendo  ora  iti 
grandissima  venerazione,  è  arricchita 
di  preziosi  donativi. 

Nel  luogo  dove  ora  sorge  il  ma- 
gnifico convento,  che  è  il  primario 
dell'Ordine  agostiniano ,  da  ultimo 
rifabbricato  da  Benedetto  XIV  con 
architettura  del  mentovato  Vanvi- 
telli, ed  ove  si  contiene  l' insigne 
biblioteca  angelica  (  Vedi),  antiai- 
nienle  eravi  la  chiesa  di  s.  Trifone, 
che  dicesi  fabbricata ,  o  ristaurata 
verso  l'anno  y'TS  da  Crescenzio  pre- 
fetto di  Roma,  e  poscia  fu  uillziata 


CHI 

da  un  collegio  di  preti  secolari  eoa 
arciprete ,    trovandosi  sotto    Onorio 
IV  nominato  anche  un  arcidiacono. 
Nicolò  V  vi  collocò  le  reliquie    dei 
ss.  Trifone,  Respicio,    e   Ninfa,    ov- 
vero gran  parte  dei  loro  corpi;  Si- 
sto   IV    vi    pose    gli  agostiniani  ;  s. 
Pio  V  la  stazione  nel  quarto  gior- 
no    di    quaresima  ,     dichiarandola 
titolo  Cardinalizio  nel  i566,  essendo 
già  anco  parrocchia.    Ma  nel    iSSy, 
Sisto  V  trasferì  il  titolo  Cardinalizio 
alla  vicina   chiesa  di  s.  Agostino,  e 
poi  nel  1589  l'assegnò  pel  primo  al 
Cardinal  Gregorio  Petrocchini,  gene- 
rale  degli   agostiniani.    Poco   tempo 
dopo,  siccome  la  chiesa  di  s.  Trifone 
per  r antichità    era    cadente,  avanti 
di  demolirsi  Clemente  Vili  fece  tras- 
portare i  detti    sacri  corpi  alla  chie- 
sa di  s.  Agostino,  dove  pure  trasferì 
la  chiesa  parrocchiale  e  la  stazione, 
lo  che  avvenne  nel  i6o4-  Essendovi 
nella  chiesa  di  s.   Trifone  una  con- 
fraternita sotto   il  titolo  del  ss.  Sa- 
cramento, cui  poi  si  aggiunse  quello 
di  s.  Camillo,  venne  allora  traspor- 
tata   neir  antica   chiesa  di  s.  Salva- 
tore  in  Primicero    a    piazza  Fiam- 
metta nel  rione  Ponte,  che  secondo 
il  Galletti,  Del  Primicerio,  pag.  364, 
non  si  può  determinare   se  1'  avesse 
fondata    un  primicerio    della  Chiesa 
romana,  se  vicino  vi  avesse  abitato 
alcuno  di  essi,  ovvero  se  fosse  stata 
di  privata  ragione  del  primicerio  del- 
la stessa  Chiesa  romana.  La  piìi  antica 
memoria,    che    si  ha  di  essa,  è  del 
1 1 1 3 ,  in  cui  fu  consacrata  da  Pa- 
squale  li,    mentre  l'aitar  maggiore 
lo  consacrò  Leone  Marsicano  Cardi- 
nale vescovo  d'Ostia.  Verso  la  metà 
del    secolo  XV,    era    parrocchia ,    e 
filiale  di  s.  Lorenzo  in  Damaso,  co- 
me afferma    il    Bovio    a    pag.    181, 
e  n'era  rettore  e  pairoco  un  monaco 
benedettino  di   s.  Paolo;  anzi  dicesi 


CHI  279 

che  uno  di  questi  nel  1676  la  fece 
riedificare.  Questa  chiesa,  che,  come  si 
disse  all'articolo  ARcicosrFBATERmTA 
DEL  ss.  Sacramento  m  s.  Trifone, 
vuoisi  da  alcuni  eretta  da  s.  Gregorio 
II,  l'anno  717,  dipoi  cessò  di  essere 
parrocchia,  ma  nel  quarto  giorno  di 
quaresima,  in  uno  alla  chiesa  di  s. 
Agostino,  vi  è  la  stazione,  come  di- 
cemmo. Ci  siamo  permessi  questa 
digressione  non  del  tutto  estranea 
al  presente  argomento,  per  rettifica- 
re alcune  notizie  sulla  chiesa  di  s. 
Trifone  demolita,  che  alcuni  fecero 
comuni  con  quella  a  piazza  Fiam- 
metta. Finalmente  la  chiesa  di  s. 
Agostino  fu  da  Clemente  X  distinta 
a'  3  settembre  1 67  i  ,  nel  farla  an- 
noverare dal  magistrato  romano  fra 
quei  titoli,  che  ricevono  l'oblazione 
d'un  calice  d'argento,  e  di  quattro  tor- 
cie.  Gli  ultimi  ristauri  poi  succennati, 
e  fatti  nel  generalato  del  p.  Domeni- 
co Valvasori,  furono  cagionati  da  un 
incendio  che  distrusse  l' organo ,  e 
deformò  le  pareti  della  nave  destra. 
La  festa  del  santo  titolare  vi  si  ce- 
lebra a' 28  agosto,  e  a' IO  settembre 
quella  di  s.  Nicola  da  Tolentino,  con 
benedizione  e  dispensa  di  piccole  pa-, 
gnotte.  In  onore  di  questo  santo,  il 
magistrato  romano,  ogni  due  anni 
fa  l'oblazione  a  questa  chiesa  di  un 
calice  d'argento,  e  di  quattro  torcie 
di  cera. 

Ss.  Alessio  e  Bonifacio,  titolo 
Cardinalizio,  in  cura  dei  monaci 
Girolamini,  sul  monte  AventinOg 
nel  rione  Ripa. 

Tal  monte  essendo  separato  dalla 
città  di  Roma  da  una  palude,  per  tra- 
gittar la  quale  occorrevano  le  barche, 
si  disse  Ab  adventu  navium ,  e  fu 
quindi  chiamato  il  monte  Aventino. 
Altri   però    dicono    essergli   derivato 


a8o  CHI 

quel  nome  perchè  vi  fu  ucciso  e 
sepolto  Aventino  re  degli  aborigeni. 
Comunque  sia,  sopra  le  rovine  del 
tempio  d'  Ercole  vittorioso,  fu  e- 
retta  la  chiesa  ,  pel  motivo  che 
racconta  l'annalista  Baronio  all'anno 
3o5,  di  cui  ne  diamo  un  cenno. 
S,  Aglae,  matrona  romana,  rimasta 
vedova,  avendo  quivi  il  suo  palazzo, 
stabili  di  fabbricarvi  una  chiesa,  e 
dedicarla  a  qualche  santo  martire. 
Sentendo  poi,  che  in  Tarso  di  Cili- 
cia  il  proconsole  Simplicio  per  cupi- 
digia vendeva  i  corpi  de'ss.  martiri, 
la  pia  matrona  vi  spedì  il  più  fe- 
dele e  religioso  de'  suoi  servi  per 
nome  Bonifacio,  il  quale  lepidamente 
nel  partire  le  disse:  Se  in  vece  dì 
recarvi  il  corpo  di  un  martire,  vi 
fosse  portato  il  mio,  lo  ricevereste 
con  onore?  A  cui  Aglae  rispose  con 
gravità,  che  badasse  all'importanza 
di  quanto  gli  era  stato  ingiunto.  Ma 
per  divina  disposizione  avvenne  ap- 
punto, che  essendo  stato  martirizzato 
Bonifacio  in  Tarso,  gli  stessi  compagni 
suoi  ne  presero  il  corpo,  e  lo  portaro- 
no in  Roma.  Essendone  Aglae  stata 
avvisata  da  celeste  visione ,  lo  i"i- 
cevette  con  sommo  onore,  e  termi- 
nata la  fabbrica  della  chiesa,  lo 
ripose  sotto  l'aitar  maggiore.  Quindi 
essa  si  ritii-ò  a  far  penitenza  in  un 
monistero,  e.  vuoisi  da  alcuni  che 
anche  il  suo  corpo  venisse  poi  ivi  ti'as- 
portato.  Nel  medesimo  luogo  eravi 
il  palazzo  del  senatore  Eufemiano, 
j'icchissimo  signore  romano,  dove 
suo  figlio  s.  Alessio  visse  diciassette 
anni  sconosciuto,  e  colle  vesti  di 
pellegrino  sotto  una  scala.  Poscia  il 
beato  corpo  di  lui  venne  egualmente 
l'iposto  sotto  l'aitar  maggiore,  anzi 
per  la  sua  celebrità  la  chiesa  ne 
prese  il  nome,  e  fu  chiamata  dei 
ss.  Alessio  e  Bonifacio.  Il  palazzo 
di  Eufemiano   fu  convcrlilo  in  mo- 


CHI 

nistero  di  benedettini,  e  divenne 
una  delle  venti  abbazie  privilegiate 
di  Roma;  ma  nel  i23i  fu  dato  ai 
canonici  regolari  premostratensi. 

Onorio  III  restaurò  e  consagrò  la 
chiesa,  Bonifacio  IX  dichiarò  presi- 
dente del  monistero  e  della  chiesa 
il  Cardinal  Cristoforo  Marone  arci- 
prete di  s.  Pietro,  per  ricondurre 
all'  osservanza  i  canonici  regolari  ; 
indi  nel  i4o4j  dopo  la  sua  morte, 
il  Papa  incorporò  la  chiesa  e  il 
monistero  alla  basilica  vaticana;  ma 
divenuta  commenda  del  Cardinal 
Stefano  Carillo,  questi  nel  1426  l'af- 
fidò alla  cura  de'monaci  di  s.  Girolamo 
della  congregazione  di  Lombardia,  i 
quali  tuttora  l'uffiziano.  Sisto  V  nel 
1587  dichiarò  la  chiesa  titolo  Car- 
dinalizio ,  cui  conferì  al  Cardinal 
Gianvincenzo  Gonzaga  ,  dopo  del 
quale  l' ebbe  da  Gregorio  XIV  il 
Cardinal  Ottavio  Paravicini,  che  ne 
fu  benefattore  insigne,  come  il  pre- 
cedente, locchè  si  deve  dire  anche 
del  Cardinal  Gio.  Francesco  Guidoba- 
gni.  Urbano  Vili  concesse  a  questa 
chiesa  la  stazione  nel  primo  giorno 
di  quaresima  per  sette  anni,  ed  i 
successori  di  lui  sempre  ebbero  a  con- 
fermarla. Quel  Pontefice  fu  perciò  il 
primo,  che  si  recasse  a  visitarla. 
Il  Cardinal  Angelo  Maria  Quirini 
titolare,  nel  lySo,  la  restaurò,  ed 
abbellì  con  disegno  di  Tommaso 
de  Marchis,  in  uno  al  monistero, 
cotanto  celebre  pei  santi  personag- 
gi, che  vi  fecero  dimora.  La  chiesa 
è  decorata  di  un  doppio  portico 
ornato  di  colonne  e  pilastri,  che 
forma  ingresso  ad  un  bel  cortile 
quadrato,  nel  fondo  del  quale  evvi 
un  altro  portico  con  sei  colonne  di 
granito;  l'interno  è  a  tre  navate  di- 
vise dai  pilastri,  in  forma  di  croce 
latina.  L'aitar  maggiore  si  distingue 
per  quattro  colonne  di  verde  aulico, 


CHI 

e  per  un  tabernacolo  di  buoni  mar- 
mi. Una  scala  conduce  ad  una  cap- 
pella sotterranea ,  dove  sono  i  cor- 
pi di  san  Bonifacio,  di  s.  Aglae, 
e  di  s.  Alessio.  Nella  cappella  Savelli 
si  conserva  la  scala  di  legno,  ove 
s.  Alessio  passò  gli  ultimi  anni  di 
sua  vita,  ed  in  quella  della  beata 
Vergine  si  venera  una  immagine  di 
Maria  Vergine  trasportata  da  Edes- 
sa,  dove  la  pia  tradizione  narra  che 
parlasse  a  s.  Alessio,  il  quale  per  mol- 
ti anni  mendicò  la  limosina  sulla  por- 
ta della  chiesa,  in  cui  quella  immagi- 
ne era  collocata.  Ultimamente  il  re 
di  Spagna  Carlo  IV  ne  decorò  la 
cappella  con  belli  marmi ,  e  con 
due  colonne.  Santo  Alessio,  sino  dai 
secolo  V,  in  cui  Papa  s.  Innocenzo  I 
ne  permise  il  culto  in  questa  vene- 
randa chiesa,  riscosse  dai  suoi  con- 
cittadini grande  e  costante  divozione. 
Si  dice,  che  sia  questa  la  prima  chie- 
sa, nella  quale  il  popolo  romano,  per 
mezzo  del  magistrato,  incominciasse  a 
fare  le  oblazioni  di  torcie,  e  di  ca- 
lici alle  principali  ed  insigni  chiese 
di  Roma  nel  dì  della  festa,  come 
tuttora  pratica  ogni  anno.  Pei  di- 
stinti pregi  di  questa  chiesa,  di  cui 
fu  divotissimo  Ottone  III,  che  le 
donò  il  manto  imperiale,  non  che 
per  le  celebri  memorie  dell'illustre, 
e  famoso  suo  monistero,  V.  d.  Fe- 
licis  Nerinii  abbatis  hieronymiani,  De 
tempio  et  coenohio  sanctorum  Boìii- 
fcicii  et  Alexii  historica  monumenta, 
Romae  l'jSi.  La  festa  di  s.  Alessio 
si  celebra  ai  17  luglio,  e  quella  di 
s.  Bonifacio  ai   i4  maggio. 

Ss.  Ambrogio  e  Carlo,  della  na- 
zione lombarda  al  Corso,  nel  rio- 
ne Campo  Marzo. 

Anticamente  in  questo  luogo  era- 
vi  la  piccola  chiesa  parrocchiale   di 


CHI  281 

s.  Nicolò  del  Tufo,  ma  Sisto  IV 
nel  1472  riunì  la  parrocchia  a  quel- 
la di  s.  Lorenzo  in  Lucina,  e  con- 
cesse la  chiesa  alla  nazione  lombar- 
da, che  la  restaurò  dedicandola  a 
s.  Ambrogio  arcivescovo  di  Milano. 
Quindi  dal  161 2  in  poi,  mediante 
la  generosità  dei  Pontefici  Paolo  V, 
Urbano  VIII,  Innocenzo  X,  Ales- 
sandro VII,  e  dei  due  Clementi  IX 
e  X,  non  che  colle  sovvenzioni  di 
alcuni  Cardinali ,  e  di  molti  dovi- 
ziosi nazionali,  fu  eretta  sontuosa- 
mente la  nuova  chiesa  con  architet- 
tura di  Onorio  Longhi,  la  quale  ven- 
ne proseguita  dal  di  lui  figlio  Marti- 
no, e  terminata  nell'  interno  da  Pie- 
tro da  Cortona,  autore  del  disegno 
della  cupola.  Ma  la  facciata,  eh'  è 
decorata  di  due  gran  colonne,  e  di 
altrettanti  pilastri  corinti,  fu  archi- 
tettata da  certo  Menicucci  sacerdo- 
te, e  da  fr.  Mario  da  Canepina  cap- 
puccino, per  munificenza  del  Cardi- 
nal Omodei ,  il  quale  vi  fece  ese- 
guire pure  la  cupola.  Condotto  al  ter- 
mine sì  sontuoso  tempio,  venne  de- 
dicato inoltre  al  Cardinal  s.  Carlo 
Borromeo,  altro  arcivescovo  di  Mi- 
lano, il  cuore  del  quale  fu  quivi  tras- 
portato nel  1614,  avendolo  donato 
il  Cardinal  Federico  Borromeo  arci- 
vescovo di  Milano,  cugino  del  san- 
to. L' interno  della  chiesa  ha  tre 
navate,  divise  da  pilastri  corinti  ;  ed 
è  ben  ornato  di  stucchi  dorati ,  e 
di  pitture.  Il  quadro  del  grandioso 
altare  maggiore  dipinto  da  Carlo 
Maratta,  rappresenta  Gesù  Cristo , 
la  b.  Vergine,  i  ss.  Ambrogio  e 
Cai'lo,  ed  altri  santi.  La  più  nobile 
delle  cappelle  è  quella  della  crocia- 
ta col  quadro  in  mosaico,  che  rap- 
presenta r  assunzione  di  Maria  Ver- 
gine, coi  quattro  dottori  della  Chie- 
sa, copia  del  celebre  dipinto  di  Car- 
lo Maratta   esistente    nella    cappella 


282  CHI 

Cibo  in  s.  Malia  del  Popolo.  Con- 
tiguo alla  chiesa  evvi  l'oratorio  del- 
l'arciconfraternita  de'  ss.  Ambrogio 
e  Carlo  de' milanesi  [Vedi)  y  con 
ospedale  nella  parte  superiore  del- 
l'edilìzio,  pei  connazionali,  di  cui 
fu  largo  benefattore  Pio  IV,  mila- 
nese. La  chiesa  era  uffiziata  da  do- 
dici cappellani ,  il  capo  de'  quali  è 
rettore.  Formavano  essi  un  collegio 
dipendente  dal  Cardinal  protettore, 
che  suol  essere  un  lombardo ,  ed 
abitavano  nell'annesso  edilizio.  Ma 
ora  uftlziano  la  chiesa  un  rettore, 
e  tre  sacerdoti.  Il  Pontefice  Pao- 
lo V,  avendo  soppresso  il  titolo  Car- 
dinalizio di  s.  Biagio  dell'  Anello, 
eresse  in  vece  quello  di  s.  Carlo  dei 
Catinari.  Questo  fu  estinto  li  6  ot- 
tobre 1627,  da  Papa  Urbano  Vili, 
che  lo  trasferì  in  questa  chiesa  de'ss. 
Ambrogio  e  Carlo,  e  lo  conferì  al 
Cardinal  Desiderio  Scaglia  domenica- 
no, il  quale  lo  ritenne  fino  alla  sua 
morte  seguita  ai  22  luglio  i63g. 
D'allora  in  poi  la  chiesa  non  fu  pia 
conferita  in  titolo  a  verun  altro  Car- 
dinale. Nel  pontificato  poi  di  Clemente 
XI,  pei  molivi  che  dicemmo  all'arti- 
colo Cappelle  Pontificie  §  X,  n.  89, 
incominciò  ivi  a  celebrarsi,  ai  4  no- 
vembre per  la  festa  di  s.  Carlo,  la 
cappella  papale,  in  cui  il  Pontefi- 
ce si  reca  in  forma  pubblica  col 
treno  nobile.  La  storia  di  questo 
bellissimo  tempio  eruditamente  fu 
descritta  da  Carlo  Bartolomeo  Piaz- 
za, Ln  Gerarchia  Cardinalizia  a 
pag.  88 1  e  seg.  Di  questo  tempio 
fu  grandemente  benemerito  il  detto 
Paolo  V,  che  vi  concorse  per  l'ere- 
zione con  somme  cospicue,  l' arric- 
cln  d' indulgenze,  e  dispose  che  tan- 
to la  chiesa,  che  il  sodalizio,  sebbe- 
ne in  un  modo  più  particolare,  fosse- 
ro dedicati,  e  stessero  sotto  gli  auspi- 
ca di  s.  Carlo,  conservassero  l'antico 


CHI 

patrono  s.  Ambrogio  e  il  suo  tito- 
lo, e  perciò  si  denominassero  chiesa, 
ed  arciconfraternita  de'ss.  Ambrogio 
e  Carlo. 

S.  AidBROGio  della  Massima^  del- 
le monache  riformate  del  terzo 
Ordine  di  s.  Francesco,  V.  Fran- 
cescane, ec. 

S,  Anastasia,  collegiata,  e  titolo 
Cardinalizio  nel  rione  Campì' 
telli. 

Fu  eretta  questa  chiesa  da  A- 
pol  Ionia  matrona  romana  verso  l'an- 
no 3oo,  in  una  sua  possessione , 
per  dar  sepoltura  alla  martire  san- 
t'Anastasia, sotto  il  monte  palatino 
al  nord,  perciò  detta  ad  Palalium, 
o  sub  Palatio,  tra  il  circo  massimo, 
ove  pure  dicesi  che  fosse  l'abitazione 
della  santa.  Si  annovera  questa  in- 
signe chiesa  (  che  da  s.  Leone  I  e  da 
altri  Papi  fu  appellata  basilica  )  fra 
quelle,  le  quali  sino  dai  primi  tempi 
goderono  il  titolo  Cardinalizio ,  es- 
sendo enumerata  fra  i  venticinque 
titoli  meglio  stabiliti  da  s.  Marcello 
I,  creato  Pontefice  l'anno  3o4.  Che 
questa  chiesa  sia  stata  una  delle 
prime  dedicate  in  Roma  a'  martiri , 
e  forse  la  prima  in  onore  di  una 
matrona  romana  qual'  era  s.  Ana- 
stasia, si  raccoglie  da  vari  autori. 
S.  Dainaso  I,  e  s.  Ilaro,  adorna- 
rono questa  chiesa,  ed  il  primo  vuoi- 
si,  ne  fosse  slato  anco  titolare. 
Verso  l'anno  795,  s,  Leone  III  la 
restaurò  quasi  dai  fondamenti,  il  che 
pur  fecero  Innocenzo  III  nel  12 io, 
Sisto  IV  nel  147I5  il  Cardinal  San- 
doval  titolare  nel  1606,  ed  Urbano 
Vili  nel  i636.  In  quest'  ultima  epo- 
ca era  caduto  il  portico  e  la  fac- 
ciata. Nel  1722  ricevette  riparazioni 
per    opera    del    Cardinal    Wuuo    da 


CHI 
Cunha  titolare,  secondo  la  descrizio- 
ne, che  ne  fa  il  numero  743  del 
Diario  di  Roma  di  quell'anno,  e  da 
ultimo  molte  ne  fece  nel  1817  Pio 
VII,  a  cura  del  titolare  Cardinal 
Guardoquì,  e  di  monsignor  Tratti- 
ni vicegerente.  Il  suo  interno  ha  tre 
navate,  divise  dalle  colonne  del  tem- 
pio di  Nettuno,  che  si  ritiene  esse- 
re stato  ivi  vicino,  ovvero  del  pa- 
lazzo di  Publio,  o  del  circo  massi- 
mo, e  nel  suo  altare  maggiore  ev- 
vi  la  statua  della  santa,  lavoro  di 
Ercole  Ferrata. 

Allora  quando,  dopo  la  metà  del 
secolo  IV ,  s.  Damaso  I  chiamò  in 
Roma  il  dottore  della  Chiesa  s.  Gi- 
rolamo, per  servirsi  di  lui  nell'apo- 
stolico ministero,  abitò  quel  santo 
dottore  presso  questa  chiesa.  La  sta- 
zione da  tempo  antichissimo  vi  si 
celebra  nel  primo  giorno  di  quare- 
sima, ove  il  Papa  distribuiva  le  ce- 
neri, e  faceva  la  colletta  o  rassegna 
del  clero  e  popolo,  per  recarsi  pro- 
cessionalmente  a  s.  Sabina.  Alti'a 
stazione  vi  ricorre  il  settimo  giorno 
di  quaresima ,  ed  altra  nella  solen- 
nità di  Natale  alla  seconda  messa 
all'aurora,  nel  qual  giorno  cade  an- 
cora la  festa  della  santa,  ed  altresì 
nel  martedì  dopo  la  Pentecoste,  sta- 
zioni che  si  vogliono  istituite  da  san 
Gregorio  I ,  per  la  gran  divozione, 
che  aveva  a  questa  chiesa.  Prima  i 
Pontefici  nel  detto  giorno  di  Natale, 
andavano  a  celebrare  all'aurora  la 
seconda  messa  in  questa  chiesa,  nel 
qual  giorno  ricorre  pure  la  festa  del- 
la santa,  come  affermano  gh  Ordini 
romani.  Anzi  abbiamo,  che,  mentre 
nel  1075  s.  Gregorio  VII  celebrava 
la  delta  seconda  messa ,  fu  grave- 
mente ferito ,  e  rinchiuso  nella  sua 
torre  da  Cencio  figlio  di  Alberico 
prefetto  di  Roma,  e  fautore  di  En- 
rico V.  A'  nostri  giorni  Leone  XII 


CHI  283 

nel  1826  e  nel  1828,  si  recò  a  ce- 
lebrare la  messa  bassa  in  questa 
chiesa  di  s.  Anastasia,  dopo  averla 
detta  pontificalmente  in  s.  Maria 
Maggiore,  facendo  altrettanto  per  la 
terza  nella  basilica  vaticana. 

Non  si  conosce  bene    l'origine  di 
questa  collegiata ,    ma    le    memorie 
rimontano    all'anno   iSyS.    Essa  si 
componeva  di  sei  canonici  senza  al- 
cuna dignità ,    o  particolari  costitu- 
zioni, ne  obbligo  di  ordine  sagro,  e 
perciò  per  uso  antichissimo  potevano 
ritenere  pure  altre  prebende  di  re- 
sidenza.   I  canonici ,    per  ordine  di 
anzianità,  in  cotta  nei  giorni  stazio- 
nali assistevano    alla  messa  cautata, 
ed  intervenivano  alle  consuete  pro- 
cessioni del  clero  romano.  Il  sito  per 
l'abitazione  de'  canonici  fu  conceduto 
da  Giulio  Altieri   verso  il   i64'2,  e 
confermato    da    Clemente    X    Papa 
della  stessa  famiglia.    Ma  nell'anno 
1828,  il  medesimo  Leone  XII,  colla 
bolla  Ad  cii'cumspectam  y  soppresse 
il  capitolo,    e  ne  incorporò  le  ren- 
dite a  quello  di  s.  Maria  in  Cosme- 
din,  di  mano  in  mano  che  andassero 
vacando  le  sei  prebende  canonicali, 
o  per  morte,  o  per  rinunzia  de'  ca- 
nonici proprietari.    Le    ragioni,  che 
si  adducono  nella  bolla,  sono  la  di- 
stanza   dall'abitato    della   chiesa    di 
s.  Anastasia,  il  ristretto  numero  dei 
canonici,  ed  i  pochi  giorni  fia  l'an- 
no   nei  quali    erano  tenuti  ad  uffi- 
ciarla. Riguardo  al  capitolo  di  s.  Ma- 
ria in  Cosmedin  si  dice,  che  attese 
le  vicende  de' tempi  passati,  avendo 
le  loro  rendite  sofferto  qualche  de- 
terioramento, si  danno  loro  in  com- 
penso le  prebende    di  s.  Anastasia , 
addossando    ad    essi    tutti  i  pesi  di 
questa  chiesa.  La  nomina  dei  sei  ca- 
nonicati di  s.  Anastasia,  purché  non 
fossero    stati    affetti ,  apparteneva  al 
Cardinal    titolare    prò     tempore,  il 


284  CHI 

quale,  sebbene  si  dica  nella  citata 
bolla,  che  gli  si  conservano  tutti  i  di- 
ritti, prerogative,  e  privilegi  ,  pure 
■viene  spogliato  del  diritto  principale 
di  conferire  i  canonicati  vacanti,  co- 
me quelli ,  i  quali  devono  venire 
soppressi  di  mano  in  mano  che  Ta- 
cano.  Attualmente  n'  è  rimasto  uno 
solo. 

Vari  altri  Cardinali  titolari  e  ca- 
nonici furono  benemeriti  di  questa 
chiesa.  Per  l'elezione  di  Onorio  li 
nel  1 1 24  era  stato  eletto  Papa  il 
Cai'dinal  Teobaldo  Boccadipecora , 
titolare  della  chiesa ,  ma  rinunziò 
per  la  contrarietà  de'  Frangipani. 
Bonifazio  IX«,  creato  nel  iSSg,  era 
stato  Cardinale  prete  della  medesi- 
ma; e  Pio  IV,  ^e  Medici,  prima 
di  essei'e  sublimato  nel  iSSg  al  tri- 
regno, egualmente  era  stato  titolare 
di  s.  Anastasia.  Nel  1629  Urbano 
Vili,  avendo  dato  alla  basilica  va- 
ticana un  pezzo  del  legno  della  ss. 
Croce,  che  si  conservava  in  s.  Ana- 
stasia ,  donò  in  vece  alla  chiesa  di 
questa  santa  una  croce  di  argento 
colla  medesima  insigne  reliquia.  Nel 
pontificato  d' Innocenzo  XI ,  e  nel 
1722  Filippo  Cappello  canonico  di 
questa  collegiata,  pubblicò  in  Roma 
colle  stampe  Brevi  notizie  dell'  an- 
tico 3  e  moderno  stato  della  chiesa 
collegiata  di  s.  Anastasia  di  Roma, 
col  Discorso  dell'  invenzione  del  cor- 
po della  santa,  dello  zio  Domenico 
Cappello,  canonico  decano  della  stes- 
sa collegiata. 

S.  Andrea  delle  Fratte.  V.  Pad- 
lotti,  a'  quali  appartiene. 

S.  Andrea  al  Quirinale.  V.  Ge- 
suiti, a'  quali  appartiene. 

S.  Andrea  degli  Scozzesi.  V.  Col- 
legio DEGLI  Scozzesi,  a'  quali  ap- 
partiene. 


CHI 

S.  Andrea  nella  Falle.  V.  Tea- 
tini, a'  quali  appartiene. 

S.  Andrea  nella  via  Flaminia.  V. 
Volume  VII,  pag.  igS,  col.  2 
del  Dizionario. 

Ss.  Andrea  e  Gregorio  al  mon- 
te Celio  de'  Camaldolesi.  V.  Chie- 
sa di  s.  Gregorio  al  monte  Celio. 

Ss.  Angeli  Custodi.  V.  Arcico:^- 
FRATERMTA  dei  SS.  Angeli  Custodi, 
cui  appartiene. 

Nella  festa  de'  ss.  Angeli ,  a'  2 
ottobre,  il  magistrato  romano,  ogni 
anno  presenta  a  questa  chiesa  un 
calice  di  argento ,  e  quattro  torcie 
di  cera. 

S.  Angelo  delle  Fornaci ,  par- 
rocchia del  capitolo  Vaticano, 
fuori  di  porta  Cavalleggieri,  nel 
rione  Borgo. 

Questa  chiesa  fu  eretta  dai  for- 
naciai nel  secolo  XVI ,  e  si  disse 
del  Torrione  per  essere  fuori  della 
porta,  che  anticamente  cos\  chiama- 
vasi.  Fu  incorporata  al  capitolo  di 
s.  Pietro,  e  nel  1600  già  era  par- 
rocchia, come  afferma  Panciroli.  Leo- 
ne XII  trasferì  la  cura  nella  chiesa 
di  s.  Maria  delle  Fornaci  poco  da 
essa  distante,  e  cosi  detta  dalle  for- 
naci, che  sono  nei  dintorni  ;  ma  po- 
scia per  averla  rinunziata  i  religiosi 
trinitari  scalzi ,  la  parrocchia  tornò 
nella  chiesa  di  s.  Angelo. 

S.  Angelo  in  Pescheria,  collegiata, 
diaconia  Cardinalizia,  con  par- 
rocchia  nel   rione   di  s.  Angelo. 

Secondo  alcuni,  antichissima  è  la 
sua  erezione,  e  forse  avanti    s.  Sii- 


CHI 

vestro  I  perchè  si  crede  fosse  una 
di  quelle  da  lui  consagrate  ;  però  era 
piuttosto  in  sito  poco  distante,  cioè 
nell'alto  del  prossimo  circo  Flami- 
nio, per  cui  chiamossi  basilica  di 
s.  Angelo  in  summo  circi.  S.  Sim- 
maco verso  l'anno  5oo  la  riedificò, 
e  benemerito  ne  fu  anche  s.  Boni- 
fezio  II,  eletto  neir  anno  53o ,  il 
quale  la  dedicò  a  s.  Michiele  Ar- 
cangelo. Questa  fu  la  prima  chie- 
sa di  Roma  consagrata  al  culto 
del  principe  della  celeste  corte, 
e  del  protettore  della  Chiesa  Ro- 
mana, e  si  dice,  che  Gregorio  I  l'e- 
levasse al  grado  di  diaconia  Cardi- 
naUzia.  Demolito  il  circo ,  ed  ab- 
bandonata la  chiesa,  fu  edificata  la 
presente  dopo  l'anno  7 52  da  Ste- 
fano II,  detto  HI,  nel  basso  in  mez- 
zo all'  antico  portico  di  Ottavio,  ov- 
Tero  del  tempio  di  Giunone,  di  A- 
poUo,  o  di  Mercurio,  di  cui  si 
veggono  gli  avanzi.  Da  una  chiesa 
della  via  Tiburtina  vi  si  trasporta- 
rono i  corpi  de'  santi  Getulio  e  Sin- 
forosa  sua  moglie ,  coi  loro  sette  fi* 
gli,  tutti  nobili  di  Tivoli,  che  pa- 
tirono glorioso  martirio ,  onde  pre- 
servarli dalla  rapacità  de'  longobar- 
di. Ad  essi  il  Piazza,  Gerarchia, 
p.  873,  aggiunge  il  corpo  di  s.  Zo- 
tico. Nondimeno  parte  di  que'  cor- 
pi da  Gregorio  XIII  furono  conce- 
duti ai  tivolesi.  Nel  pontificato  di 
Sisto  V,  e  nell'anno  i587,  vi  furono 
aggiunti  i  corpi  de'  ss.  martiri  Ci- 
ro Alessandrino  medico,  e  Giovanni 
Edesseno  militare, i  quali  tutti  si  con- 
servano sotto  r  altare  maggiore  in 
un'  urna  di  marmo  bianco  colloca- 
tavi a  spese  di  monsignore  Pier 
Benedetti  allora  governatore  di  Ro- 
ma, e  canonico  della  collegiata,  poi 
Cardinale. 

Non  si  deve  tacere ,  che  da  una 
lapide  posta  nella  parete  della  porta 


CHI  285 

maggiore,  scritta  in  caratteri  bar- 
bari, si  legge  il  catalogo  delle  re- 
liquie, che  ivi  si  conservano ,  e  si 
rileva  essere  stata  la  chiesa  consa- 
grata, senza  dire  da  chi,  nel  primo 
di  giugno  nell'anno  della  creazione 
del  mondo  6^63,  dopo  essere  stata 
riedificata  da'  fondamenti  da  Teo- 
doro padre  di  Benedetto  diacono 
della  stessa  chiesa,  nel  pontificato  di 
Stefano  li,  detto  IH  summentovato, 
il  quale  era  pure  stato  diacono  Car- 
dinale della  medesima.  In  seguito 
s.  Leone  IH  ne  fu  benefattore,  fa- 
cendovi fabbricare  il  contiguo  ora- 
torio, e  s.  Pasquale  I  fece  diversi 
doni  alla  chiesa.  Alcuni  titolari  vi 
operarono  non  pochi  restauri  ed  or- 
namenti, massime  il  Cardinal  An- 
drea Peretti,  che  nel  161  i  la  resti- 
tuì al  primiero  lustro  rifacendo  la 
tribuna  col  disegno  del  cav.  Mi- 
chelangelo Buonarroti  ;  e  il  Cardi- 
nal Francesco  Barberini  ,  che  verso 
il  1700,  fra  i  tanti  benefizi!  che  vi 
operò,  decorò  il  soffitto  con  dipinti 
e  lumeggiature  a  oro ,  abbellendo 
inoltre  la  tribuna.  Ma  essendosi  ri- 
dotta per  le  vicende  de'  tempi  in 
istato  veramente  l'ovinoso,  fu  di  nuo- 
vo rista urata  nel  1821  sotto  Pio 
VII. 

L' interno  della  chiesa  è  di  for- 
ma quadrilunga,  coi  lati,  e  navi  de- 
corati egualmente ,  avendo  eseguito 
il  quadro  dell'altare  maggiore  il  cav. 
d'  Arpino.  Questa  chiesa  diede  il 
nome  alla  regione,  e  dicesi  in  Pe- 
scheria per  la  vicinanza  del  merca- 
to del  pesce ,  e  per  la  confraternita 
de'  pescivendoli,  eretta  nel  contiguo 
oratorio  nel  1571.  Eressero  quei 
pescivendoli  nella  chiesa  un  altare 
al  loro  protettore  s.  Andrea.  Il  Piaz- 
za, che  chiama  questa  chiesa  di  s. 
Angelo  in  Pescarla ,  o  in  Piscina , 
juxla  lempliun  Jovis ,   dice  che   la 


286  €HI 

denominazione  Piscina  (comechè  al- 
cuni abbiano  detto  in  Pisciniila  ), 
derivi  o  dal  prossimo  foro  Pisca- 
rio,  o  da  una  piscina ,  che  stava 
nel  circo.  La  collegiata  viene  for* 
mata  da  otto  canonici,  numero  sta- 
bilito nel  1243  sotto  Innocenzo  IV, 
dappoiché  essendo  sempre  stata  la 
chiesa  da  tempo  immemorabile  uffi- 
ziata  dai  canonici,  questi  prima  di 
tal'  epoca  erano  in  numero  as- 
sai maggiore.  Essi  sono  tenuti  ad 
intervenire  al  servigio  del  coro  nei 
soli  giorni  festivi ,  governando  la 
chiesa  sotto  la  dipendenza  del  Car- 
dinal diacono  cui  spetta  la  nomina 
ai  canonicati ,  quando  non  sieno 
affetti  alla  santa  Sede.  Il  canonico 
curalo,  per  essere  questa  chiesa  una 
delle  dodici  vicarie  parrocchiali  isti- 
tuite da  s.  Pio  V,  viene  eletto  dal 
capitolo  fra  tre,  che  ad  esso  sono 
presentati  dal  Cardinal  vicario ,  in 
seguito  della  conseguita  approvazio- 
ne avuta  nel  concorso,  in  forza  della 
bolla  emanata  da  Leone  XII  per 
la  restrizione  delle  parrocchie  di 
Roma.  Non  si  dee  passare  sotto  si- 
lenzio, che  avendo  Benedetto  XIH 
soppressa  la  parrocchia  di  s.  Gre- 
gorio a  Ponte  quattro  capi,  1'  unì  a 
questa  collegiata,  mediante  la  costi- 
tuzione Ex  debito,  Bull.  Rom.  t. 
XII,  p.  76,  emanata  ai  17  febbra- 
io  1726. 

Fra  i  diaconi  Cardinali  di  questa 
chiesa,  meritano  ricordanza  Grego- 
rio Papareschi,  che  nel  i  i3o  fu  in- 
nalzato alla  suprema  dignità  col  no- 
me d'Innocenzo  II,  e  che  nel  11 35 
conferì  la  diaconia  al  nipote  Cardi- 
nal Gregorio  Papareschi-Matlei.  A- 
vendo  poi  Giulio  II,  nel  i5i  i,  creato 
Cardinale  diacono  di  s.  Angelo  in 
Pescarla ,  Matteo  Langio ,  vescovo 
di  Gurk,  nel  ricevere  l'insegne  della 
dignità  nel  i5i3  da  Leone  X,  sup- 


CHI 

plico  perchè  fosse  eretta  la  diaconia 
in  titolo  presbiterale  sinché  egli  l'a- 
vesse goduta  in  titolo,  e  il  Papa 
glielo  concesse,  e  lo  fu  sino  al  i535, 
in  cui  passò  al  vescovato  di  Albano. 

Gode  questa  chiesa  nel  dì  della 
festa  dell'  Apparizione  di  s.  Michele 
Arcangelo,  l'annua  oblazione  del  ca- 
lice di  argento,  e  di  due  torcie  dal 
magistrato  romano  sin  da  remota 
epoca,  pel  seguente  avvenimento.Men- 
tre  i  Papi  risiedevano  in  Avignone, 
Francesco  di  Vico,  che  fu  prefetto 
di  Roma  dal  1369  al  1377,  come 
abbiamo  dal  Contelori,  tiranneggia- 
va la  città,  por  cui  i  romani  eles- 
sero a  loro  capitano,  e  capo  della 
magistratura  de'  banderesi  {Vedi)^ 
Savo  Mellini,  nobile  e  potente  ca- 
valiere rmnano,  il  quale  con  un 
esercito  di  concittadini  prese  il  pre- 
fetto, smantellò  Vico  di  cui  era  si- 
gnore, liberando  Roma,  e  i  luoghi 
circonvicini  dalla  di  lui  tirannia. 
Essendo  ciò  avvenuto  agli  8  di 
maggio,  in  cui  si  celebra  l'  Appari- 
zione di  s.  Michele  Arcangelo,  i  ro- 
mani attribuirono  al  suo  patrocinio 
la  vittoria,  e  decretarono  la  detta 
oblazione  a  perenne  riconoscenza. 

Non  sarà  discaro,  che  qui  si  fac- 
cia menzione  del  celebre  archivio 
di  questa  collegiata ,  le  cui  memo- 
rie rimontano  al  iiif.  In  esso,  ol- 
tre i  libri  di  amministrazione  ed 
istromenti  spettanti  alla  chiesa  e  al 
capitolo,  vi  sono  venticinque  volu- 
metti del  notaro  Antonio  Lorenzo 
de  Stefanelli  de  Scambiis ,  ed  altri 
notari  di  queli'  epoca,  scritti  in  ca- 
rattere gotico.  In  essi,  oltre  gli  af- 
fari riguardanti  qjiesta  chiesa ,  si 
contengono  pubblici  istromenti  di 
famiglie  particolari,  che  altrove  non 
si  rinvengono ,  cioè  dal  1 363  al 
i4og.  Vi  è  pure  il  pubblico  istro- 
mento  fatto  fra  i  Cardinali,   il   se- 


CHI 

nato  e  i  capo-rioni  di  Roma  nel 
Pontificato  di  Urbano  V,  in  occa- 
sione che  le  sagre  teste  de'  ss.  Pie- 
tro e  Paolo  furono  collocate  nella 
basilica  lateranense  in  busti  di  ar- 
gento :  atto  di  cui  in  Roma  noa 
vi  è  r  eguale  in  autenticità ,  a  ca- 
gione delle  devastazioni  e  degl'  in- 
cendi, cui  andarono  soggetti  gli  altri 
archi  vii. 

Ss.  Anna  e  Gioacchino  alle  quat- 
tro fontane,  nel  rione  Monti,  già 
de'  Carmelitani  scalzi  (  Vedi),  e 
poi  delle  monache  Adoratrici 
perpetue  del  Ss.  Sagramento. 
Fedi. 

S.  Anna  de'  Funari  ,  o  de'  Fale- 
gnami, dell'ospizio  di  Tata  Gio- 
vanni. Fedi. 

S.  Anna  de'  Parafrenieri  in  Borgo. 
F.  Arciconfr  ETERNITÀ  di  s.  Anuu 
de'  Parafrenieri. 

In  ogni  quadriennio  il  magistra- 
to romano  fa  l'oblazione  di  uà  ca- 
lice di  argento,  e  di  quattro  lorcie 
di  cera ,  le  quali  offre  pure  ogni 
biennio  quando  il  sodalizio  non  go- 
de r  altra  maggiore  oblazione. 

Ss.  Annunziata  all'Arco  de'  Pan- 
tani, delle  monache  dell'  Annun- 
ziata (Fedi),  già  chiesa  di  s.  Ba- 
silio, come  dicesi  all'articolo  Ba- 
siLiANi,  voi.  IV,  pag.  i86  del  Di- 
zionario. In  questa  chiesa  ogni 
quadriennio,  ai  ^5  marzo,  il  se- 
nato romano  fa  l' oblazione  di 
un  calice  di  argento,  e  di  quat- 
tro lorcie  di  cera. 

Ss.  Annunziata  delle  monache  del- 
l' Annunziata  dette  le  Turchine 
(Fedi).  Nel  giorno  della  festa  ai 


CHI  Ì87 

2  5  marzo  il  magistrato  fa  in  que- 
sta chiesa  l'oblazione  di  quattro 
torcie  di  cera. 

Ss.  Annunziata  di  Torre  dei  Spec- 
chi. F.  OuLATE  di  s.  Francesca 
Romana. 

Ss.  Annunzi ATELLA,  0  Ss.  Annun- 
ziata, fuori  di  porta  s.  Paolo  nel 
rione  Ripa. 

Questa  è  una  delle  nove  chiese 
di  Roma ,  che  in  onore  de*  nove 
cori  degli  Angeli ,  coinè  spiega  il 
Pànciroli  a  pag.  1 3 1  ,  divotamente 
visitano  i  fedeli  nella  visita  delle 
sette  chiese  (Fedi).  Maggiore  è  poi 
il  concorso  del  popolo  nella  prima 
domenica  di  maggio,  perchè  vi  si 
celebra  la  sagra,  ed  in  quel  giorno 
evvi  pure  la  processione  nella  vicina 
chiesa  di  s.  Sebastiano.  Questa  chie- 
sa è  situata  dalla  strada,  che  con- 
duce dalle  tre  fontane  nella  via 
ostiense  alla  basilica  di  s.  Sebastia- 
no. È  celebre  per  le  sue  reliquie 
poste  nell'  altare ,  per  le  sue  indul- 
genze ,  e  per  la  sua  antichità.  Nei 
primi  secoli  del  cristianesimo  vi  fu 
eretto  uu  ospizio  pei  poveri  pel- 
legrini, che  visitavano  i  luoghi  santi 
di  Roma.  Da  una  piccola  lapide  in- 
castrata nel  muro  si  legge,  che  fu 
riedificata  e  consagrata  ai  9  agosto 
1270,  e  nel  giorno  della  sua  festa 
l'arciconfra terni ta  del  Gonfalone,  cui 
appartiene,  soleva  dispensare  al  po- 
polo il  pane  benedetto,  cioè  nella 
prima  domenica  di  maggio.  Verso 
il  1640,  il  Cardinal  Francesco  Bar- 
berini, nipote  di  Urbano  Vili,  vi  fe- 
ce eseguire  diversi  ristauri. 

S.  Antonio  Abbate,  delle  monache 
camaldolesi.  Fedi. 


288  CHI 

In  ogni  biennio,  ai  17  gennaio, 
festa  del  titolare,  il  senato  romano 
fa  l'oblazione  di  un  calice  d'argento, 
e  di  quattro  torcie  di  cera. 

S.  Antonio  de'  Portoghesi.  V. 
Ospedale  di  s.  Antonio  de'  Por- 
toghesi. 

Ss.  XII.  Apostoli  j  basilica  con 
titolo  Cardinalizio,  e  con  parroc- 
chia in  cura  dei  minori  conven- 
tualij  nel  rione   Trevi. 

Nella  piazza,  che  prende  il  nome 
dalla  chiesa  ,  sorge  questa  basilica  , 
detta  Costantiniana ,  perchè  da  ail- 
cuni  si  vuole  sia  una  delle  tante 
fondate  dal  pio  imperatore  Costan- 
tino Magno,  erigendola  in  onore  dei 
dodici  Apostoli.  Rilevasi  da  un  co- 
dice vaticano,  num.  556o ,  ch'egli 
fece  poiTe  neir  atrio  un  calice  di 
marmo  per  ornamento,  ed  uno  si- 
mile se  ne  vede  nella  chiesa  di  s. 
Cecilia ,  in  segno  della  santità  del 
luogo.  Pelagio  I,  eletto  Papa  l'anno 
553,  sotto  1  imperatore  Giustiniano, 
coH'aiuto  di  Narsete  suo  capitano,  rie- 
dificò questa  basilica.  Narsete  diede 
al  Pontefice  i  marmi  e  colonne  delle 
contigue  terme  costantiniane,  ed  afli- 
dò  a'  ministri  di  questa  chiesa  la 
custodia  della  vicina  colonna  traiana. 
Quindi  il  Papa  Giovanni  111,  suc- 
ceduto nel  56o  a  Pelagio  I ,  come 
si  rileva  dalla  costituzione  Quoniani, 
Bull.  Roni.,  tom.  I,  pag.  99,  compi 
l'edifizio,  e  lo  consagrò  nel  dì  primo 
di  maggio  in  onore  de'ss.  XII  Apo- 
stoli, e  particolarmente  de'  ss.  Filip- 
po e  Giacomo  comprotettori  di  Roma. 
I  corpi  di  que'  santi  furono  quivi 
trasportati,  ed  eretta  venne  la  chie- 
sa in  titolo  Cardinalizio.  Se  il  titolo 
fosse  anteriormente  assegnato  in  que- 
sta chiesa,  lo  diremo  in  progresso. 


CHI 

Questa  basilica  fu  restaurata,  ed 
abbellita  da  altri  Pontefici,  cioè  da 
s.  Gregorio  III,  che  rifece  la  tri- 
buna e  il  portico,  da  s.  Paolo  I,  da 
Adriano  I,  da  s.  Leone  III,  che  ne 
ampliò  il  portico,  da  Stefano  V  che 
l'arricchì  di  molte  reliquie,  oltre  i 
corpi  delle  ss.  Eugenia  e  Claudia  , 
da  Martino  V  che  non  solo  la  rie- 
dificò ,  ma  vi  costruì  l'annesso  pa- 
lazzo per  la  sua  famiglia  Colonna, 
e  che  fu  abitato  da  lui,  e  da  altri 
Pontefici,  massime  nell'estate.  Egual- 
mente l'ampliarono  e  restaurarono 
Nicolò  V,  Sisto  IV,  il  quale  rin- 
novò la  tribuna ,  e  Giulio  II ,  che 
oltre  diversi  miglioramenti,  vi  costruì 
di  nuovo  il  portico  davanti ,  e  sul 
quale  in  appresso  il  Cardinal  Bran- 
cacci,  detto  di  Lauria,  fece  collocare 
le  statue  del  Salvatore,  e  de'ss.  Apo- 
stoli. Sisto  V  pure  la  riedificò,  am- 
pliando il  contiguo  convento  ove  era 
stato  religioso,  ed  erigendovi  il  col- 
legio di  s.  Bonaventura  (V^edl).  Fi- 
nalmente, minacciando  rovina  l'edi- 
fizio ,  con  Pontificia  munificenza ,  e 
con  architettura  del  cav.  Francesco 
Fontana,  Clemente  XI,  Albani,  nel 
1702  incominciò  a  rifabbricarla  dai 
fondamenti  ai  27  febbraio,  dopo  la 
demolizione  dell' antica,  facendone  il 
Piazza,  Gerarchia,  pag.  474  ^  s^g- 
un'  interessante  descrizione.  Di  poi 
Benedetto  XIII  nel  1724  solenne- 
mente la  consagrò,  e  siccome  man- 
cava la  facciata  esterna  al  di  sopra  del 
portico,  nel  1827,  con  disegno  del  cav. 
Yaladier,  vi  supplì  la  pietà  del  duca 
di  Bracciano  d.  Giovanni  Toi'lonia. 
II  Cardinal  Borgia  volle  far  misu- 
rare il  finestrone  di  questa  facciata, 
e  si  trovò,  ch'era  più  largo  della 
porta  del  popolo ,  che  è  la  princi- 
pale della  città  di  Roma. 

Il  portico,  eh'  è  quel  medesimo 
della  vecchia  basilica,    ha   nove  ar- 


CHI 

chi,  ed  è  chiuso  da  caticelU  di  ferro. 
La  chiesa  è  a  tre  navi  divise  da  un 
gi-ande  ordine  di  pilastri  corinti,  che 
sostengono  la  gran  volta  ove  nel 
mezzo  è  dipinto  il  trionfo  dell'  Ordi- 
ne francescano,  dal  pennello  del  Ba- 
ci ccio.  Il  quadro  dell' al  tai-e  maggio- 
re, sotto  il  quale  si  venerano  i  cor- 
pi de'  suddetti  apostoli  ss.  Filippo  e 
Giacomo,  è  opera  di  Domenico  Mu- 
ratori, e  la  volta  della  tribuna  rap- 
presentante il  castigo  degli  Angeli 
libelli,  fu  dipinta  da  Giovanni  O- 
dazzi.  Nello  spazio  della  tribuna  si 
osserva  a  sinistra  il  deposito  del  Car- 
dinal Raffaele  Riario  morto  nel  i520, 
disegno  di  Michel  Angelo  Buonarro- 
ti. Egli  aveva  fatta  ornare  questa 
tribuna  con  belle  pitture  di  Meloz- 
zo  da  Forlì,  e  di  Sandro  Botticelli, 
le  quali  furono  in  gran  parte  distrut- 
te, ed  altre  trasportate  nella  sagre- 
stia vaticana,  mentre  1'  Ascensione 
del  Signoi'e,  dello  stesso  Melozzo,  fu 
collocata  nel  primo  ripiano  della  sca- 
la principale  del  pontifìcio  palazzo 
quirinale.  Fra  le  belle  cappelle,  pre- 
gevoli pei  marmi  e  dipinti  che  l'a- 
dornano, faremo  menzione  di  quella 
a  sinistra  della  tribuna,  ove  si  vene- 
ra un  crocefisso,  di  cui  parla  il  ci- 
tato Piazza  a  pag.  474-  ^"  ogni  ve- 
nerdì di  quaresima,  e  dell'  avvento, 
dopo  la  compieta,  ha  luogo  quivi 
una  di  vota  processione  colla  croce 
nuda,  che  dalla  chiesa  pel  portico  si 
reca  in  detta  cappella  del  crocefisso. 
Inoltre  in  questa  basilica  evvi  il  de- 
posito marmoreo  di  Clemente  XIV, 
Ganganelli,  il  cui  corpo  vi  fu  tras- 
portato dalla  basilica  vaticana  nel 
1802.  Autore  di  esso  è  il  celebre 
Antonio  Canova,  che  l'eseguì  per 
commissione  di  Cai-lo  Giorgi  ;  e  sic- 
come gliela  procurò  l'altro  non  men 
celebre  artista  Giovanni  Volpato,  per 
riconoscenza  Canova  al  Volpato  scoU 

VOL.     XI. 


CHI  289 

pi  il  monumento  sepolcrale  ,  che 
ammirasi  nel  portico  della  basilica  , 
nella  quale  pur  furono  nel  i832  a 
Canova  celebrate  solennissime  esequie 
come  pure  in  essa  nel  i564  erano 
state  celebrate  all'  immortai  Michel 
Angelo,  ambedue  benemeriti  ristau- 
ratori  delle  arti  belle.  In  questa  chie- 
sa vi  sono  inoltre  i  precordii  di  Ma- 
ria Clementina  Sobieski  regina  d'In- 
ghilterra, alla  quale  Clemente  XII 
nel  1735  fece  celebrare  un  magni- 
fico funerale. 

Il  titolo  Cardinalizio  di  questa 
basilica  è  compreso  fra  i  venticin- 
que di  s.  Marcello  I,  eletto  nell'an- 
no 3o4,  locchè  potrebbe  indurre  a 
credere,  che  ne  sia  stato  Cardinal 
titolare  il  Pontefice  s.  Agapito  I, 
predecessore  del  summentovato  Gio- 
vanni III.  Furono  Cardinali  preti  del 
medesimo  il  Cardinal  Ottaviano  Con- 
ti, che  nel  11 38  divenne  antipapa 
Vittore  IV  contro  Alessandro  HI; 
il  Cardinal  Roberto  di  Ginevra,  che, 
nel  1378,  fu  assunto  all' antipapato 
contro  Urbano  VI  ;  il  Cardinal  Pie- 
tro Filai'go  francescano  ,  che  nel 
1409  nel  concilio  di  Pisa  fu  eletto 
Papa  col  nome  di  Alessandro  V;  e 
il  Cardinal  Lorenzo  Ganganelli  dei 
minori  conventuali,  che  elevato  nel 
1769  al  triregno,  si  fece  chiamare 
Clemente  XIV.  Siccome  anticamen- 
te eravi  in  questa  basilica  una  col- 
legiata di  diciotto  canonici ,  così  il 
Cardinal  titolare  si  appellava  pure 
arciprete,  come  ricavasi  da  una  bol- 
la di  Onorio  IV.  Egli  vi  nominava 
un  vicai-io,  per  lo  più  fregiato  del 
grado  di  protonotario  apostolico  ;  e 
fra  le  di  lui  prerogative^  sebbene  ta- 
lora sia  stata  disputata  da  altri  ti- 
tolari, eravi  quella  di  assistere,  e  ce- 
lebrare in  tutti  i  giorni  di  domenica 
suir  altare  papale  della  patriarcale  ba- 
silica di  s.  Maria  Maggiore.  Per  molto 
19 


ago  CHI 

tempo  la  basilica  fu  matrice  di  al- 
tre sette  parrocchie  filiali;  e  Bene- 
detto XIV  nel  1754  colla  bolla  Fi- 
delisy  che  si  legge  nel  suo  Bollano, 
nel  t.  IV,  p.  189,  dichiarò  il  Car- 
dinale titolare  de'  ss,  XII  Apostoli , 
e  quello  de'  ss.  Pieti'O  e  Marcellino, 
giudici  e  conserratori  del  santuario 
d' Assisi. 

Il  Pontefice  Pio  II,  nel  1462,  af- 
fidò la  cura  di  questa  chiesa  ai  mi- 
nori conventuali  dis.  Francesco  [J^e- 
di),  perché  i  canonici  che  l'uffizia- 
vano  eransi  ridotti  a  pochi,  come  si 
può  vedere  nel  Panciroli  a  pag.  226, 
il  quale  ne  fa  l'enumerazione  nelle 
diverse  epoche.  Allora  n'era  titola- 
re il  dottissimo  Cardinal  Bessarione, 
il  quale  dopo  averla  ottenuta  dal 
Papa  a' minori  conventuali,  con  i- 
splendida  munificenza,  fabbricò  loro 
un  convento  capace  di  contenere  nel- 
le antiche  case  de' canonici  duecento 
religiosi.  Ingrandito  poi  da'  summen- 
tovati  benefattori,  oggi  è  il  princi- 
pale, e  il  capo  di  tutto  1'  Ordine,  e 
fu  già  abitazione  de' Pontefici  Sisto 
V,  e  di  Clemente  XIV  avanti  di 
ascendere  la  cattedra  apostolica.  Nel- 
r  atrio,  che  conduce  al  chiostro,  fra 
ì  varii  monumenti  sepolcrali,  evvi 
quello  del  lodato  Cardinal  Bessario- 
ne; e  nel  suo  primo  cortile  si  vede 
un  bel  vaso  di  forma  antica,  cre- 
duto quello  eretto  da  Costantino  in 
forma  di  calice,  owei'o  altro  ivi 
collocato  per  conservanie  la  memo- 
ria. 

Di  questa  basilica  fu  sommamente 
divoto  s.  Gregorio  I  Magno,  il  quale 
in  onore  degli  apostoli  Filippo  e 
Giacomo,  vi  recitò  due  omelie,  cioè 
la  XVII,  e  la  XXXVI,  e  vi  pose 
in  più  giorni  la  stazione ,  che  vi  si 
celebra  il  venerdì  delle  tempora  di 
primavera,  il  giovedì  dopo  pasqua, 
il  venerdì  delle  tempora  autunnali, 


CHI 

il  sabbato  delle  tempora  invernali, 
e  la  quarta  domenica  dell'  avvento. 
Alessandro  HI,  con  bolla  data  in 
Anagni,  Attendenles,  aggiunse  la  sta- 
zione nel  giorno  della  festa  di  san 
Giacomo  maggiore  a' 25  luglio,  come 
riferisce  il  Piazza.  Abbiamo  dall' IT- 
gonio,  che  prima  in  questa  chiesa 
facevansi  gli  scrutinii  di  quelli,  i 
quali  dovevano  ordinarsi  nel  giorno 
seguente  in  s.  Pietro,  ed  è  perciò 
che  in  tutti  i  venerdì  delle  tempora 
vi  fu  posta  la  stazione,  come  in 
tutti  i  sabbati  di  tali  tempi  evvi  la 
stazione  a  s.  Pietro.  In  favore  dei 
poveri  della  parrocchia,  nel  pontifi- 
cato di  Pio  IV,  fu  eretta  nella  ba- 
silica r  arciconfraternita  de'  ss,  XII 
Apostoli  (  P^edi).  Quindi  Sisto  V 
stabilì ,  che  nella  detta  chiesa,  ogni 
anno  a'i4  luglio  si  dovesse  celebrare 
la  cappella  Cardinalizia  in  onore  di 
s,  Bonaventura  [Vedi).  Celebrandosi 
poi  nella  basilica  con  solennità  la 
festa  dell'  immacolata  Concezione , 
con  precedente  novena,  nell'ultimo 
giorno  della  novena  medesima  col 
sagro  Collegio  suole  intervenirvi  il 
Papa,  il  quale  dà  col  ss.  Sacramento 
la  trina  benedizione. 

Quando  alcun  Pontefice  abitò  nel 
contiguo  palazzo,  e  quando  i  Papi, 
che  fissarono  la  loro  residenza  nel 
palazzo  quirinale,  non  avevano  eretta 
ancora  la  cappella  palatina,  ciò  che 
fece  Paolo  V,  si  celebrarono  diverse 
cappelle  pontificie  in  questa  basilica. 
Da  ulfimo,  nel  secolo  decorso.  Be- 
nedetto XIV,  nel  1743,  vi  consagrò 
in  vescovo  di  Padova  il  Cardinal 
Rezzonico,  che  gli  successe  col  nome 
di  Clemente  XIII,  e  questi  nel  1758 
vi  consagrò  in  arcivescovo  di  Co- 
rinto, il  Cardinal  duca  di  Yorck, 
figlio  di  Giaomo  III  re  d'  Inghilter- 
ra. Il  p.  Bonaventura  Malvasia  ci 
ha  dato  la  Storia  della  veti,  basilica 


CHI 

de^  ss.  XII  Apostoti,  Roma  i665i. 
Ai  4  poi  ^^^  mese  di  ottobre,  ogni 
anno  il  magistrato  romano  per  la 
festa  di  san  Francesco  d'Assisi  fa 
r  oblazione  d'  un  calice  di  argento, 
e  di  quattro  torcie  di  cei'a. 

S.  Apollinare  del  Seminario  Roma- 
nOf  nel  rione  Ponte. 

Fu  questa  chiesa  fabbricala  nel- 
l'anno 772  dal  Pontefice  Adriano  I, 
nel  luogo  ove  Tito  Livio  dice,  che 
furono  i  prati  flaminii,  nel  mezzo 
de'  quali  fu  edificato  un  tempio  ad 
A  polline,  donde  poi  la  contrada  chia- 
mossi  Apollinare.  Si  dice  ancora  che 
ivi  fosse  stata  una  biblioteca  pub- 
blica, come  attestano  Vittore,  e 
Dionisio. 

Che  nella  vicina  piazza  Navona 
si  facessero,  sino  da  dopo  la  strage 
di  Canne,  i  giuochi  apoUinari,  lo 
abbiamo  dal  medesimo  Livio,  e  dal 
Biondo,  per  cui  questi  riflette  che 
i  luoghi  circostanti  chiamaronsi  apol- 
linari.  Adunque  Adriano  I,  e  per  la 
denominazione  di  tali  nomi,  e  pel 
tempio  di  Apolline,  volle  dedicare 
la  chiesa  a  s.  Apollinare  discepolo 
di  s.  Pietro  vescovo  di  Ravenna,  e 
glorioso  martire,  acciocché  cancellata 
la  memoria  profana  dell'  anteriore 
tempio,  e  dei  giuochi,  rimanesse  in 
vece  quella  di  un  si  illustre  confes- 
sore di  Ci'isto,  ponendovi  inoltre  la 
stazione  nel  giovedì  di  passione.  La 
chiesa  antica  avea  i  portici  avanti, 
e  per  una  collegiata,  che  vi  era  col 
suo  arciprete ,  veniva  detta  arcipres- 
biterato.  Il  Novaes,  tom.  Ili,  pag. 
24,  nel  riportare  i  Cardinali  creati 
nel  ii3o  da  Innocenzo  II,  registra 
un  Guido  Cardinale  diacono  di  san 
Apollinare;  quindi  parlando  di  Pie- 
tro di  Luna,  poi  antipapa  Benedetto 
XIII,    aggiunge    che    nel   i'òj5    fu 


CHI  291 

fatto  Cardinale  diacono  di  s.  Maria 
in  Cosmedin  da  Gregorio  XI ,  e  che 
recatosi  con  lui  in  Roma  nel  1377, 
ebbe     in  commenda    il  titolo    di  s. 
Apollinare,    presso    alla   qual  chiesa 
fabbricò  un    magnifico   palazzo.    Al- 
trettanto   afferma    il    Cardella    nel 
tom.  II,    pag.  245,    dicendo   che  il 
Cai'dinal  de  Luna  spagnuolo,  andato 
in  Roma    con  Gregorio  XI ,    stabili 
la  sua    abitazione    a    Tor-Sanguigna 
a  sant'Apollinare,    nella  quale    fece 
notabili  miglioramenti,  donde  il  Ba- 
luzio    è    di  opinione,    che  avesse  in 
commenda  il  titolo  di  s.  Apollinare; 
opinione  ch'egli   appoggia   all'auto- 
rità di  due  scrittori  contemporanei, 
riportando  eziandio  1'  erezione  d'  un 
magnifico   e    sontuoso  palazzo,    che 
poi,  come  diremo,  fu  incorporato  al 
collegio    Germanico.    Tuttavolta    il 
Piazza  ed  altri  autori,  che  scrissero 
dei  titoli,    e   delle  diaconie  de' Car- 
dinali, non  fanno   menzione,  né  del 
titolo  di  Guido,  né  della  commenda 
del  Cardinal   diacono  de  Luna,  ma 
solo    riportano,    che    la    chiesa   era 
una  collegiata    con   alcuni  canonici , 
e  con  una    dignità  col  titolo  di  ar- 
ciprete,   e    perciò  comunemente  ap- 
pellata s.  Apollinare  in  archipresbi- 
terato.   Quindi  affermano,  che  nella 
famosa  promozione  di  trentuno  Car- 
dinali, creati  nel  1 5 1 7  da  Leone  X , 
questi  dichiarò  la  chiesa  titolo  Car- 
dinalizio,  e    lo   conferì    al  Cardinal 
Giambattista   Pallavicini,    che   mori 
nel  i524;  indi  Paolo  111,  nel  i544> 
lo  assegnò  al  Cardinal  Nicolò  Ardin- 
ghelU    dell'ordine    presbiterale,    che 
lasciò  di  vivere  dopo  tre  anni.  Sisto 
V  in  appresso  tolse  il  titolo  Cardi- 
nalizio,   che    restò    soppresso,    e   la 
stazione,  ch'era  stata  levata,  fu  però 
da   lui    ripristinata ,   per   risvegliare 
divozione  ad  una  chiesa  tanto  antica. 
Dipoi   questo  luogo  divenne  prò- 


piignacolo    della    religione    cattolica 
per  la  Germania,  contro  la  crescente 
eresia  luterana,  mentre  dal  collegio 
che    vi    fu   fondato,    uscirono   molti 
uomini  grandi,    per   lignaggio,    di- 
gnità, virtù  e  dottrina,  i  quali  con 
zelo   apostolico    sostennero    la    fede 
in    sì    florida    regione,    confutando 
l'eresia.  Fra  le  molte  gloriose  opere 
istituite  in  Roma  da  s.  Ignazio,  fon- 
datore  della    Compagnia   di    Gesù, 
evvi  pertanto  anche  quella  che,  com- 
passionando   la    misera    sorte    della 
Germania,    divisò   di    radunare   dei 
giovani    tedeschi,    per    istruirli    in 
Roma  nelle    lettere   e  nelle   contro- 
versie, affinchè  cos\  ammaestrati  tor- 
nassero   nei    loro    paesi  a  vantaggio 
spirituale    de'  cattolici    e   de'  sedotti. 
Laonde,  col    valido    patrocinio    del 
Cardinal    Giovanni    Moroni,    legato 
apostolico  della  Germania  ,  col  per- 
messo e  colle  limosine  di  Papa  Giu- 
lio III,    e    de' Cardinali ,    nel    i55i 
diede    incominciamento    al    collegio, 
che  poi  prese  il  nome  di  Germanico- 
Ungarico.     Morto    però    Giulio    III, 
mancando  il  collegio  di  sostentamen- 
to,    s.    Ignazio    pose    gli    alunni    in 
diversi  collegi  di  Ronia,    e    di  altri 
luoghi,  mantenendoli  colle  limosine. 
Se  non  che,  avendo  Dio  subhmato 
al  pontificato  il  gran  Gregorio  XIII, 
questi  siccome    zelatox-e    della  purità 
della  fede ,  concesse,  nel  i  Sy  3,  a  s. 
Ignazio  pe'detti  giovani  la  chiesa  di  s. 
Apollinare    col    contiguo    palazzo    e 
case,  il  primo,  come  dicemmo,  edi- 
ficato da  Benedetto  Xill,  le  seconde 
dal   Cardinal    d' Estouteville   arcive- 
scovo di  Rouen;  e  soppressa  la  col- 
legiata,  alla  morte    de'canonici,  de- 
stinò   le    rendite,    e  le  prebende  in 
favore    del    collegio ,    oltre    quanto 
generosamente    gli    avea    dato,   per 
cui    vi   si    posero    cento    alunni    fra 
tedeschi  ed  imgheri,  cou  diciassette 


CHI 

padri   gesuiti.    P^.  Collegio  Germa- 
kico-Ungarico. 

Leggiamo     nel    Panciroli,  Tesori 
nascosti  ec,  stampati  nel  1600,  che 
a  quell'epoca,  nell'entrare  in  chiesa 
di  s.  Apollinare,  conveniva  discende- 
re,  il  perchè   nella  grande  inonda- 
zione del  Tevere  accaduta  nel  1598, 
per    la    sua    bassezza    molto    soffri, 
laonde  venne  alzato  il  piano  al  pari 
della  strada.    Rileviamo   ancora  dal 
Panciroli,  che  allora  era  parrocchia, 
e  che  i  divini  uffizi  vi  si  celebrava- 
no con  sommo  decoro,  accompagnati 
dalla  più  scelta  musica  ecclesiastica. 
Ed  il  Piazza  asserisce,  che  sotto  l'ai- 
tar maggiore   già  ivi  si    veneravano 
i  corpi  di  sei  santi  martiri  armeni, 
cioè    Eustrazio  ,   Oreste,    Massenzio, 
Nardario,  Eugenio,  ed  Ausenzio,  che 
patirono  il  maitirio  sotto  Dioclezia- 
no e  Massimiano  imperatola.  Di  essi 
fa  menzione  il  Martirologio  romano 
a'  1 3  dicembre ,  nel  qual  giorno  in 
questa  chiesa    si  solennizza  la  festa; 
anzi  finché  vi  stette  il  detto  collegio, 
un  alunno  vi  recitava   analoga  ora- 
zione latina.  Afferma  ancora  il  me- 
desimo Piazza,  che  in  questa  chiesa, 
in  esecuzione  del  decretato  dal  conci- 
lio   di    Trento ,  s' incominciò   ad  in- 
segnare    la    dottrina    cristiana,    per 
mezzo    di  Cesare  Baronio,  poi   Car- 
dinale, il  cui  nome  sarà  sempre    in 
benedizione.   F^.   Eorterologìo,  owcro 
le  Sf^igre  stazioni  di  Roma,  pag.  325, 
e  seg.,  Stazione  a  s,  Jpollinare. 

Merita  specialissima  menzione  la 
miracolosa  immagine  della  beata  Ver- 
gine ,  dipinta  sul  muro ,  alta  palmi 
nove,  larga  sette,  sedente  col  bam- 
bino, coi  ss.  Pietro  e  Paolo  ai  lati, 
la  quale  si  venera  nella  magnifica 
cappella,  che  forma  vestibolo  alla 
chiesa.  Tal  divota  immagine  per  or- 
dine del  Cardinal  d' Estouteville  fu 
dipinta  da  valente  pennello  nel  por- 


CHI 

tico  clelTa  vecchia  chiesa  di  s.  Apol- 
linare. Undici  anni    dopo   la    morte 
di  sì  celebre  Cardinale,  recandosi  Car- 
lo Vili  re  di  Francia  in  Roma  con 
trentamila    soldati    per    conquistare 
*-      il  regno  di   Napoli,    cioè    a'  3  r    di- 
cembre  i494j  nel  pontificato  di  A- 
lessandro  VI,  un  corpo    di    francesi 
prese    quartiere    a    Tor  Sanguigna, 
COSI   detta    dalla    torre    contigua    al 
palazzo  della    fìimiglia    Gemina,  che 
diede    al    Vaticano   Leone    VI,   po- 
scia chiamata  Sanguigna,  una   delle 
pili  antiche  di  Roma,    che    restò  e- 
stinta    in    Pantasilea    Sanguigni,    la 
quale  si  maritò  a  Ferdinando   Tor- 
res, che  presentò  la  chinea   pel    re- 
gno di    Napoli    a   Pio    IV.    Occupò 
un    corpo    di  francesi  il  portico   di 
s,   Apollinare,  ed  il  Papa  fu  costret- 
to a  venire  a  concordia  col  re.    La 
licenza  de'  soldati  profanò  quel   luo- 
go a  segno,  che  gli  ecclesiastici  del- 
la chiesa  ottennero    per    grazia    dal 
comandante  d'incrostare  e  ricoprire 
di  calce  la  di  vota  immagine,  ed    i- 
gnorandosi  poscia  l'avvenimento,   in 
diversi  tempi    fu  per  ben  tre   volte 
imbiancato  il  portico.  Né  più  si  ebbe 
alcuna   traccia    della    immagine  Ac- 
cadde però  che,  a'  i3  febbraio  1647, 
nel  pontificato  d'Innocenzo  X,   vma 
ten-ibile  tempesta    oscurò    l' aere,   e 
fra  la  pioggia  e    i    turbini    d' impe- 
tuoso vento,  uno  dei    tanti    fulmini 
che  caddero  uccise  una  femmina  di 
cattiva  vita  abitante  presso  s.  Apol- 
linare.    Sbigottito     sommamente    il 
popolo,  si  rifugiò  nel   portico    della 
chiesa,  implorando  la  divina  miseri- 
cordia. E  mentre  alzava  fervide  pi'e- 
ghiere,  all'  improvviso  cadde  sponta- 
neamente   r  intonaco    della    parete 
che  cuopriva  l' immagine,  e    fra    la 
meraviglia  e  lo  stupore  di  tutti,  com- 
parve la  bella  immagine  della   Ma- 
donna, che  rincorò  ognuno  a  segno, 


CHI  293 

che  colle    mani    venne    interamoite 
discoperta.  Non  è  descrivibile  il  con- 
corso,   il  quale     subito    si     manife- 
stò   da    tutte    le    parti    della    città 
per  venerarla,  e  quindi  i  miracoli,  che 
la  divina  onnipotenza    fece,  e    le  of- 
ferte ed  oblazioni  contribuite  dal  po- 
polo. Allora  il  p.  rettore  della  chie- 
sa ,    e  del  collegio    germanico-unga- 
rico  ottenne  da  Innocenzo  X  di  af- 
figgere i  voti  intorno  alla  immagine, 
di  erigervi  innanzi  un  altare,  di  far- 
vi arder  delle  lampade,  e    di    cele- 
brarvi la  messa,    oltre    l'indulgenza 
plenaria  pel  giorno  anniversario  del- 
la prodigiosa  manifestazione,  conces- 
sa con  apostolico  breve.   Fattosi    di 
tutto  legale  processo,  il  capitolo  va- 
ticano   si    determinò    coronare    con 
corona  di  oro  tanto  la  b.  Vergine, 
che  il  santo  Bambino,  lo  che  fu  e- 
seguito  a'  i5  agosto   i653.  Il   culto 
verso  di  essa  si  accrebbe,  e   costan- 
temente si  mantenne  a  vantaggio  di 
quelli,  che  ne  impetrano  il  patroci- 
nio, come  si  vede    tuttora    dagl'  in- 
numerabili voti  appesi.  L'anniversario 
poi  si    celebra    con  molta    solennità. 
Nella  serale  recita  delle  litanie,  quelle 
del  sabbato  sono  accompagnate  dall'or- 
gano.   J^.  Raccolta    delle    immagini 
della  Beata    Vergine    coronate    con 
corona  d'oro  ec,  pag.  loi.  Madon- 
na del  portico  di  s.    yépollinarej   e 
Notizie  delV  apparizione  della  beata 
J^ergine    di   s.     Apollinare  j     Roma 
1827. 

Finalmente  nel  secolo  decorso , 
Benedetto  XIV  volle  rifabbricaie  la 
chiesa  per  mezzo  dell'architetto  cav. 
Fuga,  facendo  costruire  del  proprio 
denaro  il  sontuoso  altare  maggiore, 
e  senza  rimovere  l'immagine  della 
Madonna  dall'  antico  portico ,  fece 
ridurre  il  portico  medesimo  a  no- 
bilissima cappella,  che  quasi  vesti- 
bolo precede  la   chiesa,  erigendo  di 


294  CHI 

contro  all'immagine  il  fonte    batte- 
simale. Il  Pontefice  con  solennità,  e 
alla  pi'esenza  de'  Cardinali,  a'  26  a- 
gosto   1742,  gettò  la    prima    pietra 
nei  fondamenti,  e  terminata  che  fu 
la  fabbrica,  con  altrettanta  pompa  , 
alla  presenza  del  sagro  Collegio,    ed 
assistito  dai  Cardinali  Cavalchini,  e 
Gentili,  volle  consacrarla    a' 24   ot- 
tobre   1 748 ,    giorno    in  cui    si  ce- 
lebra la  sagra.  L'  architettura  è  as- 
sai gentile,    ha    una    sola  nave  con 
sei  cappelle  sfondate,  e  nel    presbi- 
terio evvi  l'altare  maggiore  adorno 
di  bellissimi  marmi,  col   quadro    di 
s.  Apollinare  eseguito  dal  bolognese 
Graziani,  avendone  dipinto  la  volta 
Stefano  Pozzi.    Sotto   il   detto  pres- 
biterio   avvi    un    sotterraneo  ,    ove 
si  venerano  i  ss.    martiri    summen- 
tovati. 

Dopo  il  1773,  in  cui  Clemente 
XIV  soppresse  la  compagnia  di  Ge- 
sù, repristinata  poi  da  Pio  YII  nel 
i8i4j  la  chiesa  di  s.  Apollinare  ri- 
mase affidata  alla  cura  del  parroco 
e  del  sagrestano,  e  per  un  tempo 
nel  contiguo  collegio  fu  collocata  la 
pontificia  accademia  di  s.  Luca  [F^e- 
di),  finché  Leone  XII,  colla  bolla  del 
I."  novembre  1824,  tolse  alla  chiesa 
la  cura  d'anime,  che  incorporò  alla 
parrocchia  di  s.  Agostino,  e  nel  re- 
stituire il  collegio  romano  ai  gesui- 
ti, trasfei-ì  nel  1825  que'  sacerdoti 
che  lo  dirigevano,  nel  collegio  e 
chiesa  di  s.  Apollinare,  fondandovi 
il  seminario  romano  [Vedi),  e  col- 
locandovi in  uno  dei  due  contigui 
palazzi,  il  Cardinal  vicario  di  Roma 
{Vedi),  cogli  uffizi  dipendenti  dal 
suo  tribunale.  Nella  chiesa,  oltre  le 
menzionate  feste,  a' 2  3  luglio  si  ce- 
lebra quella  del  santo  titolai'e,  e  ai 
21  giugno  quella  di  s.  Luigi  Gon- 
zaga, protettore  della  gioventù. 


CHI 
S.  Atanasio  de'  Greci.  V.  Colle- 
gio GRECO. 

S.  Balbina,  tìtolo  Cardinalizio,  nel 
rione  Ripa. 

Questa  chiesa  nelle  antiche  me- 
morie si  trova  collocata  nella  via 
Appia,  e  in  altre  in  quella  Ardea- 
tina,  ma  ciò  avvenne  perchè  la  chie- 
sa col  suo  cimiterio  è  confinante 
colle  due  vie.  Per  le  parole  extra 
urbem ,  o  extra  muros,  che  talvol- 
ta si  leggono  negli  scrittori,  si  de- 
ve intendere  fuori  dell'  abitato  del- 
la città,  giacché  il  luogo  ove  fu  e- 
retta  la  chiesa,  prima  era  fuori  del- 
le mura  di  Roma,  e  poi  vi  fu  com- 
presa neir  ingrandirne  il  circuito,  il 
che  produsse  nel  Bosio,  nell'  Ugonio, 
e  in  altri ,  1'  errore  di  credei*  che 
vi  fosse  ancora  altra  chiesa,  e  altro 
cimitero  di  s.  Balbina,  e  di  s.  Mar- 
co Papa. 

Presso  le  terme  Antoniane  e  di 
Caracalla,  ed  alle  falde  dell' Aventi- 
no, dalla  parte  meridionale,  il  Pon- 
tefice s.  Marco  nell'anno  336  edi- 
ficò questa  chiesa,  la  quale  venne 
chiamata  del  ss.  Salvatore  all'  A- 
ventino  per  avei-la  a  lui  dedicata  , 
forse  perchè  ne'  dintorni  vuoisi  a- 
vesse  esistito  un  tempio,  che  da  una 
antica  iscrizione  si  rileva  essersi  ap- 
pellato Sanati  Silvani  Salvatoris  in 
hortis  A  ventini s.  Tuttora  esiste  una 
immagine  del  Salvatore,  che  la  ti'a- 
dizione  dice  dipinta  da  mano  ce- 
leste ,  per  cui  è  in  venerazione. 
Ricorda  essa  1'  antico  nome  della 
chiesa. 

Lo  stesso  Pontefice  s.  Marco  e- 
resse  il  cimiterio,  che  prese  il  suo 
nome,  e  quello  di  Ealbina,  giacché 
vuoisi,  che  tanto  il  luogo  della  chie- 
sa, quanto  quello  del  contiguo  ci- 
miterio, fosse  la  casa  di   s.  Balbina, 


CHI 

e  di  s.  Quirino  suo  padre,  i  quali 
convertiti  da  s.  Alessandro  I,  furo- 
no sepolti  nel  cimilerio  di  Pretesta- 
to, e  poscia  trasferiti  in  questo,  ove 
pure  fu  seppellito  s.  Marco,  secon- 
do la  sua  disposizione.  Il  di  lui 
corpo  però  in  appresso  venne  tras- 
portato nella  chiesa,  eli'  egli  pure 
avea  edificata  a  s.  Marco  evangeli- 
sta presso  il  foro  di  Ti'ajano.  Il  ci- 
mitero dipoi  sonluosqmente  fu  ri- 
stauiato  dal  Pontefice  s.  Nicolò  I, 
come  si  legge  in  Anastasio  Biblio- 
tecario. 

Alla  chiesa  del  Salvatore,  Costan- 
tino, ad    istanza  di  s.   Marco,  donò 
una  possessione,  ovvero,  come  riferi- 
sce il    Ciacconio,    cenluni  sexaginta 
mireos  coronatos  annui  censiis.  Po- 
scia   vi    furono    trasportati    i    delti 
corpi  di  s.  Balbina,  e  di    s.    Quiri- 
no, e  collocati    sotto   l'altare    mag- 
giore, con  altri  cinque  corpi  di  san- 
ti martiri.  Il  Pontefice  s.    Gregorio 
I,  neir  anno    600,   la    consacrò,   e 
dedicò  alla    vergine    s.    Balbina.    E 
siccome  stava  per  rovinare  la  chie- 
sa di  s.   Emiliana,  che   avea    il   ti- 
tolo Cardinalizio,    lo    trasferì    nella 
chiesa  di  s.  Balbina,  in  cui   inoltre 
pose  la  stazione,  che  ancoi'a   si    ce- 
lebra nel  martedì  dopo  la   seconda 
domenica  di  quaresima.  Ne  fu  mol- 
to di  voto  s.  Gregorio  III,  che   nel- 
l'anno  ySij    la  l'istaurò,    facendovi 
degli  abbelUmenti,  e  donativi  sì    s. 
Leone  III,  sì  s.  Gregorio  IV,  e    sì 
Benedetto    III.    Il    Cardinal    Pietro 
Barbo  che,  nel   i464>  divenne    Pa- 
pa Paolo  II,  la  rinnovò  dai  fonda- 
menti, e  le  fece  dono    d'un   croce- 
fisso di   marmo  in  basso  rilievo,  di 
antico  e  nobile   lavoro ,    eh'  era    in 
venerazione    nelle    grotte    vaticane , 
<'d  ora  sia  nell'altare  a  destra.  Al- 
tri dicono ,    che   il  crocefisso  avesse 
appartenuto  ad  un  aliare  di  tal  Car- 


CHI  295 

dinaie  nelle  grotte  vaticane,  dalle 
quali  fu  traspoitato  in  s.  Balbina 
nel    i65o. 

Quindi  la  chiesa  fu  data  in  cura 
ai  religiosi  agostiniani  eremitani,  co- 
me si  vede  da  alcune  immagini  dei 
loro  santi ,  e  dal  contiguo  moniste- 
ro ,    dove    per  un'  antica  tradizione 
si  ha  che  vi  facesse  penitenza,  e  me- 
nasse vita  religiosa  Guglielmo  duca 
d*  Aquitania,  convertito  da    s.  Ber- 
nardo.   Tra  gli  agostiniani  di  que- 
sto convento  fiorì  Cristoforo  Perso- 
na, priore  di  esso,  che  nel   14^4  ^^ 
fatto    bibliotecario  della  basilica  va- 
ticana.   Indi    Pio    IV    r  affidò    in- 
vece alla  custodia  del    capitolo    va- 
ticano, che    suole    uffiziarla    nel    dì 
della  stazione,  e  a'  3i   marzo    festa 
di  s.  Balbina.  Clemente  VIII  vi  fece 
dipingere  dal  Fontebuono   la  tribu- 
na, ed  il  Cardinal  Pompeo  Arrigoni 
titolare,  vi  operò  alcuni   ornamenti 
e  ristauri.  Altro  titolare  fu  il  Car- 
dinal Cibo,  che  assunto    al  pontifi- 
cato, pi-ese  il  nome  d'Innocenzo  VIII. 
Finalmente  il   capitolo    vaticano    la 
concesse    sotto    Innocenzo    XII    alla 
congregazione  religiosa  dei    pii  ope- 
rai di  Napoli;  ma  ora  in  essa  non 
essendovi  piìi,  il  medesimo  capitolo 
da  ultimo    fece   alla   chiesa   diversi 
miglioramenti,  e  vuoisi  che  i  terreni 
contigui  appartenenti  allo  stesso  ca- 
pitolo pel  mantenimento  della  chie- 
sa, sieno  parte  di  quelli    donati  da 
Costantino,  che,   secondo    il    Panci- 
roli,  concorse  pure  nell'  edificazione 
della  chiesa.  Dietro  l'altare  maggio- 
re nell'emiciclo  della  tribuna,  in  una 
nicchia  abbellita  di  mosaici,  evvi  la 
sedia  pontificale  di  marmo;   e    nel- 
l'annesso giardino  vi  sono  grandiosi 
avanzi    di    edifizii,  che    si    vogliono 
appartenenli    a    Cornificio.    Oltre    i 
sum mentovali ,     furono    benefattori 
di    questa    chiesa    diversi    Cardinali 


296  CHI 

titolari,  r  ultimo  de'  quali  fu  l' otti- 
mo e  pio  Cardinal  Ercole  Dandini 
i-omano,  che  nel  suo  testamento  le 
lasciò  un  calice  d'argento,  ed  alcu- 
ni sacri  paramenti. 

Ss.  Bambino  Gesù'  V.  Bambino 
Gesìi,  monache. 

A'  25  dicembre,  festa  del  ss.  Na- 
tale, in  questa  chiesa  il  senato  ro- 
mano ogni  biennio  fa  l' oblazione 
d'  un  calice  d'  argento,  e  di  quattro 
torcie  di  cera. 

S.  Bàrbara  e  s.  Tommaso  cV Aqui- 
no della  confraternita  de'  librai, 
nel  rione  Parione, 

Questa  antica  chiesa  vuoisi  eretta 
nei  primordi  del  secolo  XIV  verso 
l'anno   i3o6,  in  onore  di  s.  Barbara 
vergine    e  martire.    Vi  fu  collocato 
parte  del  suo  corpo,  ed  il  velo  che 
ricuoprì  la  sua  tomba.  Divenne  par- 
rocchia, e  Giulio  III  nel  i55i   l'ele- 
vò al    grado    di    titolo  Cardinalizio, 
conferendolo  al  Cardinal  Giannandrea 
Mercurio,  arcivescovo    di    Messina. 
Quindi  nel  1^70,  s.  Pio  V  asscgnoUa 
al  Cardinal    Gaspare    Zuniga  Avel- 
laneda,  arcivescovo  di  Siviglia ,  che 
il  Novaes  e  il  Cardella   dicono  del- 
l'oi'dine  de'  diaconi,  e  il  Mai'angoni 
di  quello  de'  preti.  Però  il  Pontefi- 
ce Sisto  V  soppresse    questo  titolo , 
e  Clemente  Vili    gli    levò    la  cura 
parrocchiale ,    affidando   la  custodia 
della  chiesa  ai  padri  gesuati  di  san 
Girolamo.  Tultavolta  nel  medesimo 
pontificato,  e  nel  1600  l'ebbe  la  con- 
fraternita de'  librai,    istituita  dal  p. 
Gio.  Maria  Guangelli  di  Brisighella, 
.  maestro  del  sacro  palazzo  apostolico, 
il  quale  pi'ese  a  protettore  s.  Tomma- 
so d  Aquino,  e  poi  vi  aggiunse  s.  Gio- 
vanni di  Dio,  che  ne  avea  esercitata 


CHI 

l'arte,  come  si  ha  dal  Piazza,  Ope- 
re  pie  di  Roma^  p.  63o.  Sotto  In- 
nocenzo Xl,'Zenobio  Masotti  libraio 
fiorentino    la  fece  ristaurare  ed  ab- 
belHre  con  disegno  di  Giuseppe  Pas- 
seri.   Nelle    cappelle    vi    sono  buoni 
quadri  eseguiti    da  valenti  pennelli, 
fra'  quali  un'  antica,  e  divota  imma- 
gine della    b.  Vergine ,    che    prima 
stava  nel  pati'iarchio  lateranense.  Sic- 
come   il    sodalizio  ha  un  Cardinale 
per  protettore,    membro  delle    con- 
gregazioni del  s.  olfizio,  o  dell'  indi- 
ce, cos\  è  da  ricordarsi  essere  stato 
uno  tra  i  suoi  protettori  il  Cardinal 
Ganganelli ,    che    creato    Papa    nel 
1769  col  nome    di  Clemente  XIV, 
volle  ritenerne    la    protezione.    A'  4 
dicembre    vi  si    celebra    la   festa  di 
s.  Barbara  con  indulgenza  plenaria, 
e  a'  7  marzo  la  festa  di  san  Tom- 
maso d'Aquino. 

S.  Bartolomeo  de'  bergamaschi.  V. 
Arcicojvfraternita  de'  ss.  Bartolo- 
meo ,  ED  Alessandro  de'  bergama- 
scui,  m  s.  Maria  della  pieta\ 

S.  Bartolomeo  all'isola  ,  titolo 
Cardinalizio  con  parrocchia  in 
cura  de^  religiosi  minori  osservan- 
ti, nel  rione  Ripa. 

L' isola  di  Trastevere,  tiberina,  o 
licaonia,  inter  duos  pontes ,  cioè  il 
Fabricio  detto  quattro  capi,  e  Ceslio 
o  di  s.  Bartolomeo ,  ove  fu  eretta 
questa  chiesa,  ha  la  seguente  origi- 
ne. Avendo  il  senato  romano,  dopo 
il  discacciamento  del  settimo  ed  ul- 
timo re  di  Roma  Tanjuiiiio  il  su- 
perbo, concesso  tutti  i  di  lui  beni  al 
popolo,  questo  in  odio  del  tiranno, 
gettò  nel  Tevere  tutti  i  fasci  del 
grano  raccolto  in  uno  de' suoi  cauì- 
pi.  E  tale  si  fu  la  quantità,  che 
uou  ebbe  forza  il  Tevere  di  traspor- 


CHI 

tarla  a  cagione  delle  poche  acque, 
che  in  quell'epoca  aveva.  Laonde 
si  formò  tin'  isola ,  cui  i  romani 
diedero  la  forma  di  nave,  e  sta- 
bilirono con  bastioni  e  argini,  e  poscia 
abitarono.  Neil'  anno  ^6i  poi  di 
Roma,  facendo  in  questa  città  mol- 
ta strage  la  pestilenza,  il  senato  spe- 
dì un'  ambascieria  al  celebre  tempio 
d'Esculapio  in  Epidauro  ;  ed  avendo 
ottenuto  un  serpente  di  bronzo  sim- 
bolo di  quella  falsa  divinità ,  nel 
portarlo  in  Roma  entro  una  nave, 
essa  nello  sbarcare  in  quest'isola  si 
smarrì,  per  cui  il  senato  volle  eri- 
gervi un  tempio  ad  Esculapio ,  ed 
uno  spedale.  Nel  fortificar  l'isola,  le 
diede  appunto  allora  la  forma  di  nave 
in  memoria  dell'avvenimento.  Poscia 
vi  furono  innalzati  anco  due  altri 
templi,  uno  a  Giove  Licaonio,  per 
cui  r  isola  si  chiamò  Licaonia  ;  l'al- 
tro a  Fauno,  che  Domizio  Enobarbo 
fabbricò  col  ricavato  dalle  multe  im- 
poste a'  mei'canti  di  pecore. 

In  questa  isola  pertanto ,  verso 
l'anno  988,  nella  chiesa  dedicata  a 
S.Adalberto,  l' imperatore  Ottone  III 
ripose  un  bi'accio  di  tal  santo  mar- 
tire, e  vescovo  di  Praga,  ornando 
la  chiesa  con  molte  gemme  ed  oro. 
In  appresso  l' imperatore  l' arricchì 
con  due  corpi  de'  santi,  che  poi  fu- 
rono trasportati  nella  chiesa  del  Ge- 
sù ,  oltre  quelli  dei  ss.  Esuperanzio, 
Marcellino,  Sabinio,  Gilberto,  e  del- 
la s.  matrona  Teodora.  Ritornando 
quindi  dal  monte  Gargano,  ove  fece 
la  penitenza  impostagli  da  s.  Ro- 
mualdo, nel  passare  da  Benevento , 
come  dice  il  Baronio  all'anno  1000, 
e  confermano  i  mss.  vaticani,  prese 
ivi  il  corpo  di  s.  Bartolomeo  apo- 
stolo, lasciando  a  quella  città  la  pelle 
toltagli  quando  fu  scorticato,  e  por- 
tatolo in  Roma,  in  uno  al  corpo  di 
s.  Paolino  vescovo  di  Nola,  ambedue 


CHI  297 

li  collocò  nella  chiesa  di  Adalberto, 
e  quello  di  s.  Bartolomeo  in  un'  urna 
di  porfido.  Tale  e  tanta  fu  la  di- 
vozione de'  romani  pel  santo  aposto- 
lo, che  imposero  all'  isola  il  suo  no- 
me. Scrive  Sigiberto  che,  nel  iiSy, 
in  una  grave  inondazione  del  Te- 
vere ,  il  corpo  fu  trasportato  dalle 
acque  in  un'  antica  chiesa  posta  su 
di  altra  isoletta  del  fiume ,  e  che 
tutto  intero  fu  ritrovato  con  alcune 
lamine  di  bronzo,  nelle  quali  era 
descritta  in  greco  e  latino  la  trasla- 
zione del  medesimo  coipo  di  s.  Bar- 
tolomeo da  Benevento  a  Roma.  Sul- 
la questione  del  luogo ,  ove  riposi 
il  corpo  del  detto  s.  apostolo,  par- 
lammo all'articolo  Benevento,  cioè 
al  volume  V,  pag.  109  del  Dizio- 
nario. 

11  Pontefice  Pasquale  II,  nel  1 1 1 3, 
rislaurò  questa  chiesa ,  e  ne  lasciò 
memoria  ne'  seguenti  versi  scolpiti 
sull'architrave  della  porta  principale: 

Teriius  istorum  rex  translulit  Otto 
p  rio  rum 

Corpora,  queis  domus  hcec  sic  re- 
dimita viget. 

Qitce  domus  isia  gerit^  si  pignora 
noscere  quceris^ 

Corpora  Paulini  sint ,  crede,  Bar- 
tholomm. 

Anno  dominicce  Incarnationis  mcxiii. 
Ind.  yii. 

Poco  dipoi,  creato  Papa  nel  1 1 1 8 
Gelasio  II ,  fece  alcuni  ristauri  alla 
chiesa,  e  ne  accrebbe  il  divino  culto; 
ed  Alessandro  III  non  solo  la  rie- 
dificò, ma  volle  solennemente  con- 
sacrarla a' 21  marzo  del  1170,  o, 
come  altri  dicono  ,  del  1 1 74.  Nel 
contiguo  convento  anticamente  era- 
\i  il  palazzo  episcopale  e  la  resi- 
denza del  Cardinal  vescovo  di  Por- 
to, che  avea  giurisdizione  su   parte 


193  CHI 

«Iella  regione  di  Trastevere.  Neil'  i- 
sola  fu  ancoi'a  la  residenza  dell'  al- 
tro Cardinal  vescovo  suburbicario 
di  s.  RufFina,  avanti  che  fosse  unita 
alia  sede  di  Porto,  cioè  nel  sito  ove 
fu  eretto  l' ospedale  di  s.  Giovanni 
(di  Dio  [Vedi),  incontro  alla  chiesa 
di  s.  Bartolomeo.  In  questa  chiesa 
il  vescovo  portuense  celebrava  le  sa- 
cre funzioni,  e  conferiva  gli  ordini; 
pd  è  perciò,  che  eravi  il  capitolo 
della  cattedrale  con  canonici  ed  ar- 
ciprete, il  quale  godeva  il  privilegio 
della  mitra.  In  progresso  di  tempo, 
cessata  la  .giurisdizione  episcopale 
del  Cardinal  di  Porto,  e  diminuite 
Je  entrate,  la  chiesa  passò  in  custo- 
dia di  alcuni  saceidoti,  finché  Leo- 
ne X,  nel  i5i3,  l'affidò  alla  cu- 
ra de'  religiosi  chiareni  (P^edi).  In- 
di il  medesimo  Pontefice,  nel  i5i'/, 
l'elevò  al  grado  di  titolo  Cardinali- 
zio, e  pel  primo  ne  fregiò  Dome- 
nico Jacobazzi  ,  a  cui  Clemente 
VII  nell'almo  i533  diede  per  suc- 
cessore il  Cardinal  Giovanni  le  Ye- 
neur.  Il  Panciroh  dice,  che  nel  i^ig 
Leone  X  diede  la  chiesa  di  s.  Bar- 
tolomeo ai  minori  osservanti  ,  ai 
quali  il  Piazza  vuole  che  la  conce- 
desse s.  Pio  V,  allora  quando  incor- 
porò a  loro  i  chiareni.  f^.  il  p.  Ca- 
simiro da  Roma,  Memorie  storiche 
delle  chiese ,  e  dei  conventi  de  frati 
minori  della  provincia  romana  ^ 
|loma   1744- 

I  Cardinali  titolari  di  quando  in 
quando  non  mancarono  di  abbellire, 
e  ristaurare  questa  chiesa.  II  Car- 
dinal Giulio  Antonio  Santorio  nel 
iGoi  fece  sull'altare  maggioi'e  un 
nobile  ciborio  sostenuto  da  quat- 
tro colonne  di  porfido;  e  con  di- 
segno di  Martin  Lungo,  vi  fece  di- 
pingere la  tribuna  ,  edificò  1'  altare 
della  Madonna,  oltre  il  soffitto  do- 
ralo. Il  Cardinal    Tarugi    ripose  in 


CHI 

detto,  altare  molte  rehquie ,  e  col- 
locò quelle  di  s.  Paolino  in  una  no- 
bile cappella.  Il  Cardinal  Tonti,  al- 
tro litolare,  ornò  le  cappelle;  e  nel 
1625  colle  limosine  del  Cardinal 
Trcschio,  e  del  capitan  Zanelli  fu 
dorato  il  soffitto,  e  fatto  l' organo  , 
concorrendovi  pure  il  Cardinal  Cien- 
fuegos  titolare. 

L' ingrandimento  del  convento  di 
s.  Bartolomeo    si    deve    al  Cardinal 
Francesco  Barberini,    prolettore  dei 
francescani,  e  ne  fu  benemerito  an- 
che il  Cardinal  Antonio  Barberini.  La 
facciata  esteriore,  decorata  con  quattro 
colonne  di  granito  ,    fu  architettata 
dal  mentovato  Martin  Lungo.  L'in- 
terno della    chiesa  è    diviso    da  tre 
navate,  con  ventiquattro  colonne,  la 
maggior  parte  di  granito ,   che  ap- 
paitennero  forse   ad  alcuno  dei  tre 
templi    summentovati.    La    festa  di 
s.  Bartolomeo    vi    si   celebra    a'  25 
agosto.  Non  si  deve  poi  passare  sot- 
to silenzio,  che    nelle  vicende    poli- 
tiche e  repubblicane    del     1798,  a- 
vendo  la   licenza  militare  profanato 
e  derubato  la    chiesa ,    i  venerandi 
corpi    dei    ss,  Bartolommeo  ,  Adal- 
berto, Paolino,  Esuperanzio,  e  Mar- 
cellino ec.,  furono  traspoitati    nella 
basilica  di  s.   Maria    in    Trastevere, 
da  dove  poi  con  solennissima  pom- 
pa,   che    descrive    il    num.    69   del 
Diano  di  Roma  del   1800,  regnan- 
do Pio  VII,    furono    a'  24    agosto 
riportati     a  questa    loro    chiesa,    in 
memoria  del  quale   avvenimento  dai 
minori  osservanti  si  rilasciò  alla  ba- 
silica una  reliquia  insigne  di  s.  Bar- 
tolomeo. 

S.  Bernardino.  V.  Francescane  Mo- 
nache del  terzo  Ordine. 

S.    Bernardo    alle    Terme  ^    titolo 
Cardinalizio^  con  parrocchia,  in 


CHI 

cura  de^  monaci  Cistercìensi,    nel 
rione  Monti. 

Il  sitOj  ove  si  trovano  la  chiesa  e 
il  monistcro  di  s.  Bernardo,  col 
giardino  annesso,  quello  ov'  è  pre- 
sentemente la  chiesa  di  s.  Maria 
degli  Angeli,  colla  Certosa  ed  altre 
adiacenze,  è  quel  medesimo  nel  qua- 
le un  dì  sorgevano  le  vaste  terme 
dell'imperatore  Diocleziano,  inzup- 
pate dal  sudore  e  dal  sangue  dei 
martiri,  che  vi  furono  destinati  al 
lavoro,  e  poscia  trucidati.  Rovinate 
le  terme  dai  barbari,  e  dall'ingiu- 
ria del  tempo,  l' immenso  terreno 
che  le  sostenne,  dopo  varie  vicen- 
de, fu  acquistato  nel  secolo  XVI  dal 
Cardinal  Giovanni  Bellay  porporato 
di  Paolo  III,  il  quale  lo  ridusse  a 
deliziosa  villa,  che  prese  il  nome 
dal  fondatore,  ed  è  conosciuta  sot- 
to la  denominazione  di  Orti  Belle- 
jani.  Dopo  la  morte  di  lui,  T  acqui- 
stò per  ottomila  scudi  il  Cardinal 
s.  Carlo  Borromeo,  ma  il  di  lui  zio 
Pio  IV,  avendolo  fatto  reintegrare 
dalla  camera  apostolica  ,  di  tutto 
fece  amplissima  donazione  ai  certo- 
sini, erigendovi  la  sontuosa  chiesa 
di  s.  Maria  degli  Angeli.  Indi  i 
certosini  ritennero  il  possesso  degli 
Orti  Bellej'ani  sino  al  i5g3,  nel 
qual  anno  li  vendettero  a  Caterina 
de'  nobili  Sforza,  contessa  di  Santa- 
fiora,  parente  di  Giulio  III,  la  qua- 
le, a'  3  I  gennaio  1 594,  ne  fece  ir- 
revocabile donazione  inter  vivos  ai 
religiosi  cistcrciensi  dal  p.  d.  Gio- 
vanni de  la  Barriere,  fondatore  dei 
bernardoni,  o  congregazione  de'Fo- 
glianti,  ne'  termini,  e  colle  condizio- 
ni che  riporta  Nicola  Ratti,  Della 
Famiglia  Sforza,  parte  II,  pag.  i  g  i , 
e  seg.  Quindi  ai  medesimi  cister- 
cicnsi,  che  da  s.  Vito  erano  passali 
a  s.  Pudenziana,    la  pia  contessa  in 


CHI  299 

un  antico  calidario,  o  sferisterio  del- 
le dette  terme,  unico  avanzo  di  es- 
se, nel  1598,  fece  generosamente 
fabbricare  una  nobile  chiesa  in  o- 
nore  di  s.  Bernardo,  abbate  di  Chia 
ravalle  con  comodo  e  contiguo  mo- 
nistcro ;  fabbriche,  eh'  ebbero  com- 
pimento nel  1600.  In  quell'anno, 
essendo  morto  ai  25  aprile  il  fon- 
datore p.  la  Barriere,  la  contessa 
Sforza  gli  fece  celebrare  solennissi- 
me  esequie  nella  chiesa  di  s.  Ber- 
nardo, ove  restò  sepolto.  Venendo 
poi  anch'essa  a  morire  ai  12  di- 
cembre i6o5,  volle  essere  sepolta 
in  questa  sua  chiesa,  di  cui  fu  bene- 
fattore anco  il  di  lei  figlio  Cardinal 
Francesco  Sforza,  il  quale  dispose 
essere  tumulato  sotto  l' aliare  di 
s.  Bernardo.  Rotonda  pertanto  è  la 
figura  di  questa  chiesa  nell'  intor- 
no, e  i  due  grandi  altari  laterali 
sono  decorati  da  quattro  colonne 
di  verde  antico.  Oltre  a  ciò,  nell'an- 
nesso giardino,  la  medesima  contes- 
sa eresse  una  cappella  o  oratorio , 
in  onore  di  s.  Caterina  vergine  e 
martire,  la  quale  ora  non  più  e- 
siste. 

Avendo  il  Pontefice  Clemente  IX, 
nel  1669,  soppresso  il  titolo  Cardi- 
nalizio di  s.  Salvatore  in  Lauro,  il 
di  lui  successore  Clemente  X  lo  tras- 
ferì nel  1670  alla  chiesa  di  s.  Ber- 
nardo, conferendolo  pel  primo  al 
celebre  Cardinal  Giovanni  Bona,  ab- 
bate generale  della  stessa  congrega- 
zione de' Foglian  ti ,  il  quale  aveva  già 
ottenuto  da  Clemente  IX,  pei  benefizi 
ricevuti  dal  popolo  romano  da  s.  Ber- 
nardo, nell'  epoca  in  cui  visse,  l'an- 
niversaria offerta  del  calice  di  ar- 
gento, con  quattro  torcie  di  cera,  ai 
16  giugno  1669,  cioè  prima  ancora 
che  da  lui  venisse  creato  Cardina- 
le. Questo  amplissimo  personaggio 
beneficò  largamente  il  suo  titolo,  ac- 


3oo  CHI 

crebbe  i  sedili  del  coro,  collocb  nn 
elegante  tabernacolo  sull'  altare,  e 
sulla  tribuna  eresse  l' organo.  Donò 
alla  sagrestia  varie  suppellettili  sa- 
gre, ingrandì  il  monislero,  lo  arric- 
chì della  sua  biblioteca,  e  volle  es- 
sere seppellito  nel  coro.  Da  ultimo 
la  chiesa  di  s.  Bernardo,  nel  1824, 
fu  da  Leone  XII  dichiarata  par- 
rocchia, ed  in  essa  ai.  20  agosto  si 
celebra  la  festa  del  santo  titolare, 
'nel  qual  giorno  tuttora  si  fa  la  sud- 
detta offerta. 

S.  Behnabdo  al  foro  Trajano  _, 
dell'  arci  confraternita  del  ss.  No- 
me di  Maria.   Vedi. 

S.  Bugio  dell'  Anello,  già  tito- 
lo Cardinalizio,  ora  non  piìi  esi- 
stente. 

Fu  così  chiamata  questa  chiesa  , 
o  dal  conservarvisi  1'  anello  del  san- 
to titolare,  ovvero  dall'  anello  di 
bronzo,  che  pendeva  dalla  cima  del- 
l'arco de'Catinari,  il  quale  venne 
chiuso  nell'area  della  chiesa  e  colle- 
gio di  s.  Carlo  de'  Catinari.  Dice  il 
Panciroli  che  Gregorio  XIII  diede 
la  sua  cura  parrocchiale  ai  chierici 
regolari  barnabiti,  per  cui  alcuni 
di  questi  religiosi  passarono  ad  a- 
bitare  una  specie  di  canonica,  o  col- 
legio presso  questa  chiesa.  A'  i5 
giugno  1587,  Sisto  V  eresse  la 
chiesa  in  titolo  Cardinalizio,  di  cui 
successivamente  furono  decorati  ot- 
to Cardinali.  Il  primo  fu  il  Cardi- 
nal Ippolito  de  Rossi.  Clemente  YIII, 
nel  1 596,  lo  diede  al  Cardinal  Fer- 
dinando Ninno  de  Guevara;  ma  a- 
vendolo  trasportato  Paolo  V  alla 
chiesa  di  s.  Carlo  a' Catinari,  il  se- 
sto litolare  fu  il  Cardinal  Ottavio 
Bel  mosto,  che  ne  prese  possesso  ai 
16   novembre   1616.    Quindi    dallo 


CHI 

stesso  Pontefice,  s.  Biagio  fu  con- 
cesso contitolare  alla  chiesa  di  8. 
Carlo,  cioè  ai  2 1  maggio  1 6 1 8,  on- 
de da  questo  giorno  la  chiesa  di  s. 
Carlo  fu  chiamata  de' ss.  Biagio  e 
Carlo  ai  Catinari.  L' ultimo  titolare 
fu  il  Cardinal  Giovanni  Delfino , 
vescovo  di  Vicenza,  che  ne  prese  il 
possesso  ai  2  settembre  1622,  giac- 
ché Urbano  Vili,  ai  6  ottobre  1627, 
trasferì  il  titolo  alla  chiesa  di  s. 
Carlo  al  Corso.  Ma  a  quest'  epoca 
già  la  chiesa  di  s.  Biagio  avendo 
sofferto  in  un  incendio  era  stata 
demolita,  e  in  parte  della  sua  area 
eravi  stato  edificato  il  collegio  dei 
barnabiti  di  s.  Carlo.  Paolo  V  tras- 
ferì poi  i  privilegi,  onori,  preroga- 
tive, e  rendite  della  chiesa  di  s. 
Biagio  a  quella  di  s.  Carlo  a'  Cati- 
nari, in  uno  alla  confraternita  del 
ss.  Sagramento,  che  sotto  Gregorio 
XIII  era  stata  istituita  in  s.  Biagio. 

S.  Biagio  della  Pagnotta  degli  ar- 
meni. V.  Ospizio  della  nazione  ar- 
mena. 

S.  BiBiANA  all'Orso  pileato,  del  ca- 
pitolo di  s.  Maria  Maggiore^  nel 
rione  Monti. 

Nel  luogo  detto  anticamente  ad 
ursian  pileatum,  per  un  orso  di 
marmo  ivi  esistente  con  un  cappel- 
lo in  capo,  presso  il  palazzo  del- 
l'imperatore Licinio  zio  di  Costanti- 
no, Olimpia  matrona  romana,  verso 
l' anno  363,  eresse  una  chiesa  in 
onore  di  s.  Bibiana,  ov'  era  la  casa 
di  questa  vergine  e  martire.  Il  Pon- 
tefice s.  Simplicio,  nell'anno  4^7, 
la  consagrò,  ma  cadendo  in  rovina, 
Onorio  III  la  rifabbricò,  e  nel  1224 
la  consagrò  nel  giorno  della  sua  sta- 
zione, cioè  il  venerdì  dopo  la  quar- 
ta domenica  di  quaresima.    Quindi 


CHI 

fu  magnificamente  riedificata  nel 
1625  da  Urbano  Vili,  coli' opera 
del  cav.  Bernini,  il  quale  vi  rinno- 
vò pure  la  facciata ,  venendo  da 
quel  Papa  decorata  di  stimabili  pit- 
tuie.  E  siccome  i  corpi  delle  ss.  Bi- 
bìana,  e  Demetria  sorelle,  nonché 
della  loro  madre  Drafosa  dall'  anti- 
ca chiesa  erano  stati  portati  per 
ordine  di  Eugenio  IV  nella  basilica 
di  s.  Maria  Maggiore,  il  Papa  so- 
lennemente li  fece  trasferire  alla 
nuova  chiesa,  e  vi  ripose  la  stazione, 
che  per  lo  stato  deplorabile  della 
chiesa  era  stata  tolta,  e  messa  a  s. 
Eusebio.  11  suo  interno  è  piccolo  a 
tre  navi  separate  da  otto  colonne 
antiche,  sei  delie  quali  sono  di  gra- 
nito. Sull'altare  maggiore  evvi  la  sta- 
tua di  s.  Bibiana,  eh' è  una  delle 
più  belle  opere  del  detto  Bernini. 
Presso  la  porta  si  vede  una  colon- 
na di  marmo  di  rosso  antico,  alla 
quale  vuoisi  fosse  legata  la  santa , 
quando  fu  uccisa  a  colpi  di  flagel- 
li piombati;  e  nella  chiesa  si  ve- 
nera un'antica  immagine  del  Salva- 
tore. 

Sotto  questa  chiesa  evvi  il  cimi- 
lerio  di  s.  Anastasio  Papa,  detto  pu- 
re ad  ursuììi  pìleatunij  ove  fu  se- 
polto in  uno  al  Pontefice  s.  Innocen- 
zo I,  ed  a  Bifì^  martiri,  oltre  le  don- 
ne e  i  bambini.  Questo  cimiterio  fu 
fatto  nella  persecuzione  di  Giuliano 
apostata  da  s.  Flaviano,  che  studio- 
samente vi  seppelliva  i  santi  martiri, 
ciò  che  continuarono  a  fare  s.  Bibia- 
na sua  figlia,  e  s.  Demelria  sorella 
di  questa,  le  quali  poi  vi  furono  se- 
polte insieme  alla  loro  madre  in 
un'  ui'na  di  granito  orientale  dai  ss. 
Giovanni  e  Pigmenio  preti.  E  sic- 
come s.  Anastasio  I  restaurò  la  chie- 
sa e  il  cimiterio,  e  vi  si  fece  sep- 
fiellire,  fu  chiamato  col  suo  nome. 
Si  sa  pure,  che  anticamente  in  que- 


CHI 


3oi 


sto  luogo  v'  era  un  monistero  di 
monache,  edificato  dalla  stessa  O- 
limpia,  ov'ella  santamente  visse  e 
morì.  In  progresso  l'abitarono  le 
domenicane,  ed  ancora  si  vedono 
relative  memorie  nel  pavimento  del- 
la chiesa.  Mancando  ancora  queste,  per 
lo  stato  rovinoso  in  cui  trovavasi  la 
chiesa,  Eugenio  IV  fece  trasportare 
a  s.  Maria  Maggiore,  come  dicem- 
mo, il  corpo  di  s.  Bibiana,  e  nel 
1439  unì  la  chiesa  a  quella  basili- 
ca, il  cui  capitolo  si  reca  ad  uffi- 
ciarla il  giorno  della  stazione,  e  ai 
1  dicembre  festa  della  santa.  Nel 
1627  Domenico  Pedini  dedicò  ad 
Urbano  VIII,  e  pubblicò  colle  stam- 
pe la  vita  di  s.  Bibiana  vergine  e 
martire  romana^  ed  a  pag.  Sy  e 
seg. ,  riporta  la  storia  di  questa 
chiesa. 

S.  BoNAVENTUHA  de'  Lucchesi.  V. 
Chiesa  di  s.  Croce  e  di  s.  Bona- 
ventura de'  Lucchesi,  e  Confra- 
ternita  DI  TAL    NOME. 

S.  Bonaventura  alla  Polveriera. 
V.  Francescani  Alcantarini. 


S.  Caio,  già  titolo  Cardinalizio,  delle 
monache  Carmelitane  della  ss. 
Incarnazione,  dette  le  Barberine. 

Il  santo  Pontefice  Cajo,  zio  di 
s.  Susanna,  il  quale  fu  martirizzato 
a'  2  aprile  dell'anno  296,  sotto  Dio- 
cleziano, di  cui  era  nipote,  fu  sepolto 
nel  cimiterio  di  Calisto.  Quindi  im- 
mediatamente la  sua  casa  fu  consa- 
grata in  chiesa,  facendosi  poi  altret- 
tanto coir  altra  parte  di  essa,  in 
onore  di  s.  Susanna;  il  perchè  am- 
bedue queste  chiese  furono  dette  : 
ad  duas  domos;  cioè  nella  prima 
chiesa  eravi  la  casa  di  s.  Cajo,  nella 


3oi  CHI 

seconda,  quella  del  suo  fratello  s. 
Gabino,  padre  di  s.  Susanna.  Sì  vuole 
pertanto,  che  quel  Papa  in  questa 
sua  casa,  nel  tempo  delle  perse- 
cuzioni esercitasse  segretamente  le 
funzioni  sagre  e  pastoi'ali  di  capo 
della  Chiesa ,  e  forse  fu  anco  ivi 
dove  pati  il  martirio,  sebbene  alcuni 
vogliano ,  che  si  sostenesse  da  lui 
nelle  catacombe  di  s.  Sebastiano, 
dopo  quello  del  fratello  e  nipote. 
S.  Silvestro  I  ridusse  poscia  in  mi- 
glior forma  tanto  la  chiesa  di  san 
Cajo,  che  quella  di  s.  Susanna,  giac- 
ché per  lo  avanti,  benché  consagra- 
te ,  si  tenevano  occulte  per  timore 
de'  gentili.  In  ambedue  fu  posta  la 
stazione  nel  medesimo  giorno,  cioè 
nel  sabbato  dopo  la  terza  domenica 
di  quaresima.  Cos\  fu  posto  il  titolo 
Cardinalizio  in  tutte  e  duej  unione, 
che  durò  sino  a  s.  Gelasio  I,  il 
quale  li  divise,  e  ne  formò  due, 
uno  col  nome  di  s.  Cajo  Pontefice 
e  martire,  l'altro  de' ss.  Gabino  e 
Susanna,  come  rilevasi  dalle  sotto- 
scrizioni dei  titolari  ne' concili,  per 
cui  si  legge  un  Asello  prete  de' ss. 
Gabino  e  Susanna,  ed  un  Benedetto 
prete  di  s.  Cajo,  un  Agatone  arci- 
prete della  chiesa  de'  ss.  Gabinio  e 
Susanna,  ed  un  Severo  arciprete 
dell'altra,  nell'anno  494- 

Tuttavolta  si  ha,  che  s.  Gregorio 
I,  nell'anno  600,  trasferì  il  titolo 
di  s.  Cajo  nella  chiesa  de'  ss.  Quat- 
tro, ovvero,  come  dice  il  Piazza, 
in  quella  di  s.  Calisto;  mentre  per 
r  ingiuria  de'  tempi  essendosi  rovi- 
nata la  chiesa  di  s.  Cajo,  Pio  IV 
ne  trasportò  la  stazione  in  quella 
vicina  di  s.  Maria  degli  Angeli.  Non 
sapendosi  poi  l' area  ove  avesse  esi- 
stito la  chiesa  di  s.  Cajo,  nel  pontifi- 
calo di  Urbano  Vili,  alcuni  nobili 
dulmatini  recatisi  in  Roma,  fecero 
ricci  che   della   medesima,   afliuc  di 


CHI 

onorare  il  santo  Pontefice  loro  con- 
nazionale, ed  in  rendimento  di  gra- 
zie pei    benefici    ricevuti    da    Dio  a 
sua    intercessione.     Locché    saputosi 
da  Urbano  Vili,   ne  agevolò  il  pio 
desiderio,   ed  incominciati  gli  scavi, 
si  rinvennero    indubitati    segni   del- 
l'antica chiesa,  e  persino  delle  reli- 
quie di  s.  Cajo,    e    del    fratello   san 
Gabinio,    che  il    generoso    Pontefice 
nel    rifabbricare    dai    fondamenti   la 
chiesa  con  architettura  del  Paparelli, 
e   di    Vincenzo  della  Greca,    ripose 
con   gran    pompa    nell'altare    mag- 
giore della  medesima.  Non  restituì  a 
quel  luogo  1'  antico  titolo  Cardinali- 
zio, ma  la  sola    stazione,    nel  suin- 
dicato giorno,   che  tuttora  vi  si  ce- 
lebra. Quindi  lo  stesso  Urbano  Vili 
uni  questa  chiesa  al  contiguo  moni- 
stero  delle  carmelitane    della  ss.   In- 
carnazione del  Verbo  divino  [F^edi), 
chiamate  le  Barberine.  Ridolfino  Ve- 
nuti, tom.  I,  pag.    179,   dice  essere 
stato  Alessandro  VII,    che   concesse 
la  chiesa  di  s.  Cajo    alle  dette  mo- 
nache, le  quali  ai  22   aprile  ne  ce- 
lebrano  la    festa,    f^.  Godefr.  Hen- 
schenii.  De  s.   Cajo  Rom.  Pont.  M. 
Commentar,    in    tom.    Ili  3    aprii. 
Bolland.    pag.    i3.  F.   C,    e    Carlo 
Bartolomeo  Piazza,  Eorterologio,o\- 
vero    le    Sagre    stazioni    di   Roma, 
pag.  2  1 8,  e  seg. 

San  Calisto,  titolo  Cardinalizio, 
in  cura  dei  monaci  Cassinesi,  nel 
rione  Trastevere. 

Nel  medesimo  luogo  ov'  era  la 
casa  di  Ponziano  nobile  romano,  e 
presso  la  chiesa  di  s.  Maria  in  Tras- 
tevere eretta  dal  Pontefice  s.  Cali- 
sto 1 ,  questi  si  ritirava  in  tempo 
delle  persecuzioni.  Avvenne  poi  nel- 
l'anno  226,  che  fu  gettato  con  un 
sasso  al  collo  ucl  pozzo,  che  trovasi 


CHI     , 

in  una  cappella  di  questa  chiesa , 
donde  dopo  dieci  giorni,  cioè  ai  i4 
ottobre,  Io  trasse  uno  de'  suoi  preti 
chiamato  Astei'io,  il  quale  accompa- 
gnato dal  clero  della  Chiesa  Romana 
lo  seppelFi  appresso  s.  Calepodio  nel 
cimitei'io  detto  di  s.  Pancrazio,  da 
dove  venne  trasportato  alla  basilica 
di  s.  Maria  in  Trastevere.  Nel  luogo 
pertanto  ove  s.  Calisto  patì  il  mar- 
tirio, ed  ove  adunavasi  coi  cristiani 
per  celebrare  i  divini  ufllzi,  fu  eretta 
in  venerazione  della  sua  memoria, 
sotto  r  invocazione  appunto  di  san 
Calisto,  una  piccola  chiesa  o  orato- 
rio, ove,  ad  onta  delle  persecuzioni, 
si  ritiravano  i  cristiani  travagliati 
da  esse,  come  vi  si  rifugiarono  i 
ss.  Mario  e  Marta  persiani.  Laonde 
questa  piccola  chiesa  può  conside- 
rarsi come  una  delle  prime  di  Ro- 
ma ,  e  della  crescente  cristianità 
nella  regione  di  Trastevere,  stata 
abitata  da  s.  Pietro,  allorché  giunse 
a  Roma.  Per  le  quali  venerande 
memorie,  la  chiesa  di  s.  Calisto  dal 
santo  Pontefice  Gregorio  III,  verso 
l'anno  74 1>  fu  restaurata.  Siccome 
la  detta  chiesa  di  s.  Maria  in  Tras- 
tevere per  essere  stata  edificala  da 
Calisto  I,  fu  detta  titolo  di  Calisto, 
non  si  deve  confondere  con  questa 
chiesa ,  la  quale  soltanto  da  Calisto 
III  fu  dichiarata  titolo  Cardinalizio 
nel  1458,  in  luogo  di  quello  sop- 
presso di  s.  Cajo.  E  ciò  fece  Calisto 
IH  in  onore  del  piedecessore  di  cui 
era  divoto,  e  per  rinnovare  la  me- 
moria dell'antico  titolo  di  Calisto, 
che  non  piìi  con  esso,  ma  con  quel- 
lo di  s.  Maria  in  Trastevere  nomi- 
navasi.  Pel  primo  lo  conferì  al  Car- 
dinal Ludovico  Milano  spagnuolo, 
figlio  di  una  sua  sorella.  Osserva  il 
Panvinio,  che  Calisto  HI  fu  il  pri- 
mo Papa,  il  quale  dopo  s.  Grego- 
rio I,    aggiungesse    nuovi    titoli    al 


CHI  3o3 

numero  de'  ventotto.  Così  deve  an- 
coi'a  avvertirsi,  che  il  palazzo  fab- 
bricato dal  Cardinal  Giovarmi  Mo- 
roni  presso  s.  Maria  in  Trastevere, 
di  cui  era  titolare,  poscia  fu  abita- 
zione de'  successori ,  non  dei  titolari 
della  chiesa  di  s.  Calisto,  come  per 
Io  più  scrissero  gli  autori.  Che  poi 
tal  palazzo  sia  diverso  da  quello 
unito  alla  chiesa  di  s.  Maria  in 
Trastevere,  lo  dicemmo  all'articolo 
Cassinesi,  che  lo  eressero,  dopo  che 
Paolo  V,  in  compenso  del  monistero 
cui  avevano  perduto  sul  Quirinale, 
per  ampliare  il  palazzo  apostolico, 
nel  1608,  diede  loro  la  chiesa  di 
s.  Calisto,  e  il  palazzo  del  Cardinale 
Moroni ,  assegnando  in  vece  ai  Car- 
dinali titolari  di  s.  Maria  in  Tras- 
tevere che  l'abitavano,  annui  scudi 
quattrocento  venti  per  indennizzo. 

Il  Piazza,  parlando  del  titolo  di 
s.  Calisto ,  dice  a  pag.  562 ,  che 
questo  titolo  per  qualche  tempo  ri- 
mase vacante  sino  a  Paolo  V,  ii 
quale,  dopo  aver  dato  ai  cassi nesi 
la  chiesa  di  s.  Calisto,  ne  ristabilì 
il  titolo  col  conferirlo  nel  1608  al 
celebre  Cardinal  Lanfranco  Maigotti, 
che  da  aiutante  di  camera  del  Car- 
dinal Cinzio  Aldobrandini ,  lo  eia 
divenuto  con  Clemente  VHI,  e  con 
Paolo  V,  riunendo  la  qualifica  di 
segretario,  siccome  valente  nello  stile 
epistolai'e ,  e  d' animo  grande ,  ad 
onta  della  sua  bassa  nascita.  Quindi 
r  ebbero  i  seguenti  porporati ,  le 
notizie  de'  quali  si  riportano  ai  ri- 
spettivi articoli:  Vincenzo  Costaguti, 
Tiberio  Cenci,  Prospero  CalFarelli, 
Pietro  Vidoni,  Fabrizio  Spada,  Gian- 
nantonio  Davia,  Prospero  Maiefo- 
schi,  d.  Leandro  Porzia  cassinese, 
Enrico  Osward  de  la  Toui-  d'Au- 
vergne  de  Buglione,  d.  Fortunato 
Tamburrini  cassinese,  Uibano  Pa- 
racciaui,  d,  Gregorio  Barnaba  Ghia- 


3o4  CHI 

ramontì ,  cassinese ,  poi  nel  1 800, 
Pontefice  Pio  VII,  Carlo  Giuseppe 
Filippo  de  Martiniana,  Domenico 
Spinucci,  d.  Mauro  Cappellari  camal- 
dolese, ora  regnante  Sommo  Ponte- 
fice Gregorio  XVI,  il  quale  nel  i83i 
creando  Cardinale  pel  primo  Luigi 
Lambruschini  barnabita,  gli  conferì 
lo  stesso  suo  titolo,  e  poi  lo  fece 
segretario  di  stato,  con  le  altre  ca- 
riche ,  che  registrammo  all'  articolo 
Barnabiti. 

Non  solo  Paolo  V  diede  in  com- 
penso ai  cassinesi  il  suddetto  palaz- 
zo, e  la  custodia  della  chiesa  di  san 
Calisto,  ma,  affinchè  rimanesse  que- 
sta in  maggior  vista,  e  più  comoda 
al  popolo,  apri  due  lunghe  strade, 
una  che  conduce  a  s.  Francesco  a 
Ripa,  ed  a  porta  Portese,  l'altra 
alla  chiesa  di  s.  Cosimato,  ossia  ss. 
Cosma  e  Damiano.  Di  poi  la  con- 
gregazione cassinese  nell'edificarvi  il 
vasto  e  contiguo  monistero,  coli'ope- 
ra  dell'architetto  Orazio  Torregiani, 
che  lo  fu  pure  del  monistero,  riedi- 
ficò ancora  la  chiesa,  e  l'ampliò 
alquanto,  rinchiudendo  in  una  cap- 
pella il  mentovato  pozzo  ove  fu 
precipitato  s.  Calisto,  pozzo,  che 
prima  era  fuori  della  chiesa,  ed  a 
cui  andava  il  popolo  ad  attinger 
r  acqua ,  anco  per  divozione  al  battesi- 
mo dato  con  essa  da  s.  Calisto  I  a 
Palmazio  ed  altri  martiri,  i  quali 
si  numerano  fino  a  quaranta.  La 
chiesa,  è  ornata  di  pitture,  cioè 
quelle  del  soffitto,  e  dell'aitar  mag- 
giore colla  beata  Vergine  ed  alcuni 
santi,  che  sono  di  Avanzino  Nucci. 
Negli  altari  laterali,  il  quadro  col 
martirio  di  s.  Calisto,  è  di  Giovanni 
Bellinert  fiorentino,  e  quello  di  san 
Mauro  è  del  cav.  Pierleone  Ghczzi, 
I  benedettini  cassinesi  ufficiano  que- 
sta chiesa  nell'estate,  perchè  nelle 
altre   stagioni  dimorano   nel   moni- 


CHI 

stero  presso  la  basilica  di  s.  Paolo, 
celebrando  la  festa  del  santo  ai  i4 
ottobre.  V.  Pietro  Moretto  ;  De  snncto 
Callixto  Papa  et  M.  ejusque  basilica 
s.  Mance  trans  Tyberim  nuncupata^ 
Romae  ,  1 752 ,  massime  il  capo 
Vili,  Aliamne  ecclesiam  extnixerit 
trans  Tfben'ni  s.  Callixtus?  ed  a 
pag.  3 18,  319,  e  320,  ove  riporta 
le  visite  fatte  in  questa  chiesa  da 
Clemente  XI. 

Ss.  Carlo  al  Corso.  V.  Ss.  Ambro- 
gio E  Carlo. 

S.  Carlo  alle  quattro  Fontane  ^  det- 
to volgarmente  s.  Carlino,  dei  re- 
ligiosi  Trinitari  scalzi.   Fedì. 

S.  Carlo  a'  Catinart,  con  parroc- 
chia in  cura  de"  religiosi  barna- 
biti, nel  rione  s.    Eustachio. 

I  chierici  regolari  barnabiti,  che, 
come  diremo,  eransi  stabiliti  in  Ro- 
ma nella  chiesa  di  s.  Paolino,  o  s. 
Paolo  decollato  a  piazza  Colonna, 
volendo  pei  primi  erigere  una  chie- 
sa in  onore  di  s.  Carlo  Borromeo 
Cardinal  di  s.  Chiesa,  e  nipote  di 
Pio  IV,  acquistarono  diverse  case 
nelle  vicinanze  de'  Catinari  e  della 
chiesa  di  s.  Andrea  della  Valle  dei 
religiosi  teatini,  che  per  alcune  ra- 
gioni vi  si  opposero,  mentre  giti  i 
barnabiti  abitavano  la  casa  o  cano- 
nica presso  la  chiesa  di  s.  Biagio 
dell'Anello,  la  cui  cura  parrocchia- 
le da  Gregorio  XIII  era  stata  loro 
conceduta.  Questa  chiesa  appellavasi 
dell'  Anello  per  l'anello  di  bronzo,  che 
pendeva  dalla  cima  dell'arco  de'Cati- 
nari,  che  andò  chiuso  nell'area  della 
chiesa  e  collegio  di  s,  Carlo.  Successe 
però  una  pacifica  comjxìsizionc,  com- 
prando i  teatini  le  case  di  s.  Biagio, 
ma  mentre  erasi  stabilita  l' area  per 


CHI 

edificare  la  chiesa,  cioè  nelle  case 
pi'esso  s.  Sebastiano  alla  Cloaca,  si 
manifestò  un  furioso  incendio,  che 
distrusse  varie  case  senza  mai  pro- 
pagarsi in  quelle  destinate  per  la 
fabbrica  della  nuova  chiesa;  e  fu 
mirabile  che  gli  abitatori  di  esse  nel 
difendersi  dal  fuoco,  altro  non  sa- 
pevano dii'e  che  :  ajutaci  s.  Carlo. 
Dopo  tale  avvenimento,  i  religiosi 
presei'o  possesso  delle  case  compe- 
rate, cioè  del  palazzo  Orsini,  che 
occupava  una  parte  del  teatro  di 
Pompeo  e  delle  isolette  presso  l'ar- 
co de'  Gatinari,  chiuso  il  vicolo  che 
le  divideva,  lo  che  fecero  ai  29  set- 
tembre 1 6 1 1 ,  inalberando  sul  pa- 
lazzo una  gran  croce,  in  segno  che 
era  destinato  ad  uso  sagro,  secondo 
il  disegno  di  Gaspare  Guerra  ar- 
chitetto. Quindi  privatamente  fu  get- 
tata ne' fondamenti  la  prima  pietra 
dal  p.  Costantino  Palamolla  prepo- 
sto di  s.  Biagio,  ma  la  solenne  po- 
sizione della  lapide  fondamentale  fu 
fatta  nel  1612  nei  pilastroni  della 
cupola.  Poscia  in  questa  chiesa  ven- 
ne solennemente  esposto  uno  sten- 
dardo coir  immagine  di  s.  Carlo, 
dato  da  Paolo  V,  che  lo  avea  ca- 
nonizzato nel  16 IO,  venendo  poi 
trasportato  alla  nuova  chiesa  appe- 
na incominciata  sotto  la  direzione 
dell'  architetto  e  scultore  Rosato  Ro- 
sati di  Macerata.  L'edifizio  fu  eret- 
to con  vistose  somme  date  genero- 
samente a'  barnabiti  da  molti  fa- 
coltosi milanesi  ;  ma  il  principale  fu 
il  Cardinal  Gio.  Battista  Leni,  no- 
bile romano.  Il  tutto  venne  esegui- 
to coir  autorizzazione  di  Paolo  V,  il 
quale  decretò  il  trasfei'imento  in  que- 
sta chiesa  di  tutti  i  privilegi,  ono- 
ri, titoli,  ed  entrate  di  s.  Biagio  del- 
l'Anello.  Compito  l'edifizio,  fu  de- 
dicato al  santo  Cardinal  Carlo  Bor- 
romeo,   E    siccome   nella   contrada 

VOL.    XI. 


CHI  3o5 

eranvi  de' fabbricatori  di  catini  di 
terra  cotta,  prese  la  volgare  deno- 
minazione di  s.  Carlo  a^  Catinari . 
L'interno  venne  formato  d'ordine 
Corinto,  decorato  di  eccellenti  pittu- 
re, con  vasta  cupola:  e  la  facciata 
è  di  Giambattista  Soria,  che  l'ar- 
chitettò con  due  ordini,  uno  corin- 
tio, l'altro  composto.  L'altare  mag- 
giore decorato  con  quattro  colonne 
di  porfido,  ha  il  quadro  di  s.  Car- 
lo dipinto  da  Pietro  da  Cortona, 
Nella  crociata  disegnata  da  Carlo 
Rainaldi,  vi  è  la  cappella  di  s.  Bia- 
gio, il  cui  quadro  fu  dipinto  da 
Giacinto  Brandi.  Quivi  si  venera 
una  insigne  reliquia  di  tal  santo,  in 
onore  del  quale  ogni  anno,  ai  3 
febbraio,  il  magistrato  romano  fa  la 
ofTerta  nella  festa  di  un  calice  d'ar- 
gento e  quattro  torcie. 

Paolo  V,  nel  16(6,  soppresse  il 
titolo  Cardinalizio  di  s.  Biagio  del- 
l' Anello,  istituendo  invece  quello  di 
s.  Carlo  a'  Catinari,  che  conferì  al 
Cardinal  Ottavio  Belmosto  genovese, 
il  quale  prese  possesso  nella  chiesa  di 
s.  Carlo  a' 16  novembre.  Ma  dipoi 
Urbano  Vili,  nel  1627,  soppresse 
il  titolo  Cardinalizio  di  s.  Cai'lo  dei 
Catinari  che,  sino  dai  21  maggio 
1618,  si  dava  pure  come  contito- 
lare dei  ss.  Carlo  e  Biagio  dell'A- 
nello, ed  invece  pose  quel  titolo  al- 
la chiesa  de' ss.  Ambrogio  e  Carlo 
al  Corso,  ove  pure  poco  vi  rimase, 
come  meglio  dicesi  all'articolo  Chie- 
sa m  s.  Biagio  dell'Anello. 

Neil'  antica  chiesa  di  s.  Biagio 
dell'  Anello  fu  eretta  nel  pontificato 
di  Gregorio  XIII  la  compagnia  in  ono- 
re del  ss.  Sacramento,  e  per  la  conver- 
sione de' peccatori,  ma  distrutta  che 
fu  la  chiesa,  venne  trasferita  in  questa 
di  s.  Carlo.  Conta  fra  i  suoi  Car- 
dinali protettori  Benedetto  Odescal- 
chi,  il  quale  eletto  sommo  Pontefi- 
20 


3o6  CHI 

ce  nel  1676,  e  preso  il  nome  di 
Innocenzo  XI,  ebbe  ad  approvarla 
,  con  breve  de' 5  maggio  1677.  p^. 
Piazza  Opere  prc  di  Ronia^  pag. 
543,  Del  ss.  Sacramento  in  s.  Car- 
lo de'  Catìnari.  Tale  arciconfrater- 
nita  esiste  tuttora  in  questa  chiesa, 
anche  col  titolo  di  s.  Maria  della 
Neve,  Il  medesimo  autore,  alia  pag. 
708,  capo  X,  tratta  della  congre- 
gazione dell'  Umiltà  di  s.  Carlo,  ap- 
provata da  Paolo  V  in  s.  Carlo  ai 
Catinari. 

L' illustre,  e  benemerita  congre- 
gazione ed  accademia  romana  di  s. 
Cecilia  de' virtuosi  di  musica,  della 
quale  si  tratta  all'  articolo  Musica 
SAGRA,  istituita  nel  i566,  sotto  s. 
Pio  V,  e  canonicamente  approvata 
nel  i584  ^^  Gx'egorio  XIII  pel 
nobile  e  religioso  scopo,  che  la  mu- 
sica sacra  sia  corrispondente  alla 
santità  delle  chiese,  e  alle  divine 
lodi,  risiedette  in  varii  luoghi  sotto 
la  protezione  di  un  Cardinale,  dei 
quali  il  primo  fu  il  Cardinal  Gia- 
como Savelli  romano,  e  l'odierno  è 
il  Cardinal  Antonio  Tosti  pure  ro- 
mano. Prima  la  congregazione  fu 
stabilita  nel  collegio  de' barnabiti  in 
s.  Paohno,  o  s.  Paolo  decollato  a 
piazza  Colonna ,  e  presso  quel  col- 
legio, racconta  il  Panciroli,  Tesori 
nascosti j  p,  648 ,  che  i  religiosi 
avevano  edificata  una  chiesa.  Poscia 
volendo  in  questo  sito  Alessandro 
VII  innalzare  il  palazzo,  che  tutto- 
ra ivi  si  ammira,  tanto  i  barnabi- 
ti, che  la  congregazione  dovettero 
partirne  nell'anno  1659,  e  la  con- 
gregazione passò  a  risiedere  nel  con- 
vento di  s.  Maria  Maddalena.  Va 
qui  notato,  che  i  barnabiti  incomin- 
ciarono l'erezione  del  collegio  con- 
tiguo alla  chiesa  di  s.  Carlo  verso 
il  1620,  e  lo  compirono  nel  pontifi- 
cato di  Alessandro  VII,  quando  ap- 


CHI 

punto  dovettero  abbandonare  quel- 
lo di  s.  Paolo  in  piazza  Colonna. 
Il  Papa  diede  loro  in  compenso  la 
chiesa  e  parrocchia  di  s.  Benedetto 
in  Clausura  a  piazza  de' Catinari,  la 
cui  parrocchia,  beni  e  ragioni  furo- 
no incorporati  in  quella  di  s.  Carlo  ; 
ed  avrebbe  dato  maggiori  compensi, 
se  nel  1667  non  fosse  stato  colpito 
dalla  morte. 

Finalmente,  sul  declinar  del  seco- 
lo XVII,  la  detta  congregazione  di 
s.  Cecilia  si  riunì  ai  barnabiti  nel 
collegio  di  s.  Carlo  a'  Catinari,  ove 
ottenne  da  essi  il  sito  della  cappella 
del  ss.  Crocefisso,  presso  quella  di 
s.  Biagio,  e  fece  costruire  una  nuova 
cappella  a  proprie  spese,  cui  dedicò 
a  s.  Cecilia  protettrice  della  musica, 
facendone  dipingere  il  quadro  da 
Antonio  Gherardi.  In  questa  chiesa, 
oltre  la  festa  del  santo  titolare  a' 4 
novembre,  si  solennizza  ancora  con 
gran  pompa  la  festa  di  s.  Cecilia 
dalla  prelodata  congregazione  dei 
musici,  con  musiche  appositamente 
scritte  ogni  anno,  e  ciò  accade 
nei  giorni  21   e  22  novembre. 

Il  pio  istituto,  che  tanto  onora 
la  curia  Romana,  al  quale  articolo 
ne  parleremo,  sotto  il  nome  di  s. 
Ivo,  e  della  ss.  Concezione,  per  la 
generosa  difesa,  che  prende  nei  tri- 
bunali dei  poveri,  ebbe  pure  inco- 
minciamento  nel  XVI  secolo  nella 
suddetta  chiesa  di  s.  Paolo  decolla- 
to, e  nel  iGTg,  anch'esso  seguì  i  bar- 
nabiti alla  chiesa  di  s.  Carlo  ove  ha 
un  oratorio. 

Da  ultimo  faremo  menzione  della 
magnifica  ed  elegante  cappella,  che 
ora  è  stata  riedificata,  né  riuscirà 
discaro,  che  qui  se  ne  faccia  una  bre- 
ve descrizione.  All'antica  e  venerala 
immagine  di  Maria  Santissima,  che 
dal  1734  in  poi  era  conosciuta  sot- 
to il  nome  di  Matcr  Divinae  prò- 


CHI 

vì'dentiacj  con  breve  di  Benedetto 
XIV  de'  25  settembre  dell'  anno 
1744»  fu  eretta  una  confi-aterni- 
ta,  o  pia  confederazione.  Costan- 
te fu  la  divozione  del  popolo  verso 
di  essa,  ma  tal  divozione  si  è  dipoi 
accresciuta  nel  i  799,  e  specialmente 
nel  1814,  al  ritorno  glorioso  di  Pio 
VII,  il  quale  a' 2  febbraio  del  se- 
guente anno,  si  recò  a  visitarla,  ne 
dichiarò  privilegiato  l' altare,  e  com- 
partì al  popolo  la  benedizione  col 
ss.  Sacramento.  Il  regnante  Pontefi- 
ce le  concesse  un  nuovo  titolo,  cioè 
Auxiliuni  Christianorunty  erigendo- 
vi e  rinnovandovi  la  pia  confedera- 
zione di  Maria  ss.  Ausiliatrice  come 
tjuella  di  Monaco  in  Baviera,  di- 
chiarando poi  nel  1839  arciconfra- 
ternita  il  sodalizio  mentovato,  ed 
eretto  in  questa  cappella,  colla  pre- 
rogativa di  centro,  e  capo  di  tutte  le 
altre;  la  qual  confraternita  va  sem- 
pre più  propagandosi.  Nel  detto  an- 
no la  miracolosa  immagine  fu  da 
mano  sacrilega  derubata  de'suoi  pre- 
ziosi ornamenti.  Laonde  diversi  ge- 
nerosi e  illustri  benefattori  in  rein- 
tegrazione vollero  magnificamente 
rifare  l'altare,  e  la  cappella,  la  qua- 
le coir  architettura  del  romano  Lui- 
gi Boldrini,  è  riuscita  ricca,  elegan- 
te, e  decoratissima  di  scelti  e  va- 
riati marmi,  intagli,  dorature,  e  pit- 
ture, metalli  dorati,  in  una  parola 
è  un  complesso  di  belle  cose;  e  quel 
che  più  rende  venerato  il  santua- 
rio, evvi  un  deposito  di  reliquie  in- 
signi. 

S.  Caterina  de' Funarì.  V.  Con- 
servatorio   m    s.    Caterina    dei 

FuNARI. 

S.  Caterina  della  Rota,  parroc- 
chia del  capitolo  valicano^  nel 
rione  Regola. 


CHI  307 

Fino  dall'  anno  1 1  ^Q  questa  pic- 
cola chiesa  è  parrocchia,  unita  al 
capitolo  di  s.  Pietro,  il  quale  ai  25 
ziovembre  (festa  titolare  della  santa) 
vi  si  reca  per  la  celebrazione  dei  di- 
vini uiFizii.  Ha  questa  chiesa  qualche 
pregio  per  marmi  e  pitture,  nonché 
varie  lapidi  sepolcrali  di  uomini  il- 
lustri. Il  quadro  dell'altare  maggio- 
re è  di  Giacomo  Zuccari. 

S.  Caterina  da  Siena  al  monte 
Magnapoli.  V.  Domenicane  mo- 
nache. 

S.  Caterina  da  Siena  a  strada 
Giulia,  nel  rione  Regola. 

Nel  i5i9,  sotto  Leone  X,  alcuni 
sanesi  eressero  l' arciconfraternita  in 
onore  di  s.  Caterina  loro  connazio- 
nale, nella  chiesa  di  s.  Nicola  degli 
Incoronati,  prossima  al  Tevere  nella 
medesima  regione,  che  vuoisi  edi- 
ficata dalla  romana  famiglia  Incoro- 
nati, e  poi  divenne  anche  parrocchia. 
Quindi,  nel  1 526,  il  sodalizio  acqui- 
stò questo  locale ,  e  vi  fabbricò  la 
chiesa,  l'oratorio,  e  le  case  annesse. 
Timoteo  delle  Vite  vi  dipinse  a  fresco 
le  pareti ,  e  Girolamo  della  Genga 
il  quadro  della  risurrezione  ;  poscia, 
nel  1760,  venne  la  chiesa  ristaurata 
ed  abbellita  con  istucchi  e  dorature. 
Il  sodalizio  è  uno  di  quelli,  che  in- 
trodussero in  Roma  l'esposizione  del 
ss.  Sacramento  in  forma  di  qua- 
rantore,  e  gode  il  privilegio  concesso 
da  Pio  II,  fino  dal  i4^8,  alla  sua 
nazione  sanese,  di  mandare  alcuni 
deputati  a  sostenere  per  un  tratto 
di  strada  le  aste  del  baldacchino 
nella  solenne  processione,  che  cele- 
bra il  Papa  nella  festa  del  Corpus 
Domini.  La  festa  poi  della  santa  è 
celebrata  dall'arciconfraternita  ai  3o 
aprile.    V.  Carlo    Bartolomeo  Piaz- 


3o8  CHI 

za,  Opere  pie  di  Roma,  p.  ^76, 
cap.  VI,  Di  s.  Caterina  di  Siena 
de'  sanesi. 

S.  Caterina  a  Tor  de' Specchi.  V. 
Confraternita  delle  ss.  Orsola  e 
Caterina. 

S.  Cecilia  i  titolo  Cardinalizio ,  in 
cura  delle  monache  benedettine 
Cassinesi,  nel  rione  di  Trastevere. 

Questa  insigne  chiesa  fu  eretta 
nella  stessa  casa  della  santa,  della 
nobilissima  famiglia  de'  Metelli,  ed 
a*  suoi  prieglii  dal  Pontefice  s.  Ui*- 
bano  I  "verso  l'anno  i3o,  che  pure 
la  consacrò,  prima  che  s.  Cecilia, 
posta  nel  vicino  bollente  bagno,  ve- 
nisse dal  carnefice  percossa.  In  que- 
sto luogo  ei'a  pui'e  il  foro  degli 
ebrei  sino  dal  tempo  di  s.  Pietro, 
giacché  è  noto  essere  il  principe  de- 
gli apostoli  arrivato  in  Roma  l'an- 
no 4^>  e  siccome  ebreo,  essere  su- 
bito stato  albergato  in  questo  sito, 
da  Augusto  già  concesso  a  quelli  di 
sua  nazione.  Quivi  fu  ch'egli  prin- 
cipiò in  Roma  a  predicare  l'evan- 
gelo.  Verso  l'anno  55^2,  mentre  il 
Papa  Vigilio  celebrava  la  festa  di  s. 
Cecilia  in  questa  stessa  sua  chiesa, 
coU'asSislenza  di  tutto  il  clero,  e  distri- 
buiva i  donativi  o  limosine ,  fu 
violentemente  trasportato  in  Costan- 
tinopoli, per  ordine  dell'imperatrice 
Teodora,  a  cagione  dei  tre  capitoli. 

Vuoisi,  che  s.  Gregorio  I  l'abbia 
ristaurata  e  nuovamente  consacrata 
ponendovi  la  stazione  XV  di  qua- 
resima nel  mercoledì  dopo  la  secon- 
da domenica.  Ma  minacciando  rovi- 
na, s.  Pasquale  I  splendidamente  la 
rifece  dai  fondamenti,  e  mentre  se 
ne  stavano  eseguendo  i  lavori,  ebbe 
una  rivelazione  della  santa,  la  quale 
lo  avvertì,  che  il  di  lei  corpo  giace- 


CHI 

va  nel  cimiterio  di  Pretestato,  e  di 
Calisto,  ed  in  fatti  lo  ritrovò  in  esso 
insieme  a  quelli  dei  ss.  Valeriano 
suo  marito,  Tiburzio  suo  cognato, 
e  Massimo,  e  dei  ss.  Pontefici  Ur- 
bano I  e  Lucio  1,  non  che  insieme 
ai  corpi  di  novecento  altri  martiri. 
Il  Papa  portò  con  molta  solennità 
questi  santi  corpi  alla  chiesa  di  s. 
Cecilia,  alla  quale  concorse  la  mag- 
gior parte  del  popolo  romano,  e  li 
collocò  nella  confessione  sotto  l'al- 
tare principale  colla  dovuta  venera- 
zione, ornò  la  chiesa  con  magnifi- 
cenza, e  le  fece  preziosissimi  doni. 
Quindi  di  nuovo  solennemente  la 
consacrò  nell'anno  821,  dedicandola 
a  Dio,  alla  beata  Vergine,  ai  ss.  apo- 
stoli Pietro  e  Paolo,  ed  alle  ss.  Aga- 
ta e  Cecilia,  ed  in  memoria  di  que- 
sta riedificazione,  fece  eseguii'c  in 
mosaico  la  di  lui  effigie,  non  che 
quella  somigliantissima  di  s.  Pietro, 
oltre  quelle  di  s.  Paolo,  di  s.  Ceci- 
lia, e  del  Salvatore,  ec.  Tuttora  si 
ammira  pertanto  nella  tribuna  il 
bel  mosaico,  lavoro  di  scuola  greca 
rappresentante  il  Salvatore  con  cin- 
que santi,  il  Papa  s.  Pasquale  I,  che 
regge  la  Chiesa  cui  indica  questo 
edifizio,  e  sotto  gli  agnelli,  ed  una 
epigrafe  metrica.  Vi  è  di  singolare 
nel  mosaico,  che  i  detti  agnelli  sono 
quasi  in  atto  di  uscire  dalle  porle 
di  una  città  rappresentata  nell'an- 
golo donde  comincia  la  linea  del- 
l'abside ,  e  gli  edifizi  rappresentati 
in  essa  città  possono  servire  di  nor- 
ma per  dare  un'  idea  delle  fabbriche 
antiche.  Oltre  di  che  si  vogliono  ad- 
ditare le  mura  della  celeste  Geru- 
salemme per  le  pietre  ivi  adoperate 
di  diverso  colore,  allusive  alle  pietre 
preziose,  nominate  da  s.  Giovanni 
nell'Apocalisse. 

Inoltre  il  Pontefice  s.  Pasquale  I 
nel  luogo  chiamato  Proto  e  Giacin- 


CHI 

to,  contiguo  alla  chiesa,  fabbricò  un 
monistero,  che  chiamò  de' ss.  Andrea 
e  Gi'egorio,  in  memoria  delle  bene- 
ficenze da  s.  Gregorio  1  fatte  a 
questa  chiesa,  la  quale  venne  da  lui 
affidata  alla  cura  dei  monaci  bene- 
dettini, applicandole  le  rendite  del- 
l'ospedale di  s.  Pellegrino,  che  sta- 
va vicino  alla  basilica  vaticana,  per- 
chè ufììziassero  con  decoro  ecclesia- 
stico. Sino  dalla  sua  erezione  era 
questa  chiesa  titolo  Cardinalizio,  e 
di  essa  si  fa  menzione  nel  concilio 
romano  celebrato  nel  499  th^l  Pon- 
tefice s.  Simmaco,  in  cui  si  sotto- 
scrissero Bonifazio,  e  Marziano,  pre- 
ti di  s.  Cecilia,  dicendosi  in  un  an- 
tico epitafio,  che  la  chiesa  aveva  un 
arciprete  verso  l'anno  619.  Nella 
parte  sinistra  della  porta  d'ingresso 
fu  sepolto  il  Cardinal  Mosco,  che 
visse  nel  pontificato  di  s.  Gregorio 
III  creato  nel  78 1.  Il  suddetto  ti- 
tolare di  s.  Cecilia  Bonifacio  si  vuo- 
le, che  sia  il  Pontefice  s.  Bonifacio 
III,  eletto  l'anno  53o.  Lo  furono 
ancora  il  Cai'dinal  Stefano,  che  nel 
768  divenne  Papa  col  nome  di  Ste- 
fano III  detto  IV,  mentre  abitava 
nel  contiguo  luogo,  come  antica- 
mente facevano  i  Cardinali  titolari, 
e  il  Cardinal  Desiderio,  che  nel  1086 
fu  eletto  Pontefice  col  nome  di  Vit- 
tore III.  L'antipapa  A'^ittore  IV,  det- 
to V,  era  stato  Cardinale  titolare 
di  s.  Cecilia,  e  nel  i  i5g  divenne 
pseudo-Pontefice.  Il  Cardinal  Simo- 
ne di  Brlè,  nel  10.61,  fu  esaltato  al- 
la cattedra  apostolica  col  nome  di 
Martino  IV.  Questi  beneficò  larga- 
mente la  chiesa,  ne  abbelPi  il  pres- 
biterio, con  sedia  di  marmo,  nella 
quale  sedette  nelle  solennità  per  la 
celebrazione  delle  ftmzioni  ,  e  col- 
l'assistenza  de'  Cardinali  ;  perocché 
anticamente  il  Papa  col  sacro  Col- 
legio si    recava   in    questa   chiesa  a 


CHI  309 

tenervi  cappella.  Finalmente  gli  al- 
tri titolari  di  questa  chiesa  subli- 
mati al  triregno  sono  Innocenzo 
Vili,  Cibo,  nel  i484j  ^  Gregorio 
XIV,  Sfomlrati,  nel  iSgo.  Antica- 
mente il  Cardinal  titolare  di  questa 
chiesa  dovea  risiedere  nel  martedì 
pi'esso  la  basilica  vaticana ,  incom- 
bendogU  l' uffiziatura. 

In  seguito  la  chiesa  dai  benedet- 
tini fu  data  in  custodia  a' sacerdoti, 
o  canonici  secolari  riuniti  in  colle- 
giata, con  un  arciprete.  Ad  essi 
Innocenzo  III  diresse  la  sua  lettera 
96,  sebbene  alcuni  vogliono  che  vi 
passassero  ad  uffiziarla  i  canonici 
regolari.  Poscia  fu  data,  in  uno  al 
contiguo  monistero,  ai  religiosi  Umi- 
liati (  Vedi),  finché  Clemente  VII, 
mentre  stava  assediato  in  Castel  s. 
Angelo,  a' 25  giugno  i527,  la  con- 
cesse ad  alcune  monache  benedetti- 
ne di  Campo  Marzo,  che  assunto 
l'abito  bianco  secondo  il  colore  di 
quello  degli  Umiliati,  per  le  bene- 
ficenze di  Maura  Magalotta  dama 
romana,  che  avea  loro  ottenuto  dal 
Papa  la  chiesa,  e  il  monistero,  po- 
terono ingrandire ,  e  ristaurare  il 
monistero  medesimo.  Tuttora  vi  fio- 
riscono queste  monache  sotto  la  di- 
rezione di  un  Cardinal  protettore , 
che  talvolta  è  il  Cardinal  titolare: 
tanto  asseriscono  l'Ugonio,  l'Alveri  ^ 
tom.  II,  p.  382,  e  il  Piazza  nel  suo 
Emerologio,  tom.  II,  p.  699.  Da 
questo  monistero  nel  i585  prese 
Sisto  V  tre  monache,  e  le  pose  qua- 
li maestre  nel  monistero  da  lui  isti- 
tuito, presso  la  chiesa  di  s.  Vito, 
poi  trasportate  a  s.  Susanna. 

Per  gran  ventura  di  questa  chie- 
sa, il  mentovato  Gregorio  XIV  nel 
1590  creò  Cardinale  il  suo  nipote 
Paolo  Emilio  Sfondrati,  e  gli  diede 
questo  titolo,  da  lui  già  occupato 
nel  Cardinalato,  Appena  egli  ne  fu 


3io  CHI 

titolare,  l'ivolse  l'animo  suo  gene- 
roso a  rista urarlo,  ed  a  nobilitarlo 
splendidamente  senza  risparmio  di 
spesa ,  e  conservando  le  forme  anti- 
che come  oggi  si  ammira.  Fabbricò 
la  sagrestia,  istituì  quattro  cappel- 
lani, e  due  chierici  in  servigio  della 
chiesa,  ampliò  il  presbiterio,  l'ornò 
con  preziosi  marmi  j  e  rese  più  ma- 
gnifico il  ciborio  fatto  da  Martino 
IV.  Volle  Dio  premiare  tanta  pietà 
generosa  col  ritrovamento  de' corpi 
santi  summentovati ,  a'  22  ottobre 
i599,  con  tripudio  de' romani  e  di 
Clemente  Vili,  che  per  celebrare 
s"i  fausto  avvenimento,  dopo  aver 
fatto  esporre  per  un  intero  mese 
alla  divozione  del  popolo  il  corpo 
di  s.  Cecilia  vergine  e  martire,  ai 
23  novembre  con  quarantadue  Car- 
dinali vi  si  recò  a  celebrare  la  mes- 
sa, ed  a  tenervi  cappella  Papale, 
dopo  di  che  quattro  Cardinali  diaco- 
ni portarono  il  corpo  della  santa  alla 
confessione,  aiutando  Clemente  Vili 
a  porlo  in  una  cassa  di  argento. 
Quindi  il  Papa  ordinò  al  magistra- 
to romano,  che  nella  festa  di  s.  Ce- 
cilia dovesse  fare  l'offerta  in  questa 
chiesa  di  un  calice  d'ai'gento,  e  di 
quattro  torcie  di  cera,  il  che  tutto- 
ra ogni  anno  eseguisce.  Inoltre  il 
Cardinal  Sfondrati,  dal  celebre  scul- 
tore Stefano  Maderno  fece  rappre- 
sentare la  santa  in  candido  marmo 
nella  positura,  che  si  trovò  nel  se- 
polcro, e  la  pose  sulla  confessione. 
Di  piti  destinò  un  fondo  perchè 
in  perpetuo  le  ardessero  intorno 
cento  lampade;  ed  in  morte  volle 
essere  sepolto  ai  piedi  della  santa. 
Non  si  deve  tacere,  che  al  ritrova- 
mento del  corpo  di  essa,  fu  con- 
temporaneo pure  lo  scavo  del  cele- 
bre bagno  appartenente  alla  di  lei 
casa,  che  per  le  forme  conservatesi, 
ed  in  ispecic  pei  tubi  metallici,  che 


CHI 

ancora  vi  si  osservano,  posti  dietro 
a  grandi  lame  parimenti  di  metal- 
lo, è  interessantissimo,  per  avere 
una  giusta  idea  del  modo,  che  ten- 
nero gli  antichi  per  edificare  i  ba- 
gni. Nel  secolo  decorso  furono  be- 
nemeriti e  splendidi  benefattori  di 
questa  chiesa,  e  del  monistero,  i  Car- 
dinali Francesco,  e  Trojano  Acqua- 
viva,  ambedue  titolari  di  s.  Cecilia, 
la  qual  chiesa  prima  aveva  la  par- 
rocchia, con  parroco  eletto  dalle 
monache,  ed  approvato  dal  Cardi- 
nal titolare. 

Entrati  nell'atrio,  che  precede 
r  ingresso  architettato  dal  cav.  Fu- 
ga, si  vede  un  gran  vaso  di  mar- 
mo, notabile  per  la  sua  grandezza , 
e  bella  forma.  11  portico  ha  quattro 
colonne,  due  delle  quali  sono  di 
granito  rosso.  La  chiesa  nell'  interno 
ha  tre  navi,  e  siccome  le  colonne 
accoppiate  non  erano  più  atte  a  sos- 
tenere il  peso  delle  pareti,  da  ul- 
timo il  Cardinal  titolare  Giorgio 
Doria  Pamphily  le  fece  attorniare 
da  pilastri ,  decorati  di  dorature. 
Quattro  superbe  colonne  di  marmo 
proconesio  bianco  e  nero,  sostengo- 
no il  baldacchino  sull'altare  mag- 
giore. Sotto  di  esso  si  scende  nella 
cappella  sotterranea,  dove  sono  quat- 
tro altari,  ed  ivi  riposano  i  corpi 
de'santi  Pontefici  Urbano,  e  Lucio  ^ 
e  de'  ss.  Valeriano,  Tibuxvio,  e  Mas- 
simo. Le  pitture  del  soflltto  della 
nave  principale  sono  del  Conca,  quel- 
le delle  navi  minori  sono  del  Zan- 
na, del  Conti,  e  del  Tarquinio  vi- 
terbese ec.  Neil'  annesso  oratorio 
eretto  da  s.  Pasquale  I,  si  uni  la 
confraternita  sotto  l'invocazione  del 
ss.  Sacramento,  di  santa  Cecilia,  e 
di  s.  Andrea  nell'  anno  i5j^.  Ai 
22  novembre  si  celebra  in  questa 
chiesa  la  festa  della  santa  titolare. 
La  storia  del  martirio  di  s.  Cecilia^ 


CHI 

vergine  e  martire,  e  de*  ss.  Valeria- 
no,  Tiburzio  e  Massimo  fu  pubbli- 
cata in  Roma  nel  1721.  Abbiamo 
inoltre  da  Antonio  Bosio,  Historia 
passionis  b.  Caeciliae  virginis,  Va- 
hrìaniy  Tihurtii,  et  Maxìmi  mar- 
tynim,  nec  non  Urbani  ^  et  Liicii 
Ponlificuvi,  et  mari.,  etc.  Romae 
1600;  e  da  Giacomo  Laderchi, 
j4cta  s.  Caeciliae  v.  et  m. ,  et  trans- 
iyberìana  basilica  saeculorum  sin- 
gulorum  monnmeniis  asscrta,  ac  il- 
Listrata,  Romae  1722.  Da  ultimo 
l'attuai  titolare  della  chiesa,  e  in- 
sieme protettore  delle  monache  be- 
nedettine cassinesi,  Cardinale  Gia- 
como Luigi  Brignole  di  Genova, 
lesse  nell'accademia  pontifìcia  di  Ar- 
cheologia, un'erudita,  e  dotta  disser- 
tazione su  questa  insigne  chiesa. 

Ss.  Celso  e  Giuliano  in  Banchi^ 
collegiata  e  parrocchia  nel  rione 
Panie. 

Dicesi  questa  chiesa  in  Banchi , 
dal  nome  della  via  ove  fu  edificata, 
perchè  nel  medio  evo  eranvi  in  essa 
diversi  banchieri,  e  mercanti  di  fon- 
daco. Attualmente  vi  è  il  banco  di 
di  s.  Spinto.  L'antica  chiesa  fu  ivi 
fabbricata  nel  luogo  ov'  era  l'abita- 
zione di  Marciano  padre  di  s.  Celso, 
cioè  quando  i  corpi  de'  ss.  martiri 
Celso  e  Giuliano  furono  trasportati  da 
Antiochia  in  Roma,  presso  il  ponte 
s.  Angelo,  afiìne  di  riporveli  decen- 
temente insieme  a  quello  di  s.  Ba- 
si lissa  moglie  di  s.  Giuliano.  Ab  im- 
memorabili y  fu  decorata  del  titolo 
di  parrocchia,  e  si  crede  consacrata 
dal  Pontefice  s.  Celestino  L  II  do- 
cumento più  autentico,  che  si  abbia 
di  questa  chiesa,  è  una  bolla  di 
Onorio  HI  de' 25  maggio  dell'an- 
no 12 18,  in  cui  conferma  altra 
bolla  del  di    lui  predecessore  Inno- 


CHI  3ii 

zo  TU,  risguardante  i  privilegi  della 
medesima,  e  le  chiese  filiali ,  dichia- 
rando di  averla  sotto  l'immediata 
sua  protezione ,  e  come  si  ha  per 
tradizione,  la  dichiarò  eziando  cap- 
pella Papale  nell'occasione,  che  por- 
tandosi la  notte  del  ss.  Natale  a  s. 
Pietro  per  pontificare,  sopravvenen- 
do un'  acqua  dirottissima,  credette  di 
non  piìi  inoltrarsi,  ed  entrò  in  que- 
sta chiesa  col  suo  seguito,  ove  pon- 
tificò assistito  dai  canonici,  come 
quella  che  già  era  collegiata.  Dipoi 
Papa  Innocenzo  Vili,  con  bolla  dei 
24  agosto  148G,  smembrò  la  cui'a 
di  s.  Salvatore  in  Lauro,  e  l'uni  a 
questa  di  s.  Celso. 

Questa  chiesa  a  tempo  di  Alessan- 
dro VI,  o,  secondo  altri,  di  Giulio 
II,  fu  ristretta  per  aprire  la  strada 
de' Banchi,  mentre  allora  si  esten- 
deva alla  metà  di  detta  strada. 
Perciò  fu  ridotta  ad  una  navata 
lunga  palmi  novantanove,  larga  pal- 
mi trentasette,  alta  palmi  trentatre. 
Era  soffitta  la,  vi  erano  sette  altari, 
otto  sepolture,  e  campanile  con 
quattro  campane,  la  maggiore  delle 
quali  fusa  nel  i442-  Oltre  a  ciò 
apprendiamo  dal  Piazza,  Opere  Pie 
di  Roma,  pag.  535,  che  in  detta 
chiesa  fu  eretta  nel  i56o  sotto  Pio 
IV  la  confraternita  del  ss.  Sacra- 
mento, e  nel  i566  nel  pontificato 
di  s.  Pio  V,  quella  dell'  ineffabile 
Nome  di  Dio,  le  quali  poi  si  riuni- 
rono in  vma.  Clemente  Vili,  nel 
1595,  fece  riportare  i  santi  corpi 
di  Celso  e  Giuliano  alla  loro  chiesa, 
dalla  basilica  di  s.  Paolo  ove  erano 
slati  collocati  in  deposito,  dopo  che 
da  Antiochia  erano  stati  portati  a 
Roma.  Tuttavolta  dovendosi  riedifi- 
care la  chiesa,  prima  di  demolirla, 
i  detti  corpi  furono  riportati  a  san 
Paolo  ove  ancora  stanno,  ed  il  ca- 
pitolo fu  costretto  per  alcun  tempo 


3l2 


CHI 


a  formare  degli  altari  in  alcune 
case  contigue  per  celebrarvi  i  santi 
misteri,  finché  Clemente  XII,  nel 
lySG,  compì  l'erezione  dell'elegante 
chiesa  esistente,  fabbricata  con  dise- 
gno di  Carlo  de  Dominicis.  Il  suo 
interno  di  forma  ovale,  ornato  di 
pilastri  scannellati,  è  d'ordine  com- 
posto. Racchiude  sette  cappelle,  tre 
grandi  e  quattro  piccole,  la  mag- 
giore delle  quali  è  decorata  egual- 
mente alle  altre  due,  ed  ha  la  tribu- 
na col  coro.  La  festa  dei  santi  tito- 
lari si  celebra  a'g  gennaio.  Non  deve 
tacersi,  che  presso  questa  chiesa 
eravi  un  arco  innalzato  dagl'  impe- 
ratori Graziano ,  Valentiniano ,  e 
Teodosio,  per  ornamento  dell'  in- 
gresso d'un  magnifico  portico,  il  qua- 
le da  esso  principiava  e  passava  sul 
ponte  s.  Angelo,  seguitando  sino  alla 
basilica  di  s.  Pietro  per  difesa  dei 
pellegrini ,  tanto  ne'  tempi  di  piog- 
gia, come  di  caldo.  Nel  gettar  poi 
le  fondamenta  della  chiesa ,  furono 
trovate  alcune  colonne  di  verde  an- 
tico, ed  altri  marmi  preziosi. 

Da  ultimo  il  Pontefice  Pio  VII 
concorse  al  suo  lùattamento,  siccome 
avevano  fatto  i  suoi  predecessori, 
dappoiché  è  ad  essi  immediatamente 
soggetta.  Il  capitolo  si  compone  di 
otto  canonici,  primo  de'quali  è  l'ar- 
ciprete, che  è  sempre  il  parroco,  di 
quattro  cappellani,  e  di  altri  addetti 
al  divino  servigio,  tutti  di  nomina 
del  Papa.  I  canonici  hanno  per  di- 
stintivo sì  nell'estate,  che  nell'in- 
verno, e  nelle  altre  stagioni  le  al- 
muzie  di  pelli  di  armellino  con  code 
nere.  P)encficò  questo  capitolo  Leone 
XII  coU'accordargli  un'abbazia  delta 
priorato  de'  ss.  Gervasio  e  Protasio 
fuori  di  porla  Portese,  migliorando 
le  prebende  canonicali.  In  ogni  qua- 
driennio per  la  festa  di  s.  Liborio, 
il  senato  romano  fa  a  questa  chiesa 


CHI 

l'offerta  d'un  calice  d'argento,   e  di 
quattro  torcie  di  cera. 

S.  CksareOj  diaconia  Cardinalizia 
nel  rione  Ripa^  detto  in  Palatium^ 
in  Monasterium  Corsarum^  ovvero 
di  Tiirri  nella  via  Appia. 

Questa  è  una  delle  nove  chiese, 
che  Ic^  pietà  de'romani  eresse  a  san 
Cesareo  diacono  e  martire,  prima 
di  arrivare  alla  porta  s.  Sebastiano 
presso  il  palazzo  imperiale,  cioè  di 
quel  palazzo  ove  abitava  1'  impera- 
tore quando  arrivava  in  Roma  redu- 
ce da  qualche  guerra,  trattenendosi 
fino  al  giorno  del  suo  trionfo,  dopo 
aver  .ivi  ricevuto  le  congratulazioni 
del  senato,  e  degli  ambasciatori. 
Que.slo  palazzo,  secondo  il  Marliano, 
fu  eretto  da  Autonino  Caracalla,  e  si 
vedono  ancora  gli  avanzi  anche  delle 
sue  terme.  Sulla  porta  della  chiesa 
si  legge  l'antica  inscrizione,  s.  Cae- 
sarli  in  palalio.  L'Anastasio  chiama 
questa  chiesa,  in  Monasierio  s.  Cae- 
sareij  quod  ponitur  in  palatioj  ed 
eziandio  ad  Corsas ,  e  de  Corsis 
presso  s.  Sisto,  per  un  monistero 
fabbricato  per  le  i-eligiose  dalla  no- 
bihssima  famiglia  Corsa,  la  quale 
fu  cosi  potente  in  Roma,  e  così 
fedele  a  s.  Gregorio  VII,  che  nelle 
vertenze  con  Eux'ico  V,  le  sue  case 
sotto  il  Campidoglio  furono  bruciate, 
e  distrutte  dai  fondamenti.  Per  ri- 
guardo al  monistero  si  sa,  che  Leone 
IV  lo  restaurò,  e  in  progresso  di 
tempo  le  monache  furono  unite  a 
quelle  di  s.  Sisto.  Siccome  poi  il 
celebre  oratorio  di  s.  Lorenzo  nel 
palazzo  lateranense  fu  chiamalo  da 
alcuni  col  titolo  di  s.  Maria  a  Ce- 
sareo in  Palalio,  vi  fu  qualche  scrit- 
tore, che  il  confuse  colla  chiesa  di 
s.  Cesareo.  Finalmente  fu  detto  an- 
cora s.  Cesareo  in  Tonv,  per  una 


CHI 

contigua  torre,  che  prima  eravi  ap- 
partenente al  palazzo. 

Questa  atiticliissitna  chiesa  fu  de- 
dicata a  s.  Cesareo  diacono  di  s. 
Chiesa,  nel  luogo  dove  diede  sepol- 
tura a  s,  Flavia  Domitilla  martire 
ed  a'suoi  eunuchi,  e  dove  s.  Cesareo 
fu  pure  sepolto.  11  Pontefice  s.  Gre- 
gorio I  la  dichiarò  diaconia  Cardi- 
nalizia, sebbene  vuoisi  che  già  lo 
fosse  quando  egli,  nel  Sgo,  fu  crea- 
to Papa.  I  primi  ad  uffiziarla  fu- 
rono i  monaci  basiliani  greci  fug- 
gili dall'  oriente  nella  persecuzione 
delle  sacre  immagini.  Ed  avendovi 
essi  eretto  accanto  un  monistero , 
altri  dicono,  che  perciò  si  dicesse  s. 
Cesareo  in  monistero.  Divenne  la 
prima  delle  venti  abbazie  maggiori 
di  Roma,  i  cui  abbati  godevano  il 
privilegio  di  assistere  il  Papa  quan- 
do celebrava  pontificalmente.  11  Pan- 
ciroli  dice,  che  quivi,  a' 1 5  dicem- 
bre dell'anno  687,  fu  eletto  Pon- 
tefice s.  Sergio  I  ;  ed  il  Novaes  ag- 
giunge, che  nella  chiesa  fu  creato 
Pontefice,  a'  26  o  27  febbraio  1 1^5, 
Eugenio  III,  sebbene  non  Cardina- 
le, perchè  ivi  eransi  radunati  i  sa- 
cri elettori.  In  seguito,  essendo  rovi- 
nata la  chiesa,  i  monaci  ne  partii-o- 
no,  ed  il  corpo  di  s.  Cesareo  fu 
trasportato  all'  altare  maggiore  del- 
la basilica  di  s.  Croce  in  Gerusa- 
lemme. Tuttavolta  Leone  X  resti- 
tuì a  questa  chiesa  la  diaconia  Car- 
dinalizia, la  quale  in  progresso  più 
volte  divenne  titolo.  Per  addurnc  due 
esempi,  Paolo  III  nel  i  SSg  creò  Cardi- 
nale prete  di  s.  Cesareo  Domenico 
Guidiccioni,  uomo  sommo;  e  poi  nel 
i544)  Cristoforo  Madrucci  prete 
Cardinale  di  s.  Cesareo,  detto  il 
gran  Cardinale  di  Trento,  Di  nuo- 
vo la  diaconia  restò  soppressa  sotto 
Sisto  V,  finche  il  Pontefice  Clemen- 
te VIII,  Alclobr andini j  fece  restau- 


CHI  3i3 

rare  la  chiesa,  e  nel  concedere  quel- 
la di  s.  Vitale  ai  gesuiti  pel  novi- 
ziato, soppresse  il  titolo  Cardinalizio, 
e  invece  tornò  ad  erigere  s.  Cesareo 
in  diaconia  Cardinalizia  verso  l' an- 
no 1600,  affidandola  in  custodia  ai 
p.  Somaschi  a  vantaggio  del  collegio 
dementino  [Vedi),  al  quale  donò 
tutte  le  possessioni  spettanti  alla 
chiesa  di  s.  Cesareo.  Dipoi  il  Car- 
dinal Baccio  Aldobrandini  nipote  di 
Clemente  Vili ,  sebbene  non  ne  fos- 
se titolare,  continuò  a  ristaurare  la 
chiesa,  e  vi  fece  un  nobilissimo  sof- 
fitto con  vaghissime  dorature,  e  pit- 
ture della  scuola  del  cav.  d' Arpi- 
no,  il  perchè  sopra  il  rastro,  e  stel- 
le, stemma  della  sua  famiglia,  in- 
gegnosamente scherzò  il  p.  Adami 
gesuita,  coi  versi  che  leggonsi  in 
Ciacconio. 

L' ingresso  di  questa  chiesa  è  de- 
corato al  di  fuori  di  due  colonne 
di  granilo;  il  suo  interno  è  interes- 
sante per  l'antichità  di  alcune  par- 
ti. La  tribuna,  la  confessione  e  il 
presbiterio  sono  decorati  di  mosaici. 
Il  baldacchino  viene  sostenuto  da 
quattro  colonne  di  broccatello:  l'ab- 
side è  coperto  in  alto  di  mosaici 
eseguiti  in  una  maniera  grandiosa 
appresso  i  cartoni  del  nominato  cav. 
d'Arpino,  da  uUimo  rislaurati.  Da 
un  lato  evvi  il  pulpito,  o  ambone, 
decorato  di  pietre  e  mosaici  ;  e  gli 
altari  laterali  hanno  colonne  di  pao- 
nazzetto.  Oggidì  l' ha  in  cura  un 
eremita,  e  nel  sabbato  precedente 
la  domenica  delle  palme.  Clemente 
Vili  vi  pose  la  stazione  coll'indul- 
genza  plenaria,  ad  onta  che  già  fos- 
se nella  vicina  chiesa  di  s.  Giovan- 
ni a  Porta  Ialina.  La  festa  di  s. 
Cesareo  è  dal  Piazza  registrata  al 
primo  di  novembre,  perchè  in  un 
sacramentario  di  s.  Gregorio  si  ri- 
leva,   che    in    tal    giorno,    oltre    la 


3i4  CHI 

solennità  degli  Ognissanti,  si    faceva 
solo  quella  di  questo  santo  martire. 

S.  Chiara  al  Quirinale.  ^.Cappuc- 

CIXE    MONACHE. 

S.  Chiara  della  confraternita  di  s. 
Gregorio   Taumaturgo.   Vedi. 

S.  Ciriaco  alle  Terme^  chiesa  con 
titolo  Cardinalizio  non  più  esi' 
stente. 

Tal  chiesa  esisteva  da  antichissi- 
mo tempo  nelle  terme  Diocleziane, 
ove  ora  è  la  chiesa  di  s.  Maria  degli 
Angeli  (Vedi),  demolita  per  vec- 
chiezza. Il  perchè  Sisto  IV,  nel 
1478,  trasferì  il  suo  titolo  Cardi- 
nalizio a  ss.  Quirico  e  Giulitta,  di- 
stribuendo le  sacre  reliquie,  che  in 
essa  veneravansi,  a  varie  chiese  di 
Roma.  Tuttavolta  il  titolo  durò  sino 
a  Paolo  III,  essendone  stato  ultimo 
titolare  il  celebre  Cardinal  Pietro, 
che  fu  fatto  da  quel  Pontefice  dia- 
cono Cardinale  di  s.  Ciriaco.  In 
detto  luogo  fu  la  casa  del  santo  do- 
ve battezzava  i  fedeli.  Di  tal  titolo 
si  fa  menzione  nel  sinodo  romano 
celebrato  da  s.  Gelasio  I  l'anno  494> 
con  queste  parole:  Martianus  pres- 
hyter  in  titulo  s.  Ciriaci  in  Ther- 
mis  Diocletianis,  nonché  ne' titoli 
registrati  dall'Anastasio  sotto  s.  Igi- 
no, creato  Papa  nell'anno  i54.  Chia- 
mossi  basilica  dall'Anastasio  in  Gre- 
gorio I,  Adriano  I,  Leone  III,  Pa- 
squale I,  e  Benedetto  III,  i  quali 
tutti  per  la  venerazione  in  cui  la 
tennero,  la  l'estaurarono  ed  abbelli- 
rono. Abbiamo  ancora  che,  nel  1 142, 
Innocenzo  II  creò  Cardinale  diacono 
Nicolò,  che  poi  Celestino  II  dichia- 
rò prete  Cardinale  di  questa  chiesa. 
Innocenzo  III,  nel  12  ti,  conferì  il 
titolo    al    Cardinal     Giandomenico 


CHI 

Trinci;  e  Clemente  V,  nel  i3o5> 
lo  diede  al  Cardinal  Stefano  de 
Suisi,  che  mori  in  Avignone  nel 
i3ii.  Nella  vigna  de' certosini  vi  è 
qualche  avanzo  della  casa,  e  chiesa 
di  s.  Ciriaco,  e  del  suo  battistcrio. 

S.  Claudio  de'  Borgognoni  V.  Bor- 
gogna. 

S.  Clemente,  titolo  Cardinalìzio  y 
in  cura  dei  pp.  predicatori  irlan- 
desi, presso  il  Laterano,  nel  rione 
Monti. 

Questa  chiesa,  una  delle  piìi  an- 
tiche di  Roma,  ad  onta  dei  ristauri 
che,  come  diremo,  nel  decorso  se- 
colo vi  furono  fatti,  ancora  conser- 
va r  intera  forma  delle  primitive 
chiese  de' cristiani,  il  perchè  volle  il 
dotto  archeologo  A.  Nibby  pren- 
derla a  modello  della  sua  erudita 
dissertazione  sulle  antiche  forme  dei 
templi  cristiani.  Iil  questo  luogo , 
parte  del  monte  Celio  nella  via 
Labicana,  eravi  la  casa  paterna  del 
Pontefice  s.  Clemente  1,  a  cui  fu  de- 
dicata, e  perciò  una  delle  prime 
chiese,  che  vennero  erette  in  Roma, 
anzi,  secondo  il  Piazza,  fu  convertita 
in  chiesa,  e  consacrata  dal  medesi- 
mo Pontefice.  Ivi  si  vuole,  che  s. 
Clemente  I  ricevesse  l' apostolo  s. 
Barnaba  quando  si  recò  in  Roma, 
e  dopo  che  il  santo  Pontefice,  nel- 
r  anno  gS  di  Cristo,  mori  sommer- 
so nel  mare  della  piccola  Tartaria, 
vi  fu  trasportato  da  s.  Cirillo,  vesco- 
vo di  Schiavonia,  il  suo  corpo  nel 
pontificato  di  Adriano  II,  e  con  o- 
nore  venne  ri  posto  nella  chiesa  già  per 
avanti  a  lui  dedicata.  Altri  poi  di- 
cono, che  lo  stesso  Adriano  II  lo 
donò  almeno  in  parte  all'  imperato- 
re Lodovico  II  pel  monistero  di 
Casaure  da  lui  fondato  nell'Abruz- 


CHI 

zo.  Su  quest'  argomento  tratta  il 
Novaes,  nella  vita  di  s.  Clemente  I, 
riportando  le  diverse  opinioni.  In 
appresso  vi  fu  collocato  il  corpo  di 
s,  Ignazio  di  Antiochia,  che  soffrì  il 
martirio  nel  Colosseo.  Anche  su  que- 
ste reliquie  va  letto  quanto  dice  lo 
stesso  Novaes  nel  tomo  XTI  p.  233. 
Vi  fu  deposto  poi  anche  il  corpo 
del  mentovato  s.  Cirillo. 

In  questa  chiesa,  già  risarcita  da 
s.  Silvestro  I  e  da  Costantino,  nel- 
r  anno  4  "7»  Papa  s.  Zosimo  pro- 
nunziò il  giudizio  contro  l'  eretico 
Celestio  compagno  di  Pelagio,  e  seb- 
bene Celeslio  abjurasse  ivi  l'errore, 
tornò  poscia  a  seguir  Pelagio.  S. 
Leone  I,  del  44o>  ristaurò  la  chie- 
sa, che  sino  dai  primi  secoli  era 
titolo  Cardinalizio  ;  e  quando  s.  Gio- 
vanni nell'anno  532  fu  eletto  Pon- 
tefice, era  prete  Cardinale  di  s.  Cle- 
mente. Egli  pure  vi  operò  dei  ri- 
stauri.  A' tempi  di  Gregorio  I,  era 
in  sì  grande  venerazione,  che  vi 
pronunziò  quel  Pontefice  l'omelia  33 
sugli  evangelii  nella  festa  di  santa 
Maddalena,  e  la  38  nella  domenica 
vigesima  dopo  la  Pentecoste,  sull'e- 
vangelo  di  s.  Matteo.  Vi  pose  la 
stazione  nel  XIII  giorno  di  quare- 
sima, e  v'istituì  la  processione  di 
penitenza  ;  e  siccome  era  uffiziata 
dal  clero  secolare,  la  diede  in  cura 
ai  monaci  benedettini.  Quindi  la  ri- 
fece Adriano  I,  e  s.  Nicolò  I  l'ab- 
bellì, e  mentre  n'era  titolare  il  Car- 
dinal Raniero  di  Bieda,  a'  i3  ago- 
sto 1099,  vi  furono  celebrati  i  sa- 
cri comizi,  ed  eletto  Papa  col  no- 
me di  Pasquale  li,  poi  l'abbel- 
lì, e  ne  fu  beneflittore.  Il  Car- 
dinal titolare  di  questa  chiesa  avea 
l'obbligo  di  cantare  la  messa  nel- 
r  altare  pontificio  di  s.  Maria  Mag- 
giore in  tutti  i  sabbati;  ed  il  Car- 
dinal Giacomo    Touwnaso    Gaetano 


CHI  3i5 

d'Anagni,  che  avea  ricevuto  quel 
titolo  dal  suo  zio  Bonifacio  Vili, 
nobilmente  rifece  la  chiesa,  come 
in  appresso  si  dirà.  Eugenio  IV , 
quando  nel  i43i  fu  creato  Ponte- 
fice, era  titolare  di  questa  chiesa  , 
ed  in  essa  in  luogo  de' benedettini , 
collocò  i  religiosi  di  s.  Ambrogio  ad 
Nemus  (Fedi),  e  Paolo  IV,  Caraf- 
fa, sublimato  al  triregno  nel  i555, 
egualmente  n'  era  stato  titolare.  Il 
suo  pretlecessore  Giulio  HI,  mentre 
n'  era  titolare  il  Cardinal  Giovan- 
ni Al  va  rez,  unì  questo  titolo  nel  i55o 
a  quello  di  s.  Pancrazio;  ma  nel- 
r  anno  seguente  il  separò,  e  rimase 
com'  era  prima,  come  meglio  si  di- 
ce a  Chiesa,  di  s,  Pancrazio.  Essen- 
do stati  soppiessi  i  monaci  di  s. 
Ambrogio  ad  Nemus ^  la  chiesa  pas- 
sò in  custodia  ai  domenicani  irlan- 
desi sotto  Urbano  Vili,  i  quali  vi 
stanno  tuttora,  giacché  se  Pio  VII, 
nel  1818,  li  avea  trasferiti  alla  chie- 
sa di  s.  Maria  della  Pace,  Leone 
XII  veli  ritornò  nel  1824.  Nel  se- 
colo decorso  il  Pontefice  Clemente 
XI  ridusse  la  chiesa  nello  stato  in 
cui  si  ammira  con  architettura  di 
Carlo  Fontana,  e  ne  portò  il  tito- 
lo anche  in  commenda  il  Cai'dinal 
Annibale  Albani,  suo  nipote. 

L'ingresso  dell' ati'io  è  decorato 
di  quattro  colonne  di  granito ,  e 
l'atrio  medesimo  di  diciotto  colonne 
della  stessa  specie.  S.  Gregorio  scris- 
se ,  che  sotto  questo  vi  stette  per 
quasi  tutta  la  sua  vita  s.  Servolo 
paralitico,  con  mirabile  pazienza. 
L'interno,  che  conserva  la  sua  in- 
tegrità per  riguardo  alle  forme  delle 
prime  chiese,  colle  parli  analoghe 
alle  cerimonie  ed  ai  riti  che  prescri- 
veva l'antica  liturgia,  ha  tre  navate 
formate  da  sedici  colonne  di  vari 
marmi  ;  e  in  quella  di  mezzo  si  ve- 
de ancora   esistere    il    recinto  detto 


3i6  CHI 

pi'esbiterio,  più  elevato,  cliiuso  nel- 
r  interno  e  diviso  dal  popolo ,  con 
due  ordini  di  sedili  di  marmo  greco 
pei  sacerdoti,  avente  l'altare  mag- 
giore isolato,  coperto  di  baldacchi- 
no, sostenuto  da  quattro  colonne  di 
paonazzetto.  Vi  sono  altres"i  i  due 
pulpiti,  detti  amboni,  ornati  di  an- 
tichi intagli,  e  di  mosaici,  dai  quali 
si  leggevano  l'epistola,  e  il  vangelo. 
Questo  recinto  fu  fatto  costruire  da 
Giovanni  Vili,  Papa  che  fiorì  nel- 
l'anno 872,  ma  i  mosaici  della  tri- 
buna furono  eseguiti  per  ordine  del 
mentovato  Cardinal  Gaetani,  qftindi 
ristorati  nel  pontificato  di  Urbano 
Vili,  però  le  pitture  vennero  ristau- 
rate  sotto  Giovenale  da  Orvieto, 
che  visse  nel  declinai'e  del  secolo 
XIV.  Oltre  le  altre  pitture  di  va- 
lenti artisti,  le  quali  adornano  que- 
sta chiesa ,  merita  special  menzione 
la  cappella  intitolata  della  Passione, 
e  di  s.  Caterina,  che  si  trova  a  de- 
stra nell'entrare  per  la  porta  late- 
rale, la  quale  è  tutta  ornata  all'  in- 
terno di  eccellenti  pittvu-e  a  fresco 
del  Massaccio,  uno  de'  primi  ristau- 
ratori  della  pittura,  che  maestrevol- 
mente vi  espresse  la  passione  di 
Gesù  Cristo,  ed  alcuni  fatti  della 
vita  e  morte  di  s.  Cateiina;  pitture 
che  incise  da  Carlo  Labruzzi ,  nel 
1809,  furono  pubblicate  in  Roma 
da  Gio.  dall'Armi.  In  questa  chiesa 
si  celebra  la  festa  di  s.  Clemente  I 
a'  i3  novembre,  e  quella  di  s.  Igna- 
zio vescovo  e  martire  il  primo  fel> 
braio,  V.  Filippo  Rondinino,  De  s. 
Clemente  Papa  et  jnariyre  ejusque 
basilica  in  urbe  /?omrtj  Romae  1706, 
opera  che  dedicò  a  Clemente  XI. 
In  questa  chiesa  nel  di  della  festa 
del  santo  titolare,  ogni  quadriennio 
il  senato  romano  fa  l'oflcrta  di  un 
calice  d'argento,  e  di  quattro  torcie 
di  cera. 


CHI 

Ss.  Concezione  dei  pp.  cappuccini. 
V.  CAPPuccmi. 

Il  senato  romano  in  ogni  qua- 
driennio, per  la  festa  di  s.  Felice  da 
Cantalice,  fa  in  questa  chiesa  l'obla- 
zione d'  un  calice  d' argento ,  e  di 
quattro  torcie  di  cera. 

iS"^.  Concezione  a  Campo  Marzo. 
V.  Benedettine  monache,  e  ciuesa 
m  s.  Maria  sopra  Minerva. 

Per  la  festa  della  ss.  Concezione, 
ma  a'  9  dicembre,  in  ogni  quadrien- 
nio il  senato  romano  fa  alla  chiesa 
delle  monache  l'offerta  d' un  calice 
d'argento,  con  quattro  torcie  di  cera. 

Ss.    Cosma   e   Damiano  j  diaconia 
Cardinalizia^  in  cura  dei  pp.  del 
terz'  Ordine    di    s.  Francesco  ,  al 
foro  ronianOy  nel  rione  Monti. 

Il  vestibolo  di  questa  chiesa,  di 
forma  rotonda,  vuoisi  che  fosse  eret- 
to dai  romani  alla  memoria  di  Re- 
mo. Il  suo  pavimento  era  coperto 
di  gran  lastre  di  marmo,  su  cui  era 
incisa  la  pianta  di  Roma  coi  nomi 
di  Severo,  e  di  Caracalla,  per  aver 
essi  riedificato  il  medesimo  tempio. 
Questa  pianta  di  Roma  si  vede  in 
vari  pezzi  incassata  nelle  pareti  del- 
la scala  del  museo  capitolino.  Ana- 
stasio bibliotecario  racconta,  che  san 
Felice  III,  creato  Papa  l'anno  SaG, 
nel  sito  d'un  altro  antico  tempio 
quadrilungo  ad  esso  contiguo,  che 
si  crede  fosse  dedicato  a  Venere  e 
a  Roma,  eresse  e  dedicò  una  chiesa 
in  onore  de'  due  santi  fratelli  Cosma 
e  Damiano  ,  dandole  per  vestibolo 
questo  tempio  di  Remo.  Il  Fioren- 
tini ,  in  Adnot.  ad  Martyrol.  Hie- 
ronyniianuni  V  kal.  oct.  pag.  879, 
e  Bona,  Rer.  Lilurg.  cap.  12,  §  3, 


CHI 

scrìvono  che  tre  coppie  di  santi  si 
trovano  dell'  istesso  nome  Cosma  o 
Cosimo  e  Damiano  :  una  coppia  di 
martiri  nell'Arabia,  altra  di  confes- 
sori nell'Asia,  la  terza  di  martiri, 
che  patirono  in  Roma.  Tutti  erano 
medici  di  professione,  e  senza  mercè 
curavano  gli  ammalati.  A' santi  ro- 
mani, de'quali  senza  dubbio  si  fa  me- 
moi'ia  nel  canone  della  messa,  fu 
da  s.  Felice  IV  dedicata  appunto  la 
detta  chiesa,  ponendovi  alcune  reli- 
quie per  purgarla  dalle  profanità 
gentilesche.  Vuoisi  ancora,  che  la  de- 
dicasse ai  detti  due  santi  fratelli  ge- 
melli, per  sostituirli  alle  superstizio- 
ni di  Romolo  e  Remo,  ed  a  quelle 
di  Castore  e  Polluce,  altri  gemelli 
che  avevano  pure  qui  i  loro  simu- 
lacri. 

Nell'anno  590,  s.  Gregorio  Magno, 
per  sottrarsi  al  pontificato  cui  si  vo- 
leva esaltarlo,  si  nascose  in  questa 
t;hiesa  ;  ma  scoperto  da  una  colomba 
volata  sopra  di  esso,  fu  condotto  a 
s.  Pietro,  e  consacrato.  Egli  ebbe 
particolar  divozione  all'  immagine 
della  b.  Vergine,  che  ivi  venera  vasi, 
per  avere  a  lui  parlato,  anzi  con- 
cesse al  di  lei  altare  il  privilegio  di 
liberare  un  anima  dal  purgatorio 
colla  celebrazione  della  messa;  ri- 
staurò  la  chiesa,  e  vi  pose  la  sta- 
zione nel  giovedì  dopo  la  terza  do- 
menica di  quaresima .  Inoltre  egli 
ordinò  nella  istituzione  della  proces- 
sione delle  litanie  maggiori,  che  il 
clero  partisse  da  questa  chiesa,  dicen- 
doci egli  stesso,  che  da  qui  partiva 
pure  la  processione  delle  ancelle  del 
Signore.  San  Sergio  I,  del  687,  la 
fece  coprire  di  lastre  di  bronzo, 
eresse  nell'interno  gli  amboni,  e  il 
ciborio  dell'aitar  maggiore.  Adriano 
I,  nell'anno  780,  la  elevò  al  grado 
dì  diaconia  Cardinalizia,  sebbene 
alcuni  ciò  attribuiscano  a  s.  Grego- 


CHI  3r7 

l'io  T,   le   stabilì   alcune  rendite,  le 
fece  diversi  doni,  la  riedificò,    e  fece 
porre  al  vestil)olo  le  porte  di  bronzo 
antiche,  che  il  Piazza  dice,  nel  suo 
Eorterologio,   a   pag.  208,    dì    aver 
fatto  venire  da  Perugia,  insieme  al 
fregio    ed    agli    stipiti    dì    stupendo 
lavoro  di  marmo,  e  alle  due  colonne 
di    porfido ,    esistenti     tuttora.     San 
Leone  III,  nell'anno  800,  rifece  il 
tutto,  e  compartì  vari   donativi.   In- 
di, neir827,  s.  Gregorio  IV,  stiman- 
dosi indegno  della  suprema  dignità, 
si  occultò  dentro  questa  chiesa,  do- 
ve trovato  dal  clero,  e   dal    popolo. 
a    forza    vi    fu   estratto    e    collocato 
solennemente  sulla  sedia  dì  s.  Pietro. 
S.  Pasqviale  I,  suo  predecessore,  fu 
largo  di  doni   con    questa  chiesa,  e 
dalla  basilica,  che  nella  via  Aurelia 
avea  fabbi'icato  s.  Felice  II,  vi  tras- 
portò  il    venerando    corpo    di  quel 
santo.    Contiene  inoltre  questa  basi- 
lica tesoi'i  di  reliquie  de'  ss.   martiri. 
Il  gran  Rolando  Bandinelli,  Car- 
dinale diacono  di  questa  chiesa,  nel 
111^9,   divenne  il  celebre  Alessandro 
IH.  Dipoi  Papa  Onorio  III  approvò 
la  donazione,  che  fece  a  questa  ba- 
silica il  Cardinal  dì  s.  Prassede  Gio. 
Colonna,   d'un  territorio  nella  dio- 
cesi dì  Calcedonia,  mentre  trovavasi 
in  quelle  partì  legato  apostolico.    In 
seguito  Alessandro  VI  creò  Cardinale 
diacono    de'  ss.    Cosma    e    Damiano 
Alessandro  Farnese,  il  quale  ottenne 
da    Giulio    II,    nel    i5o3,    che    la 
chiesa,  la   quale   era  collegiata,  per 
avere  soli  sei  canonici,  fosse  data  ai 
fiati   del   terzo  Ordine   di   s.  Fran- 
cesco, che  poi  vi  edificarono  il  con- 
tiguo convento,  e  vi  dimorano.   Nel 
i534,  il  detto  Cardinal  Farnese  fu 
eletto.  Papa,    e    prese    il    nome    di 
Paolo   III. 

Disputandosi  in  tempo  di  Grego- 
rio XIII    fra  i  due  Cardinali  Baro- 


286030 


3i8  CHI 

nio,  e  Santorio,  se  dovevasi,  o  no, 
ritenere  il  nome  di  Felice  II  nel 
martirologio  romano  come  Pontefice 
e  come  martire,  a' 28  luglio  i589,, 
vigilia  della  sua  festa,  fu  ritrovato 
per  puro  accidente  il  corpo  di  lui 
in  questa  chiesa,  con  un'iscrizione, 
che  dichiarava  esser  egli  stato  Pon- 
tefice e  martire.  La  storia  di  questo 
ritrovamento  vedesi  appreso  il  pad. 
Maffei ,  negli  Annali  di  Gregorio 
XIII,  tom.  II,  lih.  XI,  num.  18, 
pag.  275.  Angelo  Pontonaro,  ap- 
presso Sangallo,  tom.  Ili,  pag.  5o5 
dice  invece,  che  il  corpo  di  s.  Fe- 
lice II  si  conserva  nella  chiesa  di 
s.  Antonio  di  Padova.  Vicino  al 
corpo  di  s.  Felice  II,  nella  stessa 
chiesa  de'  ss.  Cosma  e  Damiano, 
furono  in  pari  tempo  trovati  i  corpi 
de' ss.  Marco  e  Marcellino,  e  di  san 
Tranquillino  prete,  non  che  quelli 
de'ss.  Abbondio,  ed  Abbondanzio,  che 
Gregorio  XIII  solennemente  fece 
trasportare  alla  chiesa  del  Gesìi. 
Quindi  lo  stesso  Gregorio  XIII  ri- 
fece il  mosaico  della  tribuna,  ove 
essendo  guasto  il  ritratto  di  s.  Felice 
IV,  fondatore  della  chiesa,  vi  fece 
surrogare  quello  di  s.  Gregorio  I, 
di  cui  era  divotissimo.  Tal  mosaico 
rappresenta  il  mistico  agnello  fra 
sette  candelabri ,  con  vari  angeli , 
che  gli  fanno  corona,  mentre  quel- 
lo dell'  abside  rappresenta  il  Salva- 
tore con  vari  santi,  e  fu  di  recente 
accomodato.  Poscia  fu  benemerito 
ristauratore  della  chiesa  Clemente 
Vili,  finché  il  Pontefice  Urbano 
Vili  con  pontificia  munificenza,  nel 


CHI 

i63a,  la  ridusse  nello  slato  attua- 
le con  disegno  dell' Arrigucci.  Es- 
sendo poi  soggetta  la  chiesa  a 
nocevolc  umidità,  venne  alzato  il 
pavimento  con  quattro  sotten'anei 
piastroni,  oltre  ai  pilastri  minori. 
L'  antico  tempio  di  Remo,  che  ser- 
ve di  vestibolo,  fu  alzato  nella  vol- 
ta. Urbano  VIII  adornò  la  chiesa 
di  belle  pitture,  con  soffitto  dorato, 
e  persino  il  chiostro  a  belli  freschi. 
Si  discende  nell'antica  chiesa  sotter- 
ranea per  comoda  scala  allato  della 
tribuna,  essendovi  ancora  in  questo 
sotterraneo  l' altare  maggiore  isola- 
to, sotto  cui  riposano  i  corpi  dei  ss. 
martiri,  le  cappelle,  e  alcuni  ornati 
e  dipinti.  Da  questo  sotterraneo  si 
cala  in  altro  più  profondo,  dove  si 
vede  r  altare  in  cui  s.  Felice  IV 
celebrava,  avente  incontro  una  sor- 
gente d' acqua  detta  di  s.  Felice. 

Di  questa  insigne  chiesa  fu  Car- 
dinale diacono  Benedetto  Odescal- 
chi,  che  nel  1676,  divenne  Papa 
Innocenzo  XI  ;  ed  in  essa  a'  27  set- 
tembre si  celebra  la  festa  dei  due 
santi  titolari.  Antonio  Poma  scrisse 
della  Diaconale  basilica  dei  ss.  Co- 
sma e  Damiano  nel  romano  foro, 
detto  volgarmente  Campo  Vaccino, 
Roma  1727,  e  Bernardino  Mezza- 
dri, Disquisitio  historica  de  sanclis 
viarlyribus  Cosma  et  Damiano,  in 
diias  partes  distributa,  in  quaruni 
prima  S.S.  M.  M.  acta  continentnr^ 
in  altera  expendunlur  monumenta 
lasìlicae,  Romae  i747- 

Le  notizie  sulle  altre  chiese  di  Ro- 
ma, si  leggeranno  nel  volume  seguente. 


FINE    DEL    VOLUME    UNDECIMO. 


BX  841  .n67 

1840 

SMCR 

Moroni ,  Gaet 

ano. 

1802-1883. 

Di  z  i  onar  i  o  d 

1  erud 

iz  ione 

stor  i  co-ecc 

lesias 

t  ica 

AFK-9455  (awsk)